2012 – L’inizio della fine.

In pieno (o quasi) possesso delle mie facoltà psicofisiche mi appresto a scrivere questo post. Post che, ovviamente, non c’entra quasi un cazzo col titolo.

Questo ultimo giorno dell’anno l’ho festeggiato atipicamente: con i miei e con un amico (che mi spia, di tanto in tanto). Voglia di festeggiare ce n’era poca e, quindi, ho declinato un’altra offerta per fare qualcosa di più intimo e tranquillo. Tant’è che la festa, per me, è finita da circa un’ora.

Dovessi tracciare un bilancio del 2011, non sarebbe positivo. Troppi contro e troppi pochi pro. Pro che si contano sulla punta delle dita di una mano:

- L’aver incontrato il Pornelli e il Cagliano
- L’aver mantenuto i rapporti con la Ammit
- L’aver una compagna di corso particolarmente carina (per non essere brutali, e dire “figa”)

I contro, un po’ li conoscete (uno bello grosso è arrivato poco più di una settimana fa) . Tra gli altri possiamo aggiungerci:

- Mancanza di ragazza
- Ignavia a livello generale
- Perdita di contatto con amici che conoscevo da quasi quindici anni.

Per questo 2012 non ho grandi aspettative. Non ho nemmeno propositi. Ogni volta che ho delle aspettative, queste vengono disattese. Ogni volta che faccio dei propositi, non li rispetto. In compenso, mi sono posto degli obiettivi che mi piacerebbe raggiungere. Nulla di sconvolgente, sia ben chiaro. Quali sono questi propositi? Semplice!

1) Essere meno volgare, quando parlo.
2) Bestemmiare contro tutti gli déi per par condicio. (Povero Dio cristiano, non c’è solo lui :C)
3) Essere più “coraggioso”. O meglio, abbandonare le incertezze che mi bloccavano negli anni precedenti. Anche se, a parole, pare semplice, so già che questa sarà una dura sfida che, molto probabilmente, mi vedrà sconfitto.
4) Perdere gli ultimi cinque fatidici chili. È un anno e mezzo che, per pigrizia, rimando la perdita degli ultimi cinque maledetti chili, è arrivato il momento di concludere l’opera iniziata in precedenza.
5) Essere meno pigro. Quando dico pigro, intendo sia con lo studio, sia a casa, sia a livello di attività fisica, sia a livello di cura del corpo. Penso che la pigrizia e l’accidia siano due tra i miei peggiori difetti (e ce ne sono molti, molti altri). Eliminandole o, più realisticamente, diminuendole, potrei migliorare sotto molti punti di vista.

Magari, col passare del tempo, mi verrà in mente altro, ma per il momento direi che gli obiettivi posti sono più che sufficienti (e duri). Se, tra un anno, ne avrò raggiunto anche solo uno, potrò dire (se mi ricorderò ancora di questo post) di non aver completamente buttato via un altro anno di vita.

Dato che la notte è giovane ma i miei quasi ventuno anni si fanno sentire, auguro a tutti i Portatori dell’Anello e a tutti i Cacciatori di Horcrux una buonanotte.

E un felice anno nuovo. E, se non vi siete posti nemmeno un obiettivo/proposito/aspettativa, sappiate che vi rimane un’ultima opzione: l’estinzione.

Con affetto, CosoACasa.

Cya.

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Risveglio

E dopo aver trascorso quattro giorni in un’ovattata atmosfera, questo pomeriggio c’è stato il brusco risveglio.

Un risveglio che ti colpisce come un pugno in pancia. Come una secchiata d’acqua gelida. Sono stati quattro giorni sospesi, quelli appena trascorsi (contando anche oggi). Quattro giorni in cui la necessità di andare avanti ha convissuto con il dolore della perdita.

Dolore della perdita che, oggi, è esploso in tutti. Ed io ero lì, impotente e incapace di fare qualsiasi cosa. Ho guardato piangere mio zio, ho guardato piangere mia mamma, ho guardato piangere mio nonno e ho guardato piangere mia sorella. A poco sono serviti gli abbracci, le parole consolanti di chi è venuto prima della chiusura della bara.

La cerimonia è stata sobria. Le gambe mi hanno tremato tutto il tempo. Era uno spasmo incontrollabile e ripetuto, tant’è che per qualche istante ho pensato che avrebbero ceduto. C’erano sia i parenti, sia gli amici, sia i vicini. Eravamo tutti stretti per un ultimo abbraccio. Fortunatamente, non eravamo soli nemmeno noi. In questi giorni siamo sempre stati sostenuti e, quindi, colgo l’occasione per ringraziare (anche se non leggeranno) tutti quelli che hanno partecipato.

Dal canto mio, non ho pianto. Non ci sono riuscito. In compenso, col trascorrere della giornata e della cerimonia, mi sono sentito svuotato. La perdita ha lasciato un enorme vuoto che, soltanto col passare del tempo, potrà essere parzialmente colmato.

E come disse il mio amico Zeno

Il vuoto, paradossalmente, rende tutto più piccolo

Cya

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Poche righe, un addio.

Vorrei essere qui per dire quattro stronzate come al solito, ma oggi non succederà.

Circa due ore fa, è venuta a mancare mia nonna. Non stava bene già da parecchio tempo e, in nottata, ha avuto un arresto cardiocircolatorio. Dire che abbia smesso di soffrire potrebbe sembrare la solita frase fatta, ma se l’aveste conosciuta, capireste che non è così.

Ci sono miriadi di cose che potrei raccontarvi, su di lei. Episodi buffi, episodi toccanti. Episodi di una vita, vissuta a pieno fino a circa un anno e mezzo fa. Potrei farlo, ma non lo voglio fare. Sono cose tra me e lei. Cose nostre.

Quanto successo oggi non era inatteso. In fondo, un po’ tutti, sapevamo in che condizioni era. Persino i medici ci avevano detto che era questione di giorni. Ironia della sorte, è toccato proprio alla vigilia di un non-natale.

Una piccola consolazione (per noi) è il fatto che se ne sia andata, circondata dal calore e dall’affetto dei parenti, che le sono sempre stati vicini.

Boh, in realtà non so che altro dire. Non credo in una vita ultraterrena, o comunque, non a quella cristiana. Che i Campi Elisi l’accolgano, allora. E che possa gioire come ha fatto in vita.

Ciao nonna.

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Non mi resta che sperare…

L’Italia si spezza:
I Ricchi che dovrebbero pagare di più, non lo fanno (Anche a causa dei veti più o meno espliciti del PdL, in materia)
La gente normale si ritrova a dover fronteggiare rincari che colpiscono i beni di consumo e i redditi (aumento dell’Iva, ICI reintrodotta, aumento delle bollette e della benzina).
I Parlamentari che non vogliono tagliarsi lo stipendio o meglio, lo faranno quando vorranno (ultimo aumento di stipendio risale all’anno scorso mi pare).
I lavoratori vengono martoriati da una riforma previdenziale che prevede lo slittamento dell’età pensionabile ad anni 62 e la cancellazione della pensione di vecchiaia. Sempre loro vedono il tanto sudato posto di lavoro messo a rischio da una controversa riforma dell’articolo 18.
I pensionati si vedono le pensioni congelate oltre la soglia di 1.400 €.
Berlusconi afferma che l’attuale premier, Monti, sia disperato.
Il PD potrebbe (strano ma vero) salire al governo, staccando la spina del Disperato Monti.
La Lega, dopo anni di nullafacentismo, si riscopre partito di lotta. Bossi definisce Berlusconi un comunista.
Nel frattempo, L’Unione Europea, raggiunge l’accordo su una politica fiscale comunitaria. Le borse arrancano, alternando alti e bassi. Lo Spread pare sulle montagne russe: Sale, scende, sale, scende e così via.
Sempre l’UE vede una frattura al suo interno, con la fuoriuscita dell’Inghilterra e la rottura tra Cameron e Sarkozy.

E mentre accade tutto questo, non posso fare a meno di rendermi conto che tutte queste persone, seppure diverse tra loro, hanno qualcosa in comune. Fanno parte del 99,98% della popolazione che rappresenta un cancro per sé stessa e per l’intero pianeta. Quella che può sembrare un’affermazione ingiusta, generalizzata o ancora peggio una provocazione da parte mia, però, risponde ad una triste realtà.

Il cancro uomo è la cellula impazzita che, proprio come la malattia, contamina territori vergini e sani. Si espande, si riproduce e, soprattutto, consuma. Quando poi non c’è più nulla da consumare, non resta altro che un ambiente morente. Null’altro che distruzione. Siamo sette miliardi di persone che consumano risorse limitate. E siamo in continua crescita. Una crescita quasi inarrestabile che colpisce soprattutto i paesi poveri, quelli meno sviluppati. Perché, come ben sapete, l’uomo ha il brutto vizio di essere vittima e carnefice di sé stesso. Ci sono pochi paesi in cui la ricchezza è accumulata in quantità abnormi e molti paesi in cui, invece, non si riesce a sopravvivere. Intere nazioni sotto la soglia di povertà, in cui le risorse e le ricchezze scarseggiano e sono controllate da pochi.

L’uomo, infatti, oltre ad essere la malattia è anche il malato. Nei paesi ricchi, la malattia colpisce un po’ tutti, indiscriminatamente. Più si ha, più si vuole. Tutti rincorrono una condizione sociale migliore e, questo, porta all’egoismo. Egoismo, ricerca della ricchezza, della fama e consumismo vengono presentate e rilette sotto una chiave positiva grazie ai film, ai telefilm e ai reality show. L’apparire conta molto più dell’essere. Il dimostrare di poter ricoprire un certo status sociale ed avere degli stili di vita elevati, nonostante i ritmi frenetici siano dannosi, è l’obiettivo ultimo. E così facendo, ci si dimentica di tutto ciò che ci circonda. Si perde di vista il mondo reale, con le sue reali problematiche. Ci culliamo in un falso senso di sicurezza. Sono ben conscio che questo possa sembrare buonismo spicciolo e della peggior specie ma, le popolazioni agiate, sono andate incontro ad una progressiva standardizzazione, cadendo nella mediocrità. Pur esaltando l’individuo, la società odierna, lo rende schiavo. Lo infetta sempre più profondamente.

Gli uomini che abitano nei paesi più poveri, invece, sono affetti da un male diverso. Pochi ricchi tiranneggiano su intere nazioni e, nemmeno chi potrebbe e dovrebbe intervenire, non fa nulla. Ci si uccide a vicenda perché si ha delle origini etniche piuttosto che altre. Si combatte per ottenere il controllo sulle poche risorse che il territorio offre. Risorse che verranno poi vendute ai migliori offerenti esteri. E, mentre questa piccola parte continua a portare avanti i propri progetti, la stragrande maggioranza della popolazione giace in condizioni disagiate. Non hanno cibo, non hanno medicine e non hanno alcun tipo di sicurezza. Mentre nel nord del mondo si continuano a sprecare e bruciare risorse, il sud è impantanato nell’arretratezza, nelle lotte intestine. Qual è la soluzione a tutto questo? Qual è la cura per il male umanità e il male che affligge l’umanità?

Purtroppo, a meno che un qualche essere divino decida di intervenire, si può fare ben poco. Inutile cercare attenuanti di sorta. Non ce ne sono. L’uomo è entrato in un circolo vizioso da cui non vi è più via d’uscita. Un circolo vizioso che porterà alla distruzione degli ecosistemi (già iniziata), a rendere la terra un posto inadatto ad ospitare la vita e, alla fine, all’estinzione dell’uomo stesso. Una flebile speranza di redenzione c’è, ma va subito intrapresa una via che consenta di vivere con un impatto ambientale minimo, il modo di vivere andrebbe completamente rivoluzionato. La corsa al profitto dovrebbe essere subalterna ad attività che non ledano agli altri e ciò che ci circonda. Se ciò non accadrà, non mi resta che sperare che, un giorno:

Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo  fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile… Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto sarà massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie”

Cya.

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Scrivere è come…

Era un post che dovevo scrivere già tempo addietro ma, alla fine, ho sempre rimandato per mancanza di voglia (Shame on me).  Detta questa terribile e scioccante verità, passiamo all’articolo vero e proprio (cercherò di essere breve)

L ‘arte della scrittura è stata paragonata a tante cose: al sognare, al viaggiare, al baciare, al dipingere e così via…Ma l’uguaglianza che calza pennello è quella con il cagare.
Non fraintendetemi, non sto scherzando, penso davvero che scrivere sia come cagare e, ora, vi illustrerò i motivi per cui faccio questa affermazione.

Prima di addentrarmi nella spiegazione è necessaria una piccola premessa: come tutti noi sappiamo, esistono diverse categorie di defecatori. Categorie che possono essere raggruppate in tre grandi insiemi:

- I regolari: Cagano tutti i giorni e, spesso, alla stessa ora. Sono abitudinari e si sforzano relativamente poco. La regolarità intestinale, di solito dura poco se non si segue una dieta ben precisa o se ci si ammala.
- Gli stitici: Si siedono sul cesso e si sforzano, si sforzano, si sforzano per partorire (quando va bene) un stronzettino microscopico che, dal water, li deride prima di sparire nello scarico. Ma quelli sono già grandi risultati dato che, il più delle volte, a far compagnia allo sforzo c’è il nulla più assoluto. Subito dopo il periodo di stitichezza, però, arriva la bomba ovvero…
- I Diarroici: Quante volte dopo un lungo periodo di stitichezza si arriva sul cesso con dolori lancinanti alla pancia e ci si lascia andare ad una sana e liberatoria cagata? Ed è qui che si scopre che la sana cagata, in realtà, è un’inarrestabile valanga di merda di stato non ben precisato che sembra inarrestabile. Talmente inarrestabile che sentite la mancanza della stitichezza che fino a poco fa odiavate…Vorreste fermarvi, ma i vostri intestini si svuotano continuamente e senza sosta, facendovi maledire tutti gli dei noti e non.
La cosa peggiore è, però, quando si passa da regolari a diarroici: darete sempre la colpa a quel manicaretto squisito che, per ingordigia o stupidità, avete comunque mangiato anche se sapevate benissimo che vi avrebbe fatto quell’effetto. Il copione, poi, non cambia. Maledizioni e bestemmie, in attesa di tornare ad essere persone normali, anche se sapete che non tornerete più quelli di una volta…Se non dopo un po’ di tempo.

Ogni persona normale, durante la sua vita, fa parte di questi tre insiemi almeno una volta per i motivi più disparati: vuoi che si sia mangiato troppo, vuoi che si segua una dieta regolare, vuoi che ci si prenda qualche malanno.

Bene, a questo punto, vi starete chiedendo che cazzo c’entri il cagare con lo scrivere e, dopo le poche righe di cui sopra, mi inoltro in una spiegazione che spero appaia lineare su “carta” come lo è nella mia mente (il che, probabilmente, significherà che non si capirà un cazzo…Ma, vabbè, amen).

Lo scrittore (che lo faccia per mestiere o che lo faccia per passione), durante il suo lavoro si ritrova ad attraversare diverse fasi. Fasi in cui ci si blocca, fasi in cui ciò che si scrive viene da sé e fasi in cui si scrive, si scrive, si scrive senza arrivare ad una conclusione. I casi qui elencati sono facilmente accoppiabili alle categorie di cagatori sopra elencati, ma andiamo con ordine:

- Lo scrittore regolare: riesce ogni giorno a ritagliarsi un po’ di spazio per scrivere e sa quello che vuole scrivere. Così come chi va di corpo regolarmente, spesso e volentieri è un abitudinario che tutti i giorni qualcosina riesce a scriverlo. Lo fa senza fatica e, raramente, si ritrova ad aver scritto lunghissimi papiri senza aver concluso nulla. Il regime di regolarità di uno scrittore può essere più o meno duraturo ma, come in molti sanno, per quanto a lungo possa durare prima o poi finirà.
- Lo scrittore stitico: La stitichezza in uno scrittore può colpire in tre momenti diversi:
a) L’inizio: Avete la storia in mente, ma non sapete come iniziarla. Iniziate a scrivere. Vi fermate. Cancellate. Rincominciate di nuovo. Vi fermate. Cancellate ancora. Ogni tentativo è sempre più frustrante, più avvilente e per quanto ci proviate non vi convince nulla. Proprio come lo stitico, tutti gli sforzi che fate danno vita solo a tante graziose scorregge che non vi soddisfano e non vi servono a niente. Assolutamente a niente.
b) A circa metà storia: L’inizio è andato bene, avete sorpassato uno dei tre scogli e sapete bene di starvi avvicinando al giro di boa. Giro di boa che non sempre si riesce a passare incolumi. Il giorno prima siete ancora uno scrittore regolare. Il giorno dopo vi trovate di fronte alle ultime righe da voi scritte e pensate “E adesso? Come cazzo vado avanti?”. Il brutto di queste situazioni è che, spesso, avete in mente anche come proseguire la storia, non fosse per quel pezzo che, ostinatamente, non si decide a venirvi. Anche qui vi sforzate, vi incazzate e riprovate fino allo sfinimento e, alla fine, scoraggiati vi ritrovate con quasi nulla in mano (quando va bene) e sempre più convinti a lasciar perdere. Questa è, probabilmente, la stitichezza letteraria più fastidiosa che ci sia. Quanti scritti sono stati accantonati per una cosa del genere? Meglio non saperlo. La consolazione potrebbe essere il microstronzo di cui si parlava sopra (in questo caso, le poche righe partorite) che non vi soddisfano ma sono il meglio che siete riusciti a partorire.
c) La fine: Siete tranquilli, sapete che vi manca poco a finire lo scritto e proseguite senza troppi intoppi quando, all’improvviso, vi sentite spaesati. Sapete che quelle poche righe che mancano sono le ultime eppure il vostro cervello è più vuoto di un concerto di una cover band di Vasco Rossi o di Internet senza porno. Pensate che sia solo un momento e decidete di rimandare. Passa un giorno e non vi preoccupate, continuate a rimandare. Passa il secondo giorno e sorridete, pensando che sia un momento e che passerà. Due settimane dopo siete in crisi. Ogni qualvolta provate a scrivere quelle maledette ultime righe, vi trovate a sbattere contro lo stesso muro ancora, ancora e ancora. Siete come quegli stitici che si trovano sul cesso coi crampi e spingono, spingono, spingono e quando sono ad un passo dalla meta si accorgono di star per fare l’ennesima loffa e si scoraggiano, desiderano morire…o farsi vedere da uno specialista, ma uno bravo, però.
Ma non si può esser stitici per sempre e quindi….
- Lo scrittore diarroico: al contrario del defecatore, difficilmente uno scrittore regolare può diventar diarroico, per questo di solito si osserva il passaggio “scrittore regolare – scrittore stitico – scrittore diarroico”. Il blocco che vi teneva fermi sempre allo stesso maledettissimo punto svanisce e vi ritrovate a scrivere, scrivere, scrivere, scrivere…Insomma, un mare di parole che non sembra voler finire più. Ad un certo punto, però, vi rendete conto che questo continuo scrivere vi sta portando fuori strada, ma una vocina dentro di voi vi dice “lascia perdere, in qualche modo sistemerai tutto alla fine, non ti fermare” e, immancabilmente, le date retta. Quando, finalmente, l’attacco di diarrea creativa termina vi rendete conto che tre quarti di quanto avete scritto o non c’entra assolutamente un cazzo col resto oppure è completamente da rivedere. E quindi partono le bestemmie perché avete dato retta a quella vocina e, soprattutto, non avete saputo fermarvi.  La stessa cosa succede ai diarroici. Sapevano che quello che stava per succedere gli sarebbe costato fatica e dolore. Sapevano di aver sbagliato a dare retta alla vocina interiore che li aveva spinti a mangiare il manicaretto incriminato oppure sapevano i rischi che correvano a fare quella determinata cosa eppure, nonostante tutto, l’hanno fatta, ritrovandosi in una situazione che dovranno sistemare con molto tempo e calma.

Ecco, più o meno, ho illustrato le somiglianze che ci sono tra la nobile arte della scrittura e la meno nobile arte del defecare. Molti di voi storceranno il naso di fronte a questo articolo. Ma, ritrovandovi davanti ad un foglio mentre scrivete o sul cesso durante una cagata, se doveste pensare a questo mio lungo (più lungo di quanto credessi, quasi diarroico) articolo, potreste riuscire a scorgere la realtà nascosta dietro alle mie parole.

Tl;Dr: Lo scrivere è paragonabile in gran parte al cagare, questa è la verità.

Con questo, concludo. Buona scrittura e buona cacca a tutti.

Cya.

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Giornata di merda

Ci sono giornate che non si dimenticano. Ci sono giornate destinate a cambiare la nostra vita. Ci sono giornate ignave in cui non cambia nulla. Ci sono brutte giornate che possono passare senza lasciare il segno e poi…E poi ci sono loro, le giornate di merda. Giornate in cui pensi “avrei fatto meglio a restare a letto” oppure “voglio morire”. Ecco, oggi è stata una di quelle giornate per il sottoscritto.

Oggi non ho nemmeno la consolazione di dire “almeno era partita bene” perché, come ogni giornata di merda che si rispetti, l’inizio deve essere qualcosa di disastroso. Qualcosa che ti farà capire da subito che se a fine giornata arriverai intero a casa, allora sarai stato fortunato.

Sveglia: 6.40. Il cellulare mi sveglia con una suoneria irritante e da infarto, dopo poco meno di cinque ore di sonno. Intontito mi rigiro, godendomi altri cinque minuti concessi dalla sveglia sul comodino. Per Elisa, alla fine suona. In quel preciso momento, mentre cerco di infilarmi la canottiera insieme alla maglia a maniche corte, ho il primo sentore che in questa giornata c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Perché? Semplice: una cosa del genere, normalmente, mi porta via cinque nanosecondi senza complicazioni. Stamane, invece, no. La canottiera non vuole saperne di entrare e, quindi, mi trovo a dover ripetere il processo per ben tre volte. Dopo le abluzioni mattutine arrivo in cucina.

Colazione: 7.06. Mia madre, mentre mi prepara il pranzo (piselli e hamburger), mi pianta lì con del succo e il nulla più assoluto. Cincischio ascoltando le notizie al telegiornale (o almeno provandoci) e mi bevo il mio succo d’arancia.  La genitrice mi guarda con aria abbastanza assonnata e mi chiede “Luca, faccio in tempo a dare da mangiare al cane?”. Guardo l’orologio, guardo il cellulare e le dico “Ma’, basta che ti muovi perché devo prendere quello (il treno) di e 26 (7.26)”. LE ULTIME PAROLE FAMOSE.

Uscita di casa: 7.18. Mia madre, tranquillamente, mi dice che possiamo andare. Ora, già il fatto che abbia dovuto lasciarle la sua macchina, non mi garba per nulla. Per lo più, le dico di muoversi e lei, noncurante di tutto, tira le 7.18? Ma mi prende per il culo? Facendole presente che ormai il treno di e 26 l’ho perso, la donna si mette al volante e inizia a guidare tranquillamente, come se non avessi un treno da prendere.

Arrivo in stazione: 7.24: “Embè? Fai ancora in tempo a prenderlo il treno” potrete dire voi. E avreste anche ragione, non fosse che questa è una giornata di merda. Struscio il portafoglio sull’obliteratrice. Abbonamento riconosciuto. Mi dirigo verso il fondo della banchina, per poter salire sulle carrozze che, in teoria, hanno la maggiore disponibilità di posti. Arriva il treno. Ora, non so quanti di voi prendano un treno regionale per Milano con un numero insufficiente di carrozze e una spropositata quantità di persone che lo prendono, ma immaginatevi qualcosa di molto simile ad una vera e propria baraonda. Gente che pur di prendere il diretto si mette in equilibrio sugli scalini delle carrozze ed ogni volta che si aprono le porte, vengono investiti da:

a) Insulti perché non si spostano
b) Gente giustamente di fretta
c) Continui colpi d’aria.

Bene, la situazione di oggi era pure peggiore. Percorro il treno per tutta la sua lunghezza da fuori, ma non c’è posto manco per un mio capello (e li ho tagliati, specifichiamolo). A questo punto, vedo le porte chiudersi e scoraggiato biascico un porchid…Vabbè, biascico una bestemmia. Prendo il treno (ovviamente questo fa tutte le fermate) delle 7.31

Arrivo in Cadorna & Metro:  8.06. L’arrivo in Cadorna, come sempre è traumatico. Non tanto perché vuol dire essere a dieci minuti da un rompimento di coglioni della durata di ore quattro, quanto per la gente che appena scesa dal treno. Li vedi lì, belli beati, con i loro volti paciosi mentre camminano lenni lenni verso la stazione.  Ma oggi è stato tutto peggiore. Gente che camminava a due all’ora. DUE all’ora e non ti faceva passare nemmeno a sparargli. Mi faccio largo tra la folla a spallate (per forza di cose) e giungo in metro. E lì? Lì l’apocalisse. Una serrata improvvisa? Un incidente? Gente rincoglionita che non sa obliterare i biglietti? Niente di tutto questo. Peggio ancora: lavori in corso sulla linea M1. Un tizio scavalca i tornelli e manda a cagare quelli dell’ATM che non fanno nulla per fermarlo. I più civili, attendono confusi. Finalmente, ci lasciano passare riattivando i tornelli. Oblitero, scendo per prendere la metro che porta a Sesto primo maggio. E mi ricordo che oggi è una giornata di merda. Un muro di persone si accalca, in attesa che arrivi un treno. Arrivato, si uccidono (non solo figuratamente, temo) per salirci. Aspetto la corsa dopo. Riesco a salire. Trenta secondi dopo, me ne pento. Il convoglio è pieno da scoppiare e il treno si ferma tra Cadorna e Cairoli per tre minuti buoni. Non ci si riesce a muovere. Se uno avesse sofferto di meteorismo, ci saremmo trovati in una camera a gas. Una di quelle che non si vedono dai tempi del nazismo, anche se in scala. Giungiamo a Cairoli. Qualcuno scende, ne salgono il doppio. Metà strada tra Cairoli e Cordusio: altra sosta di tre minuti. Altra tortura. In Duomo, di solito, la situazione migliora. E, anche oggi, le cose sono andate così…Più o meno. Tra Duomo e San Babila c’è una sosta di cinque minuti buoni. Guadagno l’uscita e, per fare più in fretta, prendo le scale mobili che danno su Via Borgogna. Solitamente, chi vuole chiurlare e farsi trasportare deve stare sulla destra. Stamattina, invece, non si marciava né a destra, né a sinistra. Nessuno che aveva letto i cazzo di cartelli con su scritto “Non intralciare il passaggio” – “Tenere la destra” –  ”Sostare solo a destra”. Alle 8.29, un minuto prima del prof, entro in classe.

Il grande nulla: 8.30 – 12.00. Diritto privato: due interventi, parzialmente corretti. Statistica: mi metto di fianco ad una tizia interessante, ma arriva un ragazzo a reclamare il posto rubato. Li mortacci sua.

Mancanza d’argomenti/paura del rifiuto: 12.03 – 12.08: La tizia di cui sopra, fa la stessa strada che faccio io per andare in metro. Normalmente, avrei per lo meno fatto finta di salutarla (non di parlarci, quello mai), ma stavolta nulla. Tentato dal dirle qualcosa o meno, mi blocco per viltà. Alla fine, sono obbligato ad accelerare il passo e sperare che abbiano sistemato la metro. Tutto normale, al ritorno fino a…

Sogno o son desto?: Ore 13.06. Dopo un soporifero viaggio in treno, mi metto in cammino verso casa senza eccessiva fretta. Il tempo sembra reggere. Mi trovo dietro ad una ragazza niente male (Tradotto in Dat Ass). Alla fine, giusto per non sembrare uno stalker e, soprattutto, perché io dovevo andare da un’altra parte. Mi trovo su un’altra strada e…Sorpresa delle sorprese, becco un’altra tizia (identica) che mi sta seguendo. Dato che la cosa mi inquietava (e che il portafoglio mi dava fastidio) mi sono fermato per sistemare il borsellino in cartella. La tizia mi supera ma, poco dopo, camminando più in fretta di lei c’è un altro sorpasso. Dieci secondi dopo, mi volto e non c’è nulla. Palesemente perplesso, avanzo. Ad un incrocio, però, vedo ricomparire una delle due tizie (Sì, sono sicuro fossero due) e mi lascio sfuggire, ad alta voce un “OCCRISTO!” La tizia mi guarda malissimo. Vado avanti. Sul ponte, all’improvviso, mi coglie il diluvio. Apro l’ombrello e mi rassegno a lavarmi. (Solo il giorno prima, ero riuscito a tornare a casa asciutto e felice).

Quasi morto: 13.29. Arrivato quasi a casa, allo stop della mia via, una gentile signora non guardando alla propria destra uscendo dallo stop, per poco non mi tira sotto. Dovendo scegliere tra vivere e finire in una pozzanghera (innaturalmente profonda), ovviamente scelgo di vivere. Faccio mezzo passo fuori dalla pozzanghera quando un altro genio, con un macchinone rombante, mi pone di fronte ad una nuova scelta: tornare nella pozzanghera di prima o venire investito? Dato che sono una persona coerente, ovviamente, mi sono fatto un altro tuffo nella pozzanghera. Risultato? La mia tosse, alle 18.03, è tornata.

Shitty day is shitty (questo è anche il Tl;Dr)

Cya.

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