Damnation And A Day

Dio mi odia. Ormai ne sono certo.

Da quando mi ha cacciato via dal paradiso con i miei fratelli non ho fatto altro che fuggire. Perseguitato dalla sua ira.

Sono stato scacciato perché ho osato sfidare il suo volere, ho provato a sostituirlo. E ora…Ora sono senza la mia vera casa, senza un luogo tranquillo dove poter finalmente riposare, perseguitato e scacciato dai miei stessi fratelli, per il Suo volere.

In fondo non è così misericordioso come vuole far credere, Dio, non è in grado di perdonare qualunque cosa e chiunque. In fondo anche Dio è umano. Quando si è sentito messo in pericolo dalla mia fulgente ascesa mi ha scacciato. Scacciato me, il suo prediletto, il Portatore di Luce. Lucifero.

Tra gli angeli ero il più bello, il più forte, il più vicino a Lui e quando ho provato a divenire, almeno, un suo pari ha scatenato quella sanguinosa guerra.

Una guerra in cui gli schieramenti si fronteggiarono orgogliosi e fieri. Gli Arcangeli, i Troni, i Serafini, i Cherubini e gli Archai si scontrarono a lungo. Io stesso guidai tutti gli assalti in prima linea.

I miei fedeli compagni si lanciarono in attacchi furiosi e nonostante fossero in numero nettamente inferiore cercavano di far collassare il fronte nemico ove pareva più debole.

Risuonavano ovunque, nel paradiso, gli echi della battaglia. Il clangore delle spade, le urla degli angeli che mortalmente feriti cadevano, le urla di incitazione da parte dei membri di una parte e dell’altra.

Mentre il suolo, l’acqua e il cielo si coloravano del purpureo sangue dei suoi figli, Egli era seduto sul suo trono impassibile, come se la cosa non gli importasse.

Dopo lunghissimo tempo, finalmente, io e miei migliori compagni riuscimmo ad aprirci un varco tra le linee nemiche ed avanzammo falciando quanti più avversari potevamo, chiunque si parasse davanti a noi inesorabilmente cadeva.

A fronteggiarci venne Michele, alle sue spalle tra gli altri vi erano anche Gabriele e Raffaele. Caricammo la formazione pronti a tutto pur di raggiungere il Celeste Trono, e quando arrivammo al contatto la mia Portatrice di Luce incrociò Israele, la spada di Michele.

In tutti gli assalti, Michele e Israele si erano frapposti tra me e Dio. Michele era l’unico in grado di tenermi testa tra gli angeli e finora ogni battaglia era finita senza un vincitore, ma entrambi sapevamo che quello era l’ultimo scontro. Quello decisivo.

Le due spade entrarono in contatto e le scintille provocate dal collidere delle due lame illuminarono il cielo. Michele roteò rapidamente Israele cercando di colpire il mio cranio, ma fui rapido e schivai il colpo. Tentai di contrattaccare mirando al cuore, ma con lo scudo, il capo delle schiere celesti dopo il mio tradimento, riuscì a deviare il colpo. Lo scudo fu scalfito in profondità e reso completamente inutilizzabile.

Se ne liberò lanciandomelo addosso. Per evitarlo mi distrassi e per poco ciò non mi fu fatale. Israele era diretta verso il mio cuore ma all’ultimo momento riuscii a scansarmi e la spada mi trafisse l’ala sinistra. Il dolore per un attimo mi accecò, poi mi resi conto che Israele era bloccata tra l’armatura che proteggeva le ali e l’ala stessa.

Michele non se ne avvide e questo errore gli fu fatale. Tentò di estrarre la spada ma non ci riuscì ed io, con un rapido scatto, gli andai in contro, trafiggendogli il petto con la mia Portatrice. Improvvisamente tutto il fragore provocato dalla battaglia cessò.

Gli occhi di tutti erano puntati su me e Michele. Dalla bocca dell’angelo uscì un fiotto di sangue rosso, denso. Poi estrassi la spada dal suo petto e lo guardai cadere, quasi in stato catatonico.

Fui ridestato dalle urla di trionfo dei miei compagni, gioiosi e rinvigoriti dalla caduta di uno dei più forti avversari. L’altro schieramento si era fermato, scioccato dall’avvenimento. Alcuni Serafini si precipitarono per prendere il corpo di Michele prima che toccasse il suolo.

Quell’attimo di distrazione fu per loro fatale, la mia spada si levò verso il cielo, brillando di un rosso cupo. Il sangue del nemico appena abbattuto colava lungo la lunga lama.

Chiamai a raccolta tutti i miei uomini con un grido ferino e iniziammo a massacrare chiunque fosse troppo lento nel capire cosa stesse succedendo. Ormai convinti dell’imminente vittoria ci dirigemmo verso il Celeste Trono dove Egli sedeva.

Quando arrivammo a poche centinaia di metri da Lui lo vedemmo ergersi orgogliosamente in piedi. Era immenso, possente. Emanava una forza illimitata, selvaggia e brandiva la sua spada.

Era una spada enorme, screziata da migliaia di colori, era l’arma che solo Lui poteva impugnare. Era la Giudizio Universale.

Nonostante questo il nostro volo non si interruppe. Avanzammo per pochi metri ancora. Poi vedemmo solo un suo piccolo gesto con la spada e il suo giudizio si abbatte su di noi.

Un forte vento ci spazzò via, dividendo lo schieramento. In molti non riuscirono più a rialzarsi dopo quel semplice gesto. Io invece ripresi il volo e mi avventai contro di Lui, accecato dall’ira e troppo orgoglioso per capire che la nostra sconfitta, la MIA sconfitta, fosse così vicina.

Il suo sguardo non era sereno come eravamo abituati a vederlo, ma anzi, su quel volto così perfetto ed eterno era adombrato, pareva quasi addolorato. Ciò che mi stupii profondamente è che sul suo viso non vi fosse traccia di odio.

Mi chiese solo una cosa, prima di colpirmi con la sua Giudizio Universale:

– Perché? -.

Tutto ciò che avvenne dopo quella domanda e il suo colpo è qualcosa di confuso e sfocato nella mia mente.

Tornai pienamente cosciente molto dopo e mi vidi circondato da tutti i miei valorosi compagni, sconfitti.

La loro lucente bellezza s’era offuscata, quasi scomparsa. I loro corpi erano coperti di ferite e cicatrici. Il loro sguardo era basso e nel loro animo regnavano sovrani la disperazione e lo sconforto che avevano preso il posto dell’illusoria gioia che la vittoria quasi sfiorata aveva fatto sorgere in loro.

Mi alzai, o almeno provai a farlo, ma le gambe non obbedirono. Mi sorressi sulla Portatrice di Luce e mi accorsi che le mie mani erano diverse, così come era diversa la mia spada.

Quella che in passato era stata  una stupenda spada dal colore cangiante, ora era nera con screzi rossi lungo tutta la lama. La mano che la stringeva non era più graziosa e diafana, ma si concludeva con una serie di lunghi artigli. Distolsi lo sguardo disgustato.

Mi voltai a guardare l’intero paesaggio intorno a me. L’unica cosa che si vedeva era un’infinita landa desolata, rossa e arida. Non vi erano forme di vita. In lontananza si scorgeva un corso d’acqua rosso, da cui effluvi tossici risalivano lentamente disperdendosi nell’aria.

Portai di nuovo lo sguardo sui miei compagni e mi accorsi con maggiore chiarezza che anche loro erano mutati come me nell’aspetto.

Proprio in quel momento uno di loro, Mephistotele, si accorse di me e richiamò l’attenzione di tutti. I loro occhi erano fissi su di me e mi guardavano pieni di un rinnovato timore e rispetto. Io dissi loro:

– Non siate tristi, avete a combattuto a lungo e al massimo delle vostre forze, nonostante fossero in una condizione di superiorità soverchiante per sconfiggerci è dovuto intervenire proprio Lui – mi interruppi dopo aver proferito tale parola e sputai per terra, poi ripresi: – Siate orgogliosi di ciò che avete fatto, tutti tremeranno al sentir pronunciare i nostri nomi. Noi siamo coloro che hanno portato la guerra in paradiso, coloro che hanno abbattuto Michele e gli angeli più forti. Siate fieri di ciò che avete fatto e affinate le vostre abilità, perché un giorno ci sarà un’altra guerra e l’esito sarà completamente diverso. –

Detto questo le migliaia di angeli caduti con me lanciarono grida di esultanza e approvazione. Poi ripresi la parola:

– Questo da oggi in poi sarà il nostro regno, la nostra patria, il nostro paradiso ed  io ribattezzo la mia spada e questo paradiso col nome di Inferno. Voi sarete la mia diabolica legione, da oggi in poi sarete demoni. Rinnegate le vostre origini angeliche e accogliete questa nuova e terribile natura. E ricordate tutti: è meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. –

Durante i primi anni tutti si impegnarono nella costruzione di un enorme maniero in cui avremmo dimorato. Il castello era dello stesso colore sanguigno del suolo, inespugnabile. Al centro di questo castello era stato posto un trono enorme, oscuro su cui mi sedetti quale nuovo sovrano.

Qualche tempo dopo venni a sapere che Dio aveva dato vita ad una nuova razza prediletta, l’essere umano, e il mio odio nei suoi confronti mi spinse a cercare di corrompere la sua ultima creazione.

Dopo molti tentativi alla fine vi riuscii e anche essi furono cacciati dal paradiso e da allora, seduto sul mio oscuro trono, nel mio desolato regno io tramo per provocare ai Suoi prediletti la stessa sofferenza che provai io. In attesa di tornare in paradiso. Nel mio paradiso perduto.

9 commenti

Archiviato in Narrativa e poesia

9 risposte a “Damnation And A Day

  1. Il pezzo più bello che tu abbia scritto, nonostante alcune piccole ripetizioni, è fluido ed epico, e con molta molta più sensibilità di quanto immaginassi mentre leggevo la parte iniziale.

    Detto questo, il regno infernale sarà nostro, per sempre.

  2. asukicco

    Come già ribadito da zeno c’è qualche ripetizione qua e là (il rosso che poverino ha così tanti sinonimi, la parola me a partire da un certo punto, distrazione insieme a fatale…), la battaglia con Michele ha un attimo di lentezza verso la fine, il momento in cui si accorge delle sue sembianze e di quelle dei compagni è lievemente banale e l’ultima parte del racconto sembra troppo rapida. Tutto questo è un vero peccato perché il resto del racconto è ottimo, scorrevole e si riesce ad immaginare praticamente tutto nel minimo dettaglio, che a mio avviso è una cosa difficile.

    Se non fosse per queste imperfezioni, seppur piccole, gli darei 5 *s.

  3. Pingback: Io, Coso pt.2 – Il Blogger | Cose A Caso

  4. Molto epico.
    Mi sa di già sentito… ah, dev’essere perché l’avevo già letto tempo addietro.

    ‘nyway, per il tema trattato m’ha fatto pensare a Menmoch il diavolo, di Anne Rice.

    • Mi sono fermato al libro prima di Menmoch. Pensavo più a Paradise Lost di Milton, all’epoca.

      • Non lo conosco. Probabilmente hai fatto una scelta che, nonostante fondata su basi sensate (anche a me è giunta voce che quelli tra Menmoch e i primi non siano un granché, soprattutto il ladro di corpi che ho evitato), forse non è stata molto fortunata. È interessante, considerando che appunto viene raccontata questa “lotta” tra bene e male che si confondono.

      • …Non conosci Paradise Lost?

        ‘nyway, fu un tentativo

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