Archivi del mese: dicembre 2011

Risveglio

E dopo aver trascorso quattro giorni in un’ovattata atmosfera, questo pomeriggio c’è stato il brusco risveglio.

Un risveglio che ti colpisce come un pugno in pancia. Come una secchiata d’acqua gelida. Sono stati quattro giorni sospesi, quelli appena trascorsi (contando anche oggi). Quattro giorni in cui la necessità di andare avanti ha convissuto con il dolore della perdita.

Dolore della perdita che, oggi, è esploso in tutti. Ed io ero lì, impotente e incapace di fare qualsiasi cosa. Ho guardato piangere mio zio, ho guardato piangere mia mamma, ho guardato piangere mio nonno e ho guardato piangere mia sorella. A poco sono serviti gli abbracci, le parole consolanti di chi è venuto prima della chiusura della bara.

La cerimonia è stata sobria. Le gambe mi hanno tremato tutto il tempo. Era uno spasmo incontrollabile e ripetuto, tant’è che per qualche istante ho pensato che avrebbero ceduto. C’erano sia i parenti, sia gli amici, sia i vicini. Eravamo tutti stretti per un ultimo abbraccio. Fortunatamente, non eravamo soli nemmeno noi. In questi giorni siamo sempre stati sostenuti e, quindi, colgo l’occasione per ringraziare (anche se non leggeranno) tutti quelli che hanno partecipato.

Dal canto mio, non ho pianto. Non ci sono riuscito. In compenso, col trascorrere della giornata e della cerimonia, mi sono sentito svuotato. La perdita ha lasciato un enorme vuoto che, soltanto col passare del tempo, potrà essere parzialmente colmato.

E come disse il mio amico Zeno

Il vuoto, paradossalmente, rende tutto più piccolo

Cya

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Poche righe, un addio.

Vorrei essere qui per dire quattro stronzate come al solito, ma oggi non succederà.

Circa due ore fa, è venuta a mancare mia nonna. Non stava bene già da parecchio tempo e, in nottata, ha avuto un arresto cardiocircolatorio. Dire che abbia smesso di soffrire potrebbe sembrare la solita frase fatta, ma se l’aveste conosciuta, capireste che non è così.

Ci sono miriadi di cose che potrei raccontarvi, su di lei. Episodi buffi, episodi toccanti. Episodi di una vita, vissuta a pieno fino a circa un anno e mezzo fa. Potrei farlo, ma non lo voglio fare. Sono cose tra me e lei. Cose nostre.

Quanto successo oggi non era inatteso. In fondo, un po’ tutti, sapevamo in che condizioni era. Persino i medici ci avevano detto che era questione di giorni. Ironia della sorte, è toccato proprio alla vigilia di un non-natale.

Una piccola consolazione (per noi) è il fatto che se ne sia andata, circondata dal calore e dall’affetto dei parenti, che le sono sempre stati vicini.

Boh, in realtà non so che altro dire. Non credo in una vita ultraterrena, o comunque, non a quella cristiana. Che i Campi Elisi l’accolgano, allora. E che possa gioire come ha fatto in vita.

Ciao nonna.

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Non mi resta che sperare…

L’Italia si spezza:
I Ricchi che dovrebbero pagare di più, non lo fanno (Anche a causa dei veti più o meno espliciti del PdL, in materia)
La gente normale si ritrova a dover fronteggiare rincari che colpiscono i beni di consumo e i redditi (aumento dell’Iva, ICI reintrodotta, aumento delle bollette e della benzina).
I Parlamentari che non vogliono tagliarsi lo stipendio o meglio, lo faranno quando vorranno (ultimo aumento di stipendio risale all’anno scorso mi pare).
I lavoratori vengono martoriati da una riforma previdenziale che prevede lo slittamento dell’età pensionabile ad anni 62 e la cancellazione della pensione di vecchiaia. Sempre loro vedono il tanto sudato posto di lavoro messo a rischio da una controversa riforma dell’articolo 18.
I pensionati si vedono le pensioni congelate oltre la soglia di 1.400 €.
Berlusconi afferma che l’attuale premier, Monti, sia disperato.
Il PD potrebbe (strano ma vero) salire al governo, staccando la spina del Disperato Monti.
La Lega, dopo anni di nullafacentismo, si riscopre partito di lotta. Bossi definisce Berlusconi un comunista.
Nel frattempo, L’Unione Europea, raggiunge l’accordo su una politica fiscale comunitaria. Le borse arrancano, alternando alti e bassi. Lo Spread pare sulle montagne russe: Sale, scende, sale, scende e così via.
Sempre l’UE vede una frattura al suo interno, con la fuoriuscita dell’Inghilterra e la rottura tra Cameron e Sarkozy.

E mentre accade tutto questo, non posso fare a meno di rendermi conto che tutte queste persone, seppure diverse tra loro, hanno qualcosa in comune. Fanno parte del 99,98% della popolazione che rappresenta un cancro per sé stessa e per l’intero pianeta. Quella che può sembrare un’affermazione ingiusta, generalizzata o ancora peggio una provocazione da parte mia, però, risponde ad una triste realtà.

Il cancro uomo è la cellula impazzita che, proprio come la malattia, contamina territori vergini e sani. Si espande, si riproduce e, soprattutto, consuma. Quando poi non c’è più nulla da consumare, non resta altro che un ambiente morente. Null’altro che distruzione. Siamo sette miliardi di persone che consumano risorse limitate. E siamo in continua crescita. Una crescita quasi inarrestabile che colpisce soprattutto i paesi poveri, quelli meno sviluppati. Perché, come ben sapete, l’uomo ha il brutto vizio di essere vittima e carnefice di sé stesso. Ci sono pochi paesi in cui la ricchezza è accumulata in quantità abnormi e molti paesi in cui, invece, non si riesce a sopravvivere. Intere nazioni sotto la soglia di povertà, in cui le risorse e le ricchezze scarseggiano e sono controllate da pochi.

L’uomo, infatti, oltre ad essere la malattia è anche il malato. Nei paesi ricchi, la malattia colpisce un po’ tutti, indiscriminatamente. Più si ha, più si vuole. Tutti rincorrono una condizione sociale migliore e, questo, porta all’egoismo. Egoismo, ricerca della ricchezza, della fama e consumismo vengono presentate e rilette sotto una chiave positiva grazie ai film, ai telefilm e ai reality show. L’apparire conta molto più dell’essere. Il dimostrare di poter ricoprire un certo status sociale ed avere degli stili di vita elevati, nonostante i ritmi frenetici siano dannosi, è l’obiettivo ultimo. E così facendo, ci si dimentica di tutto ciò che ci circonda. Si perde di vista il mondo reale, con le sue reali problematiche. Ci culliamo in un falso senso di sicurezza. Sono ben conscio che questo possa sembrare buonismo spicciolo e della peggior specie ma, le popolazioni agiate, sono andate incontro ad una progressiva standardizzazione, cadendo nella mediocrità. Pur esaltando l’individuo, la società odierna, lo rende schiavo. Lo infetta sempre più profondamente.

Gli uomini che abitano nei paesi più poveri, invece, sono affetti da un male diverso. Pochi ricchi tiranneggiano su intere nazioni e, nemmeno chi potrebbe e dovrebbe intervenire, non fa nulla. Ci si uccide a vicenda perché si ha delle origini etniche piuttosto che altre. Si combatte per ottenere il controllo sulle poche risorse che il territorio offre. Risorse che verranno poi vendute ai migliori offerenti esteri. E, mentre questa piccola parte continua a portare avanti i propri progetti, la stragrande maggioranza della popolazione giace in condizioni disagiate. Non hanno cibo, non hanno medicine e non hanno alcun tipo di sicurezza. Mentre nel nord del mondo si continuano a sprecare e bruciare risorse, il sud è impantanato nell’arretratezza, nelle lotte intestine. Qual è la soluzione a tutto questo? Qual è la cura per il male umanità e il male che affligge l’umanità?

Purtroppo, a meno che un qualche essere divino decida di intervenire, si può fare ben poco. Inutile cercare attenuanti di sorta. Non ce ne sono. L’uomo è entrato in un circolo vizioso da cui non vi è più via d’uscita. Un circolo vizioso che porterà alla distruzione degli ecosistemi (già iniziata), a rendere la terra un posto inadatto ad ospitare la vita e, alla fine, all’estinzione dell’uomo stesso. Una flebile speranza di redenzione c’è, ma va subito intrapresa una via che consenta di vivere con un impatto ambientale minimo, il modo di vivere andrebbe completamente rivoluzionato. La corsa al profitto dovrebbe essere subalterna ad attività che non ledano agli altri e ciò che ci circonda. Se ciò non accadrà, non mi resta che sperare che, un giorno:

Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo  fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile… Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto sarà massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie”

Cya.

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Scrivere è come…

Era un post che dovevo scrivere già tempo addietro ma, alla fine, ho sempre rimandato per mancanza di voglia (Shame on me).  Detta questa terribile e scioccante verità, passiamo all’articolo vero e proprio (cercherò di essere breve)

L ‘arte della scrittura è stata paragonata a tante cose: al sognare, al viaggiare, al baciare, al dipingere e così via…Ma l’uguaglianza che calza pennello è quella con il cagare.
Non fraintendetemi, non sto scherzando, penso davvero che scrivere sia come cagare e, ora, vi illustrerò i motivi per cui faccio questa affermazione.

Prima di addentrarmi nella spiegazione è necessaria una piccola premessa: come tutti noi sappiamo, esistono diverse categorie di defecatori. Categorie che possono essere raggruppate in tre grandi insiemi:

– I regolari: Cagano tutti i giorni e, spesso, alla stessa ora. Sono abitudinari e si sforzano relativamente poco. La regolarità intestinale, di solito dura poco se non si segue una dieta ben precisa o se ci si ammala.
– Gli stitici: Si siedono sul cesso e si sforzano, si sforzano, si sforzano per partorire (quando va bene) un stronzettino microscopico che, dal water, li deride prima di sparire nello scarico. Ma quelli sono già grandi risultati dato che, il più delle volte, a far compagnia allo sforzo c’è il nulla più assoluto. Subito dopo il periodo di stitichezza, però, arriva la bomba ovvero…
– I Diarroici: Quante volte dopo un lungo periodo di stitichezza si arriva sul cesso con dolori lancinanti alla pancia e ci si lascia andare ad una sana e liberatoria cagata? Ed è qui che si scopre che la sana cagata, in realtà, è un’inarrestabile valanga di merda di stato non ben precisato che sembra inarrestabile. Talmente inarrestabile che sentite la mancanza della stitichezza che fino a poco fa odiavate…Vorreste fermarvi, ma i vostri intestini si svuotano continuamente e senza sosta, facendovi maledire tutti gli dei noti e non.
La cosa peggiore è, però, quando si passa da regolari a diarroici: darete sempre la colpa a quel manicaretto squisito che, per ingordigia o stupidità, avete comunque mangiato anche se sapevate benissimo che vi avrebbe fatto quell’effetto. Il copione, poi, non cambia. Maledizioni e bestemmie, in attesa di tornare ad essere persone normali, anche se sapete che non tornerete più quelli di una volta…Se non dopo un po’ di tempo.

Ogni persona normale, durante la sua vita, fa parte di questi tre insiemi almeno una volta per i motivi più disparati: vuoi che si sia mangiato troppo, vuoi che si segua una dieta regolare, vuoi che ci si prenda qualche malanno.

Bene, a questo punto, vi starete chiedendo che cazzo c’entri il cagare con lo scrivere e, dopo le poche righe di cui sopra, mi inoltro in una spiegazione che spero appaia lineare su “carta” come lo è nella mia mente (il che, probabilmente, significherà che non si capirà un cazzo…Ma, vabbè, amen).

Lo scrittore (che lo faccia per mestiere o che lo faccia per passione), durante il suo lavoro si ritrova ad attraversare diverse fasi. Fasi in cui ci si blocca, fasi in cui ciò che si scrive viene da sé e fasi in cui si scrive, si scrive, si scrive senza arrivare ad una conclusione. I casi qui elencati sono facilmente accoppiabili alle categorie di cagatori sopra elencati, ma andiamo con ordine:

– Lo scrittore regolare: riesce ogni giorno a ritagliarsi un po’ di spazio per scrivere e sa quello che vuole scrivere. Così come chi va di corpo regolarmente, spesso e volentieri è un abitudinario che tutti i giorni qualcosina riesce a scriverlo. Lo fa senza fatica e, raramente, si ritrova ad aver scritto lunghissimi papiri senza aver concluso nulla. Il regime di regolarità di uno scrittore può essere più o meno duraturo ma, come in molti sanno, per quanto a lungo possa durare prima o poi finirà.
– Lo scrittore stitico: La stitichezza in uno scrittore può colpire in tre momenti diversi:
a) L’inizio: Avete la storia in mente, ma non sapete come iniziarla. Iniziate a scrivere. Vi fermate. Cancellate. Rincominciate di nuovo. Vi fermate. Cancellate ancora. Ogni tentativo è sempre più frustrante, più avvilente e per quanto ci proviate non vi convince nulla. Proprio come lo stitico, tutti gli sforzi che fate danno vita solo a tante graziose scorregge che non vi soddisfano e non vi servono a niente. Assolutamente a niente.
b) A circa metà storia: L’inizio è andato bene, avete sorpassato uno dei tre scogli e sapete bene di starvi avvicinando al giro di boa. Giro di boa che non sempre si riesce a passare incolumi. Il giorno prima siete ancora uno scrittore regolare. Il giorno dopo vi trovate di fronte alle ultime righe da voi scritte e pensate “E adesso? Come cazzo vado avanti?”. Il brutto di queste situazioni è che, spesso, avete in mente anche come proseguire la storia, non fosse per quel pezzo che, ostinatamente, non si decide a venirvi. Anche qui vi sforzate, vi incazzate e riprovate fino allo sfinimento e, alla fine, scoraggiati vi ritrovate con quasi nulla in mano (quando va bene) e sempre più convinti a lasciar perdere. Questa è, probabilmente, la stitichezza letteraria più fastidiosa che ci sia. Quanti scritti sono stati accantonati per una cosa del genere? Meglio non saperlo. La consolazione potrebbe essere il microstronzo di cui si parlava sopra (in questo caso, le poche righe partorite) che non vi soddisfano ma sono il meglio che siete riusciti a partorire.
c) La fine: Siete tranquilli, sapete che vi manca poco a finire lo scritto e proseguite senza troppi intoppi quando, all’improvviso, vi sentite spaesati. Sapete che quelle poche righe che mancano sono le ultime eppure il vostro cervello è più vuoto di un concerto di una cover band di Vasco Rossi o di Internet senza porno. Pensate che sia solo un momento e decidete di rimandare. Passa un giorno e non vi preoccupate, continuate a rimandare. Passa il secondo giorno e sorridete, pensando che sia un momento e che passerà. Due settimane dopo siete in crisi. Ogni qualvolta provate a scrivere quelle maledette ultime righe, vi trovate a sbattere contro lo stesso muro ancora, ancora e ancora. Siete come quegli stitici che si trovano sul cesso coi crampi e spingono, spingono, spingono e quando sono ad un passo dalla meta si accorgono di star per fare l’ennesima loffa e si scoraggiano, desiderano morire…o farsi vedere da uno specialista, ma uno bravo, però.
Ma non si può esser stitici per sempre e quindi….
– Lo scrittore diarroico: al contrario del defecatore, difficilmente uno scrittore regolare può diventar diarroico, per questo di solito si osserva il passaggio “scrittore regolare – scrittore stitico – scrittore diarroico”. Il blocco che vi teneva fermi sempre allo stesso maledettissimo punto svanisce e vi ritrovate a scrivere, scrivere, scrivere, scrivere…Insomma, un mare di parole che non sembra voler finire più. Ad un certo punto, però, vi rendete conto che questo continuo scrivere vi sta portando fuori strada, ma una vocina dentro di voi vi dice “lascia perdere, in qualche modo sistemerai tutto alla fine, non ti fermare” e, immancabilmente, le date retta. Quando, finalmente, l’attacco di diarrea creativa termina vi rendete conto che tre quarti di quanto avete scritto o non c’entra assolutamente un cazzo col resto oppure è completamente da rivedere. E quindi partono le bestemmie perché avete dato retta a quella vocina e, soprattutto, non avete saputo fermarvi.  La stessa cosa succede ai diarroici. Sapevano che quello che stava per succedere gli sarebbe costato fatica e dolore. Sapevano di aver sbagliato a dare retta alla vocina interiore che li aveva spinti a mangiare il manicaretto incriminato oppure sapevano i rischi che correvano a fare quella determinata cosa eppure, nonostante tutto, l’hanno fatta, ritrovandosi in una situazione che dovranno sistemare con molto tempo e calma.

Ecco, più o meno, ho illustrato le somiglianze che ci sono tra la nobile arte della scrittura e la meno nobile arte del defecare. Molti di voi storceranno il naso di fronte a questo articolo. Ma, ritrovandovi davanti ad un foglio mentre scrivete o sul cesso durante una cagata, se doveste pensare a questo mio lungo (più lungo di quanto credessi, quasi diarroico) articolo, potreste riuscire a scorgere la realtà nascosta dietro alle mie parole.

Tl;Dr: Lo scrivere è paragonabile in gran parte al cagare, questa è la verità.

Con questo, concludo. Buona scrittura e buona cacca a tutti.

Cya.

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