Archivi del giorno: 19/02/2012

Rainy Night

Due cosette rapide rapide:

1) Questo è il prequel di Pioggia
2) Mentre lo leggete dovreste ascoltare questo e questo

Ed ora, bando alle ciance e godetevi il racconto.

Mi accendo una sigaretta. Sto cercando di smettere, ma con scarsi risultati. Alla parete, in bella vista, c’è il divieto di fumare. Nessuno però lo rispetta. Il locale è pieno dell’odore denso del fumo di sigari e sigarette. Mi guardo intorno annoiato. La band che dovrebbe suonare durante la serata sta preparando gli strumenti e l’attrezzatura.
Il proprietario del bar, un vecchio con aria annoiata, è dietro il bancone e pulisce svogliatamente alcuni boccali. Il vociare della clientela riempie l’intero locale. Di tanto in tanto, qualche avventore, entra infreddolito e col giubbotto bagnato dalle gocce di pioggia che, incessanti, picchiettano sui vetri. Più volte, una cameriera con fare ammiccante si è avvicinata chiedendomi se volessi prendere qualcosa da bere. Probabilmente, dalle occhiate che mi lancia continuamente, vorrebbe darmi qualcosa in più di una birra. La osservo: è una ragazza giovane, non avrà più di vent’anni. Il seno è sodo e ben tornito, le gambe lunghe. Probabilmente, dato il fisico, avrà praticato qualche sport. Eh già, è giovane, tanto giovane.
Mi chiedo cosa facessi io alla sua età. Se, anche io ero come lei. Sbuffo un po’ di fumo e sorrido al ricordo dei miei vent’anni: un giovane di belle speranze che non aveva capito nulla del mondo, della vita. Mi sembra che sia passata un’eternità. Spengo la sigaretta nel posacenere lasciato sul tavolo, mentre continuo a riflettere sulla mia gioventù ormai andata. Vengo strappato da qui pensieri quando la porta si riapre. Entra una donna. Indossa un lungo cappotto nero e una sciarpa dello stesso colore. Si guarda intorno, scrutando tra la gente seduta ai tavoli e, senza bisogno che faccia alcun gesto, il suo sguardo incontra il mio. La osservo farsi largo tra i presenti fino ad arrivare al mio tavolo. Si toglie il cappotto e la sciarpa, mettendo in mostra un tubino nero che fa risaltare il suo fisico pressoché perfetto. I lunghi capelli neri, ora liberi dall’impedimento rappresentato dalla sciarpa, le scivolano lungo il viso, coprendo la parte alta della schiena. La carnagione pallida, in netto contrasto con gli abiti scuri, risalta particolarmente. Le labbra sono dipinte appena di un rosso cupo. Gli occhi grigi sono freddi. “Con quale coraggio mi richiami adesso?” La voce musicale e sensuale, solitamente morbida, è fredda, dura. Le porgo una sigaretta che lei prende. Gliela accendo. La osservo fumare per qualche istante. Quando allontana la sigaretta dalle labbra, noto che è rimasto il segno del rossetto sulla cicca.  “Suvvia, non sarai ancora arrabbiata per quella storia, no?” Prendo un’altra sigaretta per me. Per questa sera, i buoni propositi sono accantonati. “L’ho fatto solo per lavoro, nulla di personale.” Aspiro la prima boccata e sbuffo il fumo verso l’alto. Lei riporta la sigaretta alle labbra con un gesto elegante.  “Niente di personale, eh? Lo hai fatto per lavoro… Mi chiedo cosa mi abbia spinto a volerti vedere di nuovo.” La band attacca col primo brano. Musica Jazz. In questo momento, questo bar sembra essere piombato negli anni del Proibizionismo, a cavallo tra gli anni venti e trenta. Mi aspetto di veder comparire, da un momento all’altro,  i poliziotti per un retata contro le bische clandestine e la vendita dell’alcol. “Il fatto che te lo abbia chiesto gentilmente non è già un buon motivo?” Mi fulmina con un’occhiataccia. Alzo le mani in segno di resa. “Va bene, eviterò queste battute” “Allora, cosa vuoi?” chiede lei. La guardo negli occhi per qualche secondo e poi sospiro appena, mentre faccio cadere un po’ di cenere dalla sigaretta nel posacenere. “Voglio chiederti scusa. Sì, più o meno è per questo che ti ho chiamato qui.” La donna mi guarda stupita, quasi incredula.  “Sono sei anni che ti conosco e non ti ho mai sentito chiedere scusa. O meglio, pensavo di conoscerti.”
Resto in silenzio, dopo quelle parole. È vero, sono sei anni che tra alti e bassi, io e lei tiriamo avanti il nostro rapporto. Sì, l’unico modo per definire quello che c’è tra me e lei è la fredda parola “rapporto”. Siamo amici? Siamo amanti? Non lo so più. Entrambi, però, cerchiamo di rifuggire dalla tetra solitudine in cui ci troviamo, facendoci compagnia. Facendoci del male.
“Il fatto che tu non mi abbia sentito farlo, non significa che io non l’abbia fatto. Comunque, l’ultima volta mi sono comportato da stronzo. Non avrei dovuto…”Silenzio. Riporto la sigaretta alla bocca. “Non avrei dovuto usarti, ecco.” Lei sorride appena. “Sono sei anni che tu mi usi. E io da sei anni, come un’idiota, aspetto che tu mi faccia capire qualcosa. Un gesto, una frase… E poi, vengo a scoprire che l’ultima volta mi hai scopato solo per ottenere delle informazioni. Non pensi che abbia già sofferto troppo? E adesso? Mi chiami qui per scusarti. Forse avresti dovuto pensarci prima, non credi?” La guardo per qualche secondo, prima di risponderle.  “Lo so. Hai perfettamente ragione, ma non ero e non sono ancora pronto ad impegnarmi. Non penso faccia parte della mia natura. Sei la donna che si è avvicinata di più al ruolo di “fidanzata” nella mia vita e, probabilmente, a modo mio ti ho amata e ti amo. Ma se ti ho chiamato oggi, non è per dirti questo.” La musica fa da sottofondo a questa discussione. Noi, come tutti gli altri avventori, siamo impegnati nel parlare di affari o dei fatti propri. “E allora, perché mi hai chiesto di vederti e poi, perché proprio qui?” Le sorrido appena. “Perché è qui che è iniziato tutto. Qui ci siamo conosciuti ed è qui che…”  Adesso che è arrivato il momento di dirle il vero motivo per cui l’ho chiamata, la gola mi si secca. È la scelta più giusta? Anche in questo momento, non ne sono convinto. Ma non posso, non devo aver ripensamenti.
“Ed è qui che… cosa?” Chiede lei, guardandomi sospettosa. Sospiro appena. “Ed è qui che finisce. Ti ho già fatto soffrire troppo. Tu vuoi cose che io non posso, o meglio, non voglio darti. Mi sembra inutile andare avanti a prenderti in giro in questo modo. Questo è tutto.”
Le ultime note della canzone si spengono insieme alla mia voce. Prima che lei possa dire o fare qualcosa ho già guadagnato la via dell’uscita.
La pioggia mi frusta con violenza il volto. Mi incammino verso la macchina le tenebre della notte mi cingono in un confortevole abbraccio. Come sei anni prima.

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Pioggia

Prese l’accendino e si accese una Marlboro. L’unico rumore era il ticchettio regolare e ritmato della pioggia contro il parabrezza. Fumo grigio si diffondeva nell’abitacolo. L’unico segno che qualcuno fosse in macchina era un puntino rosso che indicava il lento ed inesorabile consumarsi della sigaretta. Nonostante fosse sabato sera, in quella zona residenziale, circolavano poche macchine. Al loro passaggio la strada bagnata veniva illuminata dai fanali. Guardò di nuovo l’orologio sul cruscotto. Due e un quarto. La sua mente divagò in ricordi che parevano appartenere ad un’altra vita. Ad un’altra persona. Si era ripromesso di non farlo ma non poté fare a meno di pensare all’ultima volta che aveva visto quella persona. Si erano detti addio. Poteva ancora ricordare il locale affollato, l’odore di sigarette e di alcol e i suoi occhi gelidi. Ricordava anche la canzone che stavano suonando mentre parlavano. Ricordava la sua rabbia, la sua diffidenza e, alla fine, ricordava anche la sua sofferenza. E adesso, lui era lì, ad aspettarla. Ironia della sorte, anche in quel momento pioveva. La pioggia era stata una fedele compagna per ogni momento importante della loro vita. Tutto era iniziato in un pomeriggio autunnale, grigio e piovoso. Tutto sembrava esser finito in una fredda serata invernale. Gli sembrava ancora di poter sentire le fredde gocce di pioggia sferzargli il viso con cattiveria. Fu strappato dai suoi pensieri dal rumore di una macchina. Non era quella che stava aspettando e così tornò ad immergersi nei ricordi. Ricordi di un tiepido sole primaverile e di un giardino in fiore. Lui era seduto su una panchina e stava leggendo un giornale con aria annoiata, l’altra persona invece era seduta sull’erba. I capelli ebano, ben curati, assorbivano tutti i raggi del sole. Gli occhi celesti erano socchiusi. Sul viso era dipinta un’espressione deliziata. Gli uccellini trillavano allegramente, intrecciandosi in aria. Disegnando arabeschi complicati, quasi impossibili da seguire. Gli sembrava quasi di poter sentire il profumo dell’erba e dei fiori, il ronzare delle api e le risate argentine ed innocenti dei bambini che giocavano poco distanti. Probabilmente, quello, era uno dei momenti più belli che avevano passato insieme. Momenti relegati ad un passato lontano, che mai più sarebbe stato. Quell’ultima considerazione gli fece storcere la bocca in un sorriso amaro. Guardò l’orologio. Erano le due e trentasette. Da lì a dieci minuti, sarebbe arrivata la persona che aspettava. Aveva studiato a lungo gli orari dei suoi spostamenti e le sue abitudini. Sapeva chi frequentava e dove andava. Sapeva tutto di lei. Faceva parte del suo lavoro. Anzi, era la parte minima del suo lavoro. Solitamente, sarebbe stato scosso da una forte frenesia, dall’adrenalina. Non quella volta però. Per quanto si fosse imposto di separare il lavoro dalla vita privata, quella volta gli era impossibile. Si sgranchì i muscoli anchilosati dallo star troppo seduto e poi tornò a guardare la strada, in attesa. Passò una macchina e il suo cuore perse un battito. Il momento d’agire, però, non era ancora giunto. Altre tre volte ci fu un falso allarme. Un desiderio inconscio che la persona non arrivasse, si impadronì di lui. Sapeva che era irrazionale voler una cosa del genere, eppure, dentro di lui non poteva fare a meno che sperarci almeno un po’. Fu allo scoccare delle tre che la macchina si fermò davanti ad un vialetto ben alberato. Dalla vettura scesero due persone. Una era il bersaglio, l’altra era il suo accompagnatore. I due si salutarono in modo amichevole sulla soglia di casa dell’obiettivo. Una volta allontanatasi la macchina, decise di entrare in azione. Abbandonò il confortevole calore dell’abitacolo per essere colpito da una fine e gelida pioggerellina. Attraversò la strada di corsa stando ben attento a non farsi notare, più che per abitudine che per una vera e propria precauzione. Arrivato di fronte alla porta di casa, perfettamente colorata di bianco, estrasse un paio di chiavi. Era riuscito a prenderne lo stampo durante una delle sue tante sessioni di raccolta informazioni. Fece scattare la serratura e la porta si aprì, girando su cardini ben oleati. I ricordi minacciarono di assalirlo, ma non era quel il momento adatto. Si richiuse la porta alle spalle e tese l’orecchio. Per fortuna, quella persona, viveva da sola. Udì lo scorrere dell’acqua, ma prima di salire le scale si assicurò che l’obiettivo non fosse in camera. Una volta sicuro di ciò, si mosse velocemente e cercando di evitare il minimo rumore. Aveva lasciato il giubbotto e le scarpe bagnate di fronte alla porta, in corridoio, al piano di sotto. Indossò un paio di guanti di pelle nera e aprì la porta della stanza. Nell’angolo più lontano dalla porta, in prossimità della finestra, c’era una sedia su cui erano appoggiati dei vestiti. Li spostò sul letto e si sedette, rimanendo circondato dall’oscurità. Venti minuti dopo, l’acqua si spense ed un aroma floreale si sparse per la casa. Sentì la voce dell’obiettivo avvicinarsi, canticchiava un motivetto triste, quasi sovrappensiero. La luce nella stanza si accese. Gli occhi dell’uomo, abituati al buio, ci impiegarono un paio di secondi per abituarsi alla nuova illuminazione. La persona che stava aspettando si accorse di lui e rimase immobile per qualche secondo, sorpresa. Poi, con voce sorpresa chiese “Tu?”. L’uomo sorrise appena e disse “Io”. I due si guardarono a lungo, studiandosi a vicenda. Il primo a distogliere lo sguardo, fu l’obiettivo. “Come diavolo sei entrato?”. Silenzio. “E cosa ci fai qui?”. Di nuovo silenzio. “Allora, vuoi rispondermi?”. La voce del bersaglio si stava alzando. L’uomo guardò nella sua direzione ancora qualche istante e alla fine disse “Sasha, dovresti sapere benissimo che per me non è un problema entrare qui”. Sasha rimase in silenzio. I lunghi capelli corvini, bagnati, le ricadevano disordinatamente sulla schiena, sul viso. Le labbra sensuali erano tese. I suoi occhi erano di un gelido grigio. Parevano quasi spilli di ghiaccio. Sembravano leggergli dentro. “Non mi hai risposto” disse lei, con la voce sensuale resa distaccata dal tono freddo con cui parlava. L’uomo sospirò “Sai benissimo anche perché sono qui”. Lei fece un passo indietro, verso la porta “Non ti servirà a nulla scappare” disse lui. Lei si fermò e scosse il capo “Speravo davvero che tu fossi uscito dalla mia vita”. Quelle parole lo ferirono, nonostante tutto il distacco che si era imposto “Lo speravo anche io” mormorò, con voce appena udibile. Si alzò ed estrasse una pistola “Però, purtroppo, sai troppe cose e sei diventata pericolosa per me e per l’organizzazione” Lei sorrise. Un sorriso carico di sfida. Persino in quei momenti, non c’era paura in lei “E quindi hanno mandato te. Dovrei essere onorata dal fatto che sia stato mandato il loro miglior boia, dunque”. Fu l’uomo a sorridere, stavolta. Era un sorriso triste. “Se potessi, lo eviterei”. Lei emise una sorta di ringhio e disse “Sbrigati a fare quello che devi, bastardo. Mi hai già spezzato il cuore una volta, non credo tu abbia problemi a farlo di nuovo”. Premette il grilletto una sola volta. Un colpo diretto al cuore.
Uscì dalla casa dopo aver cancellato ogni traccia del suo passaggio. La scomparsa di Sasha avrebbe fatto molto rumore.

Due settimane dopo quella notte, l’uomo ricevette una lettera. Fu stupito dal fatto che qualcuno fosse riuscito a recapitargliela. Per qualche istante soppesò la busta con sguardo indagatore. Poteva esserci dentro dell’antrace, oppure poteva essere avvelenata. Per il lavoro che faceva, si era fatto fin troppi nemici e ne era conscio. Dopo qualche altro secondo di indecisione aprì la busta ed estrasse un foglio. La lettera era vergata in una calligrafia a lui famigliare. Era semplice e breve.

“Sanno cos’hai fatto. Sanno chi sei. Sanno come lavori. Sanno dove ti nascondi. Ti cercheranno, ti troveranno e si vendicheranno per il tuo tradimento. Sei un idiota.

 ❤ S.”

 L’uomo sorrise e prese la pistola. Anche lui sapeva chi erano, come lavoravano e cosa avevano fatto. Ma non c’era alcun bisogno che fossero loro a cercare lui. Sarebbe stato lui a trovare loro per chiudere i conti, una volta per tutte.

Il suo ultimo pensiero fu per lei. Si chiese se in quel momento lei era al sicuro e stava bene.

Uscì dalla casa e si allontanò. Aveva iniziato a piovere.

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