Rainy Night

Due cosette rapide rapide:

1) Questo è il prequel di Pioggia
2) Mentre lo leggete dovreste ascoltare questo e questo

Ed ora, bando alle ciance e godetevi il racconto.

Mi accendo una sigaretta. Sto cercando di smettere, ma con scarsi risultati. Alla parete, in bella vista, c’è il divieto di fumare. Nessuno però lo rispetta. Il locale è pieno dell’odore denso del fumo di sigari e sigarette. Mi guardo intorno annoiato. La band che dovrebbe suonare durante la serata sta preparando gli strumenti e l’attrezzatura.
Il proprietario del bar, un vecchio con aria annoiata, è dietro il bancone e pulisce svogliatamente alcuni boccali. Il vociare della clientela riempie l’intero locale. Di tanto in tanto, qualche avventore, entra infreddolito e col giubbotto bagnato dalle gocce di pioggia che, incessanti, picchiettano sui vetri. Più volte, una cameriera con fare ammiccante si è avvicinata chiedendomi se volessi prendere qualcosa da bere. Probabilmente, dalle occhiate che mi lancia continuamente, vorrebbe darmi qualcosa in più di una birra. La osservo: è una ragazza giovane, non avrà più di vent’anni. Il seno è sodo e ben tornito, le gambe lunghe. Probabilmente, dato il fisico, avrà praticato qualche sport. Eh già, è giovane, tanto giovane.
Mi chiedo cosa facessi io alla sua età. Se, anche io ero come lei. Sbuffo un po’ di fumo e sorrido al ricordo dei miei vent’anni: un giovane di belle speranze che non aveva capito nulla del mondo, della vita. Mi sembra che sia passata un’eternità. Spengo la sigaretta nel posacenere lasciato sul tavolo, mentre continuo a riflettere sulla mia gioventù ormai andata. Vengo strappato da qui pensieri quando la porta si riapre. Entra una donna. Indossa un lungo cappotto nero e una sciarpa dello stesso colore. Si guarda intorno, scrutando tra la gente seduta ai tavoli e, senza bisogno che faccia alcun gesto, il suo sguardo incontra il mio. La osservo farsi largo tra i presenti fino ad arrivare al mio tavolo. Si toglie il cappotto e la sciarpa, mettendo in mostra un tubino nero che fa risaltare il suo fisico pressoché perfetto. I lunghi capelli neri, ora liberi dall’impedimento rappresentato dalla sciarpa, le scivolano lungo il viso, coprendo la parte alta della schiena. La carnagione pallida, in netto contrasto con gli abiti scuri, risalta particolarmente. Le labbra sono dipinte appena di un rosso cupo. Gli occhi grigi sono freddi. “Con quale coraggio mi richiami adesso?” La voce musicale e sensuale, solitamente morbida, è fredda, dura. Le porgo una sigaretta che lei prende. Gliela accendo. La osservo fumare per qualche istante. Quando allontana la sigaretta dalle labbra, noto che è rimasto il segno del rossetto sulla cicca.  “Suvvia, non sarai ancora arrabbiata per quella storia, no?” Prendo un’altra sigaretta per me. Per questa sera, i buoni propositi sono accantonati. “L’ho fatto solo per lavoro, nulla di personale.” Aspiro la prima boccata e sbuffo il fumo verso l’alto. Lei riporta la sigaretta alle labbra con un gesto elegante.  “Niente di personale, eh? Lo hai fatto per lavoro… Mi chiedo cosa mi abbia spinto a volerti vedere di nuovo.” La band attacca col primo brano. Musica Jazz. In questo momento, questo bar sembra essere piombato negli anni del Proibizionismo, a cavallo tra gli anni venti e trenta. Mi aspetto di veder comparire, da un momento all’altro,  i poliziotti per un retata contro le bische clandestine e la vendita dell’alcol. “Il fatto che te lo abbia chiesto gentilmente non è già un buon motivo?” Mi fulmina con un’occhiataccia. Alzo le mani in segno di resa. “Va bene, eviterò queste battute” “Allora, cosa vuoi?” chiede lei. La guardo negli occhi per qualche secondo e poi sospiro appena, mentre faccio cadere un po’ di cenere dalla sigaretta nel posacenere. “Voglio chiederti scusa. Sì, più o meno è per questo che ti ho chiamato qui.” La donna mi guarda stupita, quasi incredula.  “Sono sei anni che ti conosco e non ti ho mai sentito chiedere scusa. O meglio, pensavo di conoscerti.”
Resto in silenzio, dopo quelle parole. È vero, sono sei anni che tra alti e bassi, io e lei tiriamo avanti il nostro rapporto. Sì, l’unico modo per definire quello che c’è tra me e lei è la fredda parola “rapporto”. Siamo amici? Siamo amanti? Non lo so più. Entrambi, però, cerchiamo di rifuggire dalla tetra solitudine in cui ci troviamo, facendoci compagnia. Facendoci del male.
“Il fatto che tu non mi abbia sentito farlo, non significa che io non l’abbia fatto. Comunque, l’ultima volta mi sono comportato da stronzo. Non avrei dovuto…”Silenzio. Riporto la sigaretta alla bocca. “Non avrei dovuto usarti, ecco.” Lei sorride appena. “Sono sei anni che tu mi usi. E io da sei anni, come un’idiota, aspetto che tu mi faccia capire qualcosa. Un gesto, una frase… E poi, vengo a scoprire che l’ultima volta mi hai scopato solo per ottenere delle informazioni. Non pensi che abbia già sofferto troppo? E adesso? Mi chiami qui per scusarti. Forse avresti dovuto pensarci prima, non credi?” La guardo per qualche secondo, prima di risponderle.  “Lo so. Hai perfettamente ragione, ma non ero e non sono ancora pronto ad impegnarmi. Non penso faccia parte della mia natura. Sei la donna che si è avvicinata di più al ruolo di “fidanzata” nella mia vita e, probabilmente, a modo mio ti ho amata e ti amo. Ma se ti ho chiamato oggi, non è per dirti questo.” La musica fa da sottofondo a questa discussione. Noi, come tutti gli altri avventori, siamo impegnati nel parlare di affari o dei fatti propri. “E allora, perché mi hai chiesto di vederti e poi, perché proprio qui?” Le sorrido appena. “Perché è qui che è iniziato tutto. Qui ci siamo conosciuti ed è qui che…”  Adesso che è arrivato il momento di dirle il vero motivo per cui l’ho chiamata, la gola mi si secca. È la scelta più giusta? Anche in questo momento, non ne sono convinto. Ma non posso, non devo aver ripensamenti.
“Ed è qui che… cosa?” Chiede lei, guardandomi sospettosa. Sospiro appena. “Ed è qui che finisce. Ti ho già fatto soffrire troppo. Tu vuoi cose che io non posso, o meglio, non voglio darti. Mi sembra inutile andare avanti a prenderti in giro in questo modo. Questo è tutto.”
Le ultime note della canzone si spengono insieme alla mia voce. Prima che lei possa dire o fare qualcosa ho già guadagnato la via dell’uscita.
La pioggia mi frusta con violenza il volto. Mi incammino verso la macchina le tenebre della notte mi cingono in un confortevole abbraccio. Come sei anni prima.

10 commenti

Archiviato in Narrativa e poesia

10 risposte a “Rainy Night

  1. Beh questo racconto un po’ mi fa pensare al mio Michael Rosen. C’è una profonda differenza tra la mia e la tua scrittura. Io dico troppo poco (e in modo scarno), lasciando che il lettore ci metta qualcosa di suo. Tu, invece, dici tutto. Mi chiedo come suonerebbe questo racconto se non tutto venisse detto!!! Bellissimo l’accompagnamento musicale della tua Rainy Night.

    • Coso

      Sai che quel racconto non sono riuscito a leggerlo?
      Comunque, sì, sono prolisso anche quando dovrei essere breve quando scrivo racconti. Dono della capacità di sintesi (dato che ti ho) ti invoco per quando scriverò altri racconti!

      • Non mancherò di darti il mio apporto allorquando m’invocherai!😉

        Piesse: tu passami un po’ di analisi qua e là.

  2. se non ora, quando spero di poterlo vedere e vivere di persona e non solo di leggerlo da altrui racconti.

  3. mmm..ma scusa, le prime frasi mi sembrano quelle del libro I 156 GIORNI DELLA NOSTRA SOLITUDINE….

  4. ho sbagliato a scrivere nell’alto commento…è questo il pezzo uguale…te lo dico perche questa fantomatica scrittrice è gia accusata da una ragazza di aver rubato frasi dalla sua pagina di fb ed averci fatto un libro -.-” guarda tu stessa… http://www.facebook.com/photo.php?fbid=206700296095591&set=a.205590356206585.41949.205533606212260&type=1&theater

    • Sono un uomo (x2 x°D) comunque io sto pezzo l’ho scritto un anno/un anno e mezzo fa e fu pubblicato sulla pagina “Una passeggiata dentro di me” che però ha chiuso.
      Più di così non so LOL

  5. Alice

    la ragazza dei 156 giorni dalla nostra solitudine è stata accusata di plagio e in effetti pare proprio che ha copiato.Anche se sono di Ischia come la ragazza in questione provo vergogna per lei e per chi continua ad appoggiarla per fortuna noi ragazzi dell’isola non siamo tutti così:) questa è una delle porcate isolane che non fanno altro che mettere in cattiva luce l’isola….. adesso mi chiedo che scriverà i 156 giorni della mia vergogna ? :)))

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