La monotonia del posto fisso

Ed è con ragionevole ritardo che ritorno qui a scrivere di cose “serie”, prendendo spunto da una polemica nata recentemente a causa delle ultime affermazioni del Presidente del Consiglio Monti sul posto di lavoro a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, mi trovo d’accordo con lui. I motivi? Sono abbastanza semplici e li illustrerò concisamente. Partiamo da alcuni dati di fatto: un tasso di disoccupazione giovanile preoccupantemente alto (tra i più alti in Europa), un’instabilità lavorativa che non dà alcuna garanzia, stipendi decisamente bassi. Come si è arrivati a questi dati di fatto? Per rispondere a questa domanda è necessario fare un breve excursus storico.

Nel 2003, il governo Berlusconi, tramite ddl approvò una riforma del lavoro che all’epoca parve un cambiamento epocale. Tale riforma si basava sul testo della bozza di legge del Professor Biagi (ucciso un anno prima dell’approvazione da un attentato delle BR). Tale legge inseriva una nuova tipologia di contratto che, in teoria, avrebbe dovuto aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo di lavoro: i cosiddetti contratti a progetto. Questi contratti  ben presto soppiantarono i vari contratti di formazione. Le cose, inizialmente, parvero funzionare ma, come è uso e costume in Italia, le aziende fiutata la possibilità di avere un certo margine di guadagno iniziarono ad abusare di tale forma contrattuale. Gli stipendi erano piuttosto bassi, i rinnovi (quando c’erano) venivano effettuati con la stessa forma contrattuale, il posto di lavoro a tempo indeterminato diventava sempre di più un miraggio. Questo “sfruttamento intensivo” dei così detti “co.co.pro” unito alla crisi che, in modo più o meno continuativo, affligge tutto il mondo dal 2007 ha portato, in Italia, alla situazione di cui sopra.

Alla luce di quanto scritto appena prima, è evidente sottolineare che la creazione di queste nuove tipologie di contratto non sia stata accompagnata da un’effettiva riforma dell’intero mercato del lavoro. Riforma che, invece, il Governo Monti vorrebbe effettuare prendendo spunto dal sistema danese. Sistema danese in cui i lavoratori hanno sì, contratti a tempo di lavoro determinato, ma percepiscono una retribuzione maggiore che permetterà a loro di poter “sopravvivere” decorosamente mentre cercano un altro posto di lavoro. Ovviamente, nel sistema danese, trovare un altro lavoro non è un problema. Il lavoratore, oltre a stipendi più alti, gode di una maggiore protezione da parte del sistema che gli permette di allocare la propria abilità rapidamente. Insomma, lì, La flessibilità viene fortemente incentivata e non è vista come un ostacolo, ma come una risorsa fondamentale.

In Italia il processo sarà lento e difficoltoso. Gli italiani non sono persone che accettano di buon grado cambiamenti radicali come quello rappresentato dalla “scomparsa” del posto fisso in favore di un mercato del lavoro flessibile e dinamico che fa storcere il naso ai più. L’obiezione che viene mossa sempre è “Vallo a dire alla banca che il posto di lavoro fisso è monotono/il lavoro dinamico è una risorsa”. Le loro ragioni sono innegabilmente valide, quando fanno questa osservazione eppure…Eppure anche con la situazione odierna il posto di lavoro fisso è ormai scomparso.

Personalmente, preferirei avere dei contratti a termine che permettano di trovare un lavoro senza ritrovarsi con l’acqua alla gola, preferirei avere un mercato del lavoro che mi permetta, in tempi ragionevoli, di rientrare in esso. Preferisco fare lavori diversi, ma lavorare, rispetto al non lavorare affatto. Insomma, se per poter lavorare i primi anni, dovrò rinunciare al posto di lavoro fisso, ben venga questa rinuncia.

Tra l’altro, il cambiare lavoro con una certa frequenza, ha degli innegabili vantaggi:

– Permette di avere svariate esperienze lavorative, in svariati campi.
– Si possono ricoprire più ruoli indifferentemente
– Si è in grado di capire dove le proprie capacità vengono meglio sfruttate e, questo, permette di restringere (col passare del tempo) le cerchie delle possibili scelte ai lavori che più si confanno alle nostre capacità.

Per concludere quindi, mi sento di ribadire: meglio avere un lavoro con scadenze determinate e la sicurezza di rientrare nel mercato del lavoro in tempi ragionevoli che rimanere col sistema attuale in cui, comunque, il posto fisso non esiste e (soprattutto) non vi è la certezza che un posto di lavoro venga trovato se non dopo troppo, troppo tempo.

Con questo, chiudo.

Cya.

3 commenti

Archiviato in Politica & Società, Riflessioni

3 risposte a “La monotonia del posto fisso

  1. Questo post torno a leggerlo più tardi. Cià.🙂

  2. Ti dirò, in Norvegia è più o meno come in Danimarca e mi permetto di approfondire leggermente quanto detto da te:
    – in Norvegia i ragazzi iniziano a lavorare da quando hanno 15/16 anni a fare lavoretti del cazzo che comunque danno soldi: vuol dire che oltre ad avere un introito si rendono utili alla società. Questi lavoretti ovviamente sono a tempo determinato (lavoro d’estate, per esempio)
    – Con questi lavori bisogna andare all’ufficio delle tasse per ottenere una “skattekort” ovvero una “carta delle tasse” dove, in base al reddito annuale, ti viene tolta una certa percentuale: per il norvegese normale, se guadagni meno di 39500 corone circa (intorno ai 5200 euro) annuali non paghi tasse, se no si aggirano intorno al 20%. Ovviamente per i lavori più seri la trattenuta è la tipica scandinava, intorno al 50%.
    – oltre a ciò per i ragazzi che vanno alle superiori lo stato da dei soldi che sono inversamente proporzionali al reddito dei genitori e tengono conto di varie cose come per esempio se ti sei dovuto trasferire per andare a scuola (qua nel Finnmark, dove ci sono comuni da 3000 abitanti, non vale la pena di costruire scuole superiori) e cose del genere. In ogni caso lo stato paga per il computer che si usa per la scuola, alla fine esci dalle superiori con un portatile non fantastico ma comunque degno di rispetto.

    • Grazie per i dati aggiuntivi che non potevo avere se non chiedendoteli (ma mentre lo scrivevo non c’eri) o spulciando google (ed era fuori discussione).

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