Archivi del mese: maggio 2012

Eurovision…

Commenti e impressioni in diretta sulla finale dell’Eurovision finita venti minuti fa.

Russia:
«Dov’è l’inquisizione quando serve ?!»

Islanda:
«Ma perché hanno David Beckham che canta???»

(i commenti all’Italia consistevano su quanto sia pisellabile la Zilli, quindi saltiamo)

Estonia:
«Si sta trasformando in Supersayan… urlando CULAAAAH»

Norvegia:
«Le ballerine ora che gli sono andate vicino sono tutte incinte.»

«S’è fatto una sega col microfono.»

Danimarca:
«È Avril Lavigne»

«Originalissimo come ritmo della canzone, mai sentito. . . »

«Stai scialla! Scialla l’ascèlla!»

Turchia:
«I turchi… non so come definirli… sono kitsch ma non simpatici—»
«Guarda, c’è una parola sola: NAPOLETANI.»

«Ma all’inizio sembrano arabi… poi diventano napoletani, purtroppo!»

«E perché si muovono come i piccioni???»

«Ma ‘sta nave non può affondare?!»

Spagna:
(tutto di fila:)
«Sì questa faceva cagare.
Mi sto già smaronando.
Che palla al cazzo.
Ma perché si strizza le tette?!»
«Per far uscire la voce!»

(durante l’esibizione della Spagna abbiamo contato:
7 strizzate di tetta
1 scoreggia nascosta
1 Altolà il sudore!/Alzata di ascelle)

Germania:
«Non gliel’ha detto nessuno che il cappellino così è gay?»

«Ma si è tatuato i peli sul petto???»

«Dategli una martellata sui coglioni!»

Intermezzo di solidarietà:
«Ma io sono indietro col video!»
«… Cazzi tuoi!»

Malta:
«Ma c’è una vacca? E il dj è gay?»
«Il dj è inutile.»

«Ma solo io prenderei a schiaffi il cantante?»

«Ma a cosa serve il dj? A fare il pagliaccio?»

«Ecco chi sono, sono gli Slipknot di Malta.»

Macedonia:
«Gli altri Nightwish.»

Irlanda:
«È Camelot versione gay!»

«… la fontana è una bruttissima allusione!»

Serbia:
«Tizia abbastanza pregevole che suona il violino.» (sic)

Moldavia:
«Ha cantato “I forgot my lyrics”! Quest’uomo è il mio idolo!!»

«Quel vestito urla:”NON GUARDARMIH!”»

Varie ed eventuali:

«L’inglese è bravo ma è moscio.»
«È Bilbo Baggins!»

«Devi capire che se lo viòli, poi devi sposarlo!»

«Stai zitto o ti cucio la bocca, così devi sbadigliare col culo!»

And the winner is:
«Ma perché il premio sembra un grosso dildone?!»

Si ringraziano la Ammit e il Carnelli

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Vent’anni.

Oggi è la giornata in cui si celebrano i vent’anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e quattro uomini della scorta. Prima di iniziare con l’articolo vero e proprio, scritto da me voglio riportare quanto scritto su “Il Fatto Quotidiano” a riguardo di questo tragico anniversario:

Isolato e “seviziato”, ma non arretrò: per fermare Falcone ci volle il tritolo

La strage di Capaci vent’anni dopo. Il magistrato “morto che cammina” aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi

Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare TerranovaGaetano CostaRocco Chinnici.

Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.

Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.

Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.

Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestraa ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

(Link all’articolo)

Pur non avendo potuto seguire e informarmi in quei momenti, dato che avevo appena un anno, mi sono documentato a lungo sui fatti accaduti quel 23 maggio del 1992. E, per quanto banale possa essere, non posso esimermi dal dire quello che penso su quegli eventi e sui motivi per cui, secondo me, si è arrivati a dover fare una cosa del genere. Indubbiamente sia sulla morte di Falcone, sia su quella di Borsellino non è mai stata fatta chiarezza. E purtroppo, da vent’anni a questa parte, non si sa molto di più di quanto si seppe allora. Ci sono tante congetture, tante ipotesi ma nessuna certezza. E l’Italia? L’Italia com’è cambiata da allora? Purtroppo, la risposta non è piacevole: l’Italia è peggiorata. Ed è a questo punto che viene da chiedersi il perché di questo peggioramento.

I motivi sono molteplici e tutti ugualmente importanti: innanzitutto sono mancati magistrati che, a tutti gli effetti, abbiano continuato l’opera di Borsellino e Falcone. Con questo non voglio dire che i magistrati italiani non siano capaci di fare il loro lavoro, ma semplicemente, voglio dire che di Borsellino e Falcone ce ne sono stati solo due e difficilmente si ripresenterà qualcuno con la loro stessa passione per la giustizia e voglia di verità. L’unica persona che era stata accostata a loro fu Di Pietro. Di Pietro che, però, anziché andare avanti ha fatto una scelta più sicura, più facile: non finire il lavoro iniziato ed entrare in Politica, lasciandoci una classe dirigente non del tutto epurata e assolutamente non rinnovata.

Poi c’è la Mafia che, oggi ancora più di allora, ormai è una potenza economica a cui non si vuole porre freno. Questa organizzazione ha introiti superiori a quelli dello Stato, possiede fabbriche, case, terreni, campi da calcio. È, a tutti gli effetti, un’azienda che si dirama in tutti i campi e che ha contatti con tutte le persone che contano. Persone che dovrebbe fare in modo di fermarla (Politica, magistrati e compagnia bella) sono, invece, collusi e corrotti. La Mafia è talmente potente da arrivare, in modo subdolo e indiretto, anche al potere: non è un mistero che nella mia zona (la Brianza) un comune sia stato commissariato perché c’erano notevoli e importanti infiltrazioni mafiose. Il vero problema degli italiani (che con la nascita della Lega Nord si è addirittura radicalizzato di più) è che si fosse (e si continua a pensare) che la Mafia sia una piaga solo del Sud e che al Nord non ci sia. Questa mentalità non ha fatto altro che giovarle, dandole la possibilità di spostarsi verso il ricco Nord dove, senza ombra di dubbio, ha maggiori possibilità di espansione e di riciclo del denaro sporco.

E la collusione di cui parlavo qui sopra porta proprio allo Stato. Il modo di fare i processi di Falcone e Borsellino è stato abbandonato. Tutte le loro conquiste, le loro lotte non sono state continuate e, anzi, col passare del tempo abbiamo assistito ad un generale ammorbidimento delle pene riguardanti il Carcere Duro (41 Bis) e abbiamo addirittura assistito a trattative tra Stato che, così facendo ha riconosciuto il potere della Mafia, e Mafia stessa che si è vista trattare come una forza sul stesso piano di quella statale. Inutile, poi, sottolineare come le indagini sulla loro morte siano state sempre bloccate dalla “Ragion di Stato” che poneva vieto di divulgazione (e di indagine) quasi fosse un dogma religioso. La verità, purtroppo, è che sia Falcone, sia Borsellino erano giunti dove nessun altro era giunto: avevano trovato, probabilmente, i nomi di coloro che collegavano la Mafia alla Politica, all’Economia e allo Stato, continuando il lavoro iniziato dal Generale Dalla Chiesa. Famosa rimarrà un’intervista trasmessa a notte fonda in Italia, ma andata in onda in prima serata in Francia in cui accennava ai rapporti tra Mafia e Berlusconi (lo stesso Berlusconi che, da lì a due anni, sarebbe sceso in Politica con il Partito “Forza Italia”, lo stesso Berlusconi che aveva come stalliere il boss mafioso Vittorio Mangano, lo stesso Berlusconi che è amico intimo di Marcello Dell’Utri accusato, dichiarato colpevole e poi rimandato in giudizio in cassazione del reato di “Concorso esterno in associazione mafiosa”). Anche i vecchi poteri politici, travolti da Mani Pulite, erano probabilmente legati alle associazioni mafiose (Famoso resterà il presunto bacio tra Totò Riina e Andreotti, leader della DC e sette volte Presidente del Consiglio e tutte le testimonianze dei pentiti che lo riguardavano, non prese in considerazione). Insomma, è evidente che la verità non era “destinata” a conoscersi per la volontà dei “potenti”. Non era destinata ad essere rivelata per la volontà della vecchia classe politica e per permettere a quella nuova (e ben peggiore) di radicarsi senza alcun problema, per garantire una sorta di continuità ad un’istituzione.

Ultimo elemento di riflessione è la scomparsa dell’agendina di Paolo Borsellino. Quello era l’unico elemento contenente il sunto di un lavoro durato per circa vent’anni ed era la nostra ultima occasione di sapere la verità. Ma come sempre, in questi casi, tutto resterà nell’ombra, nell’oscurità per volontà di uno Stato che, per gran parte della sua storia repubblicana, ha insabbiato, nascosto o cambiato la verità. Ne è un esempio lampante la mancata trattativa tra le BR e lo Stato quando rapirono Moro (pronto a portare al Governo la Sinistra per un nuovo rilancio istituzionale del paese). Ne sono un esempio la mancanza di colpevoli certi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Ne è un esempio il fatto che non si conoscano, ancora oggi, i nomi dei mandanti della Strage di Bologna. Ed è per questo, è per senso di giustizia e per amore della verità che dovremmo pretendere di conoscere le verità su quei fatti e non accontentarci di risposte evasive o, come più spesso accade, di mancanza di risposte. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo hanno fatto a costo della loro vita e per far sì che non siano morti in vano è nostro dovere, coi mezzi a nostra disposizione, fare in modo che una verità a lungo taciuta venga a galla, una volta per tutte per quanto brutta, scioccante e scomoda possa essere.

Mi ricollego per un attimo al discorso fatto a fine articolo, per un brevissimo commento: come giustamente scritto nell’ultimo paragrafo, anche durante i cambiamenti che stanno sviluppandosi in questi giorni si sta assistendo alla ricomparsa del terrorismo. Terrorismo che colpisce il popolo. Terrorismo che vuole impedire un cambiamento necessario al nostro paese. Terrorismo che instilla paura e insicurezza, insicurezza che ci spinge a legarci a quanto già noto accettandolo come il male minore. Terrorismo che ci spaventa al punto tale da non voler rischiare a fare quel passo in più che porterebbe a dei cambiamenti. Terrorismo che, per quanto si autodefinisca “contro i poteri dominanti”, alla fine non fa altro che farne il gioco spingendoci a rinnovare la nostra fiducia in queste istituzioni ormai putrescenti e decadenti (e quale modo migliore di rinnovare l’appartenenza ad un’istituzione se non uccidendo qualcuno, facendo in modo che l’intera società si raccolga intorno ad un punto fermo, ad una sicurezza?). Istituzioni che non vogliono rinnovarsi e, anzi, continueranno ad autoriprodursi sempre nello stesso modo. Terrorismo che, purtroppo, alla fine resterà impunito proprio grazie alle istituzioni che ne traggono giovamento.

Questo è quanto.

Cya.

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I libri di Coso

Dato che sto sabato mattina non avevo (quasi) un cazzo da fare, mi sono messo a sistemare libreria ed armadio. Per quale motivo un culopeso come me che per la stragrande maggioranza del tempo ha la camera trasformata in una caotica baraonda di libri, fumetti, vestiti piegati e puliti che non trovano sistemazione nei loro loculi naturali, si è messo a fare una cosa del genere?

La domanda è lecita ed ha una duplice risposta: come ho già detto prima, stamane non avevo un cazzo da fare e, secondo, ho bisogno di spazio (per avere spazio devo prima sistemare) per inserire i fumetti nuovi nuovi che a giugno andrò a prendere in fumetteria. Il “repulisti” si è concentrato soprattutto sull’armadio che versava in condizioni disastrose, letteralmente. Tra custodie di CD vuote, DVD che non guardo più da venti secoli e libri non si riusciva a trovare nemmeno un buco microscopico per sistemare tutti i libri in modo decente e quindi…

Quindi facendo di necessità virtù, ho iniziato ad ammonticchiare i libri sul mio letto e a dividerli in “libri che si salvano” e “libri che vanno su” (dove su, sta per la mansarda). Alla fine di un lungo lavoro che ha coinvolto un po’ di tutto (accapatoi, costumi da bagno, cuscini, coperte, pigiami e chi più ne ha, più ne metta) si sono salvati pochissimi titoli quasi tutti altamente selezionati (e qui ci si addentra nel fantastico mondo delle “Letture di Coso”).

Per quanto riguarda lo scaffale in basso, ovviamente, ho salvato:

– I libri di Martin riguardanti “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, saga fantasy coi controcazzi (INB4 Martin è stra-sopravvalutato – leggi altro – hai rotto i coglioni) di cui oggi acquisterò gli ultimi due volumi mancanti all’appello.
– Subito dopo troviamo “I capolavori di H.P. Lovecraft”, maestro del genere horror paranormale (Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn).
– Poi ci sono i due libri finora usciti di Wild Cards (scritto da autori vari e curato dal suddetto Martin), che tratta il genere supereroistico in maniera “diversa” rispetto a quanto si potrebbe vedere nei fumetti. Una lettura consigliata.

Sullo scaffale in alto, invece, più o meno ordinatamente impilati troviamo:

– Il sacro Dizionario della lingua italiana (immancabile),
– Un mega tomo di Terry Brooks contente al suo interno i tre libri che compongono il “Ciclo di Shannara” (regalatomi non mi ricordo quando né da chi),
– I quattro libri di Paolini: Eragon, Eldest, Brisingr ed Inherittance (che non ho “mansardato” perché in parte mi sono stati regalati e in parte li ho pagati col mio danaro sonante e quindi col cazzo che finiscono su),
– Il pendolo di Foucault di Umberto Eco che è ancora sulla lista dei libri da leggere
– Governare con la Crisi di Andreotti (che va affiancato alla lettura dei “Diari di Mussolini” e di “Piombo Rosso”)
– Il Diavolo nella Cattedrale di Schätzing che, contrariamente a quanto possa far pensare il titolo, d’Horror non ha assolutamente nulla (un buonissimo “Thriller storico”)
– I Libri di Luca di Mikkel che mi è stato regalato e, davvero, non ho cuore di mansardare, per quanto sia banalotto e superficiale.
– Fantasmi da Asporto di Ibbotson Eva. Libro molto carino legato alla mia infanzia. Una lettura davvero, davvero, davvero easy per chi non ha voglia di libri troppo impegnati.
– Lo Squalo di Benchley, il meno famoso libro da cui è tratto il più famoso film
– Il Nome della Rosa di Umberto Eco, anche lui sulla lista dei libri da leggere da tempo immemore
– Il colore della Magia di Pratchet che ancora non ho letto (shame on me) ma che leggerò sicuramente a breve (I Lied)
– Gola di Lanchester libro che ho iniziato a leggere ma poi ho abbandonato. La trama è interessante, ma è necessario non farsi scoraggiare dall’inizio lento (cosa che è successa a me).
– Il Codice Da Vinci di Dan Brown, che conoscete un po’ tutti ed è inutile starne a parlare (ma quello probabilmente finirà tra i libri del salotto)
– La Fabbrica di Cioccolato di Dahl che tutti conoscerete per il (pessimo) film di Burton e che quindi per quanto infantile possa essere vi consiglio di leggere, ma per davvero.
– Diamanti al cioccolato di Horowitz, un simpatico thriller che ha più suspence dei libri di grandi scrittori affermati…
– Storia di Gordon Pym di Poe: una sola parola: allucinante.
– L’Odissea di Omero: Non so perché sia lì, ma probabilmente è perché l’ho rubata a mio zio e se lo venisse a sapere mi ucciderebbe (sto scherzando…più o meno)
–  Il Piacere di D’Annunzio. Tutti lo conoscete (volenti o dolenti) ma a me sto libro piace assai e non lo limiterei a “mera esperienza scolastica”
– La coscienza di Zeno di Svevo, idem come sopra. Particolarmente pregevole il finale.
– Il Fu Mattia Pascal di Pirandello che ho trovato una storia bellissima che, idealmente, a livello di tema dell’identità si lega perfettamente a “Uno, Nessuno e Centomila”.
– E, ultimo, ma non per ultimo: Negri, Froci, Giudei & Co. L’eterna guerra contro l’altro di Gian Antonio Stella (L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi è un altro suo libro) libro che consiglio a tutti sia per i temi trattati, sia per come è svolta la sua ricerca. Un must read a livello saggistico, sull’argomento.

Non sarà una libreria molto nutrita, ma è di discreta qualità. E il fatto di aver fatto pulizia in una sola mattinata, mi soddisfa assai.

Questo è quanto.

Cya

 

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Europa

Oggi, mi spiace, ma vi tocca l’articolo serio. Un articolo serio in cui darò una mia (assolutamente personale) visione del futuro dell’Europa per poi concentrarsi sui fatti di casa nostra.

La Grecia è tuttora in una situazione politica instabile. Instabilità che si riflette e ripercuote sui mercati di tutta Europa. Arrivati a questo punto, l’uscita dall’Euro della Grecia non è più così improbabile come sembrava soltanto qualche mese fa. La speculazione non si ferma e continua a colpire un paese martoriato e indebitato gravemente. Un paese che non riuscirà a rilanciarsi in ottica estera e che potrebbe addirittura fallire, nonostante gli sforzi dell’intera Unione. Una soluzione possibile, resta l’accompagnamento al di fuori dell’Euro con un ritorno alla Dracma che, però, significherebbe rinunciare a tutti i soldi finora prestati o, per lo meno, di riottenerli in tempi molto più lunghi.  A complicare la situazione si aggiunge il pericoloso picco raggiunto da partiti neo-fascisti che, cavalcando il malcontento estremamente diffuso e la situazione di disagio, hanno sempre più probabilità di salire al potere. In questa situazione di grande incertezza è molto probabile che, entro la fine del 2012, la Grecia potrebbe non essere più uno Stato Membro.

Una volta che la Grecia fosse uscita, la nube speculativa si getterebbe a capofitto sulla nuova ultima ruota del carro: la Spagna. La Spagna ormai è paralizzata da lungo tempo e il malcontento della popolazione non è stato placato nemmeno dalle nuove elezioni. La situazione spagnola vede un tasso di disoccupazione elevatissimo e la necessità di riforme strutturali atte a ripianare un bilancio irrimediabilmente in rosso. Dopo l’eventuale fallimento della U.E. con il salvataggio greco potremmo assistere ad un secondo tentativo oppure potrebbero decidere immediatamente di ricorrere ad un accompagnamento al di fuori dell’Euro. La cosa, però, sarebbe di difficile digestione sia per l’economia mondiale, sia per l’Unione Europea che subirebbe un altro bruttissimo colpo e anche per gli spagnoli stessi che si ritroverebbero ad avere un cambio forzato di moneta e un’economia da riassettare, col problema di trovare finanziatori esteri.

E dopo la Spagna ci sarebbe l’Italia. L’Italia, nonostante le manovre del “rigore”, non riesce ad uscire da una situazione finanziario-economica negativa. Si assiste sempre di più ad un collasso depressivo dell’economia e alla mancanza di nuova linfa che possa aiutare ad invertire il trend. I problemi italiani sono da ricercarsi nel corso della storia dell’intero paese e sono riassumibili nei seguenti punti:

– La mal gestione della res pubblica
– La mal gestione politica del paese
– L’incapacità degli italiani di rispettare regole e il loro continuo cercare scappatoie
– Il non affrontare seriamente i problemi che si sono creati nel corso del tempo.
– L’incapacità di adattarsi ad un’economia internazionale valorizzando i propri mezzi.
– L’incapacità di sanare una profonda frattura tra Nord e Sud del paese sin dagli albori dello stato.

Ovviamente quanto qui elencato non si è venuto a creare negli ultimi vent’anni (come a molti piace credere) ma ha radici ben più profonde e radicate. Radici che non sono mai state estirpate e hanno fatto crescere una malerba asfissiante, tossica per il nostro paese e per chi ci vive. Se anche l’Italia, alla fine, dovesse capitolare ed uscire dall’Euro, difficilmente l’Unione Europea riuscirebbe a resistere ad un colpo del genere.

Gli elementi sopra descritti, poi, mi portano a fare un’analisi storico-politica più generalizzata. Nei periodi di grave crisi come quello che stiamo attraversando attualmente, le forze politiche più moderate non riescono più a soddisfare e rispondere ai bisogni e ai problemi di una società esasperata. È in questi momenti che lo spettro del totalitarismo ricompare: il parallelo che vi invito a fare è quello tra l’Italia post Prima Guerra Mondiale e la Germania post Prima Guerra Mondiale con alcuni dei paesi più disastrati attualmente. Il malcontento popolare aveva raggiunto una soglia non più sopportabile, l’economia fragile avevano reso possibile l’affermarsi di uomini rappresentati le ideologie totalitariste in grado di rispondere agli input derivanti dalla crisi in cui versava il proprio stato attraverso una politica dittatoriale e ad un pieno controllo della società in ogni suo aspetto. Mi sembrerebbe stupido non tenere in conto la possibilità che, se le situazioni dovessero non cambiare ancora a lungo o addirittura dovessero peggiorare, si ripresentasse una situazione simile a quella degli anni 20/30 del 900.

La storia ci insegna, sta a noi imparare.

Questo è quanto.

Cya.

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Volevo solo essere…

Ecco, amici di G+, ogni promessa è debito, quindi…

Quindi eccomi qui, a lamentarmi. Sì, oggi mi devo lamentare. Di cosa potrà mai lamentarsi il sottoscritto? Del Governo Monti? Della Grecia che sta affondando portandosi dietro tutta l’Europa? Delle mezze stagioni che non ci sono più? Del fatto che non capisca l’utilità di un colloquio di gruppo, nonostante domani ne debba sostenere uno? Di non riuscire a scopare manco per sbaglio? Del resto dell’umanità che gli rovina la pace interiore?

No, niente di tutto questo. Oggi mi voglio lamentare di voi followers. Quando aprii questo blog, quasi tre anni fa, non avrei mai potuto immaginare che della gente leggesse davvero quello che scrivevo se non quei pochi sfortunati che essendo miei amici, mossi a pietà, si sarebbero accollati il gravoso compito di leggere quanto qui scritto. Non avrei mai pensato che quanto scritto qui sarebbe stato spunto di discussione per chicchessia. Non avrei mai pensato di ricevere in media dalle venti alle quaranta visite per leggere delle minchiate. Insomma, non avrei mai immaginato che ci foste voi.

Una persona normale, sana di mente, di solito, sarebbe felice che qualcuno leggesse quanto da lui scritto. E invece io no. Io ho da lamentarmi e, di fronte a queste proteste, mi è stato detto “cancella il blog” oppure “rendilo privato”. A queste obiezioni, giustamente poste, ho risposto con uno sguardo critico e uno scuotimento di testa che, ovviamente, l’interlocutrice non ha potuto vedere essendo a millemila chilometri da me. Non posso cancellare il blog perché, nel bene e nel male, è l’esperienza di scrittura “creativa” più lunga che abbia mai avuto e, un po’ (ma proprio poco), mi ci sono affezionato. Senza contare, che questa è anche la valvola di sfogo per le mie cazzate o per le mie seghe mentali (ultimamente predominano assolutamente le cazzate), quindi possiamo escludere il delete. Renderlo privato potrebbe essere una soluzione “accettabile”, non fosse che non abbia la più pallida idea di come si faccia e che, anche se lo sapessi, non mi metterei (causa culopesismo) a smanettare con le impostazioni del blog.

Questa digressione mi ha allontanato dal punto principale della faccenda che, badate bene, non siete voi…Ma sono io. Sono io, col mio blog, ad essere diventato ubermainstream mentre, ciò che desideravo era un angolino di libertà dove potevo sparare quattro cazzate lette da quattro gatti in croce. E invece no, il mio desiderio intimistico di scrivere minchiate è stato frustrato dalla presenza di gente che (per motivi che tuttora stento a spiegarmi) si è appassionata a Cose A Caso (un nome fighissimo) e a quanto scritto dal sottoscritto (Coso per chiunque tranne che per i compagni d’università con cui parla (e non ce ne sono) e la sua famiglia) che è assai meno figo. Insomma, tutto questo non era stato minimamente calcolato e tanto meno voluto ma ormai è andata così.

Una delle poche consolazioni che mi resta è il fatto che, nonostante il numero di “Followers” che ho, lo spirito non sia cambiato di una virgola da quando ho ripreso a scrivere qui. E poi, in fondo, potrò sempre dire ai miei amici, con un sorriso divertito e un tono di voce rammaricato, “Volevo solo essere un blogger hispter che scriveva quattro cazzate”.

Questo è quanto.

Cya

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Tutto cambia ma niente cambia.

Occhei, devo fare una premessa: Amici di G+, lo so…Non era questo il titolo che vi sareste aspettati di vedere, ma sarà il prossimo articolo…Loggiuro. Bene, detto questo, torniamo a parlare di cose…Hum…”serie”

Questo pomeriggio, dopo essere andato a fare una panoramica, sono andato a prendere le caramelle per mia sorella (età: 27 anni) al bar dell’oratorio. Per arrivare sul posto, ho attraversato una stradina adibita al passaggio di pedoni, biciclette e motocicli. Questa stradina di…cento, centoventi metri, dà la possibilità a chi lo volesse di sedersi all’ombra degli alberi a cazzeggiare.

Ed è stato sulla panchina più vicina al bar che ho visto un gruppo di ragazzini (15/16 anni al massimo) seduti lì, a fumare sigarette e parlare del più e del meno. Vedendo quella scena mi è tornato in mente quando, al loro posto, c’eravamo noi (con “noi” intendo quelli della mia età) e come prima di noi ci fossero le generazioni dei nostri fratelli e ancora prima un’altra generazione. È una sorta di passaggio comune a tutti (o quasi), come se fosse insito in noi dover transitare da quelle panchine durante la fase di maturazione che, inevitabilmente, ti allontana dal luogo in cui hai passato la tua infanzia e parte della tua adolescenza.

Fino a…Sette, otto anni fa, al loro posto c’ero io con i miei amici. Ci si trovava lì e chi voleva fumare (perché faceva indubbiamente figo, all’epoca) fumava, chi voleva cazzeggiare, cazzeggiava ma sempre con spirito di gruppo. Era lì che si decideva il da farsi. Era lì che stavamo quando non avevamo nulla da fare. Ed è stato sempre lì che il gruppo ha iniziato a sfaldarsi segnando la chiusura di un “ciclo” per lasciar posto alle generazioni posteriori alla nostra. E infatti, passato un anno, quel posto era già stato occupato da “facce nuove” che si emancipavano, si distaccavano e diventavano quello che noi eravamo prima.

Come dicevo sopra, questo spostarsi dall’oratorio alle panchine in stradina, sembra quasi far parte di un bagaglio culturale presente all’interno di tutti i ragazzi che transitino di lì. Tutti compiono quella prassi per dare una continuità ad una tradizione nata e consolidatasi negli anni. Su quelle panchine si è lontani dal controllo asfissiante degli adulti, ma non abbastanza per sfuggirgli del tutto. È un primo passo simbolico verso la maturità e l’indipendenza a cui miriamo. Ovviamente, mentre facciamo questo primo passo, non siamo conosci di ciò che rappresenti veramente e, nella stragrande maggioranza dei casi, lo accettiamo come una cosa naturale, un normale passaggio da una fase all’altra della nostra vita. Ed è stato mentre riflettevo su queste cose che ho capito che tutto cambia ma niente cambia.

Possono cambiare i protagonisti, ma la scena sarà sempre quella indipendentemente dagli interpreti. La variazioni sono minimali ed ininfluenti ai fini della storia. E se per caso, capitasse a qualcuno di passare di là, potrebbe succedere che, con un sorriso un po’ nostalgico, si ricordi di quando c’era lui, su quelle panchine.

Questo è quanto.

Cya.

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Una giornata in nove battute

Coso: ho appena visto una fanciulla semplicemente divina
L: I know that feeling
C: Mi sono innamorato
L: Chiedile il numero
C: Ha l’anello
L: Mozzicale il dito
C: Sono a casa ormai
L: Gli Déi si burlano di noi.
C: Esatto.

Perché, in fondo, è questo scambio di messaggi, il nucleo centrale di quest’oggi. Non il fatto che abbia fatto due ore di interessantissima lezione, non il fatto che abbia comprato due libri e abbia preso un muretto con la macchina graffiando la portiera ma bensì il fatto che mi sia innamorato di una perfetta sconosciuta.

Una sconosciuta che non rivedrò mai più e che non si è nemmeno accorta di me, non fosse per il fatto che abbiamo fatto le scale fianco a fianco mentre canticchiavo “Lift me up, lift me up Higher now I’m upper Lift me up, lift me up Higher now I’m upper” (sì, lo so è una canzone di merda ma sulla mia mente ha lo stesso effetto virale di questa). E, allora, mentre riflettevo sul fatto che se non avesse avuto l’anello, comunque, non avrei fatto un cazzo se non apprezzare in silenzio e tirar dritto per la mia strada mi sono ritrovato a pensare (di nuovo) alla viltà che da sempre mi contraddistingue in questo campo.

Viltà che mi porta a non provare nemmeno ad abbordare una per la semplice (quanto atavica) paura del rifiuto che mi ha contraddistinto da…Sempre. Per quanto, ogni volta, mi dica di provarci che tanto non ho nulla da perdere, alla fine, c’è sempre questa paura che mi fa abbandonare le “buone” intenzioni per rifugiarmi nel tranquillo territorio dell’ignavia, del non tentare. Perché, in fondo, mi è comodo non provarci pensando “tanto sono un botolo brutto, ringhiante e non faccio una bella impressione…Quindi non ne vale la pena”. Mi sento giustificato da un atteggiamento che si riproduce in continuazione, in campo affettivo.

Atteggiamento che poi diventa una giustificazione, un alibi per il mio culopesismo cavalcante e mai domo. Un alibi per non riconoscere che più che il rifiuto in sé, è il fallimento a spaventarmi. Ed è a questo punto che subentra l’invidia (anche se, forse, è più corretto chiamarla “ammirazione”) per L (che dopo sto articolo, indubbiamente, o già nei commenti qui sotto o in privato mi tirerà il culo a morte) che, piuttosto di restare col dubbio, piuttosto che lasciare intentata qualsiasi mossa, ha il coraggio di gettarsi. Di fare un passo nel vuoto, brancolando nel buio.

Ha, insomma, il coraggio di fare quello che io non riesco (ma com’è evidente da quanto scritto finora è più un “non voglio”) fare. Essere conscio di queste cose, però, non mi è di alcun aiuto. Il culopesismo di cui parlavo sopra, si fa sentire anche in queste cose e crea un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire che è più o meno riassumibile così: Mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti , mi giustifico, cerco di auto-convincermi che la prossima volta farò qualcosa, mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti, mi giustifico e così via, in un continuo girotondo.

E per quanto possa dire “oh, non lo farò più” oppure “la prossima volta andrà diversamente”, lo so io come lo sapete voi che, alla fine, non cambierà assolutamente nulla e, quando incrocerò la prossima stupenda fanciulla sconosciuta, saremo punto e a capo.

Questo è quanto.

Cya.

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