Vent’anni.

Oggi è la giornata in cui si celebrano i vent’anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e quattro uomini della scorta. Prima di iniziare con l’articolo vero e proprio, scritto da me voglio riportare quanto scritto su “Il Fatto Quotidiano” a riguardo di questo tragico anniversario:

Isolato e “seviziato”, ma non arretrò: per fermare Falcone ci volle il tritolo

La strage di Capaci vent’anni dopo. Il magistrato “morto che cammina” aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi

Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare TerranovaGaetano CostaRocco Chinnici.

Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.

Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.

Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.

Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestraa ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

(Link all’articolo)

Pur non avendo potuto seguire e informarmi in quei momenti, dato che avevo appena un anno, mi sono documentato a lungo sui fatti accaduti quel 23 maggio del 1992. E, per quanto banale possa essere, non posso esimermi dal dire quello che penso su quegli eventi e sui motivi per cui, secondo me, si è arrivati a dover fare una cosa del genere. Indubbiamente sia sulla morte di Falcone, sia su quella di Borsellino non è mai stata fatta chiarezza. E purtroppo, da vent’anni a questa parte, non si sa molto di più di quanto si seppe allora. Ci sono tante congetture, tante ipotesi ma nessuna certezza. E l’Italia? L’Italia com’è cambiata da allora? Purtroppo, la risposta non è piacevole: l’Italia è peggiorata. Ed è a questo punto che viene da chiedersi il perché di questo peggioramento.

I motivi sono molteplici e tutti ugualmente importanti: innanzitutto sono mancati magistrati che, a tutti gli effetti, abbiano continuato l’opera di Borsellino e Falcone. Con questo non voglio dire che i magistrati italiani non siano capaci di fare il loro lavoro, ma semplicemente, voglio dire che di Borsellino e Falcone ce ne sono stati solo due e difficilmente si ripresenterà qualcuno con la loro stessa passione per la giustizia e voglia di verità. L’unica persona che era stata accostata a loro fu Di Pietro. Di Pietro che, però, anziché andare avanti ha fatto una scelta più sicura, più facile: non finire il lavoro iniziato ed entrare in Politica, lasciandoci una classe dirigente non del tutto epurata e assolutamente non rinnovata.

Poi c’è la Mafia che, oggi ancora più di allora, ormai è una potenza economica a cui non si vuole porre freno. Questa organizzazione ha introiti superiori a quelli dello Stato, possiede fabbriche, case, terreni, campi da calcio. È, a tutti gli effetti, un’azienda che si dirama in tutti i campi e che ha contatti con tutte le persone che contano. Persone che dovrebbe fare in modo di fermarla (Politica, magistrati e compagnia bella) sono, invece, collusi e corrotti. La Mafia è talmente potente da arrivare, in modo subdolo e indiretto, anche al potere: non è un mistero che nella mia zona (la Brianza) un comune sia stato commissariato perché c’erano notevoli e importanti infiltrazioni mafiose. Il vero problema degli italiani (che con la nascita della Lega Nord si è addirittura radicalizzato di più) è che si fosse (e si continua a pensare) che la Mafia sia una piaga solo del Sud e che al Nord non ci sia. Questa mentalità non ha fatto altro che giovarle, dandole la possibilità di spostarsi verso il ricco Nord dove, senza ombra di dubbio, ha maggiori possibilità di espansione e di riciclo del denaro sporco.

E la collusione di cui parlavo qui sopra porta proprio allo Stato. Il modo di fare i processi di Falcone e Borsellino è stato abbandonato. Tutte le loro conquiste, le loro lotte non sono state continuate e, anzi, col passare del tempo abbiamo assistito ad un generale ammorbidimento delle pene riguardanti il Carcere Duro (41 Bis) e abbiamo addirittura assistito a trattative tra Stato che, così facendo ha riconosciuto il potere della Mafia, e Mafia stessa che si è vista trattare come una forza sul stesso piano di quella statale. Inutile, poi, sottolineare come le indagini sulla loro morte siano state sempre bloccate dalla “Ragion di Stato” che poneva vieto di divulgazione (e di indagine) quasi fosse un dogma religioso. La verità, purtroppo, è che sia Falcone, sia Borsellino erano giunti dove nessun altro era giunto: avevano trovato, probabilmente, i nomi di coloro che collegavano la Mafia alla Politica, all’Economia e allo Stato, continuando il lavoro iniziato dal Generale Dalla Chiesa. Famosa rimarrà un’intervista trasmessa a notte fonda in Italia, ma andata in onda in prima serata in Francia in cui accennava ai rapporti tra Mafia e Berlusconi (lo stesso Berlusconi che, da lì a due anni, sarebbe sceso in Politica con il Partito “Forza Italia”, lo stesso Berlusconi che aveva come stalliere il boss mafioso Vittorio Mangano, lo stesso Berlusconi che è amico intimo di Marcello Dell’Utri accusato, dichiarato colpevole e poi rimandato in giudizio in cassazione del reato di “Concorso esterno in associazione mafiosa”). Anche i vecchi poteri politici, travolti da Mani Pulite, erano probabilmente legati alle associazioni mafiose (Famoso resterà il presunto bacio tra Totò Riina e Andreotti, leader della DC e sette volte Presidente del Consiglio e tutte le testimonianze dei pentiti che lo riguardavano, non prese in considerazione). Insomma, è evidente che la verità non era “destinata” a conoscersi per la volontà dei “potenti”. Non era destinata ad essere rivelata per la volontà della vecchia classe politica e per permettere a quella nuova (e ben peggiore) di radicarsi senza alcun problema, per garantire una sorta di continuità ad un’istituzione.

Ultimo elemento di riflessione è la scomparsa dell’agendina di Paolo Borsellino. Quello era l’unico elemento contenente il sunto di un lavoro durato per circa vent’anni ed era la nostra ultima occasione di sapere la verità. Ma come sempre, in questi casi, tutto resterà nell’ombra, nell’oscurità per volontà di uno Stato che, per gran parte della sua storia repubblicana, ha insabbiato, nascosto o cambiato la verità. Ne è un esempio lampante la mancata trattativa tra le BR e lo Stato quando rapirono Moro (pronto a portare al Governo la Sinistra per un nuovo rilancio istituzionale del paese). Ne sono un esempio la mancanza di colpevoli certi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Ne è un esempio il fatto che non si conoscano, ancora oggi, i nomi dei mandanti della Strage di Bologna. Ed è per questo, è per senso di giustizia e per amore della verità che dovremmo pretendere di conoscere le verità su quei fatti e non accontentarci di risposte evasive o, come più spesso accade, di mancanza di risposte. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo hanno fatto a costo della loro vita e per far sì che non siano morti in vano è nostro dovere, coi mezzi a nostra disposizione, fare in modo che una verità a lungo taciuta venga a galla, una volta per tutte per quanto brutta, scioccante e scomoda possa essere.

Mi ricollego per un attimo al discorso fatto a fine articolo, per un brevissimo commento: come giustamente scritto nell’ultimo paragrafo, anche durante i cambiamenti che stanno sviluppandosi in questi giorni si sta assistendo alla ricomparsa del terrorismo. Terrorismo che colpisce il popolo. Terrorismo che vuole impedire un cambiamento necessario al nostro paese. Terrorismo che instilla paura e insicurezza, insicurezza che ci spinge a legarci a quanto già noto accettandolo come il male minore. Terrorismo che ci spaventa al punto tale da non voler rischiare a fare quel passo in più che porterebbe a dei cambiamenti. Terrorismo che, per quanto si autodefinisca “contro i poteri dominanti”, alla fine non fa altro che farne il gioco spingendoci a rinnovare la nostra fiducia in queste istituzioni ormai putrescenti e decadenti (e quale modo migliore di rinnovare l’appartenenza ad un’istituzione se non uccidendo qualcuno, facendo in modo che l’intera società si raccolga intorno ad un punto fermo, ad una sicurezza?). Istituzioni che non vogliono rinnovarsi e, anzi, continueranno ad autoriprodursi sempre nello stesso modo. Terrorismo che, purtroppo, alla fine resterà impunito proprio grazie alle istituzioni che ne traggono giovamento.

Questo è quanto.

Cya.

3 commenti

Archiviato in Politica & Società, Riflessioni

3 risposte a “Vent’anni.

  1. “innanzitutto sono mancati magistrati che, a tutti gli effetti, di Borsellino e Falcone. ” Manca qualcosa?

    Anyway, boh. =|

  2. Pingback: Io, Coso pt.2 – Il Blogger | Cose A Caso

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