Archivi del mese: giugno 2012

Week end movimentato

Quello che sta per prospettarsi sarà indubbiamente un week end particolarmente movimentato. D’altro canto, le cose, o le faccio bene o non le faccio (e, a tutti gli effetti, sarebbe meglio non farle). Comunque, dato che la mia vita sociale (e una mia brillante idea) mi hanno messo in questa situazione, poco male. Cosa succederà questo week end, vi starete chiedendo a questo punto. Prima di rispondervi, vorrei sproloquiare un po’.

E partirei proprio dalla partita dell’Italia. Italia che contro ogni pronostico, alla fine, si è qualificata. Ha battuto, per l’ennesima volta in un fottiliardo di occasioni, la Germania (e, per inciso, un paio di tedeschine le avrei consolate molto volentieri) ed è arrivata in finale. Finale che si giocherà contro la Spagna. Sì, quelli che negli ultimi anni hanno vinto anche la coppa del nonno, dello zio e pure quella dello ospizio. Protagonista della partita è stato Mario “Negrone” Balotelli, che tante bestemmie mi fece tirar solo in quel di lunedì, che con due goal ha chiuso la pratica nel primo tempo. E ora? E ora, indubbiamente, l’Italia è in finale.

Comunque, tornando In Topic (ammesso e concesso che ci sia mai uscito), dicevo che questo sarà un week end movimentato che avrà il proprio principio sabato con un treno delle 14.01, direzione Milano Cadorna. Da lì, dopo aver trovato il mio amico (tale L.C.), ci dirigeremo direttamente in Parco Sempione per darci al cazzeggio più totale e assoluto all’ombra di un albero (perché col cazzo che il sottoscritto si mette a prendere il sole). Quindi, il pomeriggio, sarà poco movimentato ma denso di una calma irreale per Milano. Piccioni che ti accerchiano, grilli che friniscono, inglesi tettone che prendono il sole, suore con comitive di paolottoni, gente che studia, gente non per forza tette-munita di altre nazionalità, il libro sul Nazismo Magico, le carte e varie ed eventuali saranno le cose che ci circonderanno, per un momento di relax molto milanese. Staremo lì per non so quanto tempo. Dopo, andremo a casa di L.C. per cenare e poi via per un concerto (ebbene sì, Coso va anche ai concerti) gratis sempre in zona milanese. Orario di rientro? Assolutamente sconosciuto.

E poi c’è domenica. Domenica in cui festeggerò il compleanno del genitore. La giornata la prevedo più o meno così: Sveglia a non so che ora. Questo vuol dire che, probabilmente, per le dieci al più tardi mia madre mi sveglierà in modo molto delicato…Urlandomi nell’orecchio. Pranzo di famiglia in cui si finirà a parlare delle solite cose (lavoro, politica, lavoro, lavoro, politica, cibo, lavoro, politica, cibo, lavoro, lavoro) e poi si festeggerà, per l’appunto, il cinquantacinquesimo anno di vita di mio padre (gelato? Torta gelato? Pasticcini? Che cazzo ne so, a me va bene tutto). E poi…E poi, c’è un po’ di nebulosità che rende il tutto ancora più movimentato di quanto già non sia (ovviamente, movimentato secondo i canoni del sottoscritto). Io, L.C. e Il Cacciatore di Tonni, non credendo in una finale dell’Italia (visto che c’entrava, eh?), avevamo scherzosamente preso l’impegno e l’onere imprescindibile di vederla tutti e tre assieme. In teoria, quindi dovremmo trovare un punto di ritrovo che sia comodo per tutti (e ce l’avremmo), trovare un posto dove dormire (e pure quello non dovrebbe essere un problema, dato che ho il sacco a pelo) e vedere se si creano problemi di sorta nella casa del malcapitato (che no, a sto giro non sarei io). Nonostante questo, però, ci sono tanti se e tanti ma. Quindi, ciò che non posso fare a meno di chiedermi è: “Ce la faranno i nostri eroi a vedere sta finale in cui non saremmo dovuti arrivare insieme, o verranno sconfitti dalla crudeltà degli Dèi che operano contro di loro?”

Rimanete sintonizzati per scoprirlo. (Non fatelo, è un trappolone)

Questo è quanto.

Cya!

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Magia, Esoterismo, Occultismo e altri adorabili eventi paranormali

Boh, non so cosa ne verrà fuori e quanto accurato sia ma è ovviamente rappresentativo del mio punto di vista su determinati argomenti che entrano nelle macrocategorie indicate nel titolo. In caso di imprecisioni, comunque, qualcuno mi correggerà.

Premessa numero uno: Nonostante mi ritenga uomo di “scienza” e per nulla uomo di “fede”, gli argomenti correlati ad occultismo, esoterismo e cazzi e mazzi hanno sempre avuto un fascino “sinistro” sulla mia mente. Fascino che è stato risvegliato dall’interessantissimo libro acquistato in Feltrinelli dal titolo “Hitler e il Nazismo magico” di Giorgio Galli. Ho scelto un libro di questo genere, tra i tanti, perché si pone di risolvere in modo scientifico alcuni vuoti lasciati dalla storiografia ufficiale. Insomma, un argomento non canonico trattato in modo serio. E, come dicevo sopra, essendo uomo di scienza, non credo in elementi quali la magia, la lettura delle carte, presenze ed entità e compagnia bella che, anzi, mi hanno sempre lasciato molto scettico (“Roba da cialtroni per gente boccalona”) e, nonostante mi sia fatto leggere le carte un paio di volte, l’ho sempre presa come un gioco (come mi diceva l’amica che s’era prestata all’arduo compito di leggerle), come una partita alla play (tanto per capirci).

Premessa numero due: Dato che gli elementi da trattare saranno molteplici è molto probabile che mi soffermi su uno (o due) di essi. Se sarà il caso e se ne avrò ancora voglia, man mano tratterò altro. Quindi questo può essere preso come un “Parte 1”.

Detto ciò, possiamo cominciare.

Fantasmi 

Partirò trattando questo argomento. È doveroso dire che io non creda nei fantasmi.  Nonostante la mia non credenza, nell’immaginario collettivo la figura del fantasma è assai diffusa. Sono stati fatti svariati film che trattavano di questo argomento e tutti hanno avuto una più o meno ampia risposta di pubblico e, tanto per farvi un esempio, posso citare The Grudge. In The Grudge si parla di una maledizione che colpisce una casa in cui si è suicidata una studentessa non ricambiata dal proprio professore e il cui odio ha infestato, insieme al suo spirito, la casa. Altro esempio “famoso” è The Ring (di cui credo sappiate tutti di cosa parla).  Altro film famoso, seppur di genere diverso? Ghost. Insomma, di esempi moderni ce ne sono a iosa. Ciò che ci si chiede è: perché c’è così tanta gente che vede questi film? La risposta è abbastanza semplice: l’uomo, estremamente legato alla vita, fatica ad accettare il fatto che dopo la morte potrebbe esserci il nulla e, quindi, è disposto a credere nell’aldilà.

Ma come “nascono” i fantasmi? Che io sappia, ci sono due modi “accettati” e diffusi nelle credenze. Il primo è quello che vede coinvolte persone che devono assolvere ancora un compito nel “mondo dei vivi” e quindi restano ivi bloccati fino a quando non compieranno la loro “missione”, anziché ascendere in “paradiso” (o dove gli pare). Stesso discorso è applicabile a coloro morti di morte violenta. La loro vita, interrotta prematuramente, li può portare a manifestarsi dato che o non hanno accettato la propria dipartita, o non sono ancora pronti ad ascendere.

La posizione della scienza sui fantasmi è chiara: non ci sono prove della loro esistenza. Nonostante questo, si possono elencare (persino qui in Brianza) una serie di luoghi che si dicano infestati. Un esempio, giusto per citare un nome, è quello di Villa Borromeo, dove si dice ci sia il fantasma di una giovane donna, caduta accidentalmente in un pozzo. Ma, come si entra in contatto coi fantasmi? Lo si può fare attraverso l’utilizzo di un “mezzo umano” che si suppone abbia speciali capacità (medium), con sedute spiritiche (più persone si incontrano seguendo un determinato rito) o attraverso uno strumento denominato “Tavoletta ouija” con la quale lo spirito dovrebbe comunicare coi vivi. In mancanza di questi elementi si possono sentire strani rumori, vedere immagini fluttuanti  di persone o sentire soffi di freddo improvvisi, tali da far accapponare la pelle.

Col passare del tempo, tra truffe e ciarlatani, si sono sviluppati anche strumenti (pseudo)scientifici per rilevare la presenza di spiriti ma, i risultati, sono stati assai scarsi. Nel contempo si è sviluppato un turismo che potremmo definire da “Cacciatori di Fantasmi” che hanno portato la gente a visitare case/magioni/castelli che si credevano abitate da spettri. Questo turismo ha portato al fiorire di leggende metropolitane. Una delle più famose riguarda Amityville, o meglio ancora, una casa di quella città teatro di un strage perpetuata da tale Ronald DeFeo Jr. La leggenda narra che chiunque abiti in quella villa, sia destinato a morire a causa degli spiriti delle vittime morte all’interno della casa alla ricerca di vendetta.

Insomma, per quanto riguarda i fantasmi, è tutto riconducibile ad una questione di fede e, nonostante le varie teorie pseudo-scientifiche, non si è giunti ad alcuna conclusione concreta. Detto questo, coinvolgo voi lettori: credete nei fantasmi? Se la risposta fosse positiva, perché lo fate? E per gli scettici (come il sottoscritto): secondo voi esiste una remota possibilità che esistano queste “presenze” o “entità”?

A voi la parola.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

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Sui manganelli e sulla società fallocentrica. (Da Freud a Sailor Moon: tutto ciò che volevate sapere sui manganelli e non avete mai osato chiedere)

Come da titolo oggi ci occuperemo dei manganelli e della società fallocentrica. Cosa c’entrano le due cose? È piuttosto semplice. Ma è necessario partire dal principio.

E in principio ci fu Sailor Moon. O quasi. Dirigendoci verso Pattini per fare colazione, infatti, io e L.C. abbiamo notato un notevole dispiegamento di forze dell’ordine intente a festeggiare qualcosa. Mentre parlavamo dei manganelli e della loro forma fallica (di cui vi accennerò dopo), è venuto in mente a me (ma anche al compare) di immaginare le forze armate vestite da Sailor Moon. Il risultato è stato ovviamente terribile. Allora, per legge transitiva, abbiamo applicato la divisa militaresca a Sailor Moon. Questo ha portato alla trasformazione del suo rinomato “Cristallo di Luna” in “Manganello di Luna”. Ciò è stato accompagnato da spassose immagini di un esercito di Sailor Moon armate di manganello che sfollavano i rompicoglioni che cercavano di fermarci per rifilarci questo o quel ninnolo. E quanto detto finora mi riporta alla mente un aneddoto capitatoci proprio durante il primo pomeriggio: stavamo andando a pranzare al Ciao in San Babila quando un tizio (tale Luca), ci ferma e prova a rifilarci un cartoncino in cambio di soldi per i bambini orfani. Davanti al nostro diniego questo Luca, dice a L.C. “Tagliati i capelli”. L.C., piuttosto seccato dalla supponenza del tizio, abbozza una reazione troncata dal sottoscritto sul nascere. Stroncata perché non valeva la pena di abbassarsi ad attaccar briga con la comune plebaglia, ovviamente. Le cose, però, sarebbero state diverse con dei bellissimi (e ultra-accessoriati) Manganelli di Luna.

E questo ci porta dritti, dritti al discorso sui manganelli e Freud. Il manganello è riconosciuto da tutti quale strumento di potere. Non importa che lo si guardi con ammirazione, disprezzo o indifferenza, tutti sappiamo che quel oggetto su di noi ha un potere. Questo riconoscimento oltre a derivare da un’associazione ovvia con le forze dell’ordine potrebbe avere anche fondamenta psicologiche. L’illuminazione (se così vogliamo definirla) mi ha colto mentre, tra una battuta e l’altra, è venuta fuori la lampante similitudine tra la forma fallica e la forma del manganello. Infatti, il manganello, non è altro che un enorme fallo (simbolo da ricollegare all’uomo e alla sua posizione sociale di spicco) per riportare all’ordine tutti coloro i quali si oppongono o portano disordine nella società (fallocratica e fallocentrica). La sottomissione avviene di fronte ad un’arma che ricorda un pene procrastinando e continuando, in questo modo, la tradizione maschilista caratterizzante tutte (o quasi) le società. Insomma, per farla breve, le forze dell’ordine (coloro le quali hanno il compito di far sì che sia mantenuta la calma ed è adibita a protezione della società) non fa altro che ribadire un concetto fondamentale socio-culturale: tutto gira intorno all’individuo di sesso maschile.

E questa mia considerazione è rafforzata dall’evidenza dei fatti. Nonostante una seconda ondata di “femminismo” forse più maturo e più “moderno” ed un’apertura alle stanze dei bottoni di vari ambienti alle donne, coloro i quali ricoprono posizioni di spicco in economia, politica e scienza sono uomini. Uomini che non hanno mai visto le loro posizioni veramente intaccate da questa “rivoluzione rosa” in una società dove i maggiori simboli di potere sono da riportare all’organo sessuale maschile.

Magari queste sono solo stronzate (e io in parte voto per questa opzione), magari c’è un fondo di verità (e voto anche per questa opzione), magari è tutto un gombloddoh massonico che è stato svelato. In qualsiasi caso, meditate gente. Meditate attentamente. E ricordatevi che i Manganelli di Luna sono protetti da Copyright nel momento stesso in cui compaiono su questo blog.

Questo è quanto.

Cya.

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Partecipazione (E altri piccoli problemi degli italiani)

Stamane, mentre mi facevo la doccia, anziché cantare come al solito, stavo riflettendo e mi sono accorto di una cosa fondamentale: gli articoli “seri” che dovrebbero e potrebbero dare spunti di discussione, non vengono minimamente presi in considerazione da chi legge. Questa mia affermazione si basa sull’evidenza dei fatti (vi inviterei a spulciare il blog per vedere coi vostri occhi) e sui numeri. Ora, mio malgrado, ho una media di venti/venticinque visite al giorno. Mi sono arrivati commenti ai post più disparati e assurdi, eppure…

Eppure quando si trattano argomenti di una certa rilevanza, semplicemente, chi potrebbe esserne interessato pare svanire nel nulla. E questo, fondamentalmente, è un problema che si rispecchia sia nelle piccole, sia nelle grandi cose. Questa mancanza di partecipazione oltre a caratterizzare una fase politica in cui l’astensione ha raggiunto picchi elevati, quasi da record, caratterizza anche la vita “normale” degli italiani.

Italiani che si sono sempre mostrati bravi ad evitare i problemi, a sperare che qualcun altro li risolvesse. E anche questo, ha portato alla situazione odierna. Troppo facile imputare tutte le colpe a Berlusconi (e di conseguenza chi lo ha eletto), troppo facile puntare il dito contro un Centro-Sinistra che quando ha avuto l’occasione di governare, si è suicidata con le sue stesse mani. Sarebbe una soluzione di comodo e poco onesta. Sarebbe un lavarsi le mani dagli errori commessi. Perché, in fondo, i problemi italiani arrivano sono facilmente collocabili in periodi storici precedenti a quelli del così detto “berlusconismo”.

Ma si sa, gli italiani si ricordano solo quello che vogliono ricordarsi, quando si ricordano qualcosa. E questo mi riporta direttamente all’argomento “principale”: la mancanza di partecipazione. Ieri sera si discuteva con alcuni colleghi di partito su come internet avesse permesso agli italiani (soprattutto ai più giovani) di informarsi e come questo potesse segnare un aumento della partecipazione (politica e non solo) alla vita di Stato e ai suoi problemi. Questa visione delle cose, però, mi pare un po’ troppo ottimistica e semplicistica. L’informarsi è solo il primo passo per “partecipare”. Sicuramente è meglio di niente, ma non è abbastanza. L’informarsi fine a se stesso è inconcludente quasi quanto il non informarsi affatto. Dico questo perché una persona per quanto informata sia, nel caso in cui decidesse di non partecipare attivamente alla vita culturale-politica del suo paese, sarebbe del tutto ininfluente.

A questo ragionamento mi si potrebbe opporre la tipica frase “Anche se partecipassi, non cambierebbe nulla”. Ed è qui, che secondo me c’è un errore di fondo. Partecipando c’è una presa di posizione che soltanto apparentemente è inutile. In realtà, attraverso la partecipazione avrete modo di confrontarvi con altri e discutere delle vostre idee e potreste essere d’esempio anche per altri “Informati che non partecipano”. Mi rendo conto che la partecipazione sia qualcosa di difficile e impegnativo, mi rendo conto di quanto sia complicato esporre le proprie idee ad altri e discuterne per cercare di raggiungere un obiettivo, eppure questa dimensione (la dimensione della dialettica e della partecipazione) è andata pian piano scomparendo.

È scomparsa a causa di una cultura che, purtroppo, si è involgarita e imbarbarita. È scomparsa perché faticosa. È scomparsa perché può parere inutile e retrograda. E il vuoto lasciato da cosa è stato colmato? Dai “Talk-show” (di cui si salvano solo pochissime e rare perle), dai “Reality-Show” e da programmi di questa risma. L’italiano ha barattato il suo diritto (diritto-dovere) di partecipare con il non fare fatica, con lo stare davanti alla televisione, col non affrontare i problemi e il delegare a qualcun altro, con il non esprimere una propria opinione.

E questo lo si vede nel uber-micro (questo blog) e nel macro (a livello nazionale). Non sarò di certo io a farvi la paternale, dato che tutti sapete quanto io sia culo-peso su quasi tutto. Eppure, nel mio piccolo, per quanto inutile possa sembrare, io partecipo. Partecipo perché le cose così, a me non vanno bene. E a voi? A voi vanno bene?

Questo è quanto.

Cya.

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Giovani e Disoccupazione

Oggi, articolo serio.

Mentre il Governo Monti si prepara a varare una nuova riforma del lavoro supportato dai tre principali partiti italiani, nel tema della maturità di quest’anno è stato trattato il tema della disoccupazione giovanile, la sua diffusione nel Mezzogiorno e si sono chieste possibili soluzioni. Proverò anch’io, in breve, a trattare questo argomento che già trattai qualche tempo fa.

Il problema della disoccupazione giovanile, in Italia, è riscontrabile molto prima della crisi e fu provocato da un sistema contrattuale inefficiente che oggi ci ha portato in questa situazione. Ad oggi esistono diverse forme contrattuali, le più diffuse sono: Apprendistato, Co.co.pro, contratto a tempo determinato e (anche se non è così diffuso) il contratto di lavoro a tempo indeterminato. I giovani, però, vengono assunti soprattutto con co.co.pro e contratto di lavoro a tempo determinato. Questi contratti hanno favorito una politica aziendale atta ad avere il maggior ricambio di personale possibile (con elevato risparmio sui costi del lavoro) nei settori dove non ci sia richiesta una specifica specializzazione. Ciò a portato ad avere giovani con un lavoro per 3/6 mesi con stipendi relativamente bassi che producono quanto produrrebbe (se non di più) una persona con contratto di lavoro a tempo indeterminato con quasi il doppio dei costi. Insomma, in questo modo si è penalizzato il lavoratore, favorendo le aziende.

In origine, questi contratti, dovevano essere fatti per “invogliare” le aziende ad assumere giovani ma avrebbero dovuto avere un utilizzo limitato e diverso da quello attuale. Questi strumenti, infatti, dovevano servire per inserire il giovane nella realtà aziendale permettendogli di avere orari “flessibili” e le aziende erano incentivate ad assumere proprio grazie ai costi minori. Ovviamente, la legge era stata tratta da una bozza di legge del Dottor Biagi (ucciso dalle BR) e quindi incompleta. È possibile notare infatti come sia nel caso del co.co.pro, sia nel caso del contratto a tempo determinato non siano stati inserite limitazioni sull’utilizzo. Limitazioni che avrebbero potuto essere le seguenti:

1) Al termine del primo contratto possibilità di rinnovare per una sola volta la formula, prima di passare ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Certo, questo probabilmente non avrebbe risolto il problema ma per lo meno, se un giovane si fosse distinto per la sua bravura/preparazione/capacità avrebbe avuto l’occasione di avere un lavoro a tempo indeterminato dopo due contratti a termine.
2) Incentivare le aziende ad assumere i giovani con sgravi fiscali, dopo averli assunti con contratti a tempo determinato. Se le aziende avessero avuto incentivi ad assumere giovani a tempo indeterminato, in questo momento la situazione sarebbe stata diversa. Lo Stato avrebbe dovuto scegliere aziende strettamente legate al territorio e permettere una compenetrazione di lavoro giovanile affianco di persone già esperte nel settore (Iniziando, ad esempio, con i contratti di apprendistato più che con i contratti a progetto).
3) Favorire, come dicevo sopra, il contratto di apprendistato. In questo modo i giovani avrebbero avuto l’opportunità di imparare il lavoro affiancati da persone di esperienza e, con un costo relativamente basso, le aziende si sarebbero trovate “in casa” giovani già pronti a sostituire il personale pronto ad andare in pensione.

Ovviamente, queste soluzioni temo non siano nemmeno mai state pensate dai governi che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni e, purtroppo, anche questo Governo sembra intenzionato a percorrere una strada diversa.  Ma quale può essere una soluzione a questi problemi? La risposta è abbastanza semplice e coincisa: andrebbero ridotte le forme contrattuali riguardanti i giovani. Si dovrebbero mantenere l’apprendistato, una forma contrattuale a tempo determinato che dopo massimo due rinnovi passerebbe a contratto di lavoro a tempo indeterminato e, per l’appunto, il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ovviamente, mi rendo conto, che il mercato del lavoro di oggi è un mercato che richiede flessibilità e che, per questo motivo, il contratto di lavoro a tempo indeterminato sia quasi (mi spiace dirlo) anacronistico. Per questo motivo si potrebbe offrire una quarta opzione, oltre a quelle sopra elencate.

Si potrebbe anche lasciare un contratto di lavoro a tempo determinato senza limitazioni o vincoli di sorta per quanto riguarda i rinnovi. Questo andrebbe incontro alle istanze di flessibilità del mercato del lavoro moderno e permetterebbe ai giovani di fare esperienze in più campi (come già accennavo in un articolo sul tema) e alle aziende di continuare con la loro politica di ricambio di personale. L’unica condizione necessaria sarebbe quella di aumentare gli stipendi in modo che, una volta terminati i contratti, i giovani disoccupati possano mantenersi finché non trovino un altro posto di lavoro.

Nel Mezzogiorno, la questione, è ancora più complicata per il semplice motivo che le fabbriche lì non investono come e quanto dovrebbero e l’economia locale è fiaccata da diversi fattori (Criminalità organizzata, aziende spesso retrograde, incapacità di adattamento al nuovo mercato del lavoro, concorrenza estera) e questo porta ad avere un tasso di disoccupazione elevatissimo a livello giovanile. Giovani che sono costretti ad emigrare al nord o all’estero per cercare di lavorare. In questo caso, per favorire il lavoro giovanile (e le attività produttive più in generale) andrebbe stanziato un fondo controllato a disposizione delle aziende più meritevoli per assumere i migliori giovani e avvicinarli al mondo del lavoro. Per permettere questo, l’industria/impresa più indicata sarebbe la piccola/media impresa che difficilmente può dislocarsi su altri territori e che quindi è una “certezza”, non avendo l’arma di ricatto della chiusura di stabilimenti con conseguente smobilitazione verso i paesi esteri. In questo modo, oltre a rilanciare il settore giovanile, si darà nuova linfa ad una parte del settore fortemente in crisi. Tra l’altro, premiando in modo consistente le piccole/medie imprese, si dà modo di competere in modo reale ed effettivo con le altre realtà e si toglie alla criminalità organizzata una possibilità di ripulire i propri soldi sporchi.

Insomma, una cosa è certa: il mercato del lavoro va rivisto completamente e l’assunzione di giovani deve essere incentivata con contratti in grado di dar loro una certa stabilità.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

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Intermezzo Musicale

Dato che fa caldo e non ho voglia di scrivere, beccatevi sta canzone terribbbbbbile (che però a me piace)

Even a man who is pure in the heart
And speaks in prayer by night
May become a wolf when the wolf’s bane bloom
And the winter moon is bright

Listen to them
The children of the night
What sweet music they make

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Ho capito che – Lezioni di vita spicciola

Arrivato alla veneranda età di ventuno anni (tre mesi e tre giorni) posso dire con un buon margine di sicurezza di aver capito qualcosina (ma proprio poco, eh) della vita. Che cosa uno può capire dalla vita a ventuno anni, per molti è un mistero e posso capirlo. A quest’età ancora si è giovani e di esperienze da fare ce ne sono a migliaia, eppure…Eppure io sono sicuro di me e di quello che sto per scrivere, tanto vi basti.

In primis ho capito che qualunque cosa tu faccia, qualcuno l’avrà già fatta meglio, o la farà meglio. Allora bisogna non tentare? Eh…Per il mio culopesismo innato, vi direi che sì, fareste meglio a non tentare. Ma poi sono io il primo a lamentarmi, quando non tento perciò…Perciò voi provateci. Non avete praticamente nulla da perdere. Se vi dovesse andar bene, avrete guadagnato qualcosa. Se vi andrà male, avrete comunque fatto un’esperienza nuova (oppure la medesima esperienza, ancora una volta) e avrete modo di capire cosa ci fosse di positivo e cosa fosse negativo. So che può sembrare un’ovvietà (lo è), ma la prima cosa che ho capito è stata questa.

Poi, ho capito che quando si ha a che fare con le donne, in qualsiasi caso farai qualcosa di sbagliato. Ma non è solo colpa tua, uomo medio. È colpa anche di linguaggi diametralmente opposti. Per l’uomo è tutto diretto e c’è poco di sottinteso. Quando invece si tratta di decifrare il linguaggio femminile ci si addentra in un terreno viscido e insidioso. Quando una donna dice qualcosa è assai probabile che voglia dirne un’altra. Le poche volte che, invece, dice una cosa pensando a quella cosa, pieni di dubbi sull’oscuro significato delle sue parole (perché, dopo tot. tempo, arriverai a cercare di decifrare tutto quello che dice facendo più danni che altro), alla fine la farai incazzare perché non le hai dato retta. Unico consiglio: non tentate di giocare di anticipo, potreste solo peggiorare la vostra situazione.

Ho capito che quando una persona dice no è no. L’affermazione appare talmente lapalissiana che quasi è assurdo che ci sia, ma non tutti hanno avuto la fortuna di capire questa fondamentale verità. Non lo capiscono quelli che insistono per rifilarti il mega-abbonamento di staminchia, non lo capiscono quelli che provano a fermarti per dare un contributo ai bambini malati di AIDS e, tante volte, non lo capiscono nemmeno le persone che ci stanno attorno più tempo degli altri. Dato che mandare a fare in culo tutti non si può (si potrebbe, ma convenzioni socio-culturali dicono che sia poco carino), armatevi di pazienza e sopportate.

Ho capito che la pazienza è la virtù dei forti, ma ad essere troppo pazienti si corre il rischio di esser trattati come dei coglioni. Perché, sì, va bene essere pazienti (con poche e selezionatissime persone), ma più in generale a fare “il buono” o “il comprensivo”, alla fine ci si rimette novantasette volte su cento. Sta a voi capire quando pensate valga la pena essere pazienti e quando valga cacciar fuori la lingua dai denti (in modo figurato) e cantarne quattro al rompicoglioni di turno. Lo so, qualche riga sopra ho detto che dovreste armarvi di pazienza e sopportare e questo sembra contraddire quanto detto ma, in realtà, questo potrebbe essere un corollario del “Ho capito che” di cui sopra.

Ho capito che il detto “Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare” è una verità a metà. Alla fine, dipende tutto da noi. Sta a noi cercare il metodo più efficiente ed efficace per raggiungere la meta. Sta a noi trovare la voglia di passare il mare che divide il dire e il fare. Lo so, non è facile. Lo so, tante volte il mare è un mare di merda. E, sì, so anche che dovrei essere l’ultimo a dire questo dato che solo qualche post fa mi lamentavo della mia incapacità di agire. Epperò, io sono un caso patologico, voi invece non lo siete (o almeno, lo spero). Insomma, un po’ più di fiducia in noi stessi, un po’ più di voglia di mettersi in gioco e tutto sembrerà un po’ meno complicato.

Ho capito che le cose raramente vadano come vorremmo. E, in fondo, non c’è nulla di sorprendente. Quante volte le nostre speranze sono state frustrate? Quante volte un rapporto si è evoluto in maniera diversa da come avremmo voluto si evolvesse? Quante volte vostra madre vi ha illuso dicendovi che vi avrebbe regalato il Gameboy color con pokemon oro e alla fine si è presentata con non-mi-ricordo-cosa? Un sacco di volte (tranne quella del Gameboy, quella è stata una delusione one-shot). Eppure, temo sia inevitabile. Ogni volta si creano aspettative perché, quasi fosse prerogativa standard dell’uomo, non si può fare a meno di pensare come potrebbero andare le cose e, a meno che non si tratti di visite mediche (lì si passa da “Ho il raffreddore” a “Ho un cancro incurabile”), di solito si tende a prendere in considerazione lo scenario migliore. Lo scenario che rappresenta come le cose vorremmo che andassero. Poi, ovviamente, la guastafeste chiamata “Ragione” interviene a mediare e a far prendere in considerazioni altre ipotesi più “realistiche” (Al ché, sorge spontanea la domanda “Ma tu (Ragione), non potevi farti i cazzi tuoi?”).

Ho capito (già da tempo) che se vorrò avere un futuro e le cose non dovessero cambiare, sarò costretto ad emigrare verso altri lidi (e tre possibili mete sono già state decise da lunghissimo tempo). Questa, probabilmente, è la cosa più triste che una persona possa capire. Purtroppo, però, non ci sono sbocchi per i giovani in questa Vecchia Italia. Chi ha i numeri è senza agganci. Chi ha gli agganci è senza numeri. Il lavoro per molti giovani (e non solo) è un’utopia e penso di meritarmi di meglio di quello che qui ci è offerto (sarò presuntuoso, ma tant’è.).

Ho capito che uno sguardo, un gesto, un’espressione possono dire molto più di ogni singola parola. Ormai si è persa l’abitudine di guardare gli altri in faccia o di osservarne i movimenti per capire se questi sia turbato o meno e, questo, è un vero peccato. Temo che si sia persa l’abitudine perché (come il prof di filosofia politica insegna) guardando negli occhi un’altra persona, è inevitabile che si venga visti. E questo ci intimorisce, ci fa sentire nudi ed inermi, esposti ad una minaccia. E, questo, per me è un vero peccato. Così come è un vero peccato che la comunicazione perda la sua parte mimico-espressiva in favore di quella incolore e incompleta rappresentata dalle parole.

Ecco, queste sono le cose principali che ho capito. Sicuramente, mi sarò dimenticato qualcosina ma vabbè, penso vivreste anche senza saperlo.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya

(N.B.: Post originariamente iniziato in data 22/05/2012. Sono talmente culopeso d’averlo lasciato come bozza per quasi un mese, prima di finirlo).

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Estate

Fondamentalmente, l’estate è figa per un solo motivo: che si lavori, che si vada a scuola, l’attività viene interrotta per qualche tempo per poter staccare dalle fatiche di un intero anno.  Normalmente, si andrebbe al mare, si andrebbe in montagna o al lago. Io, invece, che sono povero e stronzo, ma soprattutto povero (per alcuni soprattutto stronzo) sarò bloccato in quel di Seveso. Eh, beh, ecco…È una vera merda.

È una vera merda perché Seveso non ha nemmeno una piscina (e comunque non avrei soldi da investire per andarci un giorno sì e l’altro pure). O meglio, la piscina ce l’ha…Solo che è andata a fuoco (non chiedetemi come). L’unica piscina in zona è quella di Seregno che sì, è bella, sì è grande…Ma è irrimediabilmente piena di gente.  E quindi, esclusa la piscina, avrei potuto usare la carta “fare pietà ai miei per farmi sei giorni al mare”. Qui sorgono un…Trilione? Sì, un trilione di problemi. Il primo è che non mi ci porterebbero manco per sbaglio, a sbaffo. Il secondo è che io non andrei al mare con loro (troppo, troppo deprimente). Il terzo è che i due abbiano prenotato a Riccione e a me, Riccione, fa cagare. Gli altri non sto ad elencarli, perché altrimenti non la finiamo più.

Quindi, escluso quello che sicuramente non posso fare, non mi resta che armarmi di pazienza ed escogitare un modo per passare un’estate cittadina. Ed è qui, che entra in gioco il mio piano (ancora in fase embrionale): un bel abbonamento mensile per Milano e giro della città (che poi, immancabilmente, si trasformerà in un: “Feltrinelli – Tavolo – Lettura” oppure, variante estiva: “Parco Sempione – Salviettone – Libri – Beveraggio”). Nel caso in cui, nemmeno le finanze dovrebbero essere dalla mia (perché come si sa c’è crisi, e io spendo 70 € ogni due mesi in fumetteria) resta sempre la possibilità di andare al Bosco delle Querce e fare le stesse cose che farei in Parco Sempione. Le uniche differenze tra Sempione e Bosco, è la qualità della fauna…Ma questi sono dettagli.

In definitiva, dopo questo cappello introduttivo (sì, probabilmente l’introduzione sarà più lunga del Post), arriviamo al vero succo del discorso: indipendentemente dal fatto che io vada o meno in vacanza, l’estate è una stagione che odio. La odio perché, per quanto abbia i suoi lati positivi (soprattutto per gli occhi), ne ha anche tanti, tanti, tanti, tanti, tanti, tanti, tanti negativi. Alcuni semplici esempi? Eccoli!

1) Il caldo. Io odio il caldo. Lo disprezzo profondamente. Lo trovo rivoltante. Afoso, secco…Non conta. Ciò che conta è che è davvero fastidioso avere i vestiti appiccicaticci dopo solo un paio di chilometri fatti a piedi (perché, nonostante sia un ciccione e nonostante sia un culopeso, a me camminare piace). Non è accettabile che appena usciti dalla doccia, si rincominci a sudare…Per non parlare della quantità industriale d’acqua che consumo.
2) Non c’è nulla da fare. Occhei, tolte le occasionali uscite con gli amici (che tanto, prima o poi partono), tolti i bagni in piscina…Cosa resta da fare? Praticamente, un cazzo. Ho fatto fatica a trovare anche le due cose da togliere dall’elenco delle cose da fare, fate un po’ voi. Comunque, l’estate è una stagione vuota. Chiude tutto (o quasi), le ore sfruttabili senza rischiare di farsi venire un colpo sono relativamente poche (in città, per lo meno). E anche la vita notturna, alla fin fine, ne risente. Insomma, domina la noia. E per uno che si scazza con un nonnulla, è anche un bel problema.
3) Ci si scopre. Personalmente, in giro, mi limito a pantaloni corti al ginocchio e maglietta a maniche corte (perché sono delicato), ma c’è gente che va in giro in canotta, infradito e shorts/pantaloncini corti. E voi direte “Vabbè, nulla di strano, fa caldo”. E sono d’accordo pure io, eh. Però, porca puttana, c’è un limite (piuttosto basso) alla sopportazione del brutto che hanno i miei occhi (per i più curiosi: il limite è tre guardate nello specchio colla mia immagine riflessa). Insomma, non dico che dobbiate indossare un burqa oppure l’equivalente maschile (esiste?), però mettetevi addosso cose che potete permettervi per gli Dèi.
4) Lo svuotarsi della città. Perché è negativo? Perché se si è a Milano, i Niggah, sicuramente riusciranno a beccarmi e non ci sarà in giro gente con cui potrò mescolarmi, sperando ardentemente che vengano scelte altre persone.
5) Le aule universitarie. Dato che avrò lezione ancora per questa e la prossima settimana in una specie di fornace (misteriosamente, l’aria condizionata non va), seguire diventa una missione impossibile. Oggi mi sono quasi cotto a puntino, per tenere la finestra aperta sperando in un alito di vento (che non è arrivato).

Per fortuna, come dicono gli Stark (quelli sopravvissuti) “L’inverno sta arrivando”. Speriamo che si sbrighi.

Questo è quanto.

Cya.

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Io, Coso

Dato che col tempo, volente o nolente, i lettori sono aumentati è giusto che sappiano chi è Coso, o per lo meno intravedano qualcosa della persona che si “nasconde” dietro questo pseudonimo. Ovviamente, per chi già mi conosce, questo post non servirà praticamente a nulla, per gli altri potrebbe essere interessante (ma ne dubito). La formula dell’articolo sarà quella di “Domanda – Risposta”. Buona lettura.

D: Chi è Coso?
R: Rispondere ad una domanda del genere, in generale, è sempre molto difficile. Non ci si conosce mai abbastanza a fondo per poter dire con sicurezza assoluta chi siamo o chi non siamo, comunque…Potremmo dire, senza troppo margine di errore, che Coso è il tipico ragazzo occhialuto, grassottello, imbranato e timido di cui ci si dimentica abbastanza in fretta.  Il Fatto che sia timido non l’aiuta di certo a socializzare (così come non l’aiuta il disprezzo che sente nei confronti del 97% dell’umanità), per questo ha pochi amici che sente abitualmente e vede appena può. Ama leggere quasi qualunque tipo di libro anche se ha una passione spropositata per Martin e il Fantasy (quello fatto bene, però). A suo modo è stato (e tuttora è) un collezionista. Prima erano le carte di “Magic The Gathering” (Per i non anglofoni: Magic L’Adunanza), ora sono Manga e Fumetti. Nel tempo libero, oltre alle uscite con gli amici (non così sporadiche come si possa credere e come gli piace far credere), si diletta a scrivere (purtroppo per voi), ascoltare musica (quasi tutto, ormai: ma in particolare Metal e Musica Classica). Non ama particolarmente i luoghi eccessivamente affollati, né le discoteche. Tra tirar tardi per ballare e tirar tardi in un pub, discutendo del più e del meno con pochi amici, sceglierà sempre e comunque l’ultima opzione. Ecco, più o meno, questa è più o meno Coso.
D: Perché proprio il soprannome/nickname “Coso”?
R: È tutto iniziato su FB, un po’ di tempo fa, quando Ammitta mi disse “Ma tu, sei un Coso!” e, qualche giorno dopo, venne fuori il disegno che tutti potete vedere nel mio Avatar qui. Allora, un po’ perché è un Cazzone (con la “C” maiuscola) un po’ perché era un’idea carina, Coso cambiò il proprio nome da “Vero Nome” a “Coso McPecoro” e la suddetta immagine, divenne immagine del profilo. Se poi aggiungessimo il fatto che Coso è un fan sfegatato di “Scrubs” in cui J.D. e Turk si chiamano a vicenda “Coso”, il gioco è fatto (anche se questo particolare lo notò solo alla terza visione di tutte e otto le stagioni…Perché le stagioni di Scrubs sono otto.)
D: Di dov’è Coso? Dove abita?
R: Coso abita in una ridente cittadina di trentamila persone in cui non c’è assolutamente un cazzo. È a trentasei minuti di treno da Milano (col diretto, sono ventisei). Il posto in questione è noto ai più come Seveso. Divenuto tristemente noto in Italia e nel mondo col disastro della diossina del 1976 che portò alla creazione di un polmone verde all’interno della Brianza, conosciuto dai villici  come “Bosco delle Querce”.
D: Cosa fa nella vita, Coso?
R: È uno studente al secondo anno di scienze politiche, cerca lavoro ed è “impegnato” in politica.
D: Cosa vuole fare da grande, Coso?
R: Passare da semplice cassiere a Leader Assoluto del Bennet. Il mondo sarà ai miei piedi. Scherzi a parte, da grande non sa cosa farà. Il suo sogno è diventare despota illuminato e conquistare il mondo. Realisticamente, spera solo di trovare un lavoro dignitoso.
D: Tre pregi di Coso?
R: Ne esiste solo uno, è convinto che più “Coso” in giro per il mondo sarebbero una piaga orribile per l’intero genere umano e…Quando c’è da discutere non si tira mai indietro.
D: Tre difetti di Coso?
R: Solo tre? Sarà difficile scegliere…Allora, è un culopeso, vuole sempre avere ragione e…è insicuro.
D: Cos’è il Culopesismo?
R: Una persona può essere pigra, svogliata, sfaticata, con poca voglia di vivere e scazzata? Il Culopesismo è tutto questo elevato all’ennesima potenza. Inoltre, il culopesismo, è la Cosoway of life. Uno stile di vita che (non) andrebbe esportato nel mondo. Il neologismo è da attribuire ad un certo L.C., che lo inventò per insultare Coso.
D: Coso è credente?
R: No. Per lo meno, non in modo canonico. E comunque, se fosse credente, sarebbe indubbiamente un politeista. Il suo pantheon prevederebbe senza ombra di dubbio i Grandi Antichi, i Dei Esterni, Le divinità scandinave. Il suo “non credere” nella religione cristiano-cattolica è dovuto a riflessioni compiute intorno ai quindici/sedici anni.
D:  Una data che Coso ricorderà sempre?
R: Ce ne sono tre, fondamentalmente, che non riuscirò a scordare. Il primo, è il giorno del suo compleanno. Il secondo, è l’undici settembre (in generale), dato che è il compleanno di sua madre (oltre che giorno della caduta delle Twin Towers, perché in inglese fa più figo) e l’ultimo è la vigilia di Natale perché  è il giorno in cui è morta sua nonna.
D: Da quanto tempo Coso scrive?
R: Qui c’è la prima fondamentale differenza tra “Coso” e “Chi sta dietro a Coso”. Il primo è comparso da qualche mese e sembra intenzionato a non andarsene. Il secondo, invece, “scrive” da quando ha creato il suo primo contatto di MSN. La grande svolta, però, è avvenuta nel settembre del 2009. Svolta dovuta alla “pressione” di un gruppo di amici che gli consigliarono di passare su Wp per scrivere. Da allora, a correnti alterne ha sempre scritto qui. Di quando in quando, si diletta anche nella stesura di bozze per storie che poi, puntualmente, lascia indietro ripromettendosi di recuperarle…Prima o poi.
D: Si considera un buono scrittore?
R: No, è uno scribacchino. Ogni tanto ha buone intuizioni che, però, sviluppa in modo troppo prolisso. Però non vuole fare/essere uno “scrittore”, lui scrive per svago oppure per sfogarsi (ultimamente, più per svago).
D: Globalmente è soddisfatto della sua vita?
R: Ni. Sicuramente c’è chi è messo peggio e, tutto sommato, non è che abbia poi molto di cui lamentarmi (a parte il fatto di non battere chiodo manco per sbaglio) . Però si potrebbe sempre andare meglio e non è nella sua natura accontentarsi.
D: Tre cose che Coso adora?
R: Quasi tutte le fanciulle coi capelli rossi, i fumetti, i libri di Martin
D: Tre cose che Coso non sopporta?
R: Grillo, M5S, i Comunistelli (lollete). No, seriamente: I pregiudizi, il parlare di cose che non si conosco, il pretendere tutto e subito
D: Ultimo libro letto?
R: It di Stephen King. In corso di (ri)lettura: Il Gioco del Trono di Martin.
D: Autore Preferito?
R: George R.R. Martin.
D: Libro preferito?
R: La Saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
D: Personaggi preferiti?
R: Tyrion Lannister, Jon Snow, Bran Stark, Varys l’Eunuco, Byrinden Tully
D: Casa Preferita dei Libri “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”?
R: Stark, Targaryen (Winter is coming, Fire and Blood)
D: Ultimo film visto?
R: Pulp Fiction, (ri)visto ieri sera.
D: Cosa in cui spende più soldi?
R: Fumetti e Manga. 70 € ogni due mesi.
D: Manga preferito?
R: Hellsing.
D: Comic preferito?
R: Spiderman (Marvel) / Batman (DC)
D: Parolaccia che dice più spesso?
R: Cazzo/Fanculo.
D: Bestemmia che dice più spesso?
R: Porci Dei/Dei dannati. Ed evoca i Grandi Antichi.
D: Videogame preferito?
R: Skyrim? (è l’ultimo a cui ha giocato)
D: Videogame a cui vorrebbe giocare?
R: Lista lunga, ma soprattutto: Batman Arkham Asylum  – Batman Arkham City – Call Of Cthulhu – Amnesia – Diablo III
D: Motto personale?
R: Qualunque cosa tu  faccia, qualcuno la farà o l’avrà già fatta meglio.
D: Il vero nome di Coso?
R: Qualcosina dovrà pur rimanere nell’ombra (ha paura che gli arrivino mail minatorie/ovviamente scherza…Forse).

E, anche per oggi, questo è quanto. Se aveste altre domande, fatele nei commenti che prima o poi vi risponderò.

Cya.

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Questione di…

Dato che tra ieri e oggi ho avuto parecchio tempo per pensare mentre imbiancavo casa, mi sono soffermato a pensare ad alcune cose che mi riguardano. Le conclusioni, alla fine, sono sempre stata le stesse. Ma testé, riporterò qui tutto, come ulteriore monito a me, sulla mia culopesaggine (e non solo).

Il primo spunto di riflessione è stata la mia scarsa voglia di fare le cose. Tutto noioso. Tutto già visto. Tutto già fatto. Eppure, dietro a questo atteggiamento, non ci può solo essere del culopesismo (che, per l’amor degli Dèi, è un’ottima scusa) ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Di più forte. E questo qualcosa è la paura di mettersi in gioco. Una paura che non riguarda solo il fare/non fare le cose (tant’è che raramente mi sia mai buttato di mia iniziativa), ma anche la vita di tutti i giorni. Si può passare dall’esempio banale: il fatto di non azzardare un balletto difficile tanto quanto lo stare in piedi, sino al non provare a portare a termine un progetto per la paura di “non farcela”, per la paura che il risultato finale non sia degno delle aspettative costituitesi mentre ci lavoravo sopra. E da questo spunto marginale a spunti ben più “centrali” (in questo momento), il salto è stato breve.

Infatti, il mio non volersi mettere in gioco, si rispecchia anche nelle relazioni con gli altri. Relazioni, che escluse pochissime persone, solitamente non vanno al di là di un rapporto di cortesia, non approfondito. E, anche in questo caso, c’è una scusa (che di fatto, tanto scusa non è): A me non piacciono le persone. Mi irritano. Vedo qualcuno sulla metro e ascoltandolo parlare, nel 97% dei casi, mi sale un odio viscerale. Ma, chiaramente, questo è un altro problema. Dicevo che, il mio non volersi mettere in gioco anche nelle relazioni è sintomatico della mia paura nel fallire. Fallire con un amico, fallire nell’abbordaggio con dolci e bellerrime fanciulle, fallire con la mia famiglia.

E, in fondo, la paura del fallimento credo sia normale. Tutti hanno paura di fallire eppure non si fanno bloccare. Io, invece, non riesco a fare il famoso “passo in più”. Tra l’altro, il non riuscire, è sintomatico di un non volere. Non voler rischiare, perché in fondo così me la cavo, non voler provare perché tanto “so già che andrà male”, non voler fare una cosa perché “tanto non serve a niente”. E per quanto le (poche) persone di cui mi fido mi spronino a buttarmi e tentino di convincermi, il desiderio di cambiamento dovrebbe partire da me. Cosa lo farà scattare? Sinceramente, non lo so. Non ho un’idea che sia una al riguardo.

Perché, fondamentalmente, lo so: è solo questione di mettersi in gioco, questione di affrontare la paura del fallimento. Eppure, nonostante la consapevolezza sia un primo passo, oltre a questo non riesco andare.

Anche per oggi, ho chiuso.

Questo è quanto.

Cya.

 

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