Se

Occhei, il titolo di per sé non dice un cazzo. E, probabilmente, manco il post dirà qualcosa di sensato. Ma chissenefrega? (Perché sì, in fondo, sul mio blog per quanta libertà di parola ci sia, l’argomento e la supposta utilità dei post sono sotto la mia rigida dittatura).

Stavo riflettendo sul fatto che se nella vita ci si muovesse come in una partita di scacchi, sarei nella merda fin sopra ai capelli. Io e gli scacchi non andiamo d’accordo anche a causa del mio “muovere i pezzi a caso”. Non riesco a perseguire una strategia per tutta la durata della partita e non riesco a concentrarmi sugli errori commessi dal mio avversario (ne ho avuto una dimostrazione alla fiera del fumetto di Novegro quando perdetti tutte le partite contro L.C.). Ecco, detto questo, immaginatevi come sarebbe la mia vita se tutto fosse un’enorme partita di scacchi…Vivrei meno di un moschino della frutta o riporterei meno vittorie dell’Uzbekistan in qualsiasi competizione sportiva. Il che, concedetemelo, sarebbe assai deprimente. E, in fondo, sono convinto che nemmeno voi (o la maggior parte di voi) vorrebbe che la vita fosse una partita di scacchi. Perché, siate sinceri, a chi non cadono i coglioni davanti ad una prospettiva del genere? Al Cacciatore di Tonni, agli appassionati, ai matematici e a pochi altri. Ma siccome, escluso il Cacciatore di Tonno, gli altri mi stanno profondamente sul cazzo (soprattutto i matematici), direi che sono fortunato nel constatare che la vita non sia una partita di scacchi.

Se la vita invece fosse un cruciverba? Beh, probabilmente andrei alla grande. Voglio dire: devo solo dare le definizioni e puff, il gioco è fatto. Ma per quanto ci si può divertire con un cruciverba? Mezzora? Un’ora? Due ore per non ascoltare una lezione particolarmente noiosa? E poi? E poi subentra, inevitabilmente, la noia. Noia causata dalla monotonia. Senza contare il fatto che ci sia la tentazione (costante) di dare una sbirciatina alle soluzioni…Non per completarlo, sia chiaro, solo per vedere se quanto abbiamo fatto è giusto. E traslando tutto questo nel campo “vita”, il risultato sarebbe disastroso. Non per mia incapacità, come nel primo caso, ma proprio per l’elemento noia che costellerebbe le giornate che si susseguono nello stesso modo. Una dietro l’altra, con variazioni minime. E le soluzioni, invece, non ci permetterebbero di sbagliare, di imparare e riprovare. Insomma, una vita monotona all’ennesima potenza. No, anche questa volta devo dire che posso ritenermi fortunato a non avere una vita uguale ad un cruciverba.

Se la vita fosse una partita di Magic (sì, qui esce la mia parte da nerd represso e sfigato, ma ci sta) invece forse, la mia vita, sarebbe un po’ migliore. Scegli tu le carte da giocare, le metti insieme cercando di creare una buona alchimia, crei svariate strategie che possono essere alterate, abbandonate, riprese e di nuovo abbandonate, mescoli e inizi a giocare. Sembrerebbe la vita perfetta…Non fosse che, a Magic, per vincere avevo la tendenza di sacrificare tutto il sacrificabile. Infliggevo un sacco di danni all’avversario (che di solito, incazzandosi, diceva “Vinci sempre allo stesso modo, con te non ci gioco più” salvo due minuti dopo, rimescolare il mazzo) ma restavo scoperto e inerme. Oppure, puntavo sulla quantità, cercando di soverchiare colui che mi trovavo di fronte (solitamente, lo stesso amico di prima che si incazza di nuovo), lasciando perdere però completamente la qualità e l’aspetto strategico. O, ancora, rimuovevo prima che entrassero in gioco le carte più pericolose che gli altri potessero avere (E, indovinate un po’, pure in sto caso non è che la prendesse molto bene…Anzi). Indubbiamente, tutto sembra stimolante eppure…Eppure in questo modo, nella vita “vera”, mi troverei ad essere troppo vulnerabile pur di raggiungere i miei obiettivi, rischiando di perderne di vista altri. Potrei raggiungere un sacco di obiettivi, rimanendo ad un livello mediocre in tutti, senza spiccare in nulla. E, in questo modo, rischierei di perdermi tra i tanti. Rinuncerei alle mie qualità, in favore della quantità degli obiettivi/riconoscimenti e non mi pare il caso. E se levassi le “carte più pericolose” agli “avversari”? Probabilmente non conoscerei l’amaro sapore della delusione e non imparerei alcuna lezione. Questa sì, sarebbe una bella vita. Ma molto limitata e incompleta. Insoddisfacente.

E se la vita non fosse altro che un gioco di ruolo? Sarebbe quella che viviamo tutti i giorni. Perché, in fondo, tutto quanto gira intorno a poche e semplici cose: ruoli, regole, abilità, obiettivi, possibilità. Col passare del tempo si può assistere a svariati cambiamenti in tutti i campi elencati, ma esistono pur sempre. Nei GdR c’è una storia da completare, ci sono delle regole da rispettare, delle missioni da compiere per ricevere dei premi, un ruolo da interpretare (e spesso, purtroppo, si tratta di quello del buono), si hanno abilità da affinare e migliorare costantemente per raggiungere i propri obiettivi e ci è data la possibilità di fare tutto ciò. Anche la vita non si discosta molto da questa visione. La dimensione storica è quella principale. Che sia quella solo personale, che sia quella più generica è il momento storico ad influire su tutto il resto. Lo si evince dal fatto che gli obiettivi cambino a seconda del momento storico (per esempio, prima era il posto di lavoro fisso…Ora è trovare un posto di lavoro) e cambi anche il modo per raggiungere i propri obiettivi (indipendentemente dal fatto che il modo sia lecito o illecito). Ed insieme agli obiettivi, cambiano anche le “regole del gioco”. Se prima ci si rifaceva solo al codice civile e alla Costituzione, oggi ci si rifà al CC, alla Costituzione e alle Leggi europee. Inoltre, su alcuni aspetti le regole sembrano essersi ammorbidite, mentre su altre irrigidite. Ma, indiscutibilmente, al centro di tutto c’è il ruolo del singolo.

Ruolo che può essere imposto da convenzioni sociali (ad esempio la persona che fa l’insegnante, mentre svolge il suo lavoro è investito del ruolo di insegnante, idem per i dottori, gli avvocati e così via). C’è il ruolo di cittadino (che comporta uno status comprendente diritti e doveri, oltre alla sottomissione all’ordinamento giuridico) e poi c’è il ruolo di persona. In fondo, come dicevo tempo a dietro, con gli altri si è raramente noi stessi e anzi, si tende ad interpretare un “ruolo”. Come? Ovviamente attraverso determinati lati del nostro carattere che vengono messi in risalto a seconda di chi ci si trovi di fronte. Il Coso che incontra/videochatta col Cacciatore di Tonni, La Fatina dei Boschi (L.C.), o l’Ammitta è diverso dal Coso universitario che, a sua volta, è diverso dal Coso “politico” o dal Coso “lavoratore”. È diverso perché lo richiedono le situazioni, i contesti in cui ci si muove. Ma, allora, qual è il “vero Coso”? Uno solo o tutti loro?

Questa è indubbiamente una bella domanda. Potrei rispondere dicendo che il Coso che si rapporta con gli amici (e con la famiglia) sia quello vero, che rappresenta il suo essere, mentre gli altri sono solo riflessi marginali o di comodo che si creano col tempo, per avere i più svariati vantaggi in ogni situazione e contesto. Ma non sarei sincero. Il “vero” Coso esiste solo quando è da solo. Da solo con le sue turbe, le sue gioie, i suoi problemi e le sue soluzioni. Insomma, Coso, cambia a seconda di chi ha di fronte. È come uno specchio che riflette come meglio può ciò che l’interlocutore si aspetta di vedere riflesso. Mi rendo conto che la faccenda sia molto pirandelliana e assai astratta, ma è centrale nella questione “Ruolo” che poi, inevitabilmente, influirà su tutta la nostra vita. L’uomo, in fondo, non è altro che l’animale sociale per eccellenza e questo contatto con gli altri (necessario e non evitabile) porta ognuno di noi a “contaminarsi”, abbandonando il suo vero io per poter soddisfare i bisogni/desideri/le necessità proprie ed altrui, interpretando (per l’appunto) un ruolo, mostrando solo alcuni lati del nostro carattere.

In definitiva, dopo questa lunga digressione sull’importanza del ruolo, torniamo all’argomento principale: posso dire che sia questa la vita che voglio? Una vita dove non è detto che a vincere siano i più buoni/bravi e anzi, spesso, sono i furbi e fortunati a farlo? Una vita in cui ogni errore (anche il più marginale) si paga caro e si spera (ma non sono assolutamente convinto che sia così) ci insegni qualcosa? Una vita in cui i trionfi sono assai meno delle sconfitte e raramente ci si possa far qualcosa? Sì, tutto sommato sì. Avrà un sacco di svantaggi, ma probabilmente è una delle soluzioni migliori che possano venirmi in mente.

E anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

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