Archivi del mese: settembre 2012

Unione Europea

E, alla fine, eccoci qui con l’articolo serio di cui parlavo nell’ultimo post. L’avevo promesso e per la vostra gioia, ho finalmente finito.

Euro sì o Euro no? Restare nell’Unione Europea oppure uscirne? O, ancora, creare un’Europa debole e crearne una forte? Queste sono le domande che molti esperti (o supposti tali) e altrettanti politici si sono posti da quando è iniziata questa crisi. In questo articolo, quindi, scriverò il mio punto di vista sull’Unione Europea, su ciò che c’è stato di sbagliato e su come si dovrebbe sviluppare in futuro.

E ho deciso di partire con ciò che di sbagliato è stato fatto, a mio modesto parere. E, indubbiamente, in prima posizione non può che esserci la decisione di utilizzare una Moneta Unica in presenza di diverse politiche economiche e finanziarie. Gli Stati mediterranei, infatti, hanno avuto politiche meno accorte rispetto agli Stati del Nord Europa e le differenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre la Germania (per citare un tra i paesi membri più forti) va a mille, Italia, Spagna e Grecia arrancano e o hanno avuto bisogno di aiuti o li chiederanno presto. Un altro errore, riguarda la questione greca. Questione greca di cui tutti i paesi erano consapevoli sin dal 2008 e per cui non è stato fatto nulla, convinti che si sarebbero salvati da soli. Questa previsione errata ha poi portato alla situazione odierna e all’ondata speculativa che ha colpito l’Europa in modo più o meno consistente.

Ovviamente, oltre a questi aspetti negativi, ci sono anche quelli positivi. Molti Stati all’interno dell’UE, se non ne facessero parte sarebbero falliti da molto tempo (su tutti Spagna e Grecia, ma anche l’Italia probabilmente). Gli aiuti stanziati però, hanno permesso di resistere ad una crisi di dimensioni globali in modo discreto. I paesi che ad oggi soffrono di una situazione complicata, devono questo momento non tanto ad una colpa dell’Euro, quanto a problemi interni ingigantitesi ad un livello tale da dover richiedere aiuti ai paesi esteri. Indubbiamente, gli aiuti avranno il loro prezzo e in Grecia si sono visti e si stanno vedendo i risultati.

Arrivati a questo punto, però, non si può tornare indietro. O meglio, si potrebbe farlo a costo di enormi sacrifici. Sacrifici che pochi stati (probabilmente, giusto un paio) riuscirebbero a sostenere e non senza danni nell’immediato. Per questo motivo, ritengo che il processo che ha portato alla nascita dell’Unione Europea sia irreversibile e, anzi, dopo l’unione monetaria sarebbe necessario l’imbastimento di un’unione politica che sarebbe dovuta essere stata fatta ancora prima di quella monetaria. Con unione politica non mi riferisco soltanto a politiche monetarie, economiche o finanziarie ma alla politica in senso stretto.

L’unione politica, una volta raggiunta, si baserebbe su solide fondamenta democratiche tali da evitare che alcuni paesi prevarichino con le proprie posizioni gli altri.

I momenti elettivi previsti sono due. Nel primo si eleggerà il Parlamento Europeo mentre nel secondo si eleggerà il Governo Europeo. Il Parlamento Europeo verrà eletto da tutti i cittadini dei paesi membri. Lo Stato nazionale, raggiunta l’unione politica, diverrà uno Stato-Regione. Ogni Stato-Regione avrà diritto ad un numero di rappresentanti proporzionali alla propria popolazione (Molto simile al modello statunitense, tanto per intenderci). Ovviamente, per evitare squilibri legati alla sola quantità della popolazione, verranno create fasce in modo tale che, all’interno della medesima fascia, i paesi abbiano lo stesso peso  politico.

Tanto per chiarire meglio il concetto, la suddivisione dovrebbe ricalcare la seguente (N.B.: I numeri dei parlamentari sono ovviamente indicativi)

Fascia uno: fino a 25 milioni di abitanti: 3 rappresentanti
Fascia due:  da 25 a 40 milioni di abitanti: 4 rappresentanti
Fascia tre: da 40 a 55 milioni di abitanti: 5 rappresentanti
Fascia quattro: da 55 a 70 milioni di abitanti: 6 rappresentanti
Fascia cinque: oltre i 70 milioni di abitanti: 7 rappresentanti.

Con questa suddivisione, i giochi di potere dovrebbero essere più difficili da attuare e ci sarebbe una maggiore possibilità che paesi densamente abitati non abbiano posizioni predominanti grazie alla presenza di altri Stati-Regione in grado di confrontarsi con loro. Questo metodo elettivo, però, sarà adottato soltanto per la Camera (che, per comodità, chiamerò Camera dei Deputati Europea). Il suffragio sarà universale e verrà riconosciuta la possibilità a qualunque cittadino, indipendentemente dalla propria nazionalità, di votare un candidato qualunque (Per esempio: Un italiano potrebbe votare un candidato spagnolo. Uno tedesco potrebbe votare un candidato olandese e così via).

La seconda Camera (che chiamerò Senato Europeo) verrà eletta in modo diverso. Innanzitutto gli Stati-Regione, indipendentemente dalla popolazione, avranno lo stesso numero di senatori. Ogni cittadino avrà la possibilità di votare candidati appartenenti solo ed esclusivamente al proprio Stato-Regione.

Ovviamente, il sistema parlamentare potrà godere del così detto “Bicameralismo imperfetto” (due Camere aventi poteri e funzioni differenti). La Camera dei Deputati Europea prenderà decisioni macroscopiche e si occuperà della legislazione dell’intera Unione Europa. Il Senato Europeo, invece, si occuperà dei problemi e delle necessità degli Stati-Regioni e prenderà decisioni legate maggiormente ai singoli Stati-Regione.

La durata dei mandati delle due camere sarà di cinque anni.

Per quanto riguarda il Governo Europeo, invece, la popolazione andrebbe ad elezioni dirette nel seguente modo: ogni Stato-Regione proporrà un proprio candidato alla Premiership. Da questa rosa di nomi verranno scelti i quattro candidati che riuscirebbero ad ottenere la maggioranza più ampia in Parlamento. Una volta ristretta la rosa dei candidati e trovati i fatidici quattro, la popolazione sarà chiamata ad esprimere, attraverso il voto, la propria preferenza tra i quattro nominativi disponibili. Il vincitore potrà essere eletto per due mandati della durata di cinque anni (la ricandidatura del premier sarà “automatica”). Il nuovo Premier sarà poi chiamato ad assegnare i Ministeri ai Ministri proveniente dai vari Stati-Regione da lui scelte. L’unico limite alle nomine è quello che il Premier non potrà scegliere un Ministro proveniente dal suo stesso Stato.

Per chiarire questo passaggio, un eventuale Premier sarebbe scelto e formerebbe un governo in questo modo:

Scelta del Premier:

Candidato A: Belga
Candidato B: Francese
Candidato C: Olandese
Candidato D: Portoghese

Dopo le elezioni:

– Presidente del Consiglio: Belga
– Ministro Economia: Tedesco
– Ministro Istruzione: Olandese
– Ministro Welfare: Italiano
– Ministro Agricoltura: Francese
– Ministro Difesa: Austiraco

E così via dicendo.

Al termine della prima legislatura, il Premier uscente si troverà a dover affrontare tre nuovi avversari provenienti da tre Stati-Nazioni. Nel caso in cui vincesse, procederebbe con la propria legislatura. Nel caso in cui perdesse, invece, dovrà aspettare nuovamente che il suo nominativo venga scelto in un’altra tornata elettorale.

Per chiarire:

Premier Uscente: Belga
Candidato 1: Spagnolo
Candidato 2: Italiano
Candidato 3: Tedesco

In questo modo ci si assicurerebbe una continua rotazione del Premier e tutti gli Stati-Regione sarebbero chiamati ad avere come Premier dell’UE un proprio rappresentante.

Le iniziative del Premier, prima di diventare legge, dovranno ottenere il via libera da parte della Camera dei Deputati Europea per quanto riguarda eventuali leggi di carattere “generale” (dove per “generale” si intende riguardanti l’intera UE) mentre, per quanto riguarda le leggi legate ai singoli territori (Leggi “Speciali”), dovrà ottenere il nullaosta da parte del Senato Europeo.

Per quanto riguarda gli Stati-Regione, invece, ci sarà un Governo avente la caratteristica di essere in possesso di poteri “limitati”. Il compito di un Governo dello Stato-Regione è quello di amministrare sul territorio e mettere in pratica le indicazioni derivanti dallo Stato Federale (l’Unione Europea) attraverso leggi speciali che si adattino nel miglior modo possibile al territorio su cui verranno applicate. A capo di questi Governi ci sarà un Senatore Europeo precedentemente eletto dal popolo. La durata del mandato sarà, ovviamente, di cinque anni. A livello “locale” si assisterebbe all’abolizione di Regioni e Provincie. Abolizione legata al fatto che lo Stato-Regione non sarà altro che una macro-Regione facente parte di un organismo più grande. L’abolizione, quindi, lascerà in vita solo i Comuni. Comuni che potrebbero essere organizzati in macro-aree in cui, per esempio, il comune di Milano comprenda tutta la Brianza, rendendo di fatto i vari Paesi solo frazioni. Ci sarà un solo Consiglio Comunale in cui ogni frazione sarà rappresentata da un consigliere comunale che esporrà problemi e proporrà mozioni riguardanti il territorio di appartenenza. All’elezione del Sindaco parteciperanno i membri di tutte le frazioni che compongono il Comune.

Esempio chiarificatore:

Comune di Milano sarebbe così strutturato:

– Comune di Milano
– Comune di Milano: Frazione Meda —-> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Seveso –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cesano –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cormano -> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cusano —> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Arese —–> Un consigliere

Eccetera, eccetera.

Piccola digressione sui Partiti Politici: a livello di Unione Europea esistono già partiti politici comparabili (più o meno) ai vari partiti di Destra/Centro/Sinistra presenti in Italia e negli altri paesi europei.

Per quanto riguarda il sistema giuridico, tecnici altamente specializzati, si occuperanno di estrapolare le migliori leggi sulle varie materie per crearne un nuovo che faccia da base per le implementazioni necessarie con lo svilupparsi della vita del nuovo Stato. Le leggi selezionate verranno presentate con largo anticipo a tutti i cittadini, in modo tale da rendere il cambiamento il più comprensibile possibile per tutti. Finito il periodo di transazioni il nuovo sistema giuridico sarà valido per tutti gli Stati-Regione.

Culturalmente, invece, i più grandi cambiamenti deriveranno dalla componente linguistica. La prima lingua per tutti, a livello scolastico diventerebbe l’inglese. Inglese che dovrebbe essere parlato anche nella vita di tutti i giorni, in modo tale che diventi a tutti gli effetti “prima lingua”. Le lingue nazionali diventerebbero dialetti/seconde lingue e ci sarà la possibilità che lo studente impari una terza lingua a scelta

Tanto per capirci:

– Prima lingua obbligatoria: Inglese
– Seconda lingua obbligatoria: Lingua Stato-Regione (Italiano)
– Terza lingua facoltativa: Francese.

Ecco, come dovrebbe evolversi l’Unione Europea secondo me. Per alcuni quanto qui letto non risulterà nuovo perché avevo già accennato ad una bozza di idea (che è stata confermata in gran parte ed implementata in alcuni punti) su G+. Per gli altri, probabilmente questo articolo sarà solo una rottura di coglioni. Ma chissene.

Questo è quanto.

Cya.

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Bilanci (E la loro conclamata inutilità)

Ieri discutevo con un amico blogger sul prossimo post che avrei pubblicato. Purtroppo, nonostante i piani prevedessero qualcosa di molto più interessante, data la mancanza di tempo (necessario) per scrivere ciò che avevo in mente, vi beccate sto articolo.

La prima cosa a cui si pensa, quando si legge la parola bilancio è l’economia. E per chi ha un’infarinatura generale di economia, non si può fare a meno di pensare al bellissimo bilancio di fine esercizio e all’odiatissimo bilancio riclassificato ma, tranquilli, non voglio parlare di quello. I bilanci a cui faccio riferimento sono quelli che in modo più o meno improprio, tracciamo durante la nostra vita.

A tutti, più volte nella vita, è capitato (e capiterà) di arrivare ad un punto in cui è necessario “tirare le somme”. Di solito, questo avviene a fronte di cambiamenti importanti come la chiusura di un vecchio capitolo della propria vita, in favore di uno nuovo. Il primo “bilancio”, seppur non del tutto autonomo e con molte meno implicazioni psicologiche, lo si ha al passaggio tra le scuole medie e le superiori. Dopo aver capito quali sono i nostri punti di forza, quali sono i nostri punti deboli e tenuto conto delle varie incognite (orario/vicinanza da casa/mezzi di trasporto), compiamo una scelta che si ripercuoterà in modo decisivo sul nostro futuro.

Cinque anni dopo, ci troviamo di nuovo a dover tirare un bilancio della nostra vita. Un bilancio più “completo” e “maturo”, con risvolti ed implicazioni molto più psicoattitudinali rispetto al primo. Ci si trova davanti alla scelta tra il mondo del lavoro e l’università. Un po’ come per la scelta delle scuole superiori, ci si ritrova a dover fare i conti con ciò che siamo (o non siamo) in grado di fare. Ciò che vorremmo raggiungere e tutte le più svariate incognite (infinitamente maggiori). Una volta finito di valutare i pro e i contro di entrambe le possibilità, si prenderà una decisione.

In questi due casi sopra elencati (e in pochi altri), fare un bilancio è l’unico modo sensato per prendere una decisione. Non si scappa e non ci sono vie di fuga. Probabilmente, in questi casi è inevitabile utilizzare questo strumento.

Ma, sempre più spesso, quando si è in una fase di monotonia o si attraversano momenti problematici, c’è la tentazione di fare un bilancio di tutto ciò che è stato fatto fino a quel momento per cercare un modo di auto-rassicurarsi. Dobbiamo assolutamente dimostrare a noi (e, spesso, anche agli altri) che durante la nostra vita fino a quel punto le cose fatte siano per la maggior parte cose buone/giuste/positive. La cosa sciocca (e che rende inutile tutto quanto) è il fatto che, a meno che non si sia in punto di morte, si starebbe facendo un bilancio parziale e incompleto.

Per spiegarne il motivo della stupidità e dell’inutilità dei bilanci, rientrerò per un attimo nel campo economico. Se un’azienda facesse un bilancio d’esercizio dopo solo due/quattro/sei mesi dall’inizio dell’esercizio, indubbiamente, potrebbe ottenere delle indicazioni sul (breve) periodo, che però (quasi sicuramente) si riveleranno del tutto inutili e completamente sbagliate, giunti alla fine dello stesso. Ecco, fare un bilancio a (per esempio) venti e o trent’anni è più o meno fare la stessa cosa. Solo che ha risultati molto più negativi ed è molto più stressante.

E stress e risultati negativi non sono altro che le conseguenze di tutti quei fallimenti, di tutte quelle mancanze che si sono susseguiti nel corso del tempo e che rappresenterebbero le voci passive del nostro bilancio. E, spesso, non si ha abbastanza distacco per poter valutare (nel bene e nel male) i fatti che più recenti in modo distaccato ed obiettivo. Si va alla ricerca di una visione di insieme che ancora si focalizza troppo su alcuni particolari, per ignorarne altri. Una visione di insieme che per forza di cose, in quel momento non potrà essere completa ed obiettiva come lo sarà anni dopo.

Quindi, cercate di evitare per quanto vi è possibile, di cercare di trarre bilanci superflui e inutili. Non state facendo altro che un sacco di lavoro per nulla, perché tanto passato del tempo, vedrete tutto sotto un’ottica diversa. Darete più o meno importanza a questi fatti, in favore d’altri. I bilanci, lasciateveli per quando sarete vecchi e rugosi, al circolino con gli altri nonnetti a giocare a carte. (La versione femminile è davanti al televisore con un programma di gossip/al parco con la dirimpettaia per parlare della vostra prole e della prole della vostra prole).

Questo è quanto.

Cya.

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Prostituzione e droghe leggere

Interrompo il mio lungo silenzio, per scrivere un post tutto sommato serio ed impegnato. Il titolo già vi fa capire che si tratterà di alcuni argomenti lasciati a margine dei dibattiti politici ma che hanno un’importanza che fin troppo spesso viene ignorata. Quando qualcuno si impegna per risolvere questi problemi, si trova a fare i conti con l’ostracismo della classe dirigente attuale e del Vaticano. Eppure, si perde un’ottima occasione per prendere due piccioni con una fava.

E, i due piccioni, sono la lotta alla criminalità organizzata e il ripianamento del bilancio statale. Ma, andiamo con ordine, e partiamo dalla prostituzione. La tratta del sesso è ormai una piaga diffusa in tutto il mondo e, in Italia, sta avendo una forte espansione con l’aumentare dell’immigrazione clandestina. Questo problema, però, viene ignorato dalla classe politica italiana che lo ritiene un argomento non importante, qualcosa che va bene fingere di non vedere. Le misure attualmente in vigore, infatti, non risolvono la situazione ma sono un inefficace palliativo. Le multe comminate spesso non vengono pagate e, anche se si mettesse in stato di fermo la prostituta, appena liberata tornerebbe a fare ciò che faceva prima dell’arresto.

In Italia, fino agli anni cinquanta, c’erano le case chiuse. Luoghi in cui le prostitute ricevevano i clienti e facevano il loro lavoro. I vantaggi delle case chiuse erano molteplici: in primis vi era un controllo sanitario costante e continuo, le condizioni di vita della donna erano più decorose e non dovevano stare per strada a procacciarsi la clientela e, in secondo luogo, c’era anche un rientro economico. Con la legge Merlin le case di tolleranza furono chiuse e, i risultati, sono sotto i nostri occhi anche oggi.

La prostituzione è diventata parte di un racket che giova alla malavita e schiavizza la donna, rendendola poco più di un oggetto. Le strade principali hanno sempre una o più lucciole a piantonarle e le loro condizioni sfociano nel degrado più profondo. E cosa si può fare, per risolvere almeno in parte questo problema?

La risposta è ovvia: ri-legalizzare la prostituzione. Detta così, può sembrare una castroneria colossale, ma come dicevo sopra avremmo svariati tornaconti da un’iniziativa del genere. E, il primo, è senza ombra di dubbio quello di sottrarre al mercato del sesso gestito dalla malavita quelle donne che sono per strada in questo momento. Se lo Stato riaprisse le case chiuse (o delle strutture simili), infatti si darebbe un brutto colpo alla criminalità organizzata. Le donne sottratte dalla loro egida potrebbero decidere di continuare a fare quel lavoro in modo del tutto legale e con maggiori controlli. Maggiori controlli che significano anche maggiore prevenzione delle malattie veneree. Inoltre assisteremmo ad una diminuzione del degrado, con una decrescita delle prostitute sulle strade e un miglioramento generale delle condizioni di vita sia nostre, sia loro.

Ovviamente, dietro questo ragionamento, c’è anche un risvolto puramente economico: legalizzando la prostituzione, ci sarebbe un aumento delle entrate per lo Stato. Grazie alla legalizzazione della prostituzione, si potrebbero ottenere introiti derivanti dal lavoro di queste donne. All’aumentare delle entrate statali, si assisterebbe ad una decrescita delle entrate della criminalità organizzata. È ovvio che le cose, dette così, sembrano piuttosto semplicistiche (e per alcune donne anche scandalose), ma il punto è che la prostituzione muove un mercato enorme che da sommerso, potrebbe diventare legale e portare benefici sia a chi fa il lavoro (versando i contributi e pagando le tasse, potrà ritirarsi quando vorrà) sia per noi (un aumento delle entrate potrebbe portare ad una diminuzione della pressione fiscale media).

I più grossi problemi ad una riforma che legalizzi nuovamente la prostituzione sono portati dalla mentalità della classe italiana attuale, che non si accorge di avere una potenziale gallina dalle uova d’oro tra le mani e, soprattutto, dallo Stato Vaticano che ci zavorra con la sua presenza, impedendoci di fare riforme fondamentali o di approfondire determinati ambiti della ricerca scientifica, con le proprie posizioni intransigenti e retrograde.

Per quanto riguarda le droghe leggere, il discorso è più o meno analogo. Partiamo dal presupposto che io non mi sia mai fatto nemmeno una canna, però mi rendo conto del potenziale che avrebbe a livello economico (e non solo), la legalizzazione di queste sostanze.

Il discorso è assimilabile a quello della prostituzione: rendendo legali le droghe leggere si toglierebbe un’altra fetta di guadagni alla criminalità organizzata e ci sarebbero maggiori controlli. L’organizzazione ideale sarebbe qualcosa di molto simile ai famosi Cofee Shop di Amsterdam in cui si può consumare liberamente droga. A fronte di questa apertura, si dovrebbero inasprire le pene per chi vende e chi compra sostanze stupefacenti al di fuori di questi locali. In questo modo, i consumatori sarebbero spinti ad incanalarsi verso vie legali del consumo, mentre la criminalità organizzata verrebbe combattuta con maggior vigore ed efficacia.

Dal punto di vista economico, invece, i vantaggi sono evidenti. Anche in questo caso, ci sarebbe un aumento delle entrate legate al consumo di queste sostanze. Tenendo conto poi che una liberalizzazione del genere richiamerebbe ragazzi da tutta Europa, è evidente come la mossa possa essere vincente e, soprattutto, in questo modo si toglierebbero mezzi di autofinanziamento a tutti coloro che in modo illegale traggono profitti dal mercato delle droghe.

I rischi maggiori, per quanto riguarda questo aspetto, sono legati al fatto che i più, pur riconoscendo degli eventuali vantaggi, si ritrovano ad opporre l’argomento di un aumento del degrado. L’argomento, tendenzialmente, sarebbe anche valido non fosse che per dare il via ad un’iniziativa del genere sarebbero necessarie delle rigide e ferree normative in materia, in modo tale da consentire da una parte il consumo di queste sostanze in modo legale e dall’altra la lotta alla criminalità organizzata e la lotta alla possibilità che il degrado non aumenti in maniera esponenziale.

Gli ostacoli però, sarebbero facilmente superabili se qualcuno trovasse il coraggio di fare ciò che è necessario per debellare due piaghe della società moderna e trasformarle in fonti di reddito e in attività controllate e regolamentate. Prima o poi, si spera che questo qualcuno arrivi.

Questo è quanto.

Cya.

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Menzogne e i benefici derivanti

La menzogna è diventata un’arte. Sia nella cultura occidentale, sia in quella orientale, ricopre ormai un ruolo di spicco e ne è parte integrante. Tutti dicono bugie per i più svariati motivi e, normalmente, questo viene visto come qualcosa di moralmente sbagliato ed eticamente scorretto. Ma a me, oggi, non interessa tanto questo aspetto, quanto l’utilità intrinseca nella menzogna in quanto mezzo.

E la menzogna come mezzo per raggiungere i propri obiettivi sta alla base della politica moderna. In questo caso prende il nome di “Promessa elettorale”. La promessa elettorale è il mezzo attraverso il quale il politico raccoglie consensi durante la campagna elettorale. In questo modo, infatti, è in grado di instaurare un “patto” con i cittadini, impegnandosi una volta eletto a fare determinate cose anziché altre. La finalità ultima è, ovviamente, quella di salire al potere. Le promesse elettorali sono spesso disattese o non soddisfatte completamente, ma comunque sono necessarie. Sono necessarie perché è intorno a quello che gira l’intera politica: bugie e perseguimento di alcuni obiettivi. Esempi celebri di queste bugie sono la creazione di un milione di posti di lavoro, l’abbattimento delle tasse, una riforma del sistema elettorale.

Voi vi starete chiedendo dove sia il beneficio derivante da questo tipo di bugia e, se ci pensaste bene, ci arrivereste da soli: l’obiettivo del politico è quello di salire al potere. L’unico mezzo con cui potrebbe raggiungere il suo obiettivo e avendo un ampio sostegno popolare è promettendo qualcosa che poi, probabilmente, non farà. Nel caso della bugia politica, infatti, a trarne beneficio non è la comunità ma è il singolo individuo. La massima che si tenderebbe ad usare in questi casi (in modo scorretto, tra l’altro) sarebbe: “il fine giustifica i mezzi”. In realtà, per raggiungere il fine c’è un solo mezzo e vi ho appena spiegato di quale si tratti.

Ma, ovviamente, le bugie non sono usate solo in campi così importanti ma anche nella vita di tutti i giorni. Perché mentire è tendenzialmente più comodo e semplice. Mettiamo caso che voi siate in giro per Milano (un esempio proprio casuale, eh) e qualcuno vi fermi (avete la possibilità di scegliere tra gli attivisti di Green Peace e i volontari che raccolgono fondi per i bambini orfani, i tossicodipendenti o i malati di HIV…Ma siccome le attiviste di Green Peace in media sono assai carine e cortesi, propendo per la seconda categoria). Dicevo, poniamo che il volontario di turno vi fermi e voi non abbiate assolutamente voglia di starlo a sentire perché alla fine si andrà a parare sempre al solito punto: un’offerta in denaro. Cosa fareste? Ovviamente mentireste dicendo: “Non ho soldi” oppure “Guarda, sono di fretta rischio di perdere il treno” (per quando state andando a casa) oppure “Guarda sono di fretta, mi iniziano le lezioni” (quando state facendovi un giro per i cazzi vostri con lo zaino sulle spalle).

I benefici, in questo caso, sono evidenti: non perdete tempo per nulla e, soprattutto, eviterete fastidiosi battibecchi con questi dolci e teneri individui che, dopo un rifiuto, tendono ad insultarvi nel caso in cui siate maschi e coi capelli lunghi, provocando una reazione vagamente irritata (sempre per esempio, sia chiaro).

Ma, molte volte, si mente anche per non far preoccupare chi ci sta intorno. Si mente per proteggere gli altri da nostre preoccupazioni e pensieri che ci assillano. È più facile dire di sta bene, quando in realtà c’è qualcosa che non va (che sia a livello personale o di rapporto, poco importa). Si ha la tendenza (a fin di bene, direbbe qualcuno) di mentire a chi ci sta intorno per non gravarli di responsabilità aggiuntive oppure perché si ha paura di rovinare quel rapporto a cui ancora si tiene. I vantaggi in queste menzogne, però, non sono di coloro che mentono ma di quelli che sono i destinatari della bugia. Probabilmente questo è uno dei tipi di bugia più altruistici che ci siano.

Ovviamente, per quanto si sia bravi a mentire, le bugie prima o poi vengono a galla e, quindi, tutti gli effetti benefici sul breve periodo vengono annullati dagli effetti negativi della scoperta della verità. Per questo motivo, che si parli di politica o che si parli delle cose di tutti i giorni, è necessario trovare il giusto equilibrio e il giusto compromesso tra verità e menzogne. Ma non chiedetemi quale sia, perché non ne ho la più pallida idea.

Questo è quanto.

Cya.

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Tre anni dopo.

Innanzitutto, tanti auguri al blog. Un po’ in ritardo, ma con questo post festeggerò i suoi tre anni di vita.

Il compleanno è stato il 31/08. Non vi parlerò di come il blog è nato perché ormai lo sapete tanto bene quanto me, piuttosto vorrei concentrarmi di più sul risultato finale. E devo dire che, in questi tre anni, di acqua sotto i ponti ne è passata. Non so se abbia avuto un miglioramento qualitativo o stilistico (e, per lo meno sul primo, ho molti dubbi). Ciò non toglie però che questo grande laboratorio mi abbia accompagnato in ogni fase del mio sviluppo personale.

Sviluppo personale che ha più o meno seguito le seguenti fasi:

– Scrivo tutto quello che mi passa per la mente credendo che fotta a qualcuno
– Non scrivo più
– Mi ricordo di avere il blog e scrivo quattro minchiate
– Non scrivo più
– Wannabe blogger serio
– Scrivo tutto quello che mi passa per la mente indipendentemente dal fatto che fotta o meno a qualcuno (in questo momento, siamo in questa fase).

Ma, per rendere giustizia a questa mia creatura, è necessaria una breve ed intensa cronistoria. Tutto ebbe origine nel 2009. Le persone che mi seguivano costantemente erano soltanto due (e, ad oggi, purtroppo non mi seguono più). Gli argomenti trattati erano  svariati ma non per questo interessanti. Si trattava soprattutto di riflessioni pseudo-filosofiche gradevoli come una valanga di mattoni sui coglioni. Il primo, lungo arco creativo è durato fino a aprile del 2010. Poi sono iniziati i primi tentennamenti e la scrittura è continuata a singhiozzo per tutto il resto dell’anno.

C’è un enorme buco tra ottobre 2010 e marzo 2011. Buco motivato dal fatto che non avessi per un cazzo voglia di scrivere e che, probabilmente, mi ero addirittura dimenticato di avere un blog. Ad ottobre minacciavo la possibilità di un ritorno in pianta stabile a scrivere, ma per vedere realizzati questi propositi ci vorrà ancora circa un anno. Il 2011, comunque, in linea con il proprio inizio, si rivela piuttosto discontinuo. E non raccoglie poi molto di interessante. L’articolo forse più emblematico e che segna un mio iniziale interessarsi alla vera politica è quello riguardante i referendum del 2011. Mi soffermavo in particolare sul nucleare e sul perché si dovesse fare a meno di averlo. E si inizia ad intravedere la mia vena sinistroide (prontamente soffocata col passare del tempo).

Ma la vera svolta c’è a novembre del 2011. Quello è il mese che segna il mio definitivo (momentaneo) ritorno alla scrittura sul blog. Perché novembre? Sinceramente, manco me lo ricordo. Ma a far scattare la molla è stato probabilmente il fatto che qualcuno mi avesse coinvolto a mo’ di community su wordpress. All’inizio non pensavo fosse qualcosa di serio, era un “quando ho qualche stronzata da scrivere, lo faccio” (non che ora le cose siano cambiate, eh). Ma col passare del tempo e con l’aumentare delle persone che mi seguono (e in numero molto minore, le persone che io seguo) la “community” di wordpress mi ha dato modo di trovare una certa continuità. I temi, come ben vi sarà noto, sono i più svariati. Lo stile è quello che è, molto scanzonato e molto raramente serio (che due coglioni, altrimenti) è quello che si è imposto per tutto il 2012 (fino ad ora) e che spero continui finché la voglia regge (e allora siamo messi particolarmente male).

Ma ciò che conta, oggi, è il fatto che Bitter Suites To Succubi/Cose A Caso abbia raggiunto la veneranda età di tre anni, con 1.001 commenti, 133 articoli e 7.052 visite.

Alles Heil Cose A Caso.

Questo è quanto.

Cya.

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Intermezzo musicale 4

Sors immanis
et inanis,
rota tu volubilis,
status malus,
vana salus
semper dissolubilis,
obumbrata
et velata
michi quoque niteris;
nunc per ludum
dorsum nudum
fero tui sceleris.

Sors salutis
et virtutis
michi nunc contraria,
est affectus
et defectus
semper in angaria.
Hac in hora
sine mora
corde pulsum tangite;

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