Le primavere arabe

Le primavere arabe sono state una delle principali notizie dell’anno appena trascorso. Da qualche tempo a questa parte, però, non si sente più parlare di quei paesi né in televisione, né nei principali giornali italiani. La giustificazione di questa mancanza di informazioni può essere spiegata dai problemi di casa nostra con una campagna elettorale fatta di roboanti (e inapplicabili) proclami e i problemi di quei paesi sono una faccenda che non ci riguarda, una volta salvati gli accordi economici precedentemente vigenti.

Eppure, se ci soffermassimo un attimo sui paesi di cui si è più sentito parlare (Egitto, Libia e Siria) ci renderemmo conto che il processo di “democratizzazione” appena iniziato, in realtà è pressoché inesistente. Inesistente perché per quanto ci siano stati governi provvisori o addirittura governi eletti, le contestazioni non si sono mai fermate.

Mubarak, dopo anni di governo, è stato costretto a lasciare il governo del paese in mano al Consiglio supremo delle forze armate che ha traghettato il paese alle elezioni di dicembre 2012. Contrariamente a quanto avvenuto in Europa, però, questa rivoluzione si è rivelata fallimentare per i più svariati motivi. Se da un lato è vero che si è assistito ad una supposta democratizzazione del paese, dall’altro si può registrare come le forze armate abbiano spesso soppresso col sangue le proteste dei giovani che non hanno mai abbandonato le piazze di Il Cairo. Nemmeno il presidente Morsi è riuscito a calmare una situazione che tuttora è instabile sia all’interno dei confini egiziani, sia all’esterno.

Mubarak, infatti, con l’appoggio degli Stati Uniti era stato uno stabilizzatore della difficile situazione in quell’area geografica. Con la sua caduta, ci sono stati svariati cambiamenti in fatto di politica estera. Il principale è, indubbiamente, il riconoscimento delle pretese palestinesi nei confronti di Israele. Questo ha segnato una prima crepatura nei rapporti diplomatici tra U.S.A ed Egitto.

Dalla prospettiva americana, infatti, la caduta di Mubarak è stato un duro colpo. Era un appoggio affidabile sia nella lotta al terrorismo, sia per il controllo dell’area mediorientale. Ora quella sicurezza è venuta meno, nonostante il tentativo fallito di pilotare questo passaggio da un regime agli altri da parte degli americani.

Caso ancora più spinoso è quello libico. Libia che, dopo aver stretto accordi economici coi governi europei ed avere ottenuto man forte sul piano militare, sono stati abbandonati a gestire una situazione socio-politica disastrosa. Nonostante la fine ufficiale della guerra con la vittoria da parte dei ribelli, infatti, la guerriglia è continuata. Alcune sacche di resistenza permangono in determinate aree del paese e gli scontri si susseguono ininterrottamente. Oltre a questo, le tribù sono divise e il nuovo governo si trova a dover trovare un accordo con queste. Accordo che si rivela complicato dal fatto che le tribù filo-gheddafiane non vedano di buon occhio l’attuale governo e per cui le trattative procedono a rilento.

Un fattore comune sia per Libia, sia per l’Egitto è che ci sia stato un radicalismo religioso che si è trovato alla guida di paesi che, per quanto dittatoriali, avevano una linea moderata dal punto di vista fideistico. Gli obiettivi americani ed europei di avere un’area più democratica hanno finito col contrastare con la necessità di combattere il fondamentalismo radicato nei partiti di matrice religiosa fondamentalista.

Caso del tutto diverso, e a mio modesto parere più grave, è quello della Siria. La guerra civile è in corso ormai da lungo tempo e sembra che non ci siano soluzioni. Le forze in campo si equivalgono ma l’attuale governo ha il vantaggio di ottenere l’appoggio degli Stati vicini mentre i ribelli, almeno non apertamente, non ottengono appoggi da nessuno. Questa cosa se da un lato è in linea con la scelta degli Stati Uniti di non intervenire se non necessario, dall’altra è molto curiosa: la Siria è sempre stata una spina nel fianco per gli americani in quella zona ed è strano che, proprio ora che potrebbero riuscire nell’intento di togliere la spina, lascino perdere in questo modo.

L’unico risultato ottenuto da questi movimenti per la democratizzazione dei paesi arabi, non è stato altro se non quello di destabilizzare maggiormente un contesto già instabile. Focolai hanno iniziato (o meglio, rincominciato) a bruciare nelle aree vicine e sono giunte sino all’Africa Centrale che, dalla fine del colonialismo in avanti, è stata divorata da conflitti tra stati oppure da guerre civili.

Quella che aveva le premesse per essere un’occasione di emancipazione per quei paesi è stato ridotta in breve tempo nell’ennesimo contesto di guerra civile che ricorda, fin troppo bene, la situazione attuale in Iraq e Afghanistan.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus

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