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Capitolo 1 – Jack Galloway

“La prima cosa che mi ricordo di quando l’ho incontrata? Il vento. Il vento e l’odore di fumo che mi riempiva le narici. Oppure i suoi capelli lunghi e neri come l’ebano. O, forse, i suoi occhi così profondi che sembrava ti scavassero dentro, nonostante apparissero così distanti… Così remoti. Non lo so. È buffo. Ora che mi ci fa pensare, non saprei darle una risposta precisa. C’è così tanto di lei che mi ha colpito quella volta che non saprei cosa scegliere.” Sorseggiò il vino dal bicchiere che teneva elegantemente in mano.

Jack Galloway, detective privato da sei anni, rimase in silenzio aspettando che continuasse. Quando si accorse che non l’avrebbe fatto, decise di fare un’altra domanda “Ma qual era esattamente la natura del vostro rapporto?” L’interlocutore si mosse a disagio sulla sedia, i loro sguardi si incrociarono “Amicizia? Amore? Anche questo non l’ho mai capito davvero. Ne abbiamo passate così tante insieme, io e lei. Eppure non abbiamo mai avuto un rapporto che fosse perfettamente definibile. Ci muovevamo su un terreno infido e scivoloso, dai confini non del tutto delineati. A volte eravamo amanti, a volte eravamo amici e altre volte… Altre volte non riuscivamo a sopportarci.” Quelle parole portarono un lieve sorriso sulle sue labbra. Bevve un altro sorso di vino. “Deve capire che le cose sono cambiate moltissimo, specialmente in questi due anni. E non parlo solo di me o di lei. Parlo di tutto questo.” Fece un gesto vago con la mano libera. Il detective stava per chiedere ulteriori chiarimenti “Ma non credo che questo sia rilevante in alcun modo per le sue indagini”. Il suo sguardo si perse fissando un punto alle spalle di Jack.

L’investigatore sapeva perfettamente cosa fosse successo prima: l’Europa si era recentemente lasciata alle spalle quarant’anni di regime totalitario: L’avanzata del Leader Massimo ed i suoi uomini, sostenuti per lungo tempo dalla Cina, non venne contrastata né dagli Stati Uniti, travolti da una crisi interna senza precedenti, né dall’Inghilterra che, una volta rimasta sola, non ebbe i mezzi necessari per opporvisi. Fu così che nacque la Federazione degli Stati d’Europa. La decadenza del regime ebbe inizio con la morte del Leader Massimo, trent’anni dopo la presa del potere. Le faide interne al partito si trasformarono ben presto in conflitti violenti tra fazioni avverse, permettendo alle forze di resistenza di liberare alcuni stati, iniziando un processo di democratizzazione che si era concluso soltanto due anni prima con la caduta degli ultimi gerarchi rimasti al potere. Nei territori sotto il controllo del Regime, una caccia ossessiva nei confronti del diverso aveva avuto luogo: chiunque non fosse un europeo occidentale, fosse affetto da gravi disabilità fisiche e mentali o fosse omosessuale rischiava di essere sequestrato e portato in uno dei tanti Centri di Rieducazione da cui nessuno era mai uscito.

Jack osservò meglio la persona che aveva davanti: circa venticinque anni, lunghi capelli castani mossi che le cadevano sulle spalle. Aveva indosso un vestito semplice, che lasciava appena intravedere le forme di un generoso seno. Era indubbiamente una bella ragazza ed era anche l’ultima persona informata sui movimenti della persona che stava cercando. Si schiarì la gola “Mi spiace sembrare insistente ma dovrei farle altre domande, Miss Stone. Le ricordo che quando lo desidera, è libera di andarsene. Proseguiamo?” La donna lo guardò per qualche istante, prima di fare un cenno affermativo col capo “Lei sapeva nulla delle attività politiche svolte dalla signorina Gallimard? Questa sue attività avrebbero potuto attirare le antipatie di qualcuno? Riesce ad immaginare una ragione per cui sarebbe dovuta sparire, lasciandosi alle spalle quasi tutti i suoi averi?” Miss Stone sospirò appena, scuotendo il capo “L’ho già detto anche agli agenti con cui ho parlato prima di lei: facevamo parte di un gruppo attivo nella difesa dei diritti umani, ma a livello politico non avevamo ritenuto saggio schierarci per alcun partito. Quando reputammo che la situazione si fosse fatta troppo tesa, decidemmo di lasciare il gruppo, o per lo meno lo feci io…” Bevve l’ultimo sorso di vino e appoggiò il bicchiere vuoto su un tavolino “Per quanto riguarda le antipatie, non saprei. Aveva avuto avventure occasionali con qualche ragazza, ma non penso che si potesse dire che la odiassero” il detective la fermò con un gesto “Mi scusi, potrebbe chiarire cosa intende quando dice: o per lo meno lo feci io?” Miss Stone lo guardò a lungo con espressione pensosa e gli occhi leggermente socchiusi, cercando di mettere ordine tra i suoi pensieri o forse valutando quanto potesse arrischiarsi a dire. Quando giunse ad una conclusione, disse “Quando venni a sapere che lei faceva ancora parte del gruppo, mi infuriai. Fu una dura litigata, piuttosto rumorosa… Siamo state fortunate che nessuno abbia chiamato la polizia” Galloway prese nota sul taccuino “Le ha spiegato per quale motivo non abbia lasciato il gruppo come aveva detto di voler fare?” Miss Stone scosse la testa “Fu proprio quello il motivo per cui litigammo. Lei mi disse semplicemente “Tu non puoi capire”. Se ne rende conto? Non potevo capire io che avevo condiviso con lei gli ultimi sei anni della mia vita! Ci siamo sempre dette tutto, ma quello non ha mai voluto spiegarmelo. Quando ci chiarimmo, raggiungemmo il muto accordo di non parlare più di quella storia.” Galloway rifletté qualche istante su quelle parole e poi chiese “Dopo quella lite, che lei sappia, la signorina Gallimard ha più frequentato il gruppo?” La donna alzò le spalle “Non saprei dirle. Ha provato a star via delle ore senza farmi sapere nulla, a volte non rientrava per qualche giorno. Ogni volta che tornava e le chiedevo dove fosse stata, non mi rispondeva… Quasi non avessi parlato. Non ho mai voluto insistere per evitare altre litigate come quella di cui le parlavo prima.” Il detective prese nota sul foglio “Questo suo atteggiamento per quanto è andato avanti?” Sul volto di Miss Stone si dipinse un sorriso amaro e triste “Fino a quando non è sparita. Di solito non è mai stata per così tanto irraggiungibile. Ho provato a chiamare tutti i nostri amici, i colleghi… Ma nessuno sapeva nulla. Ho iniziato a preoccuparmi e ho chiamato la polizia…” Galloway lesse gli appunti sul taccuino: Emilie Gallimard era scomparsa da quasi tre settimane. Si era portata dietro circa quarantamila euro, una valigia con qualche vestito e poco altro.

Apparentemente era una ragazza normale: aveva avuto alcuni problemi con i simpatizzanti del regime a causa del suo attivismo nel campo dei diritti ma non c’erano stati particolari episodi che potessero far pensare ad un sequestro. Non aveva debiti, né conti in sospeso. I motivi che l’avevano spinta a scappare erano tuttora circondati dal mistero, così come la sua infanzia. Per quanto il detective si fosse sforzato di scoprire qualcosa sulla sua famiglia o i suoi primi anni di vita, non aveva trovato alcun documento che ne attestasse l’esistenza. Era comparsa all’improvviso otto anni fa e, altrettanto improvvisamente, sembrava essere svanita. Il fatto che dei documenti fossero andati perduti durante la caduta del regime non era di certo una rarità eppure in questo caso qualcosa non convinceva Galloway “Miss Stone, non le viene proprio in mente alcun motivo per cui Emilie Gallimard avrebbe voluto sparire?” La ragazza scosse il capo “Detective, se lo avessi saputo non l’avrei di certo contattata. Però…” Si fermò, con aria pensosa “Però?” la incalzò Galloway “Però era come se non si fosse mai del tutto ambientata qui. Si era adattata a questa città e al suo stile di vita, ma era come se non fosse mai del tutto entrata in questo mondo e non riuscisse ad integrarsi completamente con gli altri. A volte persino con me. Ogni tanto mi dava la sensazione di essere qui fisicamente, ma di essere altrove con la testa. In quei momenti aveva uno sguardo assorto, triste e nostalgico. Gli occhi verdi persi a guardare in lontananza… Ma quando le chiedevo a cosa pensasse, scrollava le spalle e rispondeva con un sorriso. Non l’ho mai scoperto. Penso di essere la persona che la conosca meglio eppure in queste ultime settimane ho la sensazione che non la conoscessi affatto…” Galloway guardò l’orologio e si accorse che era più tardi di quanto credesse “Un’ultima domanda e poi la lascio andare: le ha mai detto nulla della sua infanzia?” L’espressione di Elisa Stone si fece pensosa. Passarono svariati secondi prima che lei dicesse “No, non mi viene in mente nulla…” Il detective si alzò e si voltò verso l’uscita. Aveva era ad un paio di passi dalla porta, quando la voce della donna lo fermò “Aspetti! Ricordo vagamente che mi disse qualcosa sulle coste italiane e su come le sarebbe piaciuto tornare a vedere il mare come quando era più piccola” Il detective si voltò “Le ha per caso detto accennato qualcosa di più preciso?” Miss Stone scosse il capo “La ringrazio per la sua disponibilità, spero che le informazioni che ci ha fornito si rivelino utili. Le farò sapere qualcosa appena ci saranno novità”.

L’uomo uscì dal locale e salì in macchina. L’incontro con la convivente di Emilie Gallimard non aveva avuto l’esito sperato. Non aveva in mano alcun elemento concreto. Aveva interrogato tutte le persone che avevano avuto qualche rapporto con lei: la padrona del suo vecchio appartamento, cinque o sei persone del gruppo che frequentava, alcuni colleghi di lavoro e alla fine lei. Il risultato dei colloqui era stato il ritratto di una persona riservata, sempre puntuale coi pagamenti, ottima lavoratrice e in rapporti cordiali con tutti quelli che la conoscevano. Amava il silenzio e le lunghe passeggiate. La collezione di dischi indicava una passione per la musica. Nulla giustificava una sua scomparsa così improvvisa e nessuno sapeva fornirgli una spiegazione convincente. Era semplicemente sparita.

Il caso gli era capitato per caso tra le mani dopo che la polizia, dopo una settimana e mezza dalla denuncia della sua scomparsa, aveva derubricato il tutto ad una fuga. Non avevano né il personale, né il tempo di stare dietro ad un caso del genere simile a molti altri che si susseguivano da anni.

Trovare persone era il lavoro di Jack Galloway da ormai sei anni e, al contrario della polizia, lui non si era ancora dato per vinto. Prese il cellulare e compose il numero del suo ufficio.

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This is THE END, my dearest friend.

In principio, fu la tenebra. Poi, venne la luce. La luce di un monitor. E, sì, quello davanti allo schermo sono io che, dopo aver letto un post, valuto fortemente la possibilità di fare altrettanto. Inizio a scrivere. Cancello.
Rincomincio a scrivere. Cancello di nuovo.
Svariati tentativi dopo….

Ottavo tentativo.

Genesi:

In principio furono un pomeriggio di marzo del 2012 e la noia. Da pochi mesi avevo ripreso a scrivere (novembre 2011) e, allora, ancora non sapevo che gli eventi messi in moto quel giorno, a distanza di ventinove mesi, mi avrebbero portato a scrivere queste righe. Comunque sia, il fu Bitter Suites To Succubi necessitava di una svecchiata così come il mio vecchio “alias” e così decisi, in preda ad eccitazione febbrile e svagata, di rinnovare tutto quanto e abbattere la noia che era in principio. Dopo aver pensato brevemente a come potermi chiamare, optai semplicemente per Coso (sull’origine del nome ho già scritto tanto altrove e quindi cercatevelo, se volete. Altrimenti prendete per buona questa narrazione mitica delle origini di tutto). Decisi anche che il posto in cui “Coso” si sarebbe mosso, avrebbe dovuto rispecchiare lo spirito scanzonato con cui si apprestava a scrivere e, dopo brevi ma intense riflessioni, decisi che non c’era nulla di meglio di “Cose A Caso”.

Il Vangelo secondo Coso:

Nei primi quattro o cinque mesi, non avevo in mente alcun tema preciso da seguire e quindi mi dedicai a scrivere ogni minchiata che mi passasse per la testa. Scrivevo quello che volevo, quando volevo e come lo volevo. Alcune settimane pubblicavo tre post di seguito e, in altre, non pubblicavo niente. Accanto a buoni post, c’era tutto ciò che adesso mi provocherebbe Disagio (stando ai ben informati, la vita stessa mi provocherebbe Disagio). Comunque sia, in questi primi tempi, iniziai ad immergermi in quella rete di relazioni che, praticamente, altro non è che la community di WordPress. Iniziai a seguire gente e gente iniziò a seguire me. Nonostante l’inizio della mia crociata contro i miei (in)seguitori, ebbi modo di confrontare idee e stili con persone che altrimenti non avrei avuto modo di conoscere e, questo, credo che almeno in parte mi abbia dato una visione più ampia su determinati argomenti. Questo andamento anarchico, soprattutto a livello tematico, pareva dovesse continuare a lungo. Poi ci fu l’inizio dell’impegno politico.

Gli Atti di Coso:

In modo direttamente proporzionale al mio coinvolgimento in politica, aumentarono i posto che trattavano argomenti legati alla vita democratica e partitica italiana. In base agli argomenti trattati ho cercato di alternare, nel modo migliore possibile, la mia opinione con una visione imparziale e non schierata. Onestamente, non credo mi sia sempre riuscita la seconda delle opzioni, ma ci ho provato. È probabile che sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista qualitativo dei post, questo periodo sia stato il migliore. Non dico che non ci fosse roba davvero pessima, ma penso (o, meglio, spero) che chi sia passato di qui anche per caso abbia avuto modo di leggere informazioni utili o, per lo meno, confrontare il suo punto di vista con il mio.
Sempre in questo periodo, comunque, è rimasta quella vena cazzara (che, più intellettualmente, potremmo definire sperimentale) che mi ha riportato a contatto con generi che pensavo di aver accantonato come la narrativa, oppure (e più semplicemente), stralci di vita quotidiana e disavventure.
Questa fase, conclusasi con i tre racconti, è stata quella più lunga e che ha caratterizzato il blog. Quasi sicuramente, queste poche righe non le rendono giustizia, ma resta il fatto che non sappia davvero cosa scrivere oltre a questo, senza cadere nel banale o ripetere le stesse cose all’infinito.

Ultime Lettere di Coso ai Bloggers (o, anche, l’inizio della fine)

All’inizio pensavo che questa nuova fase avrebbe caratterizzato almeno due anni del blog e, con alacre impegno, mi ero messo a scrivere una lettera ogni lunedì. Di idee ne avevo tante ma, come al solito, non si sono tradotte in fatti. L’esperimento di “Le Ultime Lettere di Coso-Po Ortis”, in origine avrebbe dovuto coinvolgere anche altra gente, rendendolo di fatto un racconto scritto a più mani. Ovviamente, la cosa non è avvenuta un po’ perché non ho trovato nessuno interessato a partecipare e un po’ perché, in fondo, non avevo cercato nemmeno con troppo impegno. Resta il fatto che, il progetto originale, poi era stato declinato in modo differente. Ogni volta fingevo di ricevere una lettera da un personaggio di fantasia e, in tal modo, trattavo temi generici e cercavo di creare delle storie che tra di loro si intrecciassero. Tutto si sarebbe dovuto concludere con l’epitaffio che trovate in “about me” in seguito ad un epico e titanico scontro tra forze del bene e forze del male (a cui sarei sopravvissuto, per cadere vittima del Disagio). Anche questo progetto, però, si è scontrato da un lato con la necessità di poter trattare temi che ritenevo importanti in modo rapido e la crescente stanchezza e disaffezione nei confronti della scrittura qui.

L’Apocalisse (o, anche, la fine della fine):

E, quindi, eccomi qui. Dopo ventinove mesi (due anni e cinque mesi), a scrivere queste righe. Faccio fatica a credere che, nonostante la mia proverbiale discontinuità e il mio biblico culopesismo, abbia scritto per così tanto tempo senza interruzioni.
Ma, come detto prima, negli ultimi tempi era venuta a mancare la voglia di scrivere e, far qualcosa come portare avanti un blog perché si deve, mi pare una sciocchezza. Dunque, questa è la fine, miei cari amici. Il distacco vero e proprio, quello effettivo, non ci sarà che tra qualche mese, dato che ho tre pagine di bozze (lettere e varie riflessioni/citazioni/dialoghi surreali) da pubblicare.
Poi, se dovessi scrivere (cosa che non è sicura), lo farò ogni volta che ne avrò voglia, se ne avrò voglia. Continuerò a raccogliere citazioni o brevi riflessioni che verranno pubblicate, ma difficilmente arriverò a scrivere qualcosa di più lungo di sette/otto righe contenenti pensieri miei.

Le ultime righe:

Come detto sopra, per il futuro non progetto alcun grande ritorno o l’apertura di un nuovo blog o il dedicarmi a progetti diversi sull’internet. Penso che mi “ritirerò a vita privata” e cercherò di fare roba un po’ diversa, dedicandogli più tempo (o, forse, è meglio dire “tutto il tempo”).

Ringraziamenti:

In ordine puramente casuale:

Secsdonna: che, non me ne vogliate, secondo me è la migliore blogger che ci sia in giro e che leggo sempre con piacere, indipendentemente dall’umore che ho in quel momento. Che poi lei è una persona stupenda, ma vabbè, questo trascende il suo essere una/o blogger.
Craneloi: che mi ha seguito fedelmente fino a qualche tempo fa e poi s’è fatto una vita. Oppure è morto di studio.
Il Cacciatore di Tonni: che è un po’ la leggendaria entità che ha popolato a lungo i miei post, salvo poi scomparire. Giornalista universitario che sta studiando *non-ricordo-cosa* con cui ho le discussioni politiche più accese.
V.: che, boh, ci siamo conosciuti per caso e io, alla prima occasione, ho avuto modo di rendermi subito adorabile (Hint: all’inizio mi odiava). Ho letto quasi tutti i suoi post da quando la seguo, è impegnatissima in millemila progetti e cerca di coinvolgermi ogni volta che può, giacché si è fissata che io debba socializzare con altri blogger. Scrive bene la ragazza, questo è indubbio.
Clohe: a cui ho copiato l’idea del post e che ho iniziato a seguire, di nuovo, non ricordo quando né come, però ricordo il perché: mi piaceva quello che scriveva. Ha smesso anche lei. Tornerà? Non tornerà? Un si sa. Ma seguitela che ne vale la pena, a prescindere.
La Geniaccia: che in realtà compare e scompare, impegnata in una crociato contro il Ragno in Bagno e la sua progenie. Simpatica, spiritosa e frizzante. Non stimolerà la diuresi, ma comunque si diverte e fa divertire e tanto dovrebbe bastarci.
La Nana: che ha scritto migliaia di post e che è brava. Coinvolge e con un po’ di pazienza si lascia coinvolgere. Il suo è un blog autobiografico nel vero senso della parola. Si entra nel suo mondo con ogni post e, uscirne, diventa sempre un po’ più difficile.
Ella: che s’è trasferita, ha cambiato vita ed è sparita ma che nei primissimi tempi è stata fondamentale per gettare le basi di quello che questo viaggio è stato.
Martina: alla fine, ma non per l’ultima. Probabilmente avrebbe dovuto essere la prima in questa lista, dato che è grazie a lei che tutto questo è stato fatto.

E poi vorrei ringraziare te, lettore per essere arrivato fino a qui e anche tutte le persone che mi hanno accompagnato nel viaggio e mi hanno sopportato. Pur smettendo di scrivere, ovviamente continuerò a seguire i vostri blog e a leggervi, giacché la lettura non mi è (quasi) mai pesata (troppo).

Un Abbraccione, Coso.

Qui giace Coso: Scrittore. Blogger. Scribacchino. Imbrattotore di pagine virtuali. Sopravvissuto ad un lungo peregrinare di ventinove mesi nel mondo della parola scritta, si è auto-imposto l’esilio da questi lidi virtuali, caduto in preda a Disagio e Noia, in un’uggiosa giornata di marzo. Che le sue ultime parole, per sempre incise nella pietra e nella storia, siano di monito per gli incauti che di qui passano:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”

“Sopravviverò o morirò nel tentativo di farlo”

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Riflessioni a Caso #36

È il quarto giorno di seguito che vado a fare la spesa. Se non avessi già un blog, potrei aprirne uno solo per questo motivo.

E sarebbe qualcosa del tipo

“Giorno 1: Non capisco perché le donne si lamentino, fare la spesa non è poi così male

[…]

Giorno 15: la solita vecchietta che mi ruba il posto al banco dei salumi mi guarda con un’aria strana
[…]
Giorno 69: La vecchietta è morta. O è in vacanza, comunque sia il banco degli affettati è MIO.
[…]
Giorno 142: Sono sopravvissuto ad un numero indefinito di spese. Vago sperduto e leggermente disidratato per il supermercato. Dei commessi hanno iniziato a nutrirmi e a farmi le coccole.
[…]
Giorno 239: Ce ne sono altri come me, nel supermercato. Alcuni, prima di perdersi tra scaffali, corsie e prodotti scontati, erano impiegati, altri operai. C’erano persino qualche laureato e moltissimi studenti, entrati qui in prima superiori e ora in età pensionabile. E continuano a vagare, incessantemente
[…]
Giorno 365: Intravedo la luce e delle porte scorrevoli. Finalmente ho trovato l’uscita. Sono in coda alla cassa, non ci posso credere ma… Dannazione, ho dimenticato il portafoglio a casa!”

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Un racconto breve: Blu.

16 Marzo 1913

Ore 07.15

Stamane sono stato svegliato all’alba. È giunta una lettera per me. Quando l’ho aperta, ho pensato ad un errore. In tutta la mia vita non ricordo di avere mai incontrato nessun Sigmund. La lettera era essenziale. C’era scritto soltanto che questo Sigmund, chiunque fosse, è morto. Che ora sono rimasto solo io. Che sono io ad aver la chiave. Che devo recarmi a Monaco.
A cosa servirà, questa chiave?
E chi è Sigmund?

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Ore 17.00

Inizio… Inizio a ricordare. Ricordo Sigmund e il ricordo mi fa provare uno strano brivido che percorre la mia schiena. Le tenebre stanno calando e le ombre si stringono sempre più intorno a me. Ho acceso anche delle candele. Mia moglie mi guarda stranita. Lei non capisce. Non può capire. Non sa niente di Sigmund. Anche io fino a qualche ora fa non ricordavo nulla di lui eppure è come se un velo mi fosse stato tolto dagli occhi.
Non le ho detto nulla della chiave. Non saprei cosa dirle. E io ricordo così poco.
Mi par di sentire degli strani rumori. Distanti e indistinti.

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17 Marzo 1913

Ore 11.50

Quel rumore che sentivo ieri sera mi ha perseguitato tutta notte. Mia moglie ha dormito serenamente e mi ha assicurato di non aver udito nulla. È molto strano.
Stanotte ho fatto degli strani sogni. Non ricordo più di cosa si trattasse. Ricordo solo tenebra e terrore.
Ho preparato i bagagli. Mi aspetta un lungo viaggio e ho la sensazione che non possa aspettare.
Sarà anche un viaggio nel passato. Un passato che non avrei mai voluto ricordare.

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Ore 21.15

Sono solo nella mia cabina. Questa prima giornata di viaggio è stato un ottimo modo per distrarmi. Ho avuto modo di parlare con una vecchia conoscenza che da alcuni anni non vedevo. È stato piacevole.
Eppure, quando se n’è andato mi sono ricordato di un’altra persona che non vedo da molti anni.
Philippe. Un ragazzo francese. L’ho incontrato… Non ricordo come l’ho incontrato. Ricordo a malapena il suo volto.
Appena mi sono ricordato di questo Philippe, ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse fissando. Ma è impossibile. Fuori non ci sono altro che alberi e campagna.
Deve essere l’ansia per questo lungo viaggio e tutto ciò che comporta. Sarà sicuramente l’ansia.
Anche se….

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18 Marzo 1913

Ore 02.59

Mi ero appisolato, non so a che ora. Una pesantezza delle membra mi ha improvvisamente colto e sono crollato. È stato un sonno agitato e pieno di incubi. Tutte le immagini orrorifiche che ho veduto stanno però sbiadendo. È stato quel fastidioso ronzio, più forte della notte scorsa a svegliarmi.
E quando ho aperto gli occhi ho visto…. No, no… Mi è parso di vedere…
Ma non ha importanza.
Ora… Ora, però, ricordo Philippe. E ricordo anche che c’era qualcun altro. Ma non riesco a ricordare il suo volto o il suo nome.

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Ore 7.20

Non ho più chiuso occhio. Ogni volta che ho creduto che quel dannato rumore cessasse e ho abbassato le palpebre, il ronzio diventava più intenso. Ancora non riesco a capire cosa lo provochi, ma questa cosa mi sta turbando.
Ho pensato molto, in questa lunga veglia obbligata. Ho pensato a Sigmund.
Lo avevo conosciuto durante un viaggio di piacere in Svizzera. Era stato il mio ultimo anno di università e stavo per subentrare nella piccola azienda di famiglia.
Lo incontrai fuori da un negozio di antiquariato. Era solo. Un ragazzo alto e moro, con occhi scuri e brillanti di intelligenza e qualcosa d’altro.
Al momento non capii cosa potesse essere, ma più lo conoscevo più lo comprendevo. E comprendevo anche quanto fosse ambizioso.
Suo padre aveva una piccola bottega in Baviera e, con tanti sacrifici, lo aveva fatto divenire apprendista di un mastro orologiaio tra i più rinomati. La sua abilità e il suo impegno lo fecero diventare presto uno dei favoriti del mastro.
L’uomo, però, cadde in rovina inspiegabilmente. Aveva contratto enormi debiti col giuoco e non era in grado di pagarli. Per la vergogna, si suicidò.
Io e Sigmund stringemmo rapidamente amicizia e fu lui a presentarmi Philippe ma, di quel giorno, ancora non ho ricordi.
Ma stanno riemergendo, molto lentamente.

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Ore 15.03

C’è stata una breve sosta. Il controllore con cui ho parlato mi ha detto che saremo a Monaco tra due giorni.
Saranno due giorni molto lunghi, temo.
Non ho avuto più compagni di viaggio da ieri. Ho la sensazione che evitino questa cabina. So che è irrazionale. So che è paranoico ma la mancanza di sonno e l’età mi stanno giocando brutti scherzi.
È brutto invecchiare. Per quanto ricco tu possa essere, nulla può fermare l’avanzata del tempo. Quando tornerò dovrò farmi controllare le orecchie.
Mentre il treno ripartiva, m’è parso di sentir sussurrare il mio nome. Eppure, intorno a me, non c’era nessuno.
E… E so che sembrerà assurdo, lo è anche per me che sto scrivendo, ma mi è parso di vedere due occhi di bragia che mi fissavano, dalla carrozza dove sto. Ed erano gli stessi che avevo visto questa notte.
Temo di essere troppo stressato.

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Ore 23.32

Il sonno non vuole giungere. In compenso, ora… Ora ricordo.
Philippe mi fu presentato una sera, in un’osteria. Un posto comune, che non aveva nulla di particolare. Pareva un damerino e aveva un marcato accento francese. All’inizio, lo trovai odioso. Il suo continuo sorridere come se tutto celasse uno scherzo era insopportabile.
Indubbiamente aveva un certo charme e una personalità molto forte.
Col passare del tempo mi abituai ai suoi modi e iniziai ad apprezzare la sua compagnia. Riuscii a scoprire che sarebbe diventato dottore da lì a poco e che aveva conosciuto Sigmund anni prima, grazie alla riparazione di un orologio.
Mi disse anche che c’era un’altra persona che avrebbero voluto farmi conoscere ma che, stranamente, non era ancora giunto.
Per quanto mi sforzi di ricordare cosa accadde in seguito, però, ancora non riesco a rimembrare.
E non sono sicuro di volerlo fare.

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19 Marzo 1913

Ore 05.13

È stato… È stato terribile. Nonostante quel rumore continuasse e continui a perseguitarmi, alla fine sono stato vinto dal sonno.
Ho fatto un incubo. Doveva essere per forza un incubo. Non saprei come definirlo altrimenti.
C’era un corridoio buio e dal fondo proveniva lo stesso suono che tuttora mi perseguita.
Sentivo altri passi giungere da ogni direzione ma, guardandomi intorno, non riuscivo a vedere nulla. Continuavo a camminare e camminare mentre il rumore diventava più forte e chiaro. Sono riuscito anche a riconoscerlo, giusto per un momento.
E poi… E poi ho visto le mani. Mani appese alle pareti. Sagome di mani murate nelle pareti. Mani che tentavano di afferrarmi e poi… E poi di nuovo quegli occhi bestiali che mi scrutavano.
Mi sono svegliato tremante e sudato.
E ora ho paura di riaddormentarmi.

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Ore 22.30

Ho avuto più volte la tentazione di scrivere qui ma, ogni volta che pensavo fosse il momento giusto per farlo, qualcos’altro faceva capolino da quell’oscuro recesso della mia mente che sembra essersi risvegliato.
Ora… Ora ricordo. Ricordo chi fosse la persona che stavamo aspettando. Era Edward.
Arrivò due giorni dopo che mi avevano parlato di lui.
Era alto, aveva un aspetto distinto e sembrava molto più anziano di quanto in realtà non fosse.
Molto educato e cortese, si dimostrò subito una piacevole compagnia durante i lunghi vagabondaggi in attesa che Sigmund ci raggiungesse.
Ricordo che aveva iniziato a raccontarmi dei suo studi ma poi tutto torna vago e confuso.
E il ronzio non aiuta a concentrarmi… Fortunatamente domani dovrei arrivare a Monaco.

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20 Marzo 1913

Ore 21.00

La giornata è stata straziante. Non ho fatto altro che dormire quasi tutto il tempo e ogni volta ho sognato di nuovo quel corridoio e le mani che cercavano di afferrarmi. Intorno a me sentivo i passi di altre persone e dal fondo giungeva di nuovo quel rumore infernale. E di nuovo quegli occhi… Quegli occhi a fissarmi, crudeli e bramosi.
Stava per succedere qualcosa quando venni scosso da un controllore. Eravamo arrivati a Monaco.
Ho perso gran parte della giornata cercando un albergo e, una volta trovato, ho mangiato qualcosa di caldo e sono venuto qui, in camera.
Sto… Sto iniziando a ricordare cosa mi aveva raccontato Edward. Ma mi pare così assurdo.
E il ronzio sta diventando un po’ più forte, più comprensibile.
Mi si chiudono gli occhi.

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21 Marzo 1913

Ore 19.20

Durante la notte ho fatto un sogno. Non era il solito sogno che mi perseguitava… Era diverso. La chiave, oh santo cielo, la chiave…
La chiave aprirà una cassetta di sicurezza in una banca di Monaco. E, allora… Allora entrerò in possesso del contenuto di quella cassetta. Non so cosa ci sia dentro, ma ricordo.
Ricordo che, dopo aver fatto forgiare quattro cassette di sicurezza identiche, facemmo una sola copia della chiave.
Decidemmo che il primo a tenerla fosse Edward. Se gli fosse successo qualcosa, la chiave sarebbe passata Philippe, poi a Sigmund e infine a me.
Domani chiederò al notaio che mi ha spedito la lettera dove si trova la cassetta.
Cielo, quel rumore… Quel rumore sembra…

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31 Marzo 1913

Ore 6.30

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. Le mie forze, i miei desideri sono stati lentamente prosciugati. Sembrerei un uomo morto, se non fosse che lo sono già da molto tempo…
Mia moglie è sparita da quattro giorni. Temo di sapere cosa le sia successo. Sta per finire tutto quanto… Stanno arrivando. Stanno arrivando.
Posso sentirli. Sento che si avvicinano. Sento che vengono a reclamare ciò che è loro. Il brusio che prima era indistinto ora è chiaro e forte. Stanno arrivando. Ma prima della fine, è giusto che la verità venga scritta. Spero soltanto che qualcuno diffonda questo diario.

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Ore 08.15

Mia moglie… So dov’è mia moglie. È in quel corridoio oscuro. Ormai posso vederlo chiaramente, senza bisogno di chiudere gli occhi. Di sognarlo. È tanto reale quanto la penna che stringo o questo diario su cui sto scrivendo.
Le sue mani… Le sue mani sono appese ad una delle pareti.
Oddio! Oddio! Ora sento anche la sua voce!

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Ore 10.20

Prima che gli ultimi brandelli di ragione mi abbandonino, prima che loro arrivino, devo scrivere. Scrivere la verità.
Devo scrivere del Circolo, del patto, del Rituale, dell’origine delle nostre fortune e della maledizione che ci perseguita, come punizione per aver osato giungere dove nessun uomo dovrebbe mai arrivare.
Sigmund, Philippe, Edward ed io. Fummo quattro stupidi.
Ora ricordo vividamente la sera che segnò l’inizio di tutto. Era una notte lugubre e la pioggia batteva violentemente contro i venti. Il vento ululava. Sembrava di essere tornati nel cuore dell’inverno.
Eravamo a casa di Sigmund. Seduti intorno al camino, eravamo assorti nei nostri pensieri. I tre di tanto in tanto, si scambiavano sguardi preoccupati. Io non ci feci caso all’inizio.
Sigmund più volte sussurrò qualcosa all’orecchio di Edward e di Philippe. Io non capivo.
Le condizioni atmosferiche, intanto, erano peggiorate e il rombo dei tuoni vibrava nel soggiorno.
Sigmund mi disse di seguirli. Sentii crescere la preoccupazione ma feci come mi era stato detto.
Una porta sbarrata nella stanza accanto fu aperta e ci inoltrammo nello scantinato.
Fui fatto entrare in una stanza spoglia, sulle cui pareti erano disegnati strani simboli. Pensai fosse uno scherzo.
Sigmund mi disse che io ero il quarto. Ero la persona che stavano aspettando da anni.
Stanno… Stanno bussando alla porta. E le voci… Le voci non vogliono smetterla!

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Ore 12.13

Erano i carabinieri. Credo… Credo che pensino che sia stato io ad ucciderla. Avrei dovuto provare a fare un tentativo di dir loro la verità ma… Ma non mi avrebbero creduto. Loro… Loro non sentono ciò che sento io… Mi avrebbero preso per pazzo proprio come io presi per pazzo Sigmund, nella sua cantina.
Ma, forse, è meglio riprendere i fatti da dove mi ero interrotto.
In quello scantinato, mi disse che ero il quarto e che mi stavano aspettando da tempo. Convinto che fosse uno scherzo, decisi di rimanere al loro gioco e chiesi per cosa mi stavano aspettando. La storia che mi narrò era ancora più incredibile.
Loro tre facevano parte di un esclusiva loggia massonica interessata all’occulto: il Circolo Senza Nome.
Di loro, anche tra i confratelli, non si sapeva nulla. Era ritenuta una leggenda o materia da dicerie. Si mormorava che, durante le loro riunioni, consumassero sacrifici umani in onore del demonio. In realtà, era molto peggio.
All’epoca, però, ignoravo tutto questo.
Sigmund mi disse che tutto era iniziato con i ritrovamenti fatti da Edward e l’interesse dell’occulto per Philippe. Quando venne a sapere tutto questo, lui desiderò esserne parte e fu proprio la sua forte volontà a convincere gli altri due.
Quella sera, grazie a me, erano pronti ad entrare in contatto con “Loro”.
Chi fossero “Loro” non lo sapevano chiaramente nemmeno i tre uomini. Forse erano divinità, forse erano messi di qualcuno o qualcosa di più grande e potente.

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Ore 14.10

Queste pause… Sono necessarie. So che dovrei accelerare perché potrebbero giungere da un momento all’altro, ma non ce la faccio. Non riesco a… A rievocare tutto senza fermarmi e poi… E poi ci sono voci che mi sussurrano cose… Cose su di “Loro”.
“Loro”… Non riesco ancora a capire cosa siano. Dèi o Demoni? Oppure qualcosa di ancora peggiore? Qualcosa che non dovrebbe essere risvegliato per nessun motivo e che giace sopito, da qualche parte? Non lo so. Ciò che è certo è che quella sera compimmo qualcosa di abominevole.
Iniziai ad essere spaventato da quello che Sigmund mi diceva. Gli dissi di smetterla di scherzare. Gli dissi che non era affatto divertente. Poi… Poi lo vidi.
Era sopra ad un piedistallo di marmo su cui erano incisi gli stessi segni presenti sulle pareti. Era un cubo di dieci centimetri sia per altezza, sia per larghezza e lo spessore si approssimava intorno a quella misura. Era nero e sembrava esser fatto di metallo.
Sigmund mi disse che quello era l’unico modo per entrare in contatto con loro e che avremmo dovuto offrire qualcosa in cambio. Prima che le cose precipitassero ulteriormente, dissi che volevo andarmene e che non volevo saperne nulla.
Raggiunsi la porta e posai la mano sulla maniglia. Furono le parole di Edward a fermarmi.

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16.03

Edward… Edward mi disse che avrei potuto ottenere ciò che più bramavo al mondo, se fossi rimasto. C’era un piccolo prezzo da pagare, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrei dovuto abbassare la maniglia ed uscire. Invece mi voltai.
Tornai da loro e chiesi di nuovo se non fosse uno scherzo. L’espressione sui loro volti fu una risposta migliore di qualunque parola.
Durante i loro preparativi rimasi in disparte, sempre più affascinato dalla loro metodicità nelle operazioni. Fu quando indossammo tutti le tuniche nere che Edward tirò fuori un coltellaccio mentre Sigmund e Philippe trasportavano per le gambe e le braccia una giovane donna.
L’avevo vista un paio di volte in giro per la città ma non sapevo chi fosse. Per un secondo temetti che fosse morta, ma respirava ancora. Quando chiesi perché fosse qui con noi, non ottenni risposta.
Una volta finiti i preparativi, Edward si fece un taglio lungo il braccio e fece cadere del sangue sul cubo. Il sangue macchiò la superficie lucente per qualche istante e poi sparì.
Non credevo ai miei occhi. Philippe, Sigmund ed io facemmo la stessa cosa e, ogni volta, il sangue fu assorbito da quello strano oggetto.
Ci disponemmo intorno al piedistallo.
Edward iniziò a cantilenare una strana nenia mentre gli altri due sorreggevano la ragazza incosciente.
All’improvviso fu l’oscurità.

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Ore 23.10

Stanno arrivando! Stanno arrivando! Le candele che ho disseminato in tutta casa e le luci si stanno già spegnendo! stanno arrivando!
Si annidano nell’ombra e ti osservano. Ci osservano. Quegli occhi rossi che ti scrutano e studiano e aspettano…
L’ombra e l’oscurità come quelle del corridoio in cui ritrovammo all’improvviso. Non so come ci fossimo spostati. Prima eravamo in uno scantinato e poi eravamo in questo lungo corridoio oscuro.
L’aria era pesante e c’era un puzzo terribile. Sentivo solo i loro passi intorno a me e quello più strisciato della ragazza.
Più camminavamo più le tenebre diventavano spesse, quasi potessi toccarle.
Passammo di fronte a diverse stanze le cui soglie si aprivano su orrori senza fine. Se avessi guardato troppo a lungo, capii istintivamente, sarei diventato pazzo.
Eppure… Eppure ricordo che c’erano mani. Mani ovunque. Appese alle pareti, murate all’interno di esse o addirittura, alcune spuntavano dal pavimento e più ci avvicinavamo più il rumore che mi ha perseguitato e continua a perseguitarmi diventava forte.
Erano urla e risate.
Urla umane e risate di qualcosa di ben peggiore.
Giunti in fondo al corridoio, trovammo la prima porta. Era socchiusa.
Edward di nuovo iniziò a recitare una litania in quella strana lingua e la porta si aprì.
All’interno c’era un piedistallo uguale a quello che c’era nello scantinato di Sigmund.
I simboli erano ancora più fitti e sembravano essere stati scritti col sangue.
Sul piedistallo c’era il cubo. E fiotti di sangue uscivano da quell’oggetto dannato.
E all’improvviso apparve di fronte a noi una figura incappucciata. L’unica cosa ad intravedersi erano gli occhi, rossi e brillanti come le fiamme dell’inferno.
Lui ed Edward parlarono a lungo e, quando la loro discussione terminò, Edward indicò l’altare e disse di far sdraiare lì la ragazza.
Dopo averla riposta lì, ci allontanammo e le tenebre calarono su di lei. La luce nella stanza venne a mancare e udimmo solo le strazianti grida della fanciulla.
Non so per quanto tempo rimanemmo lì, immobili. So solo che quando la figura incappucciata ricomparve di fronte a noi, ebbi una visione.
Ero ricco, potente ed influente oltre ogni mia immaginazione. Una voce flebile mi sussurrò all’orecchio che avrei ottenuto tutto ciò. Che una parte del prezzo era stato pagata.
Quando mi ripresi, la figura incappucciata era scomparsa.
Uscimmo da lì.
Appena varcata la soglia, mi girai per assicurarmi che tutto fosse vero. E fu in quel momento che vidi la vera forma dell’ orrore. Un abominio era in quella stanza e ci stava fissando con sguardo pieno di brama. Mi sorrise e svenni.
Quando aprii gli occhi, eravamo di nuovo nello scantinato di Sigmund.
Edward ci spiegò quello che lui e la figura incappucciata si erano detti. Fintanto che uno di noi avesse avuto il possesso sul cubo, non avremmo avuto nulla da temere.
Decidemmo perciò di forgiare quattro cassette di sicurezza dove custodire il cubo e un’unica chiave. Qualora fosse capitato qualcosa a chi aveva la chiave, questi avrebbe dovuto inviarla ad un altro.
Decidemmo l’ordine in base all’entrata nel quartetto.
Decidemmo di non parlarne più e di evitare di vederci per quanto ci fosse possibile. Per siglare il nostro Patto infame usammo il nostro sangue.
Dopo quell’estate non ci vedemmo mai più. Ognuno ottenne ciò che desiderava e iniziammo a dimenticare…
Ma ora… Ora le luci si stanno spegnendo. Le candele sono quasi del tutto consumate e, tra poco, le campane batteranno la mezzanotte.
E io sento Sigmund, Philippe, Edward, la mia adorata moglie e molti altri ancora che mi chiamano. Mi chiamano e continuano a ripetere “Stanno arrivando! Sì! Stanno arrivando anche per te”. È giunto il momento di pagare l’altra parte del prezzo.
La mezzanotte è scoccata.
Sento degli strani rumori. Le luci ormai sono spente e l’ultima candela si sta consumando.
Li sento.
E vedo la tenebra che mi si stringe sempre più intorno.
Occhi rossi e pieni di brama.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.

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Così si conclude il diario del mio paziente. Da quanto qui scritto è evidente che la sua situazione psichica fosse andata peggiorando di pari passo con il peggioramento della sua situazione finanziaria.
Il soggetto ha sofferto di una forte forma di nevrastenia che è poi degenerata in schizofrenia. In questo modo si spiegherebbero i continui riferimenti a queste creature mostruose e alle voci che lo chiamavano.
Non stupisce nemmeno il fatto che abbia attribuito l’omicidio della moglie e il deturpamento del suo cadavere, in seguito all’amputazione delle mani, ad un parto della sua mente malata.
Il fatto che del paziente o del suo corpo non ci siano tracce, è preoccupante. Potrebbe essere ancora vivo e pericoloso.
In casa, oltre al diario e alle candele consumate, è stato trovato anche il misterioso cubo di cui parlava. La descrizione offerta è stata fedele. È la prima volta che vedo qualcosa fabbricato in questo modo.
Consulterò alcuni amici per scoprire maggiori informazioni riguardo a questo oggetto.

Fine

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) Che avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Anche in questo caso, sono soddisfatto del lavoro.

B) La scelta del colore “Blu” è voluta. In questo modo ho potuto continuare coi colori primi

C) Per l’idea del lento affiorare dei ricordi mi sono, nemmeno troppo velatamente, ispirato a Stephen King in IT. Il risultato non è lo stesso, ma ci ho provato.

D) Con questa storia ho voluto provare, nel mio piccolo, a scrivere un piccolo tributo a Poe e Lovecraft. Probabilmente si staranno rivoltando nella tomba, ma (come sopra) ci ho provato.

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Un racconto breve: Giallo

Era una notte fredda. Le strade della città erano illuminate dai lampioni. Per strada c’erano solo barboni ed ubriachi. Il telefono squillò.
– Pronto? – Rispose con aria assonnata
– Abbiamo bisogno di lei. È meglio che venga sul posto – Prese nota dell’indirizzo e riattaccò.
Si voltò e vide dall’altra parte del letto che la donna era ancora profondamente assopita. Per qualche secondo osservò i seni alzarsi ed abbassarsi sotto le coperte.
Cercò i vestiti al buio. Erano un po’ sparsi sul pavimento e un po’ ammonticchiati su una sedia. Quando riuscì a prendere tutto si avvicinò alla porta. Mise una mano sulla maniglia.
– Dove stai andando? – Chiese la donna con un filo di voce
– Lavoro – Rispose.
Non ci furono altre domande. Forse era proprio grazie al fatto che lei non facesse troppe domande ad aver reso possibile che la loro relazione andasse avanti da quasi un anno.

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Le strade erano deserte. La macchina filava senza incrociare nessun’altra vettura. La radio trasmetteva un talk show. Ospite di turno, un politico locale
– Siamo consci dell’emergenza sicurezza che i cittadini stanno affrontando, ma le assicuro che ci siamo già mobilitati per far sì che i problemi di ordine pubblico vengano risolti –
– Cazzate – Borbottò, mentre si accendeva una sigaretta.
Nonostante le continue lamentele sull’inefficienza delle forze dell’ordine da parte del sindaco, loro facevano quello che potevano. Per far fronte a tutto, però, erano troppo pochi.
Si fermò al semaforo.
Una donna si avvicinò al finestrino e vi batté contro. La ignorò.
Quella città stava diventando sempre di più una fogna. E, di notte, usciva il peggio della feccia: derelitti, puttane, tossici e barboni diventavano i re della città.
La donna batté di nuovo sul vetro. Abbassò il finestrino
– Levati dal cazzo –
La donna ammiccò
– Sei sicuro? Non vuoi un po’ di compagnia? –
Tirò fuori il distintivo e glielo sbatté sotto il naso
– Fuori dalle palle. Non ho tempo –
Scattò il verde e si rimise in marcia. Riuscì a sentire la donna gridare “sbirro di merda”.

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L’edificio era circondato da macchine con i lampeggianti delle sirene accesi. Gli ingressi erano circondati da nastro giallo. Qualche curioso sbirciava nascosto dietro le tende di casa propria.
– Cosa abbiamo? – Chiese
– Due vittime. Un uomo e una donna. Da poco sposati. –
Diede un ultima boccata e lanciò il mozzicone in mezzo alla strada
– È il nostro uomo? –
– Sembrerebbe lui. –
Imprecò a denti stretti. Mise i guanti e copri-scarpe per non inquinare la scena.
– La scientifica? –
– Ha appena finito di fare i rilievi –
– Chi vi ha avvertito? –
– La solita voce –
– Per domani voglio tutto il possibile su di loro. Interrogate anche i vicini –
– Adesso? –
– Immediatamente –
La casa era anonima. Ne aveva già viste tante così: mobilio a poco prezzo, ma di buon gusto. Sul tavolo del soggiorno, c’era un vaso pieno di fiori ancora freschi.
Ispezionò il piano di sotto ma non trovò nulla fuori posto.
Salì al piano di sopra. La porta della camera da letto era aperta.
Sul letto c’erano un uomo e una donna. Avevano circa la sua età. Si avvicinò per osservare meglio i corpi. Il modus operandi era lo stesso dei precedenti omicidi. Dopo aver legato mani e piedi, li aveva soffocati. Poi aveva tagliato ad entrambi le mani e le aveva portate via. Il suo macabro trofeo. Oltre a quello e ai segni delle corde, non c’era altro segno di violenza.
Sul comodino c’era una spilletta raffigurante una faccia sorridente.

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– Cosa può dirci, ispettore? –
– Non rilascio dichiarazioni –
– C’entra qualcosa il Killer del Sorriso? –
– Levatemi dalle palle questo rompicoglioni –
Il giornalista protestò mentre veniva allontanato da due colleghi.
Il caso del Killer del Sorriso occupava tutte le prime pagine non solo dei giornali locali, ma anche di quelli nazionali. Con queste due, il totale delle vittime era salito a nove. La sa firma era una spilla con stampata sopra una faccina sorridente.
Le indagini, per il momento, erano ad un punto morto. Le vittime non avevano nulla in comune tra di loro. Frequentavano posti diversi, erano di religione diversa, di estrazione sociale differente e vivevano anche in quartieri diversi o, addirittura, erano di altre città.
L’assassino non aveva mai lasciato alcuna traccia. Aveva studiato meticolosamente ogni dettaglio. Non c’erano segni né di abusi carnali, né di colluttazione. Nessuna impronta.
Dopo ogni omicidio veniva fatta una telefonata col telefono delle vittime. La voce, probabilmente registrata, era contraffatta.
Risalì in macchina.

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Stava studiando per la terza volta i dossier di tutte le vittime, cercando l’elemento in comune che continuava a sfuggirgli. La porta dell’ufficio si aprì
– Il capo vuole vederti. Ed è incazzato nero –
– Merda –
– Subito –
Imprecando, andò nell’ufficio del capo. Aperta la porta fu accolto dall’aria pregna di fumo di sigaro. Stava leggendo un giornale
– Cosa cazzo hai combinato? – Ringhiò, buttandogli il giornale sotto il naso.
Lesse l’articolo rimanendo impassibile. Il giornalista che aveva fatto allontanare aveva scritto l’ennesimo attacco alla polizia.
– Era d’intralcio alle indagini –
L’uomo che aveva di fronte era massiccio, stempiato. La pancia stava iniziando a lasciarsi andare, per colpa del lavoro dietro alla scrivania e gli eccessi che si era concesso
– Non me ne frega un cazzo. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono articoli del genere. Ci stanno prendendo a palate di merda in faccia perché tu non sei riuscito a cavare un fottuto ragno dal buco. Sono cinque mesi che questa storia va avanti e tu cosa mi hai portato? Ancora un benemerito cazzo. Sappi che la pazienza dei procuratori sta per finire e la mia è già finita. Sappi che la mia testa non sarà l’unica a cadere, chiaro? –
– Sì, signore. –
– Adesso levati dal cazzo e vedi di portarmi dei risultati, se ci tieni ad avere ancora un posto di lavoro –

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Stava rileggendo le dichiarazioni rilasciate da tutti gli interrogati per le indagini sulle precedenti vittime. Il telefono squillò. Lo ignorò finché non fini la pagina che aveva in mano
– Cosa c’è? –
– Abbiamo un testimone che afferma di aver visto un uomo sospetto girare in zona –
– Affidabile? –
– In questo momento direi di sì –
– Venti minuti e sono da voi. Altro di interessante? –
– Come al solito, niente di niente. –
Non era la prima segnalazione pervenuta di uomini sospetti nei paraggi. In città si era diffusa una psicosi che li aveva obbligati ad aprire un centralino per affrontare l’emergenza. Delle migliaia di chiamate arrivate, nessuna aveva portato a niente.
Alle segnalazioni si erano aggiunte le autodenunce di mitomani. Un paio erano anche stati messi in osservazione, ma si era rivelato tempo perso.
Gli bruciavano gli occhi. Li chiuse e se li stropicciò.

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– Dovresti comprarti un cellulare, lo sai, vero? –
– Già. Dovrei –
La casa era sul marciapiede dall’altra parte della strada, rispetto alla villetta in cui era stato commesso l’omicidio
– C’è qualcosa che dovrei sapere? –
– È abbastanza scioccata da quel che è successo, ma non ci ha dato grossi problemi –
Si sedettero intorno ad un tavolo. Il testimone era una signora anziana, con spessi occhiali che le facevano sembrare gli occhi troppo grandi
– Buongiorno signora –
– Buongiorno detective –
– Potrebbe gentilmente ripetere quello che ha già detto ai miei colleghi –
La vecchia si sistemò gli occhiali e bevve un sorso d’acqua
– Si erano trasferiti qui da poco. Si erano appena sposati. Sembravano così felici…. Non li ho mai sentiti litigare con nessuno nel vicinato. Non riesco a capire chi abbia potuto fare una cosa del genere… – Scosse la testa
– Ha detto di aver visto un uomo, potrebbe dirmi com’era fatto? –
– Non l’ho visto bene. Aveva addosso un berretto e sembrava giovane. Era piuttosto robusto e alto. Era la prima volta che lo vedevo e sul momento non gli ho dato peso –
– Si ricorda altro? –
– No, mi spiace. –
– Ne è sicura? –
– Sì, purtroppo sì –
– La ringrazio per la collaborazione – Si alzò
– Ora che ci penso, però, l’uomo aveva degli strani pantaloni. Sembravano essere parte di una divisa –
– La ringrazio molto –
Quando uscì, tirò fuori il taccuino e si appuntò anche il dettaglio dei pantaloni
– Un altro buco nell’acqua? –
– La descrizione combacia: uomo di giovane età, fisicamente in forma. Indossava dei pantaloni che potrebbero appartenere ad una divisa. Probabilmente era un passante e, comunque, è una pista ormai morta. A meno che non ci siano telecamere qui in zona –

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Il locale era asettico e illuminato da una luce bianca. L’uomo col camicie e la mascherina stava registrando il referto dell’autopsia. Non era la prima a cui assisteva e non sarebbe stata l’ultima. Non lo interruppe mai.
– Facciamo un breve riassunto –
– Morte per soffocamento. Ha premuto la trachea delle due vittime finché non sono morte. –
– Altri segni di violenza? –
– Abrasioni ai polsi e alle caviglie, lasciati dalle corde usate per legarli e un paio di costole incrinate. L’assassino deve aver fatto pressione col suo corpo mentre li soffocava? –
– Segni di abusi sessuali? –
– C’erano tracce di sperma sui corpi, ma credo fosse dovuto ad un rapporto avvenuto tra le due vittime –
– Per il taglio delle mani? –
– Ha usato una sega o, comunque, qualcosa con lama seghettata. Il lavoro, come per gli altri, non è stato fatto con precisione. –
– Presenza di droghe nel sangue? –
– Erano entrambi puliti. –
– Puoi dedurre qualcosa sull’assassino? –
– Sicuramente un uomo. Peso tra i settanta e i settantacinque, essendo riuscito ad incrinare le costole della vittima di sesso maschile. Di più non saprei dirti. –
– C’è dell’altro? –
– No. Avrai il referto per domani pomeriggio –
– Grazie –

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Avevano trovato la sega con cui l’assassino aveva tagliato le mani alla coppia. Era stata recuperata sul retro del giardino, nei pressi dello steccato che li divideva dalla strada. La scientifica l’aveva già presa in consegna.
– È il primo errore che fa il nostro uomo – Constatò un membro della task force
– Voglio che ricontrolliate tutto il giardino. Potrebbe essersi lasciato dietro anche altre tracce. – Disse, mentre si accendeva una sigaretta
Si guardò intorno. Se aveva fatto quel errore, avrebbe potuto farne anche altri
– Chi ha scoperto la sega –
– Io, signore – Rispose un’agente che non aveva mai visto
– Come ti chiami? –
– Agente Cooper, signore –
– Agente Cooper, hai notato altro in quella zona? –
– No, signore. Ho provato a guardarmi intorno ma non ho visto nulla – Rispose la donna.
– Dite alla scientifica che voglio che controllino anche la staccionata dove è stata trovata la sega –
Si girò e sospirò. Il caso, forse, era uscito dal binario morto in cui si era infilato.

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I risultati della scientifica non diedero gli esiti sperati. Sulla sega non c’era traccia di impronte. Il barlume di speranza intravisto si era spento subito.
– Mi senti? Hai capito cosa ti ho detto? –
– Come, scusa? –
– Ti ho detto che pensavo di passare il fine settimana da te, se non è un problema –
– Oh, sì. Va bene –
– Ma cosa ti succede ? Cosa ti preoccupa così tanto? –
– Niente, stavo pensando –
– Puoi evitare di pensare al lavoro, almeno quando siamo insieme? –
– Hai ragione, ma non riesco a venirne a capo. È una situazione di merda – Era la prima volta che le parlava del suo lavoro
– So che non è facile, ma devi riuscire a staccare almeno per un po’ –
– Manca un trait d’union tra le vittime e ci deve essere per forza. Se non ci fosse… – Si interruppe.
– Se non ci fosse, vorrebbe dire che sceglie le sue vittime a caso – Concluse lei.
– Potremmo non prenderlo mai –

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Da due settimane era tutto tranquillo. I giornali dedicavano al caso solo le ultime pagine e questo aveva permesso di portare avanti i lavori senza la pressione dei media.
Tutta la task force aveva iniziato a studiare di nuovo i singoli casi e i movimenti da loro fatti negli ultimi giorni.
– Qualcuno ha notato niente di strano? –
– Assolutamente niente. Avevano delle vite normali, cazzo. – Disse uno.
– È la ventesima volta che leggo queste cose, me le sogno anche di notte. Ne ho pieni i coglioni – Si lamentò un altro
– Gente, non me ne frega un cazzo dei vostri problemi. Non mi frega un cazzo nemmeno delle vostre lamentele. Dobbiamo trovare qualcosa. Sono sicuro che ci sia un collegamento –
– Sì, nella tua testa di cazzo – Mormorò uno.
Lo sollevò di peso e lo sbatté contro il muro
– Pensi di poter fare meglio stronzetto? Eh? Se vuoi ti lascio il posto e voglio vedere cosa cazzo combini tu. Coglione – La faccia del poliziotto era paonazza.
Lo lasciò andare.
– Continuate a lavorare fino alla pausa pranzo e poi levatevi dai coglioni. –
Si accese una sigaretta e inspirò il fumo.

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Era l’ultima ora dell’ultimo turno di quella settimana. Stava sfogliando delle carte contenuti nel dossier riguardanti le ultime due vittime. Ad attrarre il suo sguardo fu una serie di fatture. Prese a leggerle, controllandone la data. Erano arrivate tutte cinque giorni prima della morte.
A colpirlo fu l’intestazione di una delle fatture. Si accese una sigaretta. Iniziò a sfogliare rapidamente i plichi contenenti i fascicoli sulle altre vittime.
Controllò e confrontò febbrilmente le fatture, mentre le sigarette si susseguivano una dopo l’altra.
Prese in mano il telefono.

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Di fronte a lui, aveva quindici poliziotti. Tutti lo fissavano. La tensione era palpabile. Prese il pacchetto per accendere un’altra sigaretta. Le aveva finite. Un collega gliene diede una.
– Vi ho chiamati qui per un motivo – Disse, dopo aver dato una boccata
– C’era qualcosa che collegava tutte le vittime. Qualcosa che tutte avevano in comune ma, fino ad ora, non avevamo trovato cosa potesse essere – Fumò di nuovo
– Due ore fa, ho trovato questa cosa. È un filo flebile e potrebbe rivelarsi un’altra falsa pista ma è l’unica cosa che abbiamo –
Prese in mano le fatture e le dispose sul tavolo
– Queste sono delle fatture. Le ho trovate mentre sfogliavo il plico dell’ultimo caso –
Gli agenti intorno al tavolo le studiarono
– Come potete notare, la stessa compagnia ha emesso fattura anche nei confronti delle altre vittime. Il lasso di tempo intercorso tra il ricevimento delle stesse e l’uccisione delle vittime è compreso tra i sette e i cinque giorni –
– Il ragionamento potrebbe anche filare, ma dovremmo assicurarci che a fare le consegne sia sempre stato lo stesso uomo e, in tal senso, abbiamo una bassisima probabilità. – Fece notare un agente
– Non hai un cazzo in mano e c’è il rischio di mandare tutto a puttane se il colpevole, o i colpevoli sospettassero qualcosa. – Aggiunse il suo capo
Diede un’ultima boccata alla sigaretta
– Per il momento è l’unica fottuta pista che abbiamo. È ovvio che non andremo lì con le pistole spianate. Abbiamo bisogno di un registro delle consegne e una tabella di turni. Inventate qualche cazzata e fate in modo di ottenerli –
Il capo scosse la testa
– Potremmo provarci, ma ci giochiamo il tutto per tutto –
– Io avrei un’idea… – Disse un agente.
– Stiamo seguendo il caso sullo spaccio di droga, no? Potremmo ottenere la tabella dei turni, facendo pressioni sulla direzione per far sì che non ci siano fughe di notizie. La loro immagine ne sarebbe rovinata. Sicuramente non è una bella cosa ma… –
– Si fottano le cose pulite. Lei cosa ne pensa? – Chiese lui al capo
– In qualsiasi caso mi sto giocando le palle. Facciamolo –

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Avevano un sospettato. Era stato lui a consegnare a tutte le vittime la merce. L’unica cosa a mancare erano le prove.
– Non capisco – Disse uno suo collega
– Cosa? – Chiese
– Come sceglie le sue vittime? Ha fatto altre consegne in queste settimane. Tutti quanti potrebbero essere potenziali vittime –
Spense la sigaretta nel posacenere
– È proprio per questo motivo che è pedinato ventiquattro ore su ventiquattro. Tutti quelli della task force sono impiegati in questo compito. Ovunque vada, uno di noi in borghese lo segue. –
– Sì, lo so ma… Ogni Serial Killer ha una sua logica. Questo, invece, sembra mancarne completamente. Sembra che estragga a sorte. È inquietante. Fottutamente inquietante –
Non rispose. La cosa turbava anche lui. Per quanto si impegnasse a provare a capire, non gli riusciva.
– Non ha precedenti. Cittadino impegnato nella propria parrocchia. Potrebbe aver incontrato anche i miei figli –
– Sarai stupito dal sapere che in passato era finito in cura da uno strizzacervelli per un paio di anni –
– Perché? –
– Torturava animali randagi. I suoi lo hanno scoperto e mandato da uno psichiatra –
– Cristo santo –
– Poi è sempre rigato dritto. Lo psichiatra purtroppo è morto, sarebbe stato utile saperne di più sul Killer del Sorriso –

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Dall’ultimo omicidio erano passati ormai due mesi. Il capo diventava sempre più impaziente.
I pedinamenti erano infruttuosi e il Procuratore si era rifiutato di dar loro un mandato di perquisizione.
Il sospettato sembrava avere una vita banale e normalissima. Aveva ancora una settimana e poi sarebbe tutto finito.
Anche la sua carriera nella polizia.

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Erano le 23 e mancavano tre giorni alla fine delle operazioni. Il telefono del suo ufficio squillò.
– Si sta muovendo. Aveva con se un piccolo sacchetto. Lo stiamo seguendo. –
– Appena avete l’indirizzo, chiamatemi subito. Non agite finché non arrivano i rinforzi, chiaro? –
– Ricevuto –
Per una persona abitudinaria come il sospettato, quell’uscita era quanto meno insolita.
Si accese una sigaretta e attese.
Venti minuti dopo erano in macchina.

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La via era deserta. Le luci delle case erano quasi tutte spente. Tutte le unità disponibili si erano recate sul posto.
Camminarono lungo il vialetto e ad un suo cenno si disposero intorno alla casa. Cinque uomini, lui compreso, sarebbero entrati.
Il sospetto era venuto in quella casa più volte, per delle consegne durante i mesi.
Aveva avuto tutto il tempo di studiare il proprio piano d’azione.
La macchina era stata lasciata qualche isolato più indietro. Era giunto alla casa a piedi e aveva forzato la serratura senza troppe difficoltà.
Era dentro da un minuto e mezzo.
La porta si aprì senza fare rumore. Tre uomini perquisirono il piano terra.
Lui e un altro agente salirono. La porta della camera da letto era socchiusa. La luce del comodino era accesa.
Dalla stanza provenivano rumori soffocati.
Avanzarono lentamente. Spalancarono la porta
– Mani in alto! Polizia! –
L’uomo si voltò e alzò le mani. Sul letto c’era una donna legata che singhiozzava silenziosamente.
– Tieni le mani in alto e ben in vista, figlio di puttana! –
Gli altri colleghi arrivarono di corsa
– Nessuno scherzo o ti faccio saltare quella testa di cazzo –
Due agenti si avvicinarono. Gli trovarono addosso una pistola
– La festa è finita, maledetto bastardo –
L’uomo scoppiò a ridere.
Mentre lo ammanettavano iniziò a ripetere ossessivamente
– È l’inizio! È soltanto l’inizio! Stanno arrivando e cambieranno tuuuuuuuuuuuuuuutto quanto! –

**************************************************************

Nella casa dell’uomo trovarono i resti delle vittime, in uno stanzino. Erano tutti in avanzato stato di decomposizione.
Nella casa trovarono anche un comodino pieno di spille riportanti la faccia sorridente.
L’uomo si trovava in una struttura di massima sicurezza e continuava a ripetere l’inquietante cantilena iniziata quando era stato arrestato.

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L’odore salmastro del mare, il rumore delle onde che si infrangevano contro gli scogli e il cielo grigio facevano da paesaggio alla loro passeggiata.
Era la sua prima vacanza dopo tanto tempo.
Alla fine, lui e lei erano andati a convivere. Ancora faticava a crederci.
Le loro mani erano intrecciate. Si fermarono a contemplare il panorama senza parlare. Avevano parlato molto, durante quella vacanza.
Di fronte ad uno spettacolo del genere, però, le parole erano mancate ad entrambi.
Lei appoggiò la testa sulla sua spalla
– Tutto questo è… Magnifico –
– Già – Disse lui, laconicamente.
Si baciarono.

Fine.

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) I personaggi non sono caratterizzati e non hanno una crescita
3) Mancano le descrizioni sia dei luoghi, sia delle persone
4) Non è chiaro perché l’assassino abbia iniziato ad uccidere, perché si porti via proprio le mani e nemmeno perché come firma usi le spille con le faccine sorridenti
5) Avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Nonostante tutte le mancanze, nonostante le tante imperfezioni, quanto qui scritto è nato per essere così e, tutto sommato, sono abbastanza soddisfatto di come sia venuto.

B) La scelta del colore “Giallo” è completamente casuale.

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Fire And Ice

Some say the world will end in fire,
Some say in ice.
From what I’ve tasted of desire
I hold with those who favor fire.
But if it had to perish twice,
I think I know enough of hate
To say that for destruction ice
Is also great
And would suffice.

 

(Robert Frost)

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Boh (O anche “Il Racconto della Foto”)

Premessa 1: Tutto nasce da un’idea di Fra che, dopo aver trovato una foto, propone a me (ed altri due amici) di scriverci sopra un racconto prendendo spunto dal soggetto dell’immagine. Non pensavo che mi sarebbe venuta fuori una cosa così lunga.

Premessa 2: È davvero molto lungo da leggere e probabilmente farà cagare, ma godetevelo lo stesso ❤

Premessa 3: qui per voi, la foto da cui è nato il tutto.

– La prima cosa che mi ricordo quando l’ho incontrata? Il vento. Il vento e l’odore di fumo che mi riempiva le narici. O forse i suoi capelli lunghi e color dell’ebano. O, ancora, i suoi occhi profondi che sembravano scavarti dentro e comunque apparivano così distanti, così remoti. Adesso che mi ci fa pensare non lo so. C’è così tanto di lei che mi ha colpito quella prima volta che non saprei proprio risponderle – Sorseggiò il bicchiere di vino che teneva in mano con fare elegante. Rimasi in silenzio aspettando che continuasse ma, dopo qualche minuto di silenzio capii che dovevo essere di nuovo io a prendere in mano le redini del discorso – Ma che rapporto c’era tra lei e la persona in questione? – Il mio interlocutore si mosse a disagio sulla sedia e spostò il suo sguardo fino ad incontrare il mio – Amicizia? Amore? Anche questo non l’ho mai ben capito. Ne abbiamo passate tante io e lei, insieme. Eppure non abbiamo mai avuto un rapporto ben definito. Ci muovevamo su un confine infido, scivoloso e non ben delineato. A volte eravamo amanti, a volte eravamo amici e altre volte…Altre volte non potevamo sopportarci – Sorrise appena e bevette un altro sorso di vino – Deve capire che le cose sono cambiate tanto in questi due anni. Non parlo solo di me o di lei. Parlo di tutto questo – fece un gesto vago ed indistinto con la mano libera. Non feci in tempo a chiedere di spiegarsi meglio che riprese a parlare – Comunque, non credo che le interessi sapere come andavano le cose…Prima –. Il suo sguardo si perse in lontananza. Sapevo benissimo cos’era successo prima, era impossibile ignorarlo: l’Europa usciva da Quarant’anni di dittatura fascista. Gli Stati Uniti, travolti dall’ennesima crisi interna, non avevano fatto nulla per intervenire e la sola Inghilterra non riuscì a fermare l’avanzata del Leader Massimo che poté contare a lungo sull’appoggio della Cina. Il Regime però, dopo la morte del Leader Massimo, era andato in rotta e finalmente le forze di opposizione erano riuscite a riprendere il controllo dei paesi membri e a riguidarli verso la democrazia. Ma in quei quarant’anni c’era stata una caccia ossessiva al diverso: chiunque non fosse europeo, chiunque fosse portatore di handicap, chiunque fosse omosessuale poteva essere accompagnato in uno dei così detti “Centri di rieducazione”. Nessuno di quelli che entrava ne era mai uscito. Osservai meglio la persona che avevo davanti, aveva ventisei anni. I lunghi capelli castani mossi le ricadevano sulle spalle. Indossava un vestito elegante, scollato, che lasciava intravedere il generoso decolletè. Era una bella donna, senza ombra di dubbio, ed era anche l’unica persona informati sugli ultimi movimenti della persona che stavo cercando. Mi schiarii la gola e dissi – Scusi se insisto, Miss Watson ma devo farle altre domande – La donna sbatte le lunghe ciglia per qualche istante e poi mi fece cenno, con la mano, di proseguire – Lei sapeva nulla delle attività politiche della signorina Kyle? Poteva essersi attirata le antipatie di qualcuno? Oppure era a conoscenza di un valido motivo per cui sarebbe dovuta sparire lasciandosi dietro tutto o quasi? – La ragazza sospirò appena e poi scosse il capo – L’ho già detto anche a quelli che sono venuti qui prima di lei: facevamo parte dello stesso gruppo di attivisti per i diritti umani, ma a livello politico non ci siamo mai schierate né per una fazione, né per l’altra. Poi, quando le cose si sono fatte troppo rischiose abbiamo deciso di uscirne entrambe o, per lo meno, lo feci io. – Si prese una pausa e vuotò il bicchiere dall’ultimo sorso di vino – Le antipatie di qualcuno? Non saprei. Aveva avuto avventure occasionali con questa o quella ragazza, ma non penso che si potesse dire che qualcuno la odiasse. – La fermai con un gesto – Mi scusi, potrebbe chiarire cosa intende con quel “o per lo meno, lo feci io”? – Miss Watson mi guardò a lungo con gli occhi socchiusi, come se stesse valutando quanto poteva arrischiarsi a dire. Alla fine cedette e disse – Quando venni a sapere che lei era ancora in quel gruppo mi infuriai. Fu una lunga litigata. Fummo fortunate se nessuno chiamò la polizia. – Presi nota sul taccuino – E le ha detto per quale motivo non aveva abbandonato il gruppo? – Lei scosse il capo – Litigammo proprio per questo. Lei si limitò a dirmi che io non potevo capire…Se ne rende conto? Io, che avevo condiviso con lei gli ultimi sei anni della mia vita, non potevo capire. Quello fu troppo. Certo, poi ci chiarimmo ma raggiungemmo il mutuo accordo di non parlare più di quella storia – riflettei su quelle ultime parole e poi domandai – Dopo quella lite tra voi, che lei sappia, la signorina Kyle è più tornata in quel gruppo? – La donna alzò le spalle – Chi può dirlo? A volte usciva senza dirmi nulla e stava via per delle ore. Ha provato a star fuori anche un paio di giorni ma quando rientrava, non mi diceva nulla e io, pur di non litigare, non le chiedevo niente. – Scribacchiai anche questo sul foglio – E questo atteggiamento fino a quando durò? – Sul volto della ragazza che mi stava di fronte si dipinse un sorriso triste – Fino a quando è sparita. Di solito il cellulare lo aveva sempre spento, ma dopo tre giorni che non è tornata ho subito contattato voi… – Calò il silenzio e sfruttai quegli attimi per raccogliere le idee. Felicia Kyle era scomparsa da quasi due settimane. Con lei erano spariti circa quarantamila euro e alcuni suoi effetti personali. Apparentemente era una ragazza per bene: aveva avuto solo qualche problema con il regime dovuto al suo attivismo per i diritti ma mai nulla di grave. Nessun conto in sospeso, nessun “nemico” che potesse volerle fare del male, nessun valido motivo per scappare. La sua scomparsa era un mistero così come era un mistero la sua infanzia. Di lei non ero riuscito a trovare nulla da nessuna parte, pareva un fantasma. Come era comparsa, sembrava essere svanita. Eppure c’era qualcosa di strano, solo che non riuscivo ancora a capire cosa potesse essere – Signorina Watson, le viene in mente per quale motivo sarebbe dovuta sparire Felicia Kyle? – La donna scosse il capo – Detective, se lo avessi saputo, non l’avrei contattata…Comunque non so come spiegarmi, ma Felicia sembrava non appartenere a questa città, a questo stile di vita, a questo mondo…Era come se non si fosse mai del tutto integrata con gli altri. Mi ha sempre dato la sensazione che fosse qui, ma volesse essere da qualche altra parte. Qualche volta la vedevo immersa nei suoi pensieri, con lo sguardo triste e nostalgico…Gli occhi verdi persi a guardare in lontananza…Ma non ho mai saputo a cosa pensasse. Credo di essere la persona che la conosca meglio eppure ho la sensazione che comunque non la conoscessi affatto… – Guardai l’orologio. Era più tardi di quanto immaginassi – Un’ultima domanda: le ha mai detto nulla della sua infanzia? – Lo sguardo di Selina Watson si fece pensoso. Passò qualche minuto prima che lei dicesse – Nulla… – Mi alzai e mi voltai verso l’uscita. Dopo un paio di passi la voce suadente della signorina Watson mi fece voltare – Aspetti, c’è una cosa che mi ha detto…Era qualcosa del genere “Mi piacerebbe tornare sulle coste italiane per vedere il mare come quando ero piccola” – Le sorrisi – La ringrazio per queste informazioni, ci saranno molto utili -. Uscii dal locale e salii in macchina. Dopo l’incontro con la convivente di Felicia Kyle non avevo ancora nulla di concreto in mano. Avevo interrogato la padrona del suo vecchio appartamento, due o tre amici del gruppo che frequentava e, alla fine, lei. Cosa avevo concluso? Poco o nulla. Era una persona riservata, puntuale coi pagamenti, ottima nel suo lavoro, silenziosa, le piacevano le lunghe camminate, amante della musica…Eppure quando si arrivava ai motivi per cui sarebbe dovuta sparire, nessuno sapeva darmi una risposta convincente. Era sparita e basta. Il caso mi era capitato tra le mani dopo una settimana e mezza dalla denuncia della sua scomparsa. La polizia non aveva il tempo di stare dietro ad un caso del genere. Insomma ci avevano rinunciato tutti. Trovare le persone era il mio lavoro e non mi sarei tirato indietro. Presi il cellulare e digitai il numero del mio ufficio.

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C’era il sole ma non faceva caldo. Una tipica giornata invernale sulle coste liguri. Dalle montagne il vento soffiava verso il mare, tenendo lontane le eventuali nubi provenienti dalla costa. Mi accesi una sigaretta e rimasi lì, sul balcone dell’albergo a guardare lo spettacolo che la natura mi offriva. Era parecchio tempo che non stavo in queste zone. Tutto mi sembrava cambiato e al contempo era rimasto uguale. Fui distratta dal rumore della porta – Salve signorina Kyle, le ho portato la colazione – Sorrisi all’uomo sulla sessantina che era appena entrato. Aveva la pancia gonfia di vino. Il suo aspetto era burbero: il naso era grosso e rosso a causa delle eccessive bevute, gli occhi scuri erano all’apparenza sonnacchiosi e stanchi ma in realtà captavano tutto nella stanza. Le sopracciglia poco curate erano grigie così come i capelli, tenuti molto corti. Le labbra erano grosse e sgraziate, i denti ingialliti dal tempo e dal fumo. La bocca era sormontata da dei baffetti ben curati, in contrasto con la generale trasandatezza del suo aspetto. – Grazie Carlo, lasciala pure sul tavolo – dissi sorridendogli. Mi conosceva da quando ero una bambina; quel posto era come una seconda casa per me e lui era come lo zio che non avevo. L’uomo lasciò il vassoio sul tavolo e mi si avvicinò con passo lento e stanco – Posso sedermi? – chiese mentre prendeva una sedia. Mi limitai a fare un cenno affermativo col capo e tornai a guardare la spiaggia. Il silenzio era interrotto solo da qualche macchina di passaggio e dal rumore del mare in lontananza. Di quando in quando un cane abbaiava o si sentiva qualcuno parlare. Per un istante credetti che me la sarei potuta cavare senza dovergli dare troppe spiegazioni, ma mi ero illusa – Da quanti anni non ci vediamo? – chiese con voce roca. Alzai le spalle – Sette, forse otto – Rimasi in silenzio aspettando che fosse lui a continuare dato che aveva voluto iniziare a tutti i costi questo discorso – Mi ricordo ancora quando eri una bambina piccola così… – Disse l’uomo guardando nella mia stessa direzione – E poi sei diventata una ragazza ribelle. Dio solo sa quanta fatica abbia fatto per tenerti all’oscuro di certe cose, lontana da una certa realtà, proprio come volevano i tuoi genitori – I miei genitori…Di loro ricordavo poco o nulla: i capelli neri di mia madre e il suo buon profumo, il sorriso di mio padre e i suoi occhi gentili ma determinati; ecco cosa mi ricordavo di loro. Vennero portati via durante la notte da un raid squadrista perché inquadrati come “nemici della Patria, dell’Europa e attentatori alla retta guida del governo del Leader Massimo”. Io non fui presa perché non venni considerata una minaccia. In fondo restavo pur sempre solo una bambina. Il giorno dopo fui trovata proprio da Carlo tremante e piangente in un angolo della camera da letto dei miei. Mi potrò a vivere con sé e dopo qualche mese ottenne il permesso di adottarmi. Carlo e sua moglie divennero la mia nuova famiglia. La coppia non aveva avuto figli e mi trattarono come se fossi stata davvero la loro figlia naturale. Le autorità iniziarono a controllare le attività di Carlo per assicurarsi che anche lui non fosse un dissidente. Dopo qualche anno lasciarono perdere. Per quasi quattordici anni io stessa ignorai gran parte della verità su quanto accaduto la sera in cui la mia vita venne stravolta. Fu quasi per caso che scoprii che Carlo, in realtà, era un membro del Movimento di Resistenza e che anche i miei genitori lo erano. Fu allora che scoprii cos’era davvero successo: i miei genitori avevano organizzato un piano per far evadere alcuni importanti membri del Movimento dal carcere, ma qualcuno li aveva traditi e venduti. Quando Carlo scoprì che avevo sentito tutto mi disse di restarne fuori, che quella non era una cosa che doveva riguardarmi, che non valeva la pena di rischiare la mia vita per una lotta che non doveva appartenermi. Mi disse anche che i miei genitori volevano lasciarmi fuori da tutto questo. Finsi di assecondarlo e lasciai perdere almeno in apparenza quella storia, ma giorno dopo giorno sentivo covare in me il rancore e il desiderio di vendetta. Fu qualche mese dopo il mio diciottesimo compleanno che sparii dalla circolazione con quarantamila euro rubati dalla cassaforte di Carlo. – Hai fatto un ottimo lavoro – sussurrai all’uomo che mi sedeva di fianco – Non potevi fare più di quanto tu abbia fatto – Lui scosse appena la testa – No, no, sono stato cieco. Ero convinto che tu avessi capito quello che volevo dirti. Dovevo accorgermi che qualcosa non andava e invece… – Gli presi una mano – All’epoca Ada non stava bene e dovevi mandare avanti gli affari da solo, poi c’era il Movimento ma sei sempre stato presente. Non devi incolparti – Lui mi guardò per un secondo e poi disse – Ti sbagli, se non fossi stato così superficiale, tu avresti vissuto molto meglio in questi otto anni – Scossi la testa. Era cocciuto ancora più di prima, non credevo fosse possibile una cosa del genere. Non volevo che lui si sentisse in colpa per la mia avventatezza e per una mia decisione, poi all’improvviso mi ricordai una cosa – Ti ricordi i quarantamila euro che ho preso? – Lui fece un cenno affermativo con la testa – Beh, ovviamente erano un prestito e avevo intenzione di restituirteli… – Lui scosse la testa – Non c’è problema, davvero – Ridacchiai e scrollai il capo – Beh, ciò non toglie che io abbia riportato l’intera somma e l’abbia rimessa dove l’avevo presa – L’uomo mi guardò sbalordito – E quando saresti entrata nella stanza della cassaforte? – Scoppiai a ridere di nuovo – Appena dopo il Check-in, quando sei andato a parlare con quel cliente… – Carlo sorrise amaramente – Penso che fare queste cose ti sia servito in questi anni… – Mi strinsi nelle spalle – Non più di alcune, non meno di altre – L’uomo si rifece serio e mi osservò – Perché sei tornata adesso? – Sul mio viso si dipinse un sorriso triste – Mi mancava casa, mi mancavano le vie deserte di questo paesino, mi mancava il mare… – Allargai le braccia come per abbracciare tutto quanto mi circondava – Mi mancava tutto questo – Carlo rimase in silenzio soppesando le mie parole e poi mi chiese – Ma non ti eri fatta una vita ovunque tu sia andata? – Scossi appena il capo – Restando lì avrei rischiato troppo e avrei messo in pericolo le persone a cui volevo bene. Il Regime è del tutto sparito, ma alcuni squadristi ancora tramano in segreto . Avevo troppi nemici e ho preferito tornare a qui. Tornare a casa – Carlo sorrise, comprensivo – Capisco – disse con tono asciutto. Passò qualche istante e sempre sorridendo disse – Felicia Kyle, eh? – Sorrisi anche io, in risposta.

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Il detective Nightroad non si era fatto più vivo, probabilmente aveva deciso di mollare il caso. Più il tempo passava, più mi sentivo inquieta. Felicia mi mancava, era inutile negarlo. Non riuscivo a capire perché fosse sparita così all’improvviso, senza alcuna valida spiegazione. Erano passati ormai un paio di mesi da quando se n’era andata e da allora tutto pareva più scialbo, più noioso. Il lavoro non mi distraeva, l’uscire con le amiche nemmeno. Era come se una parte di me fosse sparita insieme a lei. Presi il telefono e digitai il numero che ormai avevo imparato a memoria. Il cellulare come al solito era spento. Non che mi fosse aspettata qualcosa di diverso ma, questo rito, faceva ormai parte della mia routine quotidiana come lo svegliarsi alla mattina o il cenare alla sera. Ero restia a voltare pagina ed andare avanti per la mia strada senza prima sapere perché avesse fatto quello che aveva fatto. Il telefono squillò strappandomi da quei pensieri, il cuore accelerò i battiti mentre correvo per rispondere al cordless – Pronto? – chiesi con voce incerta – Miss Watson sono il Detective Nightroad, si ricorda di me? – Dovetti rimanere in silenzio a lungo dato che il detective disse – Miss Watson? – Scossi il capo ma lui non poté vedere quel mio gesto – Mi scusi…Comunque mi dica detective, ha scoperto qualcosa? – Dall’altro lato del telefono ci fu un attimo di esitazione – Sì e no – disse alla fine, l’uomo. Me lo ricordavo bene: alto, capelli ben curati color cioccolato, occhi verde nocciola vigili e attenti, un sorriso accattivante. Indubbiamente sarebbe stato un bel bocconcino per molte donne – Allora mi dica, detective Nightroad – di nuovo esitazione dall’altro capo della cornetta. L’ansia cominciò di nuovo ad assalirmi mentre aspettavo che l’uomo parlasse – Preferirei non parlarne al telefono…Lei è libera questa sera, dopo cena? – Cercai di fare mente locale e qualche secondo dopo dissi – Sì, dove vuole che ci si incontri? – L’uomo stavolta fu svelto nel rispondere – Andrà benissimo anche il locale dell’altra volta, se non le crea problemi – Avrei preferito qualcosa di più tranquillo, ma poteva darmi finalmente notizie di Felicia e quindi me lo sarei fatto andar bene – Certamente…Per che ora? – Presi un foglio e una penna per appuntare l’orario – Per le ventuno e trenta? – chiese – Perfetto – risposi. Dopo aver riattaccato, mi abbandonai sul divano. Quella telefonata aveva dato nuova linfa da cui attingere per i miei dubbi, che già consumavano le mie energie mentali. Cosa poteva essere di così importante da non poter esser detto al telefono? Perché tutta questa urgenza di parlarmi di persona? E, soprattutto, perché era sparito per tutto questo tempo? Domande senza risposta, per il momento. Andai in bagno ed iniziai a far scorrere l’acqua della vasca, quello di cui avevo bisogno era un bagno rilassante. Alle ventuno e venti con lo stomaco in subbuglio per l’ansia, dopo una cena frugale, varcai la porta del locale e mi diressi verso un tavolino nell’angolo più lontano dalla porta. Un cameriere si avvicinò e con un sorriso cortese mi chiese se volessi qualcosa da bere. Feci un cenno negativo con la testa e lo ringraziai. Appena si allontanò, però, mi pentii di aver rifiutato il drink; probabilmente bere qualcosa mi avrebbe resa meno tesa. Mi ripromisi di richiamare l’attenzione di un cameriere qualora fosse ripassato di lì. Il detective arrivò con dieci minuti di ritardo e sembrava particolarmente nervoso, un segno che non prometteva nulla di buono. Mi si sedette di fronte e mi porse la mano – Signorina Watson, le chiedo scusa per essere sparito così a lungo e per il ritardo, ma credo che ne sia valsa la pena – Lo osservai preoccupata, aveva un colorito pallido e l’aria malsana – Salve detective Nightroad…Si sente bene? Ha una brutta cera… – L’uomo sorrise, un sorriso tirato e stanco – Ho avuto momenti migliori signorina Watson, glielo posso garantire – Preoccupata mormorai – Se preferisse, potremmo rinviare… – Prima che potessi finire di parlare mi interruppe con un gesto secco – No, Selina, peggiorerebbero solo le cose, temo. – Rimasi colpita da quelle parole – Cosa vuol dire? – L’uomo vagò con la stanza in cerca di qualcuno – Forse sarebbe meglio bere qualcosa prima di iniziare, non crede? – Su questo non trovai nulla da obiettare. Il detective ordinò un gin secco, mentre io presi un Alaska. Dopo un paio di sorsate, l’uomo parve più calmo – Lei è davvero sicura di voler arrivare in fondo alla faccenda? – Lo guardai stranita – Perché non dovrei volerlo? – L’uomo si strinse nelle spalle – Potrebbe scoprire che la persona con cui ha vissuto per sei anni non era chi credeva che lei fosse – Mi morsi le labbra. Sembrava che su Felicia ci fosse molto più di quanto mi avesse detto e pareva essere roba che scottava. Ero davvero disposta a scoprire i suoi scheletri nell’armadio? Valeva davvero la pena cancellare l’immagine che avevo di lei? Scoprire la verità, scoprire dov’era in quel momento mi avrebbe fatto sentire meglio? E se le rivelazioni del detective avessero intaccato i miei sentimenti nei suoi confronti? Mentre mi chiedevo questo, l’uomo che avevo di fronte si guardò alle spalle nervosamente mentre la porta del locale si apriva. Alla fine decisi di voler sapere la verità. Lo dovevo a me stessa, era necessario per andare avanti con la mia vita o per spendere ancora del tempo dietro a lei, andando a cercarla. Bevvi un sorso del mio cocktail e poi sospirai – Mi dica tutto –. L’uomo mi guardò di sottecchi e disse – Bene… Grazie alle informazioni raccolte interrogando i conoscenti della signorina Kyle sono riuscito a scoprire alcune informazioni…Interessanti. Il gruppo di attivisti politici di cui lei e la signorina facevate parte, in realtà era una cellula del Movimento di Resistenza. L’attivismo politico per i diritti umani era solo una copertura. Ovviamente a saperlo erano davvero in pochi e reperire queste informazioni non è di certo stato facile…Comunque, all’interno del Movimento era conosciuta con diversi nomi a seconda delle nazioni in cui agiva. In una cellula tedesca era conosciuta come Lela Van Horn, in Francia come Anne Marie Munroe, Belgio come Harley Grey e qui… – – E qui come Felicia Kyle – Completai io. Non potei fare a meno di chiedermi quante false identità avesse disseminato in giro per l’Europa e il motivo per il quale avrebbe dovuto ricorrervi – Ma queste, ovviamente, sono tutte false identità. Grazie all’aiuto di un paio di ex colleghi della polizia, sono riuscito a scavare più a fondo e ho scoperto qualcosa sul suo passato: lei potrebbe essere la figlia dei coniugi Callisto; due tra i più importanti esponenti del Movimento di Resistenza italiano. La coppia fu sequestrata e di loro non si seppe più nulla. I due avevano una bambina, Sara, che fu adottata da un amico di famiglia. Abbiamo trovato una sua foto e corrisponde al profilo della signorina Kyle. Posso affermare con un buon margine di sicurezza che siano la stessa persona. Ma non è tutto: mi risulta anche che dall’età di diciotto anni, come già emerso dalle diverse identità, facesse parte di più cellule del Movimento e che abbia avuto un ruolo centrale nella pianificazione di alcune delle operazioni meglio riuscite. – Ero sbigottita; non solo aveva mentito sulla sua identità ma era addirittura una pericolosissima ricercata dal Regime. Rimasi a lungo in silenzio e scossi il capo un paio di volte, come se volessi schiarirmi la vista – Mi scusi; quindi lei mi sta dicendo non solo che aveva svariate identità , non solo ha pianificato alcune importanti operazioni ma che è anche la figlia di quei coniugi Callisto? – L’uomo fece un cenno affermativo con la testa e sorrise appena – Vede miss Watson, abbiamo alcune foto di Anne Marie Munroe – Sparse tre foto sul lato destro del tavolo – Alcune foto di Lela von Horn – Le piazzo nel punto più vicino a me – E alcune foto, che lei ci ha fornito, di Felicia Kyle – le piazzò sul lato sinistro del tavolo – E questa – mise al centro una foto che indicò con l’indice – Questa è Sara Callisto. Come può vedere sono identiche. Certo, in alcune varia il colore di capelli o quello degli occhi, ma sono la stessa persona – Quelle foto parlavano chiaro, l’uomo diceva la verità. – Ma com’è possibile che non sia mai stata scoperta? – chiesi, evidentemente confusa. Lui si strinse nelle spalle – Non avevano motivo di indagare su di lei, come le ho detto all’epoca del sequestro dei suoi genitori era solo una bambina. E a diciotto anni è semplicemente sparita dalla circolazione. Dopo qualche indagine superficiale da cui non si ricavò nulla, il caso venne dichiarato irrisolto e fu chiuso. Non era una pratica insolita, durante gli anni del Regime. Quando qualcuno spariva poteva essere implicato un membro o l’altro del Partito del Leader Massimo ed indagare su di loro poteva significare una sola cosa: guai. – Rimasi in silenzio guardando pensierosa il mio drink; il ghiaccio si era completamente sciolto. – Immagino che questo non sia tutto – dissi con tono secco. Nightroad si massaggio il mento a disagio – I dati certi finiscono qui, il resto sono solo illazioni su quanto fatto dalla Callisto…Non vorrei tediarla però, dato che non ho nulla di concreto in mano per provare la mia ricostruzione dei fatti – Sorrisi appena e mormorai – Abbiamo fatto trenta, perché non fare trentuno? – Il detective si limitò ad affermare – Come vuole lei…Dopo che le indagini furono chiuse, lei fu libera di crearsi una nuova vita. Lasciò indietro la sua identità per i primi tempi, poi quando iniziò ad avere bisogno di soldi, si trasferì per un breve periodo in Svizzera. Qui venne in contatto con alcuni vecchi amici dei genitori, scappati nella zona franca rappresentata dalla Confederazione elvetica, che l’aiutarono finanziariamente fino a quando non scoprì di avere un conto intestato a suo nome. Con quei soldi era una persona ricca. E, soprattutto, una pedina molto utile per il Movimento. Una volta trasferitasi qui, in Olanda, prese il nome di Felicia Kyle. Documenti e tutto il necessario fu falsificato da membri esperti della cellula olandese. Come le ho già detto, grazie a lei furono conseguiti importanti successi. Anche se il Regime avesse indagato su di lei, non le sarebbe successo nulla. In apparenza era una cittadina modello che si batteva per far sì che i diritti umani fossero riconosciuti maggiormente, non una minaccia, non un problema. Quei pochi giorni di galera furono abbastanza rischiosi per lei e, in effetti, dopo breve il gruppo di copertura venne ufficialmente sciolto. – Bevette dell’altro gin e riprese – Una volta caduto il Regime, però, anche la sua sceneggiata non aveva più motivo d’essere. Penso che in questi due anni sia rimasta qui solo per lei, miss Watson – Questo mi fece sentire sia in colpa per aver dubitato di lei, sia sollevata perché significava che a me teneva – Mi scusi, ma allora perché se n’è andata? Ma soprattutto, dove se n’è andata? – L’uomo prima di rispondere raccolse le foto e le mise in una busta che mi consegnò – Tenga la busta, contiene molte informazioni importanti per la nostra ricerca. Per quanto riguarda le sue domande, posso avanzare solo ipotesi e come tali deve prenderle. Partiamo dal perché: Perché se n’è andata? Probabilmente si sentiva minacciata da qualcosa o da qualcuno. Oppure pensava che lei fosse in pericolo. Ora mi chiede dove potrebbe essere andata? Dove andrebbe lei, se si sentisse minacciata? Quale sarebbe il suo ultimo rifugio? – Improvvisamente fui illuminata dalla semplicità della rivelazione – Sarebbe casa mia! – esclamai. L’uomo sorrise compiaciuto – Esatto! Nella busta troverà un indirizzo. Vada lì al più presto possibile e… – Si interruppe e si avvicinò – E lo faccia nel più assoluto riserbo. Temo che i sospetti di Sara fossero fondati. Si assicuri che nessuno la segua e stia attenta. Non dica a nessuno quello che ha intenzione di fare – Il cuore accelerò i battiti – Mi scusi? Può spiegarsi meglio? – L’uomo scosse il capo e disse – Non voglio allarmarla più del necessario, ma temo che questa storia non sia ancora finita. Lei stia solo in guardia. Non aspetti me per partire, io la raggiungerò in seguito per darle una mano con le ricerche sul campo. – Finito il suo drink, l’uomo se ne andò salutandomi con un cenno. Lo osservai uscire e rimasi sola a pensare a quanto appena scoperto. Quella sera mentre rientravo a casa guardai ossessivamente negli specchietti retrovisori. Ero tesissima. Quando infilai la chiave nella toppa, la mano mi tremava. Solo quando la porta fu chiusa a doppia mandata dietro di me, iniziai a rilassarmi. Dovevo prenotare al più presto un volo per l’Italia.

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Probabilmente quella di esser stato seguito prima dell’incontro, era stata solo una mia impressione dovuta al nervosismo accumulato durante l’indagine. Avevo parcheggiato la macchina a un centinaio di metri dal locale e non vedevo l’ora di raggiungerla per poi andare a casa e fiondarmi sul letto. Il lavoro era stato ben pagato, ma la fatica era proporzionale alla parcella. Una macchina mi abbagliò con i fari e mi costrinse a coprirmi gli occhi. Quando uscii dal cono di luce ci impiegai un po’ a riabituarmi all’oscurità che mi circondava. Stavo passando di fianco al finestrino del conducente quando questo si abbassò. Si sporse un giovane, aveva più o meno la mia età, e con marcato accento tedesco mi chiese – Mi scusi, saprebbe dirmi come posso arrivare a San Pieter Poort Steeg? – L’uomo prese una cartina in modo che potessi indicargli la strada. Iniziai a spiegargliela in inglese, sperando che capisse. Qualche secondo dopo, il ragazzo mi ringraziò si rimise in marcia. Lo persi di vista e continuai a camminare verso la mia macchina. Un paio di minuti più la raggiunsi e inserii la chiave. La portiera, però, era già aperta. La cosa mi lasciò interdetto per qualche secondo, ma pensai si trattasse di un mio errore dovuto alla stanchezza, non era la prima volta che mi capitava una cosa del genere; dovevo essermi immaginato di averla chiusa. Una volta salito in macchina cercai di mettere in moto, ma il motore girò a vuoto, tossicchio un paio di volte e poi si spense. Feci tre o quattro tentativi, fino a quando, arresomi decisi di chiamare un taxi. L’indomani avrei chiamato un carro attrezzi per farla andare a prendere. Mi incamminai verso l’entrata del locale quando un uomo mi si avvicinò – Hai d’accendere? – Feci di no con la testa – Non fumo, mi dispiace – Questi mi mostrò un sorriso giallastro e disse – Qualche spicciolo per un fratello, amico? – Scossi il capo di nuovo – Ho pochi soldi e mi servono per il taxi – L’uomo si avvicinò ancora un po’ e mi afferrò per un braccio – Suvvia amico, solo pochi spiccioli. Non morirai di certo se me li darai, poi ti lascio andare – Mi svincolai dalla presa e mi voltai giusto in tempo per vedere un altro tizio avvicinarsi – Qual è il problema qui, uh? – disse, con voce malmostosa e rocca. L’uomo dietro di me disse semplicemente – Non vuole darmi gli spiccioli per prendermi le sigarette – Il nuovo arrivato scosse la testa con fare sconsolato – Non va bene, non va bene…Quando c’era ancora il Leader Massimo non c’erano questi problemi…Non ci siamo proprio – Quelle parole mi misero sull’attenti. Non si prospettava nulla di buono ma se avessi avuto il tempo di estrarre la pistola… – Va bene, va bene, ora ti dò questi dannati spiccioli, fammi cercare – appena abbassai la testa, percepì un movimento con la coda nell’occhio ma la mia reazione fu troppo lenta. Sentì un colpo secco sulla nuca e poi fu il buio. Non so quanto tempo dopo mi svegliai, ma avevo un mal di testa pazzesco. Provai a massaggiarmi il punto in cui ero stato colpito, ma la mano era immobilizzata. Una voce famigliare disse da un punto non ben precisato della stanza – Oh, la bella addormentata nel bosco si è svegliata –. In risposta ci fu un brontolio e un perentorio – Taci, idiota se non vuoi fare la fine dell’altro – La seconda voce mi era famigliare e, una volta riuscito a mettere a fuoco ciò che guardavo, riconobbi l’uomo che mi aveva chiesto le indicazioni prima – Tu – mormorai con la bocca impastata e la gola arsa dalla sete. Il giovane sorrise e disse – Esatto, mio caro Jack Nightroad, proprio io – Provai a parlare di nuovo e questa volta la voce venne fuori un po’ più chiara – Chi sei tu? – Il ragazzo si sedette su un tavolo ed esclamò senza smettere di sorridere – Non credo che tu sia nella posizione di fare domande. Anzi, a voler essere preciso sono io quello che farà le domande…E a te converrà rispondere – Rimase in silenzio a lungo e io cercai di forzare le catene che mi bloccavano le braccia. Tutti i miei tentativi si rivelarono vani e l’uomo più vecchio ogni volta che mi fermavo, scoppiava a ridere. All’improvviso il ragazzo fulminò con un’occhiataccia l’uomo e poi si rivolse a me – Bene, bene, bene…Partiamo con una domanda facile facile: Chi è in realtà Felicia Kyle? – Io rimasi in silenzio e il giovane scosse il capo – Se mi dirai subito quello che voglio, non ti farò soffrire… – Non parlai. Allora il ragazzo fece un cenno all’uomo che prese un’enorme mazza da fabbro – Le ginocchia – disse tranquillamente il mio aguzzino. L’uomo calò la mazza prima sul ginocchio destro e poi sul ginocchio sinistro. Iniziai a gridare con quanto fiato avevo in gola mentre sentivo le ossa schiantarsi sotto i colpi del maglio – Questo era solo per farti capire che non scherzavo…Bene, ora che ho messo in chiaro le cose e sono sicuro di poter contare sulla tua collaborazione, passiamo alle cose serie: Dove si trova ora la signorina Sara Callisto? – Il dolore mi stordiva, ma ero deciso a non parlare. Probabilmente mi avrebbe ucciso anche se avessi parlato, ma non avrei ceduto – Ammazzami, tanto non ti dirò nulla – Sul volto del ragazzo si dipinse un ghigno folle – Ma certo che ti ucciderò, ma ti assicuro che prima che ciò avvenga tu mi dirai tutto quello che sai. Procedi con i piedi – la mazza si abbatté con precisione chirurgica sui piedi e di nuovo gridai fino a restare quasi senza voce – La domanda è la stessa di prima – Disse il giovane. Mi presi un attimo per studiarlo meglio. Aveva un viso anonimo, i capelli color stoppa e gli occhi di un blu slavato. I denti erano bianchissimi e perfetti, le labbra erano sottili e tese in un sorrisetto crudele. Non aveva né barba, né baffi. Conclusi di non averlo mai visto in vita mia. Dato che il mio era un silenzio ostinato, lui disse – Ho seguito le tue indagini passo dopo passo, ma ad un certo punto hai allontanato tutti. Ed è stato quando stavi per trovare l’unica informazione che mi manca per completare il puzzle. Sapevi che la tua segretaria l’avevo comprata oppure era un semplice scrupolo professionale? – Si avvicinò e studiò meglio il mio viso. Fu allora che gli sputai in faccia. Lui si ripulì il viso e poi mi colpì in pieno volto con un pugno. Sentii il sapore metallico del sangue in bocca – Tagliagli i pollici e gli indici di entrambe le mani. Ricordati di cauterizzare le ferite – Quello fu troppo. Persi di nuovo i sensi. Fui risvegliato da una secchiata di acqua gelida – Non hai tempo di dormire Sissy – Disse l’uomo che mi aveva chiesto gli spicci nel parcheggio. Cercai con lo sguardo il ragazzo e quando lo trovai, notai che aveva cambiato abito – Sappi che la mia pazienza è al limite, Jack Nightroad. E anche quella del mio amico – Si fermò e mi guardò – Ma guardati come sei ridotto…Una sola informazione e tutta quella sofferenza cesserà. Hai la mia parola – Sputai per terra e dissi con voce appena udibile – Ecco cosa me ne faccio della tua parola –. Andò avanti per ore. Gli unici rumori a riempire la stanza erano le mie grida di dolore, la domanda del ragazzo ripetuta fino alla sfinimento e il respiro pesante dell’uomo. Ormai ero allo stremo. Le mie mani erano moncherini cauterizzati, ai piedi era toccata la stessa sorte e mi aveva appena estirpato l’ultimo dente. La mia mente stava per cedere alla follia travolgente del dolore. – Acqua – mormorai sempre più debole. Il ragazzo si avvicinò e mi versò un paio di gocce d’acqua in bocca – Se ne volessi di più, non dovresti far altro che parlare…Rispondere alla mia domanda – Non ricordavo nemmeno più perché mi ero opposto così fermamente a dargli quello che voleva…Avrei potuto soffrire molto meno, se avessi ceduto e poi avrei potuto avere l’acqua… Alla fine dissi – Spagna – con un mormorio appena udibile. Il mio ultimo pensiero coerente andò a Sara Callisto. Se questo era quello che aveva fatto a me, non osavo immaginare cosa avrebbe fatto a quella ragazza. Il mio diversivo gli avrebbe permesso di guadagnare tempo, anche se non riuscivo ad immaginare a cosa sarebbe servito. Il ragazzo mi guardò soddisfatto e poi si rivolse all’uomo – Non ci serve più, finisci questo bastardo che mi ha fatto perdere così tanto tempo. – Vidi la mazza avvicinarsi sempre più alla mia testa. L’unica cosa a cui riuscii a pensare fu “Finalmente avrò tutta l’acqua che vorrò”.

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Era da una settimana che non ricevevo più notizie da Nightroad. Avevo provato anche a contattarlo in ufficio ma le uniche risposte arrivavano o dalla segretaria o dalla segreteria telefonica. Quell’uomo era sparito un’altra volta. Provai a chiamarlo sul cellulare che per i primi due giorni squillò a vuoto, poi risultò sempre spento. Negli ultimi tempi, dopo il nostro incontro, avevo avuto più volte la sensazione di essere seguita ed osservata ma ogni volta si rivelavano falsi allarmi. Questa storia mi stava portando all’esaurimento, vedevo persone intente a spiarmi dietro ogni angolo, in ogni luogo qualcuno mi stava seguendo. Non sapevo quanto avrei potuto reggere in quelle condizioni. Arrivai al punto di gettare la spugna e mandare al diavolo tutto, bruciando la cartelletta e lasciando perdere Felicia o Sara o qualunque diavolo di nome avesse ma non lo feci mai. Da quando era iniziato tutto non avevo avuto altra scelta se non quella di andare avanti, costasse quel che costasse. Tra le tante incertezze, solo di una cosa ero sicura: con o senza il detective sarei partita quel fine settimana. La preparazione del mio viaggio era già terminata da un paio di giorni: avevo prelevato un’ingente somma di denaro attraverso prelievi di piccola quantità e preso le ferie dal lavoro per motivi personali. Avevo anche deciso di prendere un aereo per Milano Malpensa e da lì raggiungere Genova con altri mezzi, per maggiore sicurezza. Probabilmente mi sarei fermata nel capoluogo lombardo un paio di giorni e poi avrei iniziato la vera ricerca. La cartellina era già in valigia: avevo memorizzato i dati più importanti. Mi sentivo ansiosa, ma piena di una risoluta determinazione. Due giorni dopo andai a prendere i biglietti. Era un terso pomeriggio primaverile, l’aria tiepida accarezzava la pelle in modo piacevole. Lasciai la bicicletta poco distante da una biglietteria ed entrai. C’erano cinque persone oltre a me: una giovane coppietta che si teneva per mano e parlava del loro viaggio in Scozia, un uomo di mezza età senza capelli seduto su una sedia che, ogni tanto, guardava verso il tabellone delle partenze distogliendo gli occhi dal giornale, una signora anziana che stava chiedendo informazioni per il treno che portava da Amsterdam ad Alkmaar e un altro uomo, coi capelli lunghi e ben curati, che invece aveva preso un biglietto andata/ritorno per Mosca. Quasi un quarto d’ora dopo, finalmente, fu il mio turno. L’uomo che leggeva il giornale mi aveva fatto passare davanti a lui. Lo ringraziai educatamente e lui rispose con un orrendo sorriso tutto storto e ingiallito – Si figuri – mi rispose. Vidi sulla prima pagina del giornale la notizia principale degli ultimi giorni: gli Stati Uniti erano ufficialmente usciti dalla crisi e il nuovo presidente aveva assicurato che presto sarebbero tornati tra le più grandi potenze del mondo. Sospirai appena; tutto stava tornando alla normalità. Allo sportello una giovane ragazza mi osservò e fece un sorriso cortese – Buongiorno, come posso esserle utile? – Tirai fuori il portafogli – Vorrei un biglietto aereo per Milano Malpensa – la donna controllò i dati sullo schermo – Quando vorrebbe partire? – Ci pensai su brevemente – Quale sarebbe il primo volo disponibile? – Le dita della ragazza batterono velocemente sulla tastiera del computer – Vediamo…Ce n’è uno domani alle nove e mezza, un altro sempre domani alle tredici e trenta… – Troppo presto, avevo bisogno di almeno un altro giorno – E dopodomani, a che orari ci sono, i voli? – ancora il rumore regolare del ticchettio delle dita sui tasti – Allora, dopodomani gli orari di partenza sono: Cinque e mezza, nove e mezza, tredici e trenta, diciassette e trenta, ventuno e trenta… – La fermai – Quello delle cinque e mezza va benissimo, la ringrazio – Pagai in contanti e mi misi a camminare verso l’uscita. Ero assorta nei miei pensieri e non mi accorsi dell’uomo che stava leggendo De Telegraaf. Sbattei contro di lui e mi volò a terra la borsa il cui contenuto si rovesciò sul pavimento – Mi scusi – mormorai con aria mortificata. – Si figuri, anche io ero sovrappensiero – Sorrise di nuovo e non potei fare a meno di distogliere lo sguardo. Raccolsi tutto e uscii. Fu qualche istante dopo, mentre camminavo che sentii gridare – Mi scusi! Signorina! – Mi voltai cercando di capire chi fosse e con chi stesse parlando. L’uomo con cui mi ero scontrata si avvicinò con il fiatone e disse – Signorina, si era dimenticata questo – Mi sventolò il biglietto sotto il naso – Per fortuna sono riuscito a raggiungerla in tempo – In imbarazzo, presi il biglietto e sorrisi – Sono stata proprio sbadata, ma sa…A volte la fretta gioca brutti scherzi. – Guardai l’orologio e mi accorsi che si stava facendo tardi Beh, la ringrazio ma devo scappare. Arrivederla e grazie mille di nuovo – L’uomo mi regalò un altro dei suoi terribili sorrisi e mi salutò con un cenno del capo. Il giorno dopo fu all’insegna degli ultimissimi preparativi. Volevo viaggiare leggera e quindi preparai solo una valigia ed uno zaino, i documenti, il carica-batterie del cellulare e ovviamente il cellulare. Presi anche la macchina fotografica, nel caso in cui tutto si fosse rivelato inutile avrei provato comunque a godermi questa “vacanza”. Andai a letto presto e presi un sonnifero per poter dormire tranquillamente. La mattina seguente andai in aeroporto di buon ora e attesi pazientemente in fila per il check-in, che mi portò via un’ora e mezza. L’aereo partì perfettamente in orario. Indossai la mia benda per gli occhi e mi addormentai. Una volta risvegliatami sarei stata a Milano e da lì sarebbe partita la mia vera ricerca…

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L’uomo che avevo mandato per pedinare la ragazza era rientrato da poco e sembrava essere eccitato – Ho una notizia bomba per lei – disse con fare cospiratorio. Lo guardai freddamente, mi disgustava ma era necessario per i miei scopi – Avanti, dimmi – lo esortai con tono calmo – La donna, quella che mi ha detto di seguire, non sta andando in Spagna ma a Milano, in Italia – Socchiusi gli occhi e mi massaggiai le tempie. A quanto pare anche alla fine il figlio di puttana mi aveva mentito. Mi pentii di avergli dato una morte così misericordiosa…Ma ormai non potevo più farci niente. – Mi sai dire altro? – L’uomo, con aria ottusa, si concentrò e poi disse – Partirà dopodomani…In mattinata preso, ma non ricordo l’ora – Lo guardai e sorrisi – Ottimo lavoro. Questo è tutto? – la testa calva dell’uomo si mosse in un cenno affermativo. Mi piaceva che l’uomo mi temesse, un mio sguardo bastava ad instillargli il terrore e questo si era rivelato comodo in molte occasioni; quasi mi dispiaceva fare a meno di un valido collaboratore come lui…Quasi. Gli indicai il tavolo alle sue spalle e dissi – Lì c’è la tua ricompensa, se avessi ancora bisogno dei tuoi…Servizi, mi farò vivo io – Negli occhi dell’uomo baluginò una scintilla d’avarizia, mi diede le spalle e…Premetti il grilletto della pistola. Un solo colpo dritto in testa. L’uomo ebbe uno spasmo, poi si accasciò sulla valigetta. Mi avvicinai disgustato al cadavere e lo scostai con un piede, poi presi la valigia e l’aprii. Era piena di banconote da cinquecento euro, non sapeva a quanto ammontasse precisamente il totale, ma oscillava tra i cinquecentomila e i settecentocinquantamila euro. Trascinai l’altro sgherro all’interno dell’edificio, poi aprii il gas e gettai un fiammifero acceso all’interno di una finestra. L’esplosione e l’incendio avrebbero divorato tutte le prove della mia permanenza lì e bruciato i tre cadaveri. Ero pronto per partire alla volta di Milano. Arrivai all’aeroporto un giorno prima di quella puttanella e feci un giro della città, avevo sempre sentito parlarne bene e il centro coi propri negozi brulicanti di vita non mi dispiacque. Ma ci furono alcune cose che mi misero i brividi: durante i quaranta anni di Regime i senza tetto erano scomparsi, rinchiusi negli Istituti Correttivi dove venivano uccisi immediatamente o usati per esperimenti. La stessa sorte sarebbe toccata a tutti gli extra-comunitari che ad ogni angolo provavano a vendere qualcosa. Era in quei momenti che sentivo maggiormente la mancanza delle ferree regole che avevano cadenzato la vita di due generazioni di persone. Scossi il capo amareggiato e mi infilai in un ristorante di lusso per pranzare. La qualità del cibo fu discreta e passai una mezzora tranquilla. Di tanto in tanto un cameriere si avvicinava per sostituire la caraffa di acqua vuota con quella piena. Pagato il conto, decisi di andare in albergo per riposarmi. La sera stessa, dopo essermi svegliato, noleggiai per un’ingente somma un taxi da una compagnia milanese. La buona riuscita del mio piano dipendeva tutta dalla mattinata seguente. Quella notte un po’ per il nervoso, un po’ per il fatto di aver dormito durante il pomeriggio, non chiusi occhio. Preferii uscire un po’ prima per vedere com’era la situazione sul posto. Una volta arrivato lì vidi che c’era ancora calma piatta, solo uno sparuto gruppo di persone stava entrando nell’aeroporto mentre nessuno sembrava ancora uscirne. Venti minuti dopo un uomo vestito con abiti eleganti bussò al finestrino della macchina, lo abbassai e in un italiano piuttosto buono, gli dissi – Mi spiace, ma questo taxi è stato prenotato – L’uomo mi fece un’offerta dietro l’altra ma alla fine, sconfitto, se ne andò a cercarne un altro. Mentre parlavo con lui non avevo perso di vista l’uscita del gate degli arrivi all’aeroporto. Dopo l’uomo d’affari ci provarono altre cinque persone; l’esito delle contrattazioni non cambiò. Lo scorrere del tempo sembrava essersi cristallizzato; o almeno era questa l’impressione che avevo io. Oltre all’aumentare della luce, l’unico segno del suo passare era il numero di viaggiatori in continuo aumento sia in entrata, sia in uscita dall’edificio. La notte insonne iniziò a farsi sentire: gli occhi iniziarono a chiudersi e iniziai a sbadigliare ma non potevo permettermi di addormentarmi. Dalla tasca estrassi un piccolo flacone contente delle pastiglie bianche. Presi due pastiglie di Speed ed il sonno sparì. All’improvviso mi sentivo pieno di energia, quasi iperattivo. Ormai ero abituato a questa sensazione, prendevo sempre un paio di quelle pasticche quando ero particolarmente sottotono. Sapevo che erano della merda chimica, ma si erano rivelate molto utili in molteplici occasioni. Dopo un altro quarto d’ora finalmente vidi la ragazza uscire. Lei chiamò un taxi che fortunatamente non si fermò. Misi in moto e la raggiunsi – Ha bisogno di un passaggio, signorina? – Le chiesi con tono affabile, sperando che la mia pronuncia non tradisse il mio accento tedesco. La giovane sorrise e disse in un italiano stentato – Sì, grazie! – Dopo averla aiutata a caricare la valigia in macchina le chiesi in inglese – Dove la devo portare? – La donna sembrò sollevata ed esclamo – Grazie a Dio lei parla inglese! Il mio vocabolario in italiano è piuttosto limitato…Comunque vorrei andare a Milano – Le sorrisi di rimando e le dissi – Per essere una turista straniera, se la cava piuttosto bene con la lingua. Da dove arriva? – La ragazza rimase in silenzio, probabilmente indecisa sull’eventualità di mentirmi o meno ma il modo in cui mi ero approcciato aveva fatto nascere in lei una sensazione di confortevolezza e quindi, alla fine, mi disse la verità – Sono olandese – Sistemai lo specchietto retrovisore e inizia a marciare nel traffico facendomi guidare lungo il tragitto dal navigatore – E se posso permettermi, cosa sta andando a Milano a fare, tutta sola? – Lei, con lo sguardo perso, disse – Una vacanza e… – La incitai – E? – lei scosse appena il capo e mormorò – E spero di trovare qualcosa, qui. – Lasciai languire la conversazione che venne sostituita dal silenzio. Per venti minuti nessuno dei due parlò. – Ha intenzione di fermarsi a lungo qui, a Milano? – La ragazza scosse la testa – Solo un paio di giorni, poi penso che andrò nel savonese – Rimasi un attimo in silenzio, dovevo saperne di più ma senza insospettirla – Il savonese è molto bello, soprattutto i paesi di provincia…Ci ho passato le vacanze da piccolo – Non avevo mentito: ero stato davvero nel savonese, una volta o due. Nello sguardo della donna si accese un barlume di curiosità: aveva abboccato – E mi dica, per caso conosce Borgio Verezzi? – Alzai le spalle – Non ci sono mai stato, se devo essere sincero. Ma ho sentito dire che sia adatto per gli anziani e i giovani con bambini. Un posto molto rilassante…O molto noioso, a seconda dei punti di vista. – La donna rifletté qualche istante sulle mie parole e poi disse – Il posto ideale per una vacanza primaverile – Assentii col capo – Mi scusi, dove vuole andare precisamente, lei? – La ragazza si picchiò una mano sulla fronte ed esclamò – Mi scusi! Ma la stanchezza del viaggio e l’emozione mi hanno giocato un brutto scherzo…L’hotel si chiama Ritz; penso sia in prossimità del centro – Per il resto del viaggio parlammo del più e del meno. Avrebbe potuto essere il mio tipo: era sveglia, intelligente ed informata. Purtroppo, però, il destino voleva che quando le nostre strade si fossero rincontrate, sarebbe stata l’ultima volta. Una volta portata all’Hotel riportai la macchina all’agenzia e mi diressi verso il mio albergo. Come tutte le volte in cui mi muovevo a piedi fui attorniato da una folla di affamati che tentava di rifilarmi o questa o quella cosa. Una volta arrivato in stanza, raccolsi le mie cose e pagai la camera. Avevo intenzione di partire prima di Selina Watson per poterne anticipare le mosse e per poter iniziare a fare indagini su Sara Callisto. Venti minuti dopo, grazie alla metro, raggiunsi la stazione Centrale e presi il primo treno per Genova. Una volta arrivato a destinazione chiesi informazioni per arrivare a Borgio Verezzi sempre via ferrovia e venni a sapere che dovevo seguire la tratta “Genova – Ventimiglia”. Arrivai al capolinea del mio viaggio verso sera. C’erano un paio di alberghetti che avevano molte stanze vuote, ma avevo bisogno di qualcosa che mi concedesse maggiore libertà di movimento e flessibilità con gli orari quindi, alla fine, decisi di affittare un piccolo appartamento nei pressi della stazione. Nei giorni seguenti mi comportai da normale turista e mi azzardai ad andare in spiaggia. L’aria salmastra mi fece bruciare le narici la prima volta che la respirai. Il clima era mitigato sia dalla presenza del mare che da quella delle montagne alle spalle del paesino. Di tanto in tanto parlai con questo o quel rivenditore sentire il polso di quel paesino. Tutti mi dissero sempre che ero uno dei primi turisti ad essere arrivato e che il boom ci sarebbe stato di primi di giungo in poi. Quando chiesi qualcosa a riguardo dei Callisto molti dissero di non averli mai nemmeno sentiti nominare. Dopo i primi tentativi andati male, smisi di fare quella domanda. Probabilmente era vero che la maggior parte di loro non avesse mai sentito parlare della famiglia Callisto, ma un forestiero che faceva troppe domande sarebbe saltato immediatamente all’occhio in un paese piccolo come quello e non volevo rischiare d’esser scoperto. Due giorni dopo il mio arrivo, come previsto, arrivò la Watson. La incrociai in piazza mentre cercava di farsi capire da un residente del luogo con scarsi risultati; il suo pessimo italiano non le facilitava di certo le cose. Col timore di essere scoperto mi fermai ad una distanza di sicurezza e osservai come, alla fine, riuscì a farsi dire ciò che voleva. Decisi di seguirla. Prese una strada che andava lievemente in salita e, arrivata allo stop, svoltò a destra. Le feci prendere un po’ di vantaggio e poi mi misi sulle sue tracce. Dopo centinaio di metri arrivai davanti ad uno degli alberghi che avevo visitato due giorni prima e vidi entrarvi la Watson. Mi fermai alla reception e mi misi in fila dietro alla ragazza. Sentii chiaramente quello che stava dicendo – Voglio parlare col signor Carlo, è davvero importante…Sono un’amica di Felicia Kyle. – La ragazza alla reception scosse la testa – Mi spiace ma temo che stia sbagliando albergo, qui non c’è nessuna Felicia Kyle – La Watson sbuffò contrariata e sbottò – È almeno possibile parlare col proprietario dell’albergo, per l’amor del cielo? – La ragazza alla reception parve dubbiosa – Il signor Carlo è impegnato in una riunione d’affari e non vuole essere disturbato…Se gentilmente vuole lasciarmi il suo nome ed un recapito… – La donna si passò una mano tra i capelli e si prese un attimo per pensare, poi disse – So che avete tutte, o quasi, le camere vuote. Ho intenzione di prenderne una. – La ragazza che le stava di fronte sembrò ancora più dubbiosa rispetto a qualche istante prima – Mi scusi un attimo… – Abbandonò la postazione e sparì sia dalla mia vista, sia a quella della possibile cliente. Riapparve qualche minuto dopo e sorridendo disse – È qui da sola? – la donna che mi dava le spalle fece un cenno affermativo col capo – La stanza sarà pronta tra venti minuti…Se intanto vuole usufruire del nostro bar… – Fu a quel punto che mi allontanai e andai al bar dell’albergo. Un cameriere si avvicinò con un taccuino per prendere la prenotazione – Desidera, signore? – Ci pensai un attimo e poi gli risposi – Una coca cola a temperatura ambiente, se possibile – Il cameriere appuntò e chiese – Altro? – Scossi il capo – A posto così, grazi – Il ragazzo sorrise e disse – Arriva subito –. Trovai un quotidiano sportivo che iniziai a leggere svogliatamente. Di tanto in tanto sbirciavo al di sopra delle pagine aspettandomi di veder comparire, da un momento all’altro, Selina Watson. Arrivò prima la mia coca cola che sorseggiai lentamente. Qualche minuto dopo, la ragazza entrò e si sedette al bancone senza nemmeno degnarmi d’un’occhiata. Passò un buon quarto d’ora senza che succedesse nulla e stavo per arrendermi ed andarmene quando nella sala entrò un’altra ragazza. Era poco più alta della Watson, fisico mozzafiato, lunghi capelli corvini che le ricadevano disordinati e selvaggi sulle spalle e sulla schiena, gli occhi verdi sembravano due smeraldi, i lineamenti erano fini, quasi aristocratici. Tra me e me gongolai…Alla fine ero riuscito a trovarla: l’avevo cercata per tre anni e alla fine l’avevo davanti a me: Sara Callisto, la puttana che mi aveva rovinato la vita. La Watson si voltò udendo il rumore dei passi e rimase stupita, quasi interdetta poi riuscì ad articolare una frase composta da un’unica parola – Felicia… – Ora che sapevo dove si trovava, avevo tutto il tempo per poter mettere in atto la mia vendetta. Lasciai il corrispettivo del conto ed un’abbondante mancia sul tavolo e me ne andai senza farmi notare. Feci la strada di ritorno fischiettando. Non riuscivo a ricordarmi l’ultima volta che ero stato così felice.

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Quando Carlo entrò in camera mia per dirmi che qualcuno mi cercava rimasi per un lunghissimo istante immobile e in silenzio. Che alla fine i miei sospetti non fossero poi così infondati? Se erano arrivati a me probabilmente erano già risaliti a Selina e lei poteva aver già fatto una brutta fine…E io me n’ero andata solo per evitare un’evenienza del genere. Finalmente trovai il coraggio di porre la domanda fatidica – Chi mi cerca? – L’uomo mi guardò per un lungo istante e poi borbottò – Quella tua amica o fidanzata, ancora non ho ben capito…Quella Selina qualche cosa, ha chiesto di me e la receptionist, santa ragazza, quando ha visto che voleva prenotare una stanza qui è corsa ad avvisarmi. Cosa devo fare? – Il peso che mi si era creato all’altezza della bocca dello stomaco all’improvviso svanì. Avevo voglia di piangere, di ridere, di gridare, ma più di ogni altra cosa avevo voglia di rivedere Selina Watson. Carlo parve accorgersi che stavo per scoppiare e disse – Guarda che non c’è nessun problema…Posso andare a dirle che non sei qui e… – Lo interruppi – Assolutamente no, ditele di aspettare che la stanza sia pronta e di andare al bar. La raggiungerò lì. – L’anziano mi guardò dubbioso – Sei sicura che… – Lo fermai di nuovo – No. Non lo so. Cosa c’è di così sbagliato nel volerla vedere? – L’uomo riprese la frase interrotta prima – Sia una cosa saggia? La metterai in pericolo se i tuoi sospetti si rivelassero fondati. Potrebbe esserseli portata dietro senza volerlo e allora sareste entrambe in pericolo. È questo che vuoi? – Quelle parole mi colpirono come uno schiaffo. Sapevo che aveva ragione, ma la voglia di rivedere Selina era troppo, troppo forte – Carlo…Io la – Mi impose il silenzio con un gesto della mano – Lo so, lo so, me l’avrai detto mille volte. Maledetta testona, farò come vuoi. Ma è pericoloso – Gli corsi incontro e lo abbracciai – Grazie – mormorai con un filo di voce. Quando l’uomo uscì dalla stanza, tirai fuori qualcosa di decente da indossare e mi misi un filo di rossetto. Avevo poco tempo per prepararmi. Circa dieci minuti dopo mi stavo fiondando giù di corsa per le scale. Entrai a passo svelto nel bar e la prima cosa che vidi furono i suoi lunghi capelli castani schiariti dal sole e la sua pelle chiara. Indossava un lungo vestito che metteva in mostra la parte superiore della schiena. I miei passi risuonarono nella stanza semivuota e quando si voltò nei suoi occhi celesti lessi stupore. Per un lungo momento entrambe rimanemmo in silenzio a studiarci, alla fine lei disse semplicemente – Felicia… – Non risposi subito volevo capire se quel nome, pronunciato in quella maniera fosse un’accusa oppure altro. La vidi lasciare il bicchiere sul bancone e alzarsi in piedi. Ci guardammo a lungo e intensamente. Quello scambio di sguardi mi riportò alla mente la prima volta che ci eravamo conosciute ad una riunione del gruppo per i diritti umani. Tra me e lei era subito scattata la scintilla. Non mi fidavo a parlare, pensavo che la mia voce potesse tradire tutta la tensione e l’emozione che provavo in quel momento. Un passo dietro l’altro arrivai a poca distanza da lei e mi fermai esitante. Se mi avesse rifiutata, l’avrei compreso perfettamente: aveva le più valide ragioni di questo mondo ma il fatto di saperlo non mi avrebbe fatta soffrire di meno. Feci un ultimo profondo respiro e colmai la distanza che ci separava. La presi tra le braccia e mi chinai su di lei per baciarla. Quello era il momento cruciale. Potevo sentire i battiti del mio cuore impazzito, la stanza aveva iniziato a vorticare paurosamente. Le nostre labbra si sfiorarono appena, quasi con timidezza all’inizio e poi con passione sempre più crescente. Sentii la sua mano infilarsi tra i miei capelli e io feci lo stesso. Quando ci separammo, entrambe avevamo il fiato grosso. Le mormorai all’orecchio – Mi dispiace…Davvero. Avrei voluto evitare tutto questo se avessi pot… – Lei mi interruppe mettendo due dita davanti alla bocca – Sssh. Sssh. – Appoggiò la sua testa sul mio petto e rimanemmo così per qualche secondo, senza parlare. Lei si sciolse dal mio abbraccio e bevette un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva lasciato sul bancone – Selina… – Non sapevo da dove iniziare ma le dovevo dire la verità, se lo meritava – Devo parlarti – Lei mi guardò di sbieco per qualche secondo e poi con non curanza affermò – So già tutto…O quasi. – Rimasi sbigottita – Come…? – Lei alzò le spalle e disse – Forse è meglio parlarne altrove… – Le feci finire l’acqua e la portai in camera mia. Una volta entrate in stanza, lei lasciò la valigia e lo zaino davanti alla porta – Bella stanza – commentò Selina. Io mi sedetti sul bordo del letto e la guardai pensierosa. Come aveva fatto a scoprire la verità? Ero stata ben attenta a nascondere ogni traccia dei miei ultimi otto anni eppure… – Sara – Fui strappata dalle mie elucubrazioni quando sentii il mio nome. Mi faceva una strana impressione il fatto che lei mi chiamasse in quel modo – Oppure dovrei chiamarti Anne Marie? – Chiese. Mi guardai le gambe con aria colpevole. Lei si sedette di fianco a me e con tono triste mormorò – Sai…Tutti quei misteri, le tue sparizioni, i tuoi silenzi…Mi avevano fatto temere che ci fosse qualcun’altra. Che non mi amassi più. E poi, di punto in bianco, sei sparita. Non un biglietto, non una telefonata, non una sola notizia di te. Ero preoccupata per te e, dato che la polizia aveva gettato la spugna, mi sono rivolta ad un detective privato che ha scoperto tutto o quasi su di te, dopo mesi di incessanti ricerche. – Si interruppe e mi guardò. Alzai lo sguardo e i nostri occhi si incrociarono – Fino a qualche attimo fa ero furiosa con te. Mi aspettavo che tu mi dessi delle spiegazioni ma adesso – scosse il capo – Adesso non mi interessa più. L’unica cosa che voglio sapere è se tutto quello che c’è stato tra me e te è stato vero e se tu mi ami davvero. – Silenzio. Certo che l’amavo, ma tenerla con me poteva essere pericoloso sia per lei, sia per me – Sì, certo che è stato vero…E sì, ti amo ma… – Mi interruppi e sospirai – È troppo pericoloso, c’è certa gente che mi vuole morta e potrebbe prendersela anche con te solo ed esclusivamente per fare del male a me. Questo non posso permetterlo – Selina scosse il capo con aria ostinata – Negli ultimi anni del regime io e te stavamo insieme eppure non ti sei fatta tutti questi scrupoli – La interruppi – E infatti sbagliai. Non dovevo lasciarmi prendere dai sentimenti…Ma ci è andata bene. Non sfiderei la sorte due volte… Potremmo non essere di nuovo così fortunate – Lei strinse i pugni e sbottò – Penso di essere abbastanza grande e matura da decidere quello che è meglio per me. Che ti piaccia o no, io resterò con te, dovessi venire a cercarti in culo ai lupi. – Scossi la testa sconsolata e andai sul balcone. Il mio sguardo si perse in lontananza. Lei mi raggiunse sul balcone e rimanemmo lì, una accanto all’altra, in silenzio. Feci un respiro profondo e mormorai – E va bene, hai vinto tu. – In fondo, per quanto mi costasse ammetterlo, ero felice che lei avesse detto quelle cose. Qualunque cosa sarebbe successa l’avremmo affrontata insieme e ne saremmo uscite, sempre insieme. Le nostre dita si intrecciarono – Hai una stanza bella spaziosa e un letto matrimoniale…Ti dispiacerebbe se la condividessimo? – Finsi di pensarci su qualche istante e poi esclamai – Che domanda ridicola! Certo che mi dispiacerebbe. – Entrambe scoppiammo a ridere e questo alleggerì la tensione che si era creata sin dal nostro incontro al bar. Dopo una decina di minuti Selina disse – Ho proprio bisogno di una doccia – La guardai entrare in camera e iniziare a levarsi le scarpe e abbassarsi una spallina del vestito. Mi avvicinai a lei e giunta alle sue spalle le abbassai l’altra. Le baciai il collo delicatamente mentre con le mani le sfilavano il vestito che scivolò a terra. Mi erano mancati il suo profumo, il suo calore, la sua presenza. Il respiro di Selina si fece irregolare mentre le mie mani esploravano il suo corpo – Smettila, sono tutta sudata – Protestò lei debolmente mentre le slacciavo il reggiseno. In quel momento compresi appieno la portata della sua mancanza nella mia vita per questi due mesi – Sei bellissima – le mormorai all’orecchio. La mia mano sinistra si fece strada lungo il suo corpo finché non si infilò nei suoi slip. Lei emise un gemito di piacere. Le sue mani afferrarono le mie e le allontanarono da lei. Si voltò e mi osservò con una luce nuova negli occhi e le guance arrossate. Mi accarezzò il viso e iniziò a baciarmi con dolcezza. Ricambiai i suoi baci. Sollevò la mia maglietta e la gettò da qualche parte alle sue spalle, poi mi tolse i pantaloni. Mi fece sdraiare sul letto e iniziò a sfilarmi gli slip. Aiutai il suo lavoro sollevando il bacino. Le sue labbra tornarono ad incontrare le mie e poi presero a scendere. La sua mano con fare esperto si era infilata tra le mie gambe e il mio respiro si fece più affannoso. La sua lingua stimolò i capezzoli fino a quando questi non divennero turgidi ; poi riprese la sua marcia. Sentii il suo caldo bacio scendere sempre di più. La sua lingua mi penetrò dolcemente. Mi sfuggi un gemito. Il suo ritmo aumentò gradualmente così come il piacere da me provato. Le mie mani iniziarono ad accarezzare i suoi capelli. Quando sentii il piacere raggiungere il culmine, inarcai la schiena e i miei gemiti aumentarono di volume. Quando riaprii gli occhi, lei era lì appoggiata su un gomito che mi guardava, sorridendo – Ad occhio e croce direi che hai apprezzato – avevo ancora il respiro affannato così mi limitai a sorriderle. Avvicinai il mio volto al suo e la baciai – Spero di poter ricambiare – le mormorai all’orecchio. Questa volta lei non oppose resistenza. I suoi seni sodi erano morbidi al tatto. Le morsicai giocosamente il collo mentre con le labbra scendevo lungo il suo corpo. Ben presto mi ritrovai a stimolare il suo clitoride con la lingua. Inizia a ricambiarle così il favore di prima. Quando lei raggiunse l’orgasmo mi spinse gentilmente la testa facendo penetrare ancora più a fondo la lingua. Rimanemmo abbracciate a lungo senza parlare. Selina, poi, si sciolse dall’abbraccio e disse – Devo lavarmi e non sono la sola – Le sorrisi pigramente – Vuoi che facciamo il bagno insieme – Lei ci meditò un po’ su e alla fine accettò. Venti minuti dopo uscimmo dalla vasca entrambe soddisfatte e profumate. Era quasi ora di pranzo quando sentii bussare alla porta – Sono nuda – gridai a chiunque fosse. Dall’altro lato della porta rispose una voce famigliare – Oh, molto bene…La tua amica deduco sia lì con te, dato che è sparita. Volevo solo farti sapere che la sua stanza è pronta – ci fu un silenzio imbarazzato – Ammesso e non concesso che ne voglia ancora una, insomma – Selina uscì dal bagno con un salviettone avvolto intorno al corpo e mi guardò incuriosita e perplessa allo stesso tempo – È Carlo, il proprietario dell’albergo – Mormorai. Vidi la sua faccia avvampare e scoppiai a ridere – Carlo, tranquillo, io e la signorina Watson condivideremo la stanza sempre che questo non ti crei problemi, ovviamente – Dall’altra parte della porta ci fu un attimo di silenzio – Fate un po’ come volete. Scendete a mangiare con me e gli altri o volete rimanere da sole? – Prima che Selina potesse dire qualunque cosa risposi – Apparecchia sia per me sia per Selina. -. Lei mi fulminò con uno sguardo ed esclamo, mantenendo la voce bassa, con tono vagamente irato – NO! perché gli hai detto di apparecchiare anche per me? – Alzai le spalle – È giusto che Carlo ti conosca. In fondo lui è la mia famiglia – Lei scosse il capo avvilita – Morirò dalla vergona – Sbuffai appena. Nei giorni seguenti passammo molto tempo in camera da letto a parlare di quello che era successo durante quei mesi e a rinsaldare il nostro rapporto di coppia. Dopo l’iniziale impaccio sia Carlo, sia Selina avevano iniziato a conversare quasi normalmente; da parte di entrambi c’era ancora dell’imbarazzo, ma col tempo sarebbe svanito anche quello insieme ai silenzi carichi di disagio. Tutto stava andando oltre ogni mia più rosea aspettativa e quasi mi illusi che non sarebbe cambiato nulla, se non in meglio; ma quel senso di sicurezza che si era creato era destinato a sparire da lì a poco. Erano passate un paio di settimane dall’arrivo di Selina e io le avevo fatto un’offerta importante sia per la nostra vita di coppia, sia per la sua carriera lavorativa: rimanere qui con me e mandare avanti l’attività insieme a Carlo. Lei mi aveva chiesto tempo per pensare e io glielo concessi. Un pomeriggio lei uscì per fare una passeggiata sul lungo mare. Di solito stava fuori al massimo un’oretta, un’oretta e mezza ma arrivati a sera non era ancora rientrata. Iniziai a camminare nervosamente avanti e indietro per la stanza e provai a telefonarle ma non aveva portato il cellulare con sé. Preoccupata chiamai Carlo, il quale arrivò dieci minuti dopo – Non è ancora rientrata – Dissi massaggiandomi un braccio, evidentemente a disagio – No, in effetti è strano…Potremmo chiamare la polizia – Con aria assente scossi la testa – Non potrebbero fare nulla, non sono ancora passate ventiquattro ore – L’uomo sbuffò – Vuoi che ti dia una mano a cercarla? – Mi voltai verso la finestra – No…Andrò da sola – Carlo si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla – Qualunque cosa sia successa, non è colpa tua – Sorrisi tristemente – Vorrei che fosse vero. Non sai quanto lo vorrei. – Rientrai dalle ricerche a tarda notte senza aver scoperto nulla. Nessuno l’aveva vista; pareva che fosse semplicemente scomparsa. Crollai sul letto sfinita e scoppiai in lacrime. Se le fosse successo qualcosa sarebbe stata solo e soltanto colpa mia, non me lo sarei mai perdonato. Avrei dovuto dare retta Carlo e non farmi vedere da lei, avrei dovuto mandarla via per il suo bene nonostante quello che mi aveva detto. Mi addormentai tra le lacrime. Sentii la porta di camera mia aprirsi e mi misi a sedere, ancora intontita dal sonno – Chi è? – chiesi con la voce roca per la crisi di pianto della notte appena trascorsa – Sono io – Disse Carlo. Guardai la sveglia sul comodino: segnava le undici del mattino – Dio, ho dormito troppo! Cos’è successo? – L’uomo aprì le tapparelle e quando vidi l’espressione grave sul suo volto mi sentii mancare – Allora? – chiesi con voce strozzata. Lui temporeggiò ancora un attimo – Stamattina è stata recapitata una lettera anonima a questo indirizzo. È per te. – Scattai in piedi e allungai la mano. Carlo mi passò la busta, ancora perfettamente sigillata – Se vuoi che me ne vada… – Scossi il capo – Resta, per favore –. Non mi sentivo pronta ad affrontare quella situazione da sola. Strappai la busta ed estrassi la lettera. Vergata in una calligrafia nervosa, la lettera si limitava ad un semplice indirizzo e alla richiesta di presentarmi lì da sola alle ore ventidue del giorno seguente se avessi voluto rivedere la ragazza sana e salva. Quando lo dissi a Carlo, lui scosse la testa – Potrebbe essere una trappola…E poi andare lì da sola? È fuori discussione. – Mi misi a sedere sul letto, prendendomi la testa tra le mani – Devo farlo, lei potrebbe essere lì! Ed è tutta colpa mia! – L’uomo mi guardò con espressione dura – Lei, mi spiace dirtelo, ma potrebbe essere già m… – Lo interruppi gridando – NO! Lei è ancora viva. Non sognarti nemmeno di insinuare una cosa del genere – Carlo riprese – È da sciocchi escludere questa possibilità. Vuoi andare sul serio? Allora verrò io con te – Feci un cenno negativo con la testa – Tu mi servi qui. Se non dovessi tornare entro mezzanotte significherebbe che le cose saranno andate male e tu manderai a questo indirizzo i poliziotti, dopo avergli spiegato tutta la situazione. Io andrò da sola, ho deciso – L’anziano sbottò – Ma questa è un’idea folle! Non te lo permetterò. È fuori discussione che ti lasci andare lì – Lo guardai con aria di sfida – Per bloccarmi dovrai legarmi al letto o tagliarmi braccia e gambe. Io ci andrò, costi quel che costi –. La discussione andò avanti a lungo e, alla fine, entrambi andammo incontro all’esigenze dell’altro. Il piano finale era piuttosto semplice: io sarei andata all’indirizzo indicato, una vecchia casa sfitta, Carlo mi avrebbe accompagnata fin a qualche centinaio di metri dalla casa e mi avrebbe aspettato lì. Se un’ora dopo il mio ingresso non fossi tornata, lui avrebbe chiamato la polizia e gli avrebbe spiegato a grandi linee cosa stava succedendo. Quella giornata la passai sul web per trovare informazioni al catasto sulla casa a cui apparteneva l’indirizzo. Era un edificio di proprietà di un’anziana signora che si ergeva su due piani più lo scantinato, aveva un piccolo giardino sul retro ed era vicino alla stazione. Chiamai la donna e le chiesi se, per caso, avesse affittato a qualcuno la casa. La donna, anche se un po’ recalcitrante, alla fine disse che l’aveva affittata ad un giovane ragazzo biondo che si era stabilito lì da qualche settimana. Quando riattaccai, informai Carlo delle ultime novità. Provai a distrarmi leggendo qualcosa ma, ogni volta, la mia mente tornava a Selina. Non potevo fare a meno di immaginare il suo bel viso congelato in un’espressione di eterno dolore per colpa mia. Per quanto cercassi di essere ottimista, le parole dette da Carlo avevano un fondo di verità non ignorabile. Alla fine mi accesi una sigaretta per cercare di calmarmi. Da quando ero tornata lì avevo diminuito drasticamente il numero di paglie fumate. Arrivata a metà sigaretta mi resi conto che era del tutto inutile, ero troppo tesa. La spensi e buttai il mozzicone. La giornata seguente l’inquietudine non fece altro che crescere, accompagnata da una debolezza fisica e un senso di smarrimento. Era la prima volta negli ultimi nove anni che mi sentivo così fragile. Il pomeriggio cercai di dormire e chiesi a Carlo di svegliarmi per una cena frugale intorno alle diciannove. L’anziano uomo fece quanto chiesto. Nessuno dei due parlò molto, non c’era più niente da dire…Non restava che agire. Prima di uscire tornai in camera e scelsi qualcosa che mi lasciasse libertà di movimento: indossai una semplice maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni della tuta. Poi aprii una delle valigie e, nel doppio fondo, trovai una fondina con una pistola. Avevo sperato di non doverla usare più e invece ero di nuovo costretta a prenderla. Nascosi la pistola negli slip, sperando che, se mai mi avesse perquisita, non avrebbe cercato a fondo. Alle ventuno e trentacinque uscimmo dall’albergo e ci dirigemmo verso la casa. Una volta arrivati ad una distanza di sicurezza, Carlo mi abbracciò – Stai attenta, piccola mia. Buona fortuna – Ricambiai la stretta – Grazie – mormorai. Gli lasciai il mio cellulare e mi incamminai in direzione della casa. Tutte le luci erano spente, sembrava che non ci fosse nessuno. La primavera stava volgendo al termine e il caldo, insieme all’agitazione, mi stavano facendo sudare. I vestiti mi si appiccicavano addosso. Il frinire dei grilli e il rumore di qualche macchina di passaggio erano gli unici suoni a fendere il silenzio e la quiete serale. Più mi avvicinavo, più mi sentivo tesa. Alla fine arrivai al cancello e provai a vedere se fosse aperto. Con una semplice spinta si aprì cigolando, i cardini erano poco oleati e consumati dal tempo. Mi diressi verso l’entrata principale e rimasi indecisa sul da farsi. Entrare da lì mi avrebbe esposto troppo a molti rischi d’altro canto, però, cercando di entrare dall’entrata sul retro avrei destato sospetti nell’uomo che aveva rapito Selina. Alla fine decisi di varcare la soglia. La casa, proprio come pareva da fuori, era immersa nel buio, non c’erano segni di vita. – Selina? – Chiamai ad alta voce ma non ottenni risposta. Mi diressi verso il piano superiore e provai di nuovo a chiamare il nome della ragazza ma di nuovo l’unico suono fu quello della mia voce. Salii al piano superiore e dopo averlo setacciato, mi accorsi che nessuno ci aveva messo piede da un sacco di tempo. Rimaneva solo lo scantinato. Scesi facendo attenzione al più piccolo rumore. La porta era aperta e la stanza pareva malamente illuminata. Una volta entrata mi voltai verso la porta per controllare che nessuno volesse colpirmi alle spalle e tornai a guardare davanti a me. La luce tremolante illuminava un tavolo, in posizione verticale, al quale era legata Selina. Era cosciente con gli occhi sgranati dal terrore, aveva un brutto livido bluastro sullo zigomo sinistro e delle abrasioni dovute alla corda con cui era legata all’altezza dei polsi. Aveva tappata bocca con del nastro isolante. Mi avvicinai a lei cautamente e le tolsi il nastro con tutta la delicatezza di cui ero capace. Con voce flebile disse – Non dovevi venire qui…È una trappola – Le misi due dita sulle labbra – Adesso ti libero e ce la filiamo via – Alle mie spalle sentii la porta chiudersi – Mi spiace, ma non credo andrà così – Mi voltai e sforzai gli occhi per cercare di intravedere qualcosa di più di una sagoma scura – Se non vuoi che la tua…amichetta faccia una brutta fine, allontanati da lei – Sentii il rumore della sicura che veniva tolto da un’arma e obbedii. La sagoma accese una seconda luce che lo illuminò. Gli occhi azzurri slavati erano carichi di odio, in netto contrasto col sorriso che gli illuminava il volto dai lineamenti anonimi – Sara Callisto è un piacere incontrarla – Disse con marcato accento tedesco. Rimasi perplessa, quel volto non mi diceva assolutamente nulla – Chi sei e cosa vuoi da me? – Chiesi. Il ragazzo alzò le spalle e disse – Chi sono? Sono colui che ti ucciderà, non ti basta sapere questo? No, tu vuoi saper il mio nome. Sono Herbert von Strucker, figlio di Heinrich von Strucker. Il nome di mio padre dovrebbe dirti qualcosa… – Heinrich von Strucker era stato uno dei più vicini uomini del Leader Massimo ed io ero stata una delle menti che aveva pianificato l’attentato che per lui si rivelò fatale. Era stato quell’uomo ad ordinare la cattura dei miei genitori – Cosa voglio da te? Ma non è semplice da capire? Voglio portarti via tutto ciò a cui tieni di più e vederti soffrire prima di ucciderti. – Lo guardai disgustata – Vedo che la mela non è caduta poi così lontana dall’albero. Ma se pensi che fare questo possa servire al Regime ti… – Lui scosse la testa – Oh, quanto sei stupida, donna. Non lo faccio per il Regime. Certo quando c’era il Leader Massimo voi vi nascondevate come topi e si viveva in pace e tranquillità, ma io non sono mai stato interessato a cose del genere. Tutto quello che mi interessava era dimostrare a mio padre e al resto del mondo che io ero il suo degno erede e non solo un buono a nulla. – Si avvicinò a me – Sai? Mi irrita il fatto che tu mi guardi con quell’aria di superiorità – Mi rifilò uno schiaffo che mi mandò col culo per terra – All’inizio era una vendetta. Ne ero fermamente convinto anche quando quella troietta da quattro soldi mi ha portato da te, ma è stato nelle due settimane seguenti che ho capito che non lo facevo nemmeno per un motivo così futile…No, lo facevo per me e basta. – Era un folle, un pazzo scatenato. Tra tutte le minacce che potevano capitarmi, probabilmente lui era tra le più pericolose. Non agiva per un ideale, non agiva nemmeno per vendetta…Agiva spinto dalla follia e dall’odio che lo aveva consumato; mi aveva designata come vittima sacrificale per consacrarsi – Ti rendi conto? Io, l’inetto, il buono a nulla, il figlio di cui vergognarsi, riesco a far a meglio di mio padre e chiudere i conti con te una volta per tutte – Mi rimisi in piede e mi allontanai di un passo. Adesso lui era tra me e Selina – Va bene, tu vuoi me… giusto? – Speravo abboccasse – Allora perché non lasci andare lei…Non c’entra nulla. – Il ragazzo scosse la testa – Sei davvero una stupida, spregevole puttana. Cosa ti ho appena detto? Prima ti porterò via tutto ciò a cui tieni e poi ti ucciderò. C’è una cosa che mio padre ha avuto la premura di insegnarmi sai? – Si interruppe e sul suo viso si dipinse un ghigno sadico, malato – Era il suo racconto preferito e la sua lezione più importante. Un giorno di…Ventitré anni fa, nel duemilauno, c’era una coppia che era impegnata nel politico o per meglio dire nel Movimento di Resistenza. Non trovarono mai nulla su di loro di talmente incriminante da poterli far arrestare eppure erano una grossa spina nel fianco sia per il Regime, sia per mio padre a cui era stato assegnato il controllo del Nord Italia. I coniugi erano furbi, non si lasciarono mai dietro tracce e quindi mio padre diede il semplice ordine di spargere la voce a Milano che i due coniugi erano membri del Movimento e stavano preparando un’insurrezione in quella città, per liberare dei fantomatici prigionieri loro compagni e che a tradirli fosse stato qualcuno all’interno del Movimento. Prima che potessero arrestarli però, i due fuggirono con la loro figlioletta e si rifugiarono in questa città. Dopo due anni di ricerca, finalmente li trovarono. In una notte invernale furono presi e strappati via dai loro letti. La figlioletta di tre anni non fu ritenuta una minaccia e fu lasciata lì. Col senno di poi direi che è stato un grave errore, non sei d’accordo? Comunque penso anche che tu sappia di chi stia parlando no? – Non dissi nulla – Ma è qui che la storia si fa interessante…I due furono portati al cospetto di mio padre. Il marito fu picchiato a lungo, e lasciato in fin di vita ma non tradì i suoi compagni. Non aveva paura di morire e lo disse chiaramente eppure…Eppure mio padre trovò il modo per spezzarlo. I suoi uomini lo legarono e lo obbligarono a guardare mentre sua moglie veniva montata come la cagna che era. Il primo fu mio padre, poi toccò a tutto il reggimento di istanza lì. Mi raccontò mio padre che per tutta la durata dello stupro tuo padre non fece altro che piangere come una donnicciola. Alla fine la donna era in condizioni pietose, era più morta che viva. Mio padre, però, si offrì di risparmiarle la vita se lui avesse confessato. E il tuo genitore cantò, assumendosi tutta la responsabilità delle azioni commesse sia da lui sia da sua moglie. Saputo quello che voleva, mio padre prima diede il colpo di grazia alla donna che, stesa per terra, si lamentava dicendo frasi sconnesse e senza senso, poi uccise l’uomo – La storia mi aveva agghiacciata – Tu…tu stai mentendo – riuscii a dire alla fine. L’uomo scoppiò a ridere. Era una risata sbragata e densa di cattiveria – Posso assicurati che è stato tutto filmato, se non ci credi potrei farti vedere il video – Acciecata dalla rabbia mi avventai contro di lui, ci fu una breve ma intensa colluttazione. Riuscii a fargli perdere la presa sulla pistola e a rompergli il naso ma un suo pugno in pieno stomaco mi lasciò senza fiato. Caddi in ginocchio e tentai di recuperare ma non mi diede il tempo necessario a farlo. Mi tempestò di colpi anche quando ero accasciata a terra. Sentii un paio di costole incrinarsi e due dita spezzarsi quando mi calpestò la mano sinistra. Ero a terra, inerme ed indifesa. – Devo ammettere che per essere una puttanella da quattro soldi, hai del fegato. Ma non mi darai più problemi. Guarda come sei ridotta… Fatico a credere che tu abbia partecipato ad operazioni così importanti – Lo vidi scuotere il capo – Beh, almeno sei la degna figlia di tuo padre…Mi chiedo se quando avrò finito con la tua amichetta anche tu mi implorerai come ha fatto lui con il mio, di padre…- L’uomo si voltò e iniziò a strappare di dosso i vestiti a Selina che si irrigidì ma non disse nulla. Con la mano sana recuperai la pistola; sapevo che questa era la mia unica occasione e non potevo sbagliare. Estrassi la pistola e mi rimisi faticosamente in piedi. L’uomo aveva iniziato a toccare Selina, il suo respiro era affannoso – Scommetto che finirà col piacerti – disse ansando. Non potevo sparare da quella posizione, se avessi sbagliato mira o il proiettile fosse passato da parte a parte, avrei colpito anche lei. strisciai i piedi fino ad arrivare sul fianco dell’uomo, che si era completamente dimenticato di me. Stava tirando fuori l’uccello eretto dai pantaloni con una mano e aveva infilato l’altra in mezzo alle gambe di Selina. Quando fui in una posizione sufficientemente sicura presi la mira e ringhiai – È finita, figlio di puttana! – Sparai un solo colpo alla testa. L’uomo fece solo in tempo a dire – Tu… -. Il proiettile lo colpì in pieno, facendogli saltare le cervella. Lasciai cadere a terra la pistola e, lentamente, mi diressi verso di lei. Iniziai a liberarla quando sentii la porta del piano terra essere spalancato. Selina, ancora in stato di Shock, iniziò a tremare dalla paura – Stai tranquilla, è la polizia…È tutto finito. È tutto finito. – Una volta libera dalle corde mi cadde tra le braccia e, con enorme sforzo, la sostenni accarezzandole dolcemente i capelli.

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Epilogo: Tre mesi dopo.

I poliziotti, in assetto anti-sommossa, ci trovarono ancora abbracciate. Erano stati informati di tutto da Carlo che stava arrivando con la seconda squadra. Chiese se avevo subito violenze e io scossi la testa – Devo avere un paio di dita rotte e qualche costola incrinata…Nulla di grave – Il poliziotto che stava parlando con me, indicò Selina – E lei? – La mia aria si fece preoccupata – Lei è in stato di shock. Non so dirle se ha subito violenze, dato che è stata in mano di quel pazzo per tre giorni. Sicuramente c’è stato un tentativo di stupro davanti ai miei occhi ma… – Mi fermai. Non osavo e non volevo nemmeno immaginare quello che aveva dovuto passare a causa mia. Fummo entrambe portate in ospedale. Le mie dita si sarebbero sistemate in un paio di mesi, mentre per le costole avrei dovuto restare a riposo per due o tre settimane. Selina, a parte il forte shock, un principio di disidratazione e denutrizione, era fisicamente sana. Fummo dimesse dopo un paio di giorni e tornammo in albergo con Carlo. Per qualche settimana non tornammo più sull’accaduto ma mi accorsi che Selina era distante da me. Era comprensibile, dopo tutto quello che aveva dovuto passare per causa mia. Fu un sabato di metà luglio che mi disse che voleva parlarmi. – Sara…Io ho pensato a lungo in questi giorni a quanto ci è successo e ho pensato anche alla tua proposta di trasferirmi qui e alla fine ho preso una decisione – Tacque dopo quelle parole e, in quel silenzio c’era molto di più di quanto le parole avrebbero potuto dire – Io…Lo capisco. Probabilmente, fossi stata in te avrei fatto la stessa cos… – Mi fermò sfiorandomi le labbra con le sue – Ho deciso di accettare. – Rimasi senza parole – Ma… – Lei mi ridusse al silenzio ancora – In realtà non so nemmeno io perché ho aspettato così tanto a darti una risposta però…Però sei venuta a salvarmi nonostante sapessi che fosse una trappola, eri disposta a sacrificarti per me. Come potrei non voler stare con te? – Rimasi zitta per un po’ e poi le dissi – Sei finita lì per colpa mia, non fossi entrata nella tua vita, non sarebbe mai successo. – Lei scosse la testa – Te l’ho detto il giorno in cui ti trovai che sapevo quello che rischiavo, non è stata colpa tua. Quell’uomo era un pazzo. Tu non c’entri niente – La guardai con gli occhi colmi di gratitudine, poi la strinsi a me. Un mese dopo eravamo subentrate come socie nell’albergo e coi nostri soldi avevamo dato il via ad una ristrutturazione dei locali. Carlo, dopo anni di duro lavoro, si prese una lunga vacanza. Rimase a disposizione per insegnarci i segreti del mestiere ma si defilò dall’attività vera e propria. Era mezzanotte, tra qualche giorno sarebbe stato ferragosto ed era previsto l’arrivo di una comitiva di tedeschi. Non riuscivo a dormire, ripensando agli avvenimenti degli ultimi anni. L’aria calda accarezzava il mio corpo nudo. L’unico rumore nella stanza era il respiro regolare e ritmato di Selina che dormiva beatamente. Guardai il mare, nero come una macchia di inchiostro. Di tanto in tanto si intravedevano le luci lontane delle navi dei pescatori. Nell’aria c’era un profumo di olivi. Quasi mi dispiaceva accendermi una sigaretta, ma il mio corpo non ancora del tutto disintossicatosi dalla nicotina chiedeva la propria dose. Ormai il numero di paglie fumate si era ridotto ad un paio alla settimana, ma non avevo ancora la forza di smettere del tutto. Dopo averla accesa, osservai il fumo che si levava verso il cielo notturno. La mia mente si soffermò sulla notizia della settimana: con un’operazione congiunta i servizi segreti dei vari paesi europei, grazie all’aiuto degli ex vertici del Movimento di Resistenza, erano riusciti a sgominare tutte le bande armate e gli affiliati sopravvissuti alla caduta del Regime; finalmente giustizia era fatta. Eppure ero triste, inquieta. Non mi sentivo ancora pronta a chiudere quel capitolo della mia vita. Non era la mancanza d’azione a mancarmi e nemmeno i continui spostamenti, semplicemente la parte conclusasi quasi due mesi fa aveva reso me stessa la persona che ero. La sigaretta era quasi finita e non avevo nemmeno fatto un tiro, la guardai spegnersi lentamente e tornai a guardare il mare, come quando ero piccola e qualcosa mi tormentava. Troppe domande che mi ero posta non avrebbero avuto risposta: I miei genitori sarebbero stati felici di avere una figlia come me? Avrei mai superato il trauma della loro scomparsa? Quello che avevo fatta, era davvero servito a qualcosa? Lo avevo fatto per il bene di tutti o solo per vendicarmi? Sarei mai stata felice? Domande, domande e ancora domande ma nessuna risposta. Fui strappata da quei pensieri da un paio di braccia sottili e gentili che mi cinsero la vita – Non dovresti dormire? – Selina mi baciò la schiena – Dovresti dormire anche tu, se per questo. Da quando è finita questa storia non hai fatto una notte di sonno completa. Cosa ti preoccupa? Ormai è tutto finito – Il suo corpo premeva contro il mio e il calore generato dal contatto mi infondeva tranquillità e serenità – È vero, è tutto finito…Ma i fantasmi del passato continueranno a tormentarmi – Lei mi obbligò a voltarmi verso di lei – So che per te è difficile voltare pagina, so anche che per te non sia stato facile fare quello che hai fatto…Per Dio, non lo sarebbe stato per nessuno, ma devi andare avanti! Continuando a struggerti in questo modo non otterrai niente e sarai sempre infelice. I tuoi occhi saranno sempre distanti e tristi e io…Io non sopporto di vedere i tuoi stupendi occhi così remoti e lontani da me. Mi fa star male – Lei tacque qualche secondo e poi riprese – Forse non posso capire quello che hai passato e non pretendo nemmeno di farlo, ma devi permetterti di darti una mano ad essere felice…A scacciare i tuoi fantasmi – La guardai negli occhi e riuscii solo a dirle – Grazie. Di tutto – Mi chinai su di lei e la baciai – Torna a letto, io ti raggiungo tra un po’ – Selina si mise al mio fianco e mi cinse la vita con un braccio – Aspetterò qui con te – Feci lo stesso gesto anche io e in una notte di agosto, con la luna e il mare come unici testimoni, capii che probabilmente non avrei mai avuto le risposte alle domande che mi tormentavano, ma che questo non era così importante, in fondo. I fantasmi del mio passato non l’avrebbero avuta vinta, ci sarebbe voluto del tempo, ma con l’aiuto di Selina li avrei sconfitti. E raggiunta quella comprensione, per la prima volta dopo lunghissimo tempo, con la ragazza che amavo al mio fianco finalmente fui serena.

Fine.

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E.T. il conquistatore

Premetto che il post sarà una boiata di dimensioni epiche. Talmente epiche che al confronto l’articolo “Scrivere è come…” parrà quasi una cosa seria.

Tutto è partito da qui. Dopo aver letto questo articolo, ammetto di essere rimasto a metà tra il perplesso e il divertito. Ovviamente mi pare utopico affermare che l’uomo sia l’unica forma di vita intelligente (Sono esclusi gli elettori del PdL e i vertici del PD, oltre ai leghisti) nell’universo. Epperò, quest’articolo mi ha fatto riflettere. Una delle primissime “comparse” di alieni nella cultura mondiale è da far risalire agli inizi del XX secolo e alla fine del XIX.

Chi fu uno tra i primi extraterrestri a “comparire”? Ma ovviamente lui: Chtulhu. Il buon mostro, dalla faccia di polpo e il corpo con ali di drago, giunse sulla terra per conquistare il pianeta e asservirlo al proprio oscuro culto, solo che poi cadde addormentato in R’lyeh e ancora lì giace (che, tra l’altro, R’lyeh sia la famosa Atlantide? Chissà) comunque dopo Chtulhu gli alieni divennero una presenza costante. Comparvero in Film (L’invasione degli Ultra-corpi e altri B-movie del genere) e divennero parte della cultura popolare al pari dei vampiri o dei lupi mannari nel passato.

Alcuni avvenimenti (leggasi incidente di Roswell che non vi linko perché le manuzze per cercare su Google le avete pure voi) non fece altro che aumentare l’attenzione di “scienziati” intorno al fenomeno degli U.F.O e degli alieni. Ben presto gli extraterrestri divennero parte anche di alcune teorie del complotto (Wikipedia vi darà una mano sull’argomento) secondo le quali alcune razze aliene avrebbero visitato il nostro pianeta e stretto patti con i governi mondiali al fine di permettere un incrocio di razze tra quella umana e quella di questi buoni fratellini di E.T (questa è solo una variante, ma vi assicuro che ce ne sono a migliaia).

Resta il fatto, comunque, che il fenomeno degli alieni verso la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 abbia riavuto un boom grazie ad una serie televisiva nota ai più come “X-Files”. Telefilm di culto per la fantascienza orrorifica. Fox Mulder, il protagonista, è ossessionato dagli alieni che (secondo lui) hanno rapito sua sorella e durante l’arco delle stagioni (affiancato da un’affascinante Gillian Anderson/Dana Scully) assisteremo alle sue indagini su eventi inspiegabili, la nascita di un virus (guarda caso alieno) e la scoperta (finale) che il governo degli Stati Uniti d’America sia sceso a compromessi con gli Alieni, stringendoci dei patti (Per chi non avesse mai visto X-Files, questo sarebbe uno spoilerone della madonna, cazzi vostri). Tutto questo, ovviamente, ha dato una grossa spinta alle teorie complottiste di cui scrivevo il paragrafo sopra.

Altro evento di culto, fu il film E.T. che, penso, tutti hanno visto. Chi non si è commosso vedendo l’amicizia tra il piccolo Eliot e il buon E.T.? Chi non ha mai sognato di volare con una bicicletta grazie ai poteri di un amico alieno? (Ecco, già alla seconda domanda le vostre zampette si alzerebbero meno rispetto alla prima). Ebbene, si dà il caso che E.T. per nostra fortuna fosse pacifico e un po’ pirla. Poi ci furono film come Indipendence Day o Mars Attacks! (quest’ultimo secondo me un vero capolavoro del cinema trash sugli alieni nonché parodia del genere, da vedere assolutamente) in cui gli alieni non erano tanto amichevoli e, anzi, con i coglioni girati avevano deciso di estinguere l’uomo così, perché gli andava. Guardando a film più recenti, potrei citare Men in Black (l’intera saga, per quanto penso che il terzo avrebbero potuto pure evitarlo), Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi (che è stato il primo caposaldo del genere fantascientifico dedicato agli alieni) o anche l’indicibile porcata che prende il titolo di Sign.

Ed è a questo punto che non posso fare a meno di chiedermi (facendomi una sega mentale di dimensioni enormi) cosa sarebbe successo se E.T. non fosse stato il pirla pacifista che è? Cosa sarebbe successo se gli eventi narrati in X-Files fossero veri e fossero accaduti in Italia? E se gli alieni di Mars Attacks! non fossero stati respinti?

Ecco, proverò a rispondere a queste domande, in questo articolo.

1) E Se E.T. non fosse stato il pirla pacifista che è? Ecco cosa sarebbe successo: il giovane bambino, ignaro di aver trovato un alieno bastardo e intenzionato a far fuori l’intera umanità, avrebbe stretto amicizia con lui diventandone in breve lo schiavetto. E.T., con astuzia, avrebbe reso succubi tutti i membri della famiglia grazie al magico potere di illuminare le dita a comando. Una volta scoperti i punti deboli dell’uomo, con la scusa di fare un’interurbana galattica, avrebbe richiamato flotte di alieni (guidate dai suoi genitori, ancora più bastardi del figlio) per polverizzare le armi in dotazione dell’uomo. Una volta fatta partire la chiamata, si sarebbe fatto catturare e portar via dai federali. Federali che lo avrebbero scambiato per un alieno un po’ tonto e sfigato che s’è fatto catturare. Mentre gli scienziati si preparano a studiarlo, finalmente, E.T. rivelerebbe la sua natura sadica e malvagia. Ucciderebbe gli studiosi e inizierebbe a smanettare coi computer che trovava in zona (non fate obiezioni: è un cazzo di alieno, viaggia nell’iper-spazio con navicelle spaziali che noi ancora ci sogniamo e volete che non sappia smanettare con dei miseri pc umani?) renderebbe inefficaci tutte le armi umane. Ora, mi pare chiaro che la situazione non è che butti molto bene per noi, ma pensate che sia finita? Poveri stolti! Vi siete dimenticati delle navicelle chiamate con l’interurbana galattica? No? Bene! Perché stanno per arrivare e farci il culo. La loro discesa sul pianeta sarebbe un massacro, la popolazione mondiale non avrebbe che due scelte: Sottomettersi o morire. In tutto questo, il piccolo Elliot (che ci sta capendo un cazzo) cerca di ricongiungersi ad E.T.. Per farlo si fa strada in mezzo all’apocalisse. Ed una volta raggiunto E.T., avrebbe scoperto la terribile verità. L’extra-terrestre che aveva adottato non era un povero mostriciattolino disperso, ma una carogna con l’unico scopo di trovare un nuovo pianeta da colonizzare per sé e la sua razza. Beffa nella beffa, la famiglia del piccolo Elliot sarà uccisa e lui assisterà (da schiavo ovviamente) all’incoronazione di E.T. il Conquistatore. State pensando che abbia dissacrato un capolavoro? Ecchissenefrega dico io.

2) Come ben sappiamo, gli alieni di Mars Attacks! erano già di loro figli di puttana. Però, alla fine, il buonismo rappresentabile nella frase “Io uomo ti faccio il culo, alieno di merda” non avesse dominato, è evidente che gli alieni avrebbero avuto vita facile. Voglio dire: avevano dei cazzo di laser che ti squagliavano vivo! Che speranza ha, un pover’uomo comune? Nessuna! Alla fine gli Alieni se ne sarebbero andati comunque, dopo aver estinto la razza umana perché sono dei cazzoni nel D.N.A, ma comunque, non avremmo fatto una bella fine. Uniche note positive: Quella merdaccia di E.T. non sfrutterà il povero Elliot…Che verrà ucciso da un laser e, finalmente, non saremmo più costretti a sentire le cazzate della Lega (ammettetelo, quasi quasi vi dispiace che non siano arrivati qui a farci il culo, eh).

3) Dato che non so rispettare una scaletta, ovviamente, adesso vi dirò degli eventi di X-Files ambientati in Italia e ai giorni nostri (per comodità). Orbene, dopo la caduta di B., sale al governo Monti. Ciò che fa Monti, però, è un qualcosa di anormale per qualunque politico e dunque, i Servizi Segreti Padani, incaricano il buon Fox Borghezio e la bellissima Trota “Renzo” Scully ad indagare. I Servizi Segreti Padani sono nient’altro che un’ala occulta dei Servizi Segreti italiani. A capo delgi SSP, c’è il famoso “Uomo che Sputa”. Di lui non si sa nulla, se non che ce l’ha duro. Tra svariati colpi di scena (Ruby non è la nipote di Mubarak) le indagini avanzano senza sosta fino a quando non si viene a sapere la verità: Monti non è altro che un burattino pilotato da Alieni che lo hanno fatto agire come un politico serio. Fox Borghezio, allora, porta le prove di ciò all’unico partito politico che non è mai entrato in combutta con gli alieni e il governo Monti: la Lega Nord. Lega Nord che denuncia pubblicamente gli imbrogli del presidente Monti e i suoi patti con gli alieni. Questi appelli, alla fine, fanno breccia nel cuore di un uomo onesto e genuino: Di Pietro. Di Pietro, quindi, passa all’opposizione con l’IDV. I due partiti formano una coalizione atipica, contro gli alieni. Ben presto, però, iniziano ad accadere fatti inspiegabili: (No, l’italiano di Di Pietro non c’entra nulla, è proprio così di suo.) Il Molise, terra natia di Di Pietro, scompare dall’Italia. La Lega Nord inizia a fratturarsi. Bonanni dice cose da uomo di Sinistra. Nonostante le prove raccolte da Fox Borghezio, tutto viene bollato come “ridicola invenzione” e il caso, con tutti i documenti, viene insabbiato. Borghezio è costretto a darsi alla macchia mentre Trota “Renzo” Scully si fa corrompere ed entra nello Showbiz. Gli alieni si ritengono soddisfatti dei risultati ottenuti e iniziano ad infiltrarsi tra la popolazione umana. Di Borghezio non si hanno più notizie, ma una leggenda narra che nelle notti di luna piena lui compaia e affiga manifesti contro il governo alieno di Monti. Di Pietro è sempre lì, ma nessuno capisce cosa dice e perciò non è considerato una minaccia.

Una menzione speciale, alla fine, va all’alieno di Ultimatum alla Terra. Tu, povero mentecatto, pensi davvero che l’uomo sia degno di redenzione? Ma mi prendi per il culo? Non è che sotto sotto eri uno dei parlamentari che aveva votato per “Ruby nipote di Mubarak”? Non è che in realtà tu sia Schettino? Puoi fare il tuo sporco dovere e sterminare un’intera razza (cosa di cui, comunque, noi uomini deteniamo il primato insieme ai meteoriti) e cosa fai? Ti fai commuovere da una madre e un bambino? Mavvaffanculo. Sei l’unico Alieno più sfigato di E.T. ti disprezzo con tutto me stesso.

Per concludere, ricordatevi: Non siete soli nell’universo. Alzate gli occhi al cielo e osservatelo: Se vedeste una strana luce potrebbe essere un alieno. Esatto,  E.T. potrebbe atterrare nel tuo giardino e non avere intenzioni amichevoli. Da parte mia, l’unica cosa che posso dire è: Alles Heil to E.T. the Conqueror.

Con questo è tutto.

Cya.

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