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Capitolo 1 – Jack Galloway

“La prima cosa che mi ricordo di quando l’ho incontrata? Il vento. Il vento e l’odore di fumo che mi riempiva le narici. Oppure i suoi capelli lunghi e neri come l’ebano. O, forse, i suoi occhi così profondi che sembrava ti scavassero dentro, nonostante apparissero così distanti… Così remoti. Non lo so. È buffo. Ora che mi ci fa pensare, non saprei darle una risposta precisa. C’è così tanto di lei che mi ha colpito quella volta che non saprei cosa scegliere.” Sorseggiò il vino dal bicchiere che teneva elegantemente in mano.

Jack Galloway, detective privato da sei anni, rimase in silenzio aspettando che continuasse. Quando si accorse che non l’avrebbe fatto, decise di fare un’altra domanda “Ma qual era esattamente la natura del vostro rapporto?” L’interlocutore si mosse a disagio sulla sedia, i loro sguardi si incrociarono “Amicizia? Amore? Anche questo non l’ho mai capito davvero. Ne abbiamo passate così tante insieme, io e lei. Eppure non abbiamo mai avuto un rapporto che fosse perfettamente definibile. Ci muovevamo su un terreno infido e scivoloso, dai confini non del tutto delineati. A volte eravamo amanti, a volte eravamo amici e altre volte… Altre volte non riuscivamo a sopportarci.” Quelle parole portarono un lieve sorriso sulle sue labbra. Bevve un altro sorso di vino. “Deve capire che le cose sono cambiate moltissimo, specialmente in questi due anni. E non parlo solo di me o di lei. Parlo di tutto questo.” Fece un gesto vago con la mano libera. Il detective stava per chiedere ulteriori chiarimenti “Ma non credo che questo sia rilevante in alcun modo per le sue indagini”. Il suo sguardo si perse fissando un punto alle spalle di Jack.

L’investigatore sapeva perfettamente cosa fosse successo prima: l’Europa si era recentemente lasciata alle spalle quarant’anni di regime totalitario: L’avanzata del Leader Massimo ed i suoi uomini, sostenuti per lungo tempo dalla Cina, non venne contrastata né dagli Stati Uniti, travolti da una crisi interna senza precedenti, né dall’Inghilterra che, una volta rimasta sola, non ebbe i mezzi necessari per opporvisi. Fu così che nacque la Federazione degli Stati d’Europa. La decadenza del regime ebbe inizio con la morte del Leader Massimo, trent’anni dopo la presa del potere. Le faide interne al partito si trasformarono ben presto in conflitti violenti tra fazioni avverse, permettendo alle forze di resistenza di liberare alcuni stati, iniziando un processo di democratizzazione che si era concluso soltanto due anni prima con la caduta degli ultimi gerarchi rimasti al potere. Nei territori sotto il controllo del Regime, una caccia ossessiva nei confronti del diverso aveva avuto luogo: chiunque non fosse un europeo occidentale, fosse affetto da gravi disabilità fisiche e mentali o fosse omosessuale rischiava di essere sequestrato e portato in uno dei tanti Centri di Rieducazione da cui nessuno era mai uscito.

Jack osservò meglio la persona che aveva davanti: circa venticinque anni, lunghi capelli castani mossi che le cadevano sulle spalle. Aveva indosso un vestito semplice, che lasciava appena intravedere le forme di un generoso seno. Era indubbiamente una bella ragazza ed era anche l’ultima persona informata sui movimenti della persona che stava cercando. Si schiarì la gola “Mi spiace sembrare insistente ma dovrei farle altre domande, Miss Stone. Le ricordo che quando lo desidera, è libera di andarsene. Proseguiamo?” La donna lo guardò per qualche istante, prima di fare un cenno affermativo col capo “Lei sapeva nulla delle attività politiche svolte dalla signorina Gallimard? Questa sue attività avrebbero potuto attirare le antipatie di qualcuno? Riesce ad immaginare una ragione per cui sarebbe dovuta sparire, lasciandosi alle spalle quasi tutti i suoi averi?” Miss Stone sospirò appena, scuotendo il capo “L’ho già detto anche agli agenti con cui ho parlato prima di lei: facevamo parte di un gruppo attivo nella difesa dei diritti umani, ma a livello politico non avevamo ritenuto saggio schierarci per alcun partito. Quando reputammo che la situazione si fosse fatta troppo tesa, decidemmo di lasciare il gruppo, o per lo meno lo feci io…” Bevve l’ultimo sorso di vino e appoggiò il bicchiere vuoto su un tavolino “Per quanto riguarda le antipatie, non saprei. Aveva avuto avventure occasionali con qualche ragazza, ma non penso che si potesse dire che la odiassero” il detective la fermò con un gesto “Mi scusi, potrebbe chiarire cosa intende quando dice: o per lo meno lo feci io?” Miss Stone lo guardò a lungo con espressione pensosa e gli occhi leggermente socchiusi, cercando di mettere ordine tra i suoi pensieri o forse valutando quanto potesse arrischiarsi a dire. Quando giunse ad una conclusione, disse “Quando venni a sapere che lei faceva ancora parte del gruppo, mi infuriai. Fu una dura litigata, piuttosto rumorosa… Siamo state fortunate che nessuno abbia chiamato la polizia” Galloway prese nota sul taccuino “Le ha spiegato per quale motivo non abbia lasciato il gruppo come aveva detto di voler fare?” Miss Stone scosse la testa “Fu proprio quello il motivo per cui litigammo. Lei mi disse semplicemente “Tu non puoi capire”. Se ne rende conto? Non potevo capire io che avevo condiviso con lei gli ultimi sei anni della mia vita! Ci siamo sempre dette tutto, ma quello non ha mai voluto spiegarmelo. Quando ci chiarimmo, raggiungemmo il muto accordo di non parlare più di quella storia.” Galloway rifletté qualche istante su quelle parole e poi chiese “Dopo quella lite, che lei sappia, la signorina Gallimard ha più frequentato il gruppo?” La donna alzò le spalle “Non saprei dirle. Ha provato a star via delle ore senza farmi sapere nulla, a volte non rientrava per qualche giorno. Ogni volta che tornava e le chiedevo dove fosse stata, non mi rispondeva… Quasi non avessi parlato. Non ho mai voluto insistere per evitare altre litigate come quella di cui le parlavo prima.” Il detective prese nota sul foglio “Questo suo atteggiamento per quanto è andato avanti?” Sul volto di Miss Stone si dipinse un sorriso amaro e triste “Fino a quando non è sparita. Di solito non è mai stata per così tanto irraggiungibile. Ho provato a chiamare tutti i nostri amici, i colleghi… Ma nessuno sapeva nulla. Ho iniziato a preoccuparmi e ho chiamato la polizia…” Galloway lesse gli appunti sul taccuino: Emilie Gallimard era scomparsa da quasi tre settimane. Si era portata dietro circa quarantamila euro, una valigia con qualche vestito e poco altro.

Apparentemente era una ragazza normale: aveva avuto alcuni problemi con i simpatizzanti del regime a causa del suo attivismo nel campo dei diritti ma non c’erano stati particolari episodi che potessero far pensare ad un sequestro. Non aveva debiti, né conti in sospeso. I motivi che l’avevano spinta a scappare erano tuttora circondati dal mistero, così come la sua infanzia. Per quanto il detective si fosse sforzato di scoprire qualcosa sulla sua famiglia o i suoi primi anni di vita, non aveva trovato alcun documento che ne attestasse l’esistenza. Era comparsa all’improvviso otto anni fa e, altrettanto improvvisamente, sembrava essere svanita. Il fatto che dei documenti fossero andati perduti durante la caduta del regime non era di certo una rarità eppure in questo caso qualcosa non convinceva Galloway “Miss Stone, non le viene proprio in mente alcun motivo per cui Emilie Gallimard avrebbe voluto sparire?” La ragazza scosse il capo “Detective, se lo avessi saputo non l’avrei di certo contattata. Però…” Si fermò, con aria pensosa “Però?” la incalzò Galloway “Però era come se non si fosse mai del tutto ambientata qui. Si era adattata a questa città e al suo stile di vita, ma era come se non fosse mai del tutto entrata in questo mondo e non riuscisse ad integrarsi completamente con gli altri. A volte persino con me. Ogni tanto mi dava la sensazione di essere qui fisicamente, ma di essere altrove con la testa. In quei momenti aveva uno sguardo assorto, triste e nostalgico. Gli occhi verdi persi a guardare in lontananza… Ma quando le chiedevo a cosa pensasse, scrollava le spalle e rispondeva con un sorriso. Non l’ho mai scoperto. Penso di essere la persona che la conosca meglio eppure in queste ultime settimane ho la sensazione che non la conoscessi affatto…” Galloway guardò l’orologio e si accorse che era più tardi di quanto credesse “Un’ultima domanda e poi la lascio andare: le ha mai detto nulla della sua infanzia?” L’espressione di Elisa Stone si fece pensosa. Passarono svariati secondi prima che lei dicesse “No, non mi viene in mente nulla…” Il detective si alzò e si voltò verso l’uscita. Aveva era ad un paio di passi dalla porta, quando la voce della donna lo fermò “Aspetti! Ricordo vagamente che mi disse qualcosa sulle coste italiane e su come le sarebbe piaciuto tornare a vedere il mare come quando era più piccola” Il detective si voltò “Le ha per caso detto accennato qualcosa di più preciso?” Miss Stone scosse il capo “La ringrazio per la sua disponibilità, spero che le informazioni che ci ha fornito si rivelino utili. Le farò sapere qualcosa appena ci saranno novità”.

L’uomo uscì dal locale e salì in macchina. L’incontro con la convivente di Emilie Gallimard non aveva avuto l’esito sperato. Non aveva in mano alcun elemento concreto. Aveva interrogato tutte le persone che avevano avuto qualche rapporto con lei: la padrona del suo vecchio appartamento, cinque o sei persone del gruppo che frequentava, alcuni colleghi di lavoro e alla fine lei. Il risultato dei colloqui era stato il ritratto di una persona riservata, sempre puntuale coi pagamenti, ottima lavoratrice e in rapporti cordiali con tutti quelli che la conoscevano. Amava il silenzio e le lunghe passeggiate. La collezione di dischi indicava una passione per la musica. Nulla giustificava una sua scomparsa così improvvisa e nessuno sapeva fornirgli una spiegazione convincente. Era semplicemente sparita.

Il caso gli era capitato per caso tra le mani dopo che la polizia, dopo una settimana e mezza dalla denuncia della sua scomparsa, aveva derubricato il tutto ad una fuga. Non avevano né il personale, né il tempo di stare dietro ad un caso del genere simile a molti altri che si susseguivano da anni.

Trovare persone era il lavoro di Jack Galloway da ormai sei anni e, al contrario della polizia, lui non si era ancora dato per vinto. Prese il cellulare e compose il numero del suo ufficio.

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This is THE END, my dearest friend.

In principio, fu la tenebra. Poi, venne la luce. La luce di un monitor. E, sì, quello davanti allo schermo sono io che, dopo aver letto un post, valuto fortemente la possibilità di fare altrettanto. Inizio a scrivere. Cancello.
Rincomincio a scrivere. Cancello di nuovo.
Svariati tentativi dopo….

Ottavo tentativo.

Genesi:

In principio furono un pomeriggio di marzo del 2012 e la noia. Da pochi mesi avevo ripreso a scrivere (novembre 2011) e, allora, ancora non sapevo che gli eventi messi in moto quel giorno, a distanza di ventinove mesi, mi avrebbero portato a scrivere queste righe. Comunque sia, il fu Bitter Suites To Succubi necessitava di una svecchiata così come il mio vecchio “alias” e così decisi, in preda ad eccitazione febbrile e svagata, di rinnovare tutto quanto e abbattere la noia che era in principio. Dopo aver pensato brevemente a come potermi chiamare, optai semplicemente per Coso (sull’origine del nome ho già scritto tanto altrove e quindi cercatevelo, se volete. Altrimenti prendete per buona questa narrazione mitica delle origini di tutto). Decisi anche che il posto in cui “Coso” si sarebbe mosso, avrebbe dovuto rispecchiare lo spirito scanzonato con cui si apprestava a scrivere e, dopo brevi ma intense riflessioni, decisi che non c’era nulla di meglio di “Cose A Caso”.

Il Vangelo secondo Coso:

Nei primi quattro o cinque mesi, non avevo in mente alcun tema preciso da seguire e quindi mi dedicai a scrivere ogni minchiata che mi passasse per la testa. Scrivevo quello che volevo, quando volevo e come lo volevo. Alcune settimane pubblicavo tre post di seguito e, in altre, non pubblicavo niente. Accanto a buoni post, c’era tutto ciò che adesso mi provocherebbe Disagio (stando ai ben informati, la vita stessa mi provocherebbe Disagio). Comunque sia, in questi primi tempi, iniziai ad immergermi in quella rete di relazioni che, praticamente, altro non è che la community di WordPress. Iniziai a seguire gente e gente iniziò a seguire me. Nonostante l’inizio della mia crociata contro i miei (in)seguitori, ebbi modo di confrontare idee e stili con persone che altrimenti non avrei avuto modo di conoscere e, questo, credo che almeno in parte mi abbia dato una visione più ampia su determinati argomenti. Questo andamento anarchico, soprattutto a livello tematico, pareva dovesse continuare a lungo. Poi ci fu l’inizio dell’impegno politico.

Gli Atti di Coso:

In modo direttamente proporzionale al mio coinvolgimento in politica, aumentarono i posto che trattavano argomenti legati alla vita democratica e partitica italiana. In base agli argomenti trattati ho cercato di alternare, nel modo migliore possibile, la mia opinione con una visione imparziale e non schierata. Onestamente, non credo mi sia sempre riuscita la seconda delle opzioni, ma ci ho provato. È probabile che sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista qualitativo dei post, questo periodo sia stato il migliore. Non dico che non ci fosse roba davvero pessima, ma penso (o, meglio, spero) che chi sia passato di qui anche per caso abbia avuto modo di leggere informazioni utili o, per lo meno, confrontare il suo punto di vista con il mio.
Sempre in questo periodo, comunque, è rimasta quella vena cazzara (che, più intellettualmente, potremmo definire sperimentale) che mi ha riportato a contatto con generi che pensavo di aver accantonato come la narrativa, oppure (e più semplicemente), stralci di vita quotidiana e disavventure.
Questa fase, conclusasi con i tre racconti, è stata quella più lunga e che ha caratterizzato il blog. Quasi sicuramente, queste poche righe non le rendono giustizia, ma resta il fatto che non sappia davvero cosa scrivere oltre a questo, senza cadere nel banale o ripetere le stesse cose all’infinito.

Ultime Lettere di Coso ai Bloggers (o, anche, l’inizio della fine)

All’inizio pensavo che questa nuova fase avrebbe caratterizzato almeno due anni del blog e, con alacre impegno, mi ero messo a scrivere una lettera ogni lunedì. Di idee ne avevo tante ma, come al solito, non si sono tradotte in fatti. L’esperimento di “Le Ultime Lettere di Coso-Po Ortis”, in origine avrebbe dovuto coinvolgere anche altra gente, rendendolo di fatto un racconto scritto a più mani. Ovviamente, la cosa non è avvenuta un po’ perché non ho trovato nessuno interessato a partecipare e un po’ perché, in fondo, non avevo cercato nemmeno con troppo impegno. Resta il fatto che, il progetto originale, poi era stato declinato in modo differente. Ogni volta fingevo di ricevere una lettera da un personaggio di fantasia e, in tal modo, trattavo temi generici e cercavo di creare delle storie che tra di loro si intrecciassero. Tutto si sarebbe dovuto concludere con l’epitaffio che trovate in “about me” in seguito ad un epico e titanico scontro tra forze del bene e forze del male (a cui sarei sopravvissuto, per cadere vittima del Disagio). Anche questo progetto, però, si è scontrato da un lato con la necessità di poter trattare temi che ritenevo importanti in modo rapido e la crescente stanchezza e disaffezione nei confronti della scrittura qui.

L’Apocalisse (o, anche, la fine della fine):

E, quindi, eccomi qui. Dopo ventinove mesi (due anni e cinque mesi), a scrivere queste righe. Faccio fatica a credere che, nonostante la mia proverbiale discontinuità e il mio biblico culopesismo, abbia scritto per così tanto tempo senza interruzioni.
Ma, come detto prima, negli ultimi tempi era venuta a mancare la voglia di scrivere e, far qualcosa come portare avanti un blog perché si deve, mi pare una sciocchezza. Dunque, questa è la fine, miei cari amici. Il distacco vero e proprio, quello effettivo, non ci sarà che tra qualche mese, dato che ho tre pagine di bozze (lettere e varie riflessioni/citazioni/dialoghi surreali) da pubblicare.
Poi, se dovessi scrivere (cosa che non è sicura), lo farò ogni volta che ne avrò voglia, se ne avrò voglia. Continuerò a raccogliere citazioni o brevi riflessioni che verranno pubblicate, ma difficilmente arriverò a scrivere qualcosa di più lungo di sette/otto righe contenenti pensieri miei.

Le ultime righe:

Come detto sopra, per il futuro non progetto alcun grande ritorno o l’apertura di un nuovo blog o il dedicarmi a progetti diversi sull’internet. Penso che mi “ritirerò a vita privata” e cercherò di fare roba un po’ diversa, dedicandogli più tempo (o, forse, è meglio dire “tutto il tempo”).

Ringraziamenti:

In ordine puramente casuale:

Secsdonna: che, non me ne vogliate, secondo me è la migliore blogger che ci sia in giro e che leggo sempre con piacere, indipendentemente dall’umore che ho in quel momento. Che poi lei è una persona stupenda, ma vabbè, questo trascende il suo essere una/o blogger.
Craneloi: che mi ha seguito fedelmente fino a qualche tempo fa e poi s’è fatto una vita. Oppure è morto di studio.
Il Cacciatore di Tonni: che è un po’ la leggendaria entità che ha popolato a lungo i miei post, salvo poi scomparire. Giornalista universitario che sta studiando *non-ricordo-cosa* con cui ho le discussioni politiche più accese.
V.: che, boh, ci siamo conosciuti per caso e io, alla prima occasione, ho avuto modo di rendermi subito adorabile (Hint: all’inizio mi odiava). Ho letto quasi tutti i suoi post da quando la seguo, è impegnatissima in millemila progetti e cerca di coinvolgermi ogni volta che può, giacché si è fissata che io debba socializzare con altri blogger. Scrive bene la ragazza, questo è indubbio.
Clohe: a cui ho copiato l’idea del post e che ho iniziato a seguire, di nuovo, non ricordo quando né come, però ricordo il perché: mi piaceva quello che scriveva. Ha smesso anche lei. Tornerà? Non tornerà? Un si sa. Ma seguitela che ne vale la pena, a prescindere.
La Geniaccia: che in realtà compare e scompare, impegnata in una crociato contro il Ragno in Bagno e la sua progenie. Simpatica, spiritosa e frizzante. Non stimolerà la diuresi, ma comunque si diverte e fa divertire e tanto dovrebbe bastarci.
La Nana: che ha scritto migliaia di post e che è brava. Coinvolge e con un po’ di pazienza si lascia coinvolgere. Il suo è un blog autobiografico nel vero senso della parola. Si entra nel suo mondo con ogni post e, uscirne, diventa sempre un po’ più difficile.
Ella: che s’è trasferita, ha cambiato vita ed è sparita ma che nei primissimi tempi è stata fondamentale per gettare le basi di quello che questo viaggio è stato.
Martina: alla fine, ma non per l’ultima. Probabilmente avrebbe dovuto essere la prima in questa lista, dato che è grazie a lei che tutto questo è stato fatto.

E poi vorrei ringraziare te, lettore per essere arrivato fino a qui e anche tutte le persone che mi hanno accompagnato nel viaggio e mi hanno sopportato. Pur smettendo di scrivere, ovviamente continuerò a seguire i vostri blog e a leggervi, giacché la lettura non mi è (quasi) mai pesata (troppo).

Un Abbraccione, Coso.

Qui giace Coso: Scrittore. Blogger. Scribacchino. Imbrattotore di pagine virtuali. Sopravvissuto ad un lungo peregrinare di ventinove mesi nel mondo della parola scritta, si è auto-imposto l’esilio da questi lidi virtuali, caduto in preda a Disagio e Noia, in un’uggiosa giornata di marzo. Che le sue ultime parole, per sempre incise nella pietra e nella storia, siano di monito per gli incauti che di qui passano:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”

“Sopravviverò o morirò nel tentativo di farlo”

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Riflessioni a Caso #36

È il quarto giorno di seguito che vado a fare la spesa. Se non avessi già un blog, potrei aprirne uno solo per questo motivo.

E sarebbe qualcosa del tipo

“Giorno 1: Non capisco perché le donne si lamentino, fare la spesa non è poi così male

[…]

Giorno 15: la solita vecchietta che mi ruba il posto al banco dei salumi mi guarda con un’aria strana
[…]
Giorno 69: La vecchietta è morta. O è in vacanza, comunque sia il banco degli affettati è MIO.
[…]
Giorno 142: Sono sopravvissuto ad un numero indefinito di spese. Vago sperduto e leggermente disidratato per il supermercato. Dei commessi hanno iniziato a nutrirmi e a farmi le coccole.
[…]
Giorno 239: Ce ne sono altri come me, nel supermercato. Alcuni, prima di perdersi tra scaffali, corsie e prodotti scontati, erano impiegati, altri operai. C’erano persino qualche laureato e moltissimi studenti, entrati qui in prima superiori e ora in età pensionabile. E continuano a vagare, incessantemente
[…]
Giorno 365: Intravedo la luce e delle porte scorrevoli. Finalmente ho trovato l’uscita. Sono in coda alla cassa, non ci posso credere ma… Dannazione, ho dimenticato il portafoglio a casa!”

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Un racconto breve: Blu.

16 Marzo 1913

Ore 07.15

Stamane sono stato svegliato all’alba. È giunta una lettera per me. Quando l’ho aperta, ho pensato ad un errore. In tutta la mia vita non ricordo di avere mai incontrato nessun Sigmund. La lettera era essenziale. C’era scritto soltanto che questo Sigmund, chiunque fosse, è morto. Che ora sono rimasto solo io. Che sono io ad aver la chiave. Che devo recarmi a Monaco.
A cosa servirà, questa chiave?
E chi è Sigmund?

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Ore 17.00

Inizio… Inizio a ricordare. Ricordo Sigmund e il ricordo mi fa provare uno strano brivido che percorre la mia schiena. Le tenebre stanno calando e le ombre si stringono sempre più intorno a me. Ho acceso anche delle candele. Mia moglie mi guarda stranita. Lei non capisce. Non può capire. Non sa niente di Sigmund. Anche io fino a qualche ora fa non ricordavo nulla di lui eppure è come se un velo mi fosse stato tolto dagli occhi.
Non le ho detto nulla della chiave. Non saprei cosa dirle. E io ricordo così poco.
Mi par di sentire degli strani rumori. Distanti e indistinti.

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17 Marzo 1913

Ore 11.50

Quel rumore che sentivo ieri sera mi ha perseguitato tutta notte. Mia moglie ha dormito serenamente e mi ha assicurato di non aver udito nulla. È molto strano.
Stanotte ho fatto degli strani sogni. Non ricordo più di cosa si trattasse. Ricordo solo tenebra e terrore.
Ho preparato i bagagli. Mi aspetta un lungo viaggio e ho la sensazione che non possa aspettare.
Sarà anche un viaggio nel passato. Un passato che non avrei mai voluto ricordare.

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Ore 21.15

Sono solo nella mia cabina. Questa prima giornata di viaggio è stato un ottimo modo per distrarmi. Ho avuto modo di parlare con una vecchia conoscenza che da alcuni anni non vedevo. È stato piacevole.
Eppure, quando se n’è andato mi sono ricordato di un’altra persona che non vedo da molti anni.
Philippe. Un ragazzo francese. L’ho incontrato… Non ricordo come l’ho incontrato. Ricordo a malapena il suo volto.
Appena mi sono ricordato di questo Philippe, ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse fissando. Ma è impossibile. Fuori non ci sono altro che alberi e campagna.
Deve essere l’ansia per questo lungo viaggio e tutto ciò che comporta. Sarà sicuramente l’ansia.
Anche se….

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18 Marzo 1913

Ore 02.59

Mi ero appisolato, non so a che ora. Una pesantezza delle membra mi ha improvvisamente colto e sono crollato. È stato un sonno agitato e pieno di incubi. Tutte le immagini orrorifiche che ho veduto stanno però sbiadendo. È stato quel fastidioso ronzio, più forte della notte scorsa a svegliarmi.
E quando ho aperto gli occhi ho visto…. No, no… Mi è parso di vedere…
Ma non ha importanza.
Ora… Ora, però, ricordo Philippe. E ricordo anche che c’era qualcun altro. Ma non riesco a ricordare il suo volto o il suo nome.

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Ore 7.20

Non ho più chiuso occhio. Ogni volta che ho creduto che quel dannato rumore cessasse e ho abbassato le palpebre, il ronzio diventava più intenso. Ancora non riesco a capire cosa lo provochi, ma questa cosa mi sta turbando.
Ho pensato molto, in questa lunga veglia obbligata. Ho pensato a Sigmund.
Lo avevo conosciuto durante un viaggio di piacere in Svizzera. Era stato il mio ultimo anno di università e stavo per subentrare nella piccola azienda di famiglia.
Lo incontrai fuori da un negozio di antiquariato. Era solo. Un ragazzo alto e moro, con occhi scuri e brillanti di intelligenza e qualcosa d’altro.
Al momento non capii cosa potesse essere, ma più lo conoscevo più lo comprendevo. E comprendevo anche quanto fosse ambizioso.
Suo padre aveva una piccola bottega in Baviera e, con tanti sacrifici, lo aveva fatto divenire apprendista di un mastro orologiaio tra i più rinomati. La sua abilità e il suo impegno lo fecero diventare presto uno dei favoriti del mastro.
L’uomo, però, cadde in rovina inspiegabilmente. Aveva contratto enormi debiti col giuoco e non era in grado di pagarli. Per la vergogna, si suicidò.
Io e Sigmund stringemmo rapidamente amicizia e fu lui a presentarmi Philippe ma, di quel giorno, ancora non ho ricordi.
Ma stanno riemergendo, molto lentamente.

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Ore 15.03

C’è stata una breve sosta. Il controllore con cui ho parlato mi ha detto che saremo a Monaco tra due giorni.
Saranno due giorni molto lunghi, temo.
Non ho avuto più compagni di viaggio da ieri. Ho la sensazione che evitino questa cabina. So che è irrazionale. So che è paranoico ma la mancanza di sonno e l’età mi stanno giocando brutti scherzi.
È brutto invecchiare. Per quanto ricco tu possa essere, nulla può fermare l’avanzata del tempo. Quando tornerò dovrò farmi controllare le orecchie.
Mentre il treno ripartiva, m’è parso di sentir sussurrare il mio nome. Eppure, intorno a me, non c’era nessuno.
E… E so che sembrerà assurdo, lo è anche per me che sto scrivendo, ma mi è parso di vedere due occhi di bragia che mi fissavano, dalla carrozza dove sto. Ed erano gli stessi che avevo visto questa notte.
Temo di essere troppo stressato.

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Ore 23.32

Il sonno non vuole giungere. In compenso, ora… Ora ricordo.
Philippe mi fu presentato una sera, in un’osteria. Un posto comune, che non aveva nulla di particolare. Pareva un damerino e aveva un marcato accento francese. All’inizio, lo trovai odioso. Il suo continuo sorridere come se tutto celasse uno scherzo era insopportabile.
Indubbiamente aveva un certo charme e una personalità molto forte.
Col passare del tempo mi abituai ai suoi modi e iniziai ad apprezzare la sua compagnia. Riuscii a scoprire che sarebbe diventato dottore da lì a poco e che aveva conosciuto Sigmund anni prima, grazie alla riparazione di un orologio.
Mi disse anche che c’era un’altra persona che avrebbero voluto farmi conoscere ma che, stranamente, non era ancora giunto.
Per quanto mi sforzi di ricordare cosa accadde in seguito, però, ancora non riesco a rimembrare.
E non sono sicuro di volerlo fare.

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19 Marzo 1913

Ore 05.13

È stato… È stato terribile. Nonostante quel rumore continuasse e continui a perseguitarmi, alla fine sono stato vinto dal sonno.
Ho fatto un incubo. Doveva essere per forza un incubo. Non saprei come definirlo altrimenti.
C’era un corridoio buio e dal fondo proveniva lo stesso suono che tuttora mi perseguita.
Sentivo altri passi giungere da ogni direzione ma, guardandomi intorno, non riuscivo a vedere nulla. Continuavo a camminare e camminare mentre il rumore diventava più forte e chiaro. Sono riuscito anche a riconoscerlo, giusto per un momento.
E poi… E poi ho visto le mani. Mani appese alle pareti. Sagome di mani murate nelle pareti. Mani che tentavano di afferrarmi e poi… E poi di nuovo quegli occhi bestiali che mi scrutavano.
Mi sono svegliato tremante e sudato.
E ora ho paura di riaddormentarmi.

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Ore 22.30

Ho avuto più volte la tentazione di scrivere qui ma, ogni volta che pensavo fosse il momento giusto per farlo, qualcos’altro faceva capolino da quell’oscuro recesso della mia mente che sembra essersi risvegliato.
Ora… Ora ricordo. Ricordo chi fosse la persona che stavamo aspettando. Era Edward.
Arrivò due giorni dopo che mi avevano parlato di lui.
Era alto, aveva un aspetto distinto e sembrava molto più anziano di quanto in realtà non fosse.
Molto educato e cortese, si dimostrò subito una piacevole compagnia durante i lunghi vagabondaggi in attesa che Sigmund ci raggiungesse.
Ricordo che aveva iniziato a raccontarmi dei suo studi ma poi tutto torna vago e confuso.
E il ronzio non aiuta a concentrarmi… Fortunatamente domani dovrei arrivare a Monaco.

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20 Marzo 1913

Ore 21.00

La giornata è stata straziante. Non ho fatto altro che dormire quasi tutto il tempo e ogni volta ho sognato di nuovo quel corridoio e le mani che cercavano di afferrarmi. Intorno a me sentivo i passi di altre persone e dal fondo giungeva di nuovo quel rumore infernale. E di nuovo quegli occhi… Quegli occhi a fissarmi, crudeli e bramosi.
Stava per succedere qualcosa quando venni scosso da un controllore. Eravamo arrivati a Monaco.
Ho perso gran parte della giornata cercando un albergo e, una volta trovato, ho mangiato qualcosa di caldo e sono venuto qui, in camera.
Sto… Sto iniziando a ricordare cosa mi aveva raccontato Edward. Ma mi pare così assurdo.
E il ronzio sta diventando un po’ più forte, più comprensibile.
Mi si chiudono gli occhi.

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21 Marzo 1913

Ore 19.20

Durante la notte ho fatto un sogno. Non era il solito sogno che mi perseguitava… Era diverso. La chiave, oh santo cielo, la chiave…
La chiave aprirà una cassetta di sicurezza in una banca di Monaco. E, allora… Allora entrerò in possesso del contenuto di quella cassetta. Non so cosa ci sia dentro, ma ricordo.
Ricordo che, dopo aver fatto forgiare quattro cassette di sicurezza identiche, facemmo una sola copia della chiave.
Decidemmo che il primo a tenerla fosse Edward. Se gli fosse successo qualcosa, la chiave sarebbe passata Philippe, poi a Sigmund e infine a me.
Domani chiederò al notaio che mi ha spedito la lettera dove si trova la cassetta.
Cielo, quel rumore… Quel rumore sembra…

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31 Marzo 1913

Ore 6.30

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. Le mie forze, i miei desideri sono stati lentamente prosciugati. Sembrerei un uomo morto, se non fosse che lo sono già da molto tempo…
Mia moglie è sparita da quattro giorni. Temo di sapere cosa le sia successo. Sta per finire tutto quanto… Stanno arrivando. Stanno arrivando.
Posso sentirli. Sento che si avvicinano. Sento che vengono a reclamare ciò che è loro. Il brusio che prima era indistinto ora è chiaro e forte. Stanno arrivando. Ma prima della fine, è giusto che la verità venga scritta. Spero soltanto che qualcuno diffonda questo diario.

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Ore 08.15

Mia moglie… So dov’è mia moglie. È in quel corridoio oscuro. Ormai posso vederlo chiaramente, senza bisogno di chiudere gli occhi. Di sognarlo. È tanto reale quanto la penna che stringo o questo diario su cui sto scrivendo.
Le sue mani… Le sue mani sono appese ad una delle pareti.
Oddio! Oddio! Ora sento anche la sua voce!

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Ore 10.20

Prima che gli ultimi brandelli di ragione mi abbandonino, prima che loro arrivino, devo scrivere. Scrivere la verità.
Devo scrivere del Circolo, del patto, del Rituale, dell’origine delle nostre fortune e della maledizione che ci perseguita, come punizione per aver osato giungere dove nessun uomo dovrebbe mai arrivare.
Sigmund, Philippe, Edward ed io. Fummo quattro stupidi.
Ora ricordo vividamente la sera che segnò l’inizio di tutto. Era una notte lugubre e la pioggia batteva violentemente contro i venti. Il vento ululava. Sembrava di essere tornati nel cuore dell’inverno.
Eravamo a casa di Sigmund. Seduti intorno al camino, eravamo assorti nei nostri pensieri. I tre di tanto in tanto, si scambiavano sguardi preoccupati. Io non ci feci caso all’inizio.
Sigmund più volte sussurrò qualcosa all’orecchio di Edward e di Philippe. Io non capivo.
Le condizioni atmosferiche, intanto, erano peggiorate e il rombo dei tuoni vibrava nel soggiorno.
Sigmund mi disse di seguirli. Sentii crescere la preoccupazione ma feci come mi era stato detto.
Una porta sbarrata nella stanza accanto fu aperta e ci inoltrammo nello scantinato.
Fui fatto entrare in una stanza spoglia, sulle cui pareti erano disegnati strani simboli. Pensai fosse uno scherzo.
Sigmund mi disse che io ero il quarto. Ero la persona che stavano aspettando da anni.
Stanno… Stanno bussando alla porta. E le voci… Le voci non vogliono smetterla!

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Ore 12.13

Erano i carabinieri. Credo… Credo che pensino che sia stato io ad ucciderla. Avrei dovuto provare a fare un tentativo di dir loro la verità ma… Ma non mi avrebbero creduto. Loro… Loro non sentono ciò che sento io… Mi avrebbero preso per pazzo proprio come io presi per pazzo Sigmund, nella sua cantina.
Ma, forse, è meglio riprendere i fatti da dove mi ero interrotto.
In quello scantinato, mi disse che ero il quarto e che mi stavano aspettando da tempo. Convinto che fosse uno scherzo, decisi di rimanere al loro gioco e chiesi per cosa mi stavano aspettando. La storia che mi narrò era ancora più incredibile.
Loro tre facevano parte di un esclusiva loggia massonica interessata all’occulto: il Circolo Senza Nome.
Di loro, anche tra i confratelli, non si sapeva nulla. Era ritenuta una leggenda o materia da dicerie. Si mormorava che, durante le loro riunioni, consumassero sacrifici umani in onore del demonio. In realtà, era molto peggio.
All’epoca, però, ignoravo tutto questo.
Sigmund mi disse che tutto era iniziato con i ritrovamenti fatti da Edward e l’interesse dell’occulto per Philippe. Quando venne a sapere tutto questo, lui desiderò esserne parte e fu proprio la sua forte volontà a convincere gli altri due.
Quella sera, grazie a me, erano pronti ad entrare in contatto con “Loro”.
Chi fossero “Loro” non lo sapevano chiaramente nemmeno i tre uomini. Forse erano divinità, forse erano messi di qualcuno o qualcosa di più grande e potente.

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Ore 14.10

Queste pause… Sono necessarie. So che dovrei accelerare perché potrebbero giungere da un momento all’altro, ma non ce la faccio. Non riesco a… A rievocare tutto senza fermarmi e poi… E poi ci sono voci che mi sussurrano cose… Cose su di “Loro”.
“Loro”… Non riesco ancora a capire cosa siano. Dèi o Demoni? Oppure qualcosa di ancora peggiore? Qualcosa che non dovrebbe essere risvegliato per nessun motivo e che giace sopito, da qualche parte? Non lo so. Ciò che è certo è che quella sera compimmo qualcosa di abominevole.
Iniziai ad essere spaventato da quello che Sigmund mi diceva. Gli dissi di smetterla di scherzare. Gli dissi che non era affatto divertente. Poi… Poi lo vidi.
Era sopra ad un piedistallo di marmo su cui erano incisi gli stessi segni presenti sulle pareti. Era un cubo di dieci centimetri sia per altezza, sia per larghezza e lo spessore si approssimava intorno a quella misura. Era nero e sembrava esser fatto di metallo.
Sigmund mi disse che quello era l’unico modo per entrare in contatto con loro e che avremmo dovuto offrire qualcosa in cambio. Prima che le cose precipitassero ulteriormente, dissi che volevo andarmene e che non volevo saperne nulla.
Raggiunsi la porta e posai la mano sulla maniglia. Furono le parole di Edward a fermarmi.

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16.03

Edward… Edward mi disse che avrei potuto ottenere ciò che più bramavo al mondo, se fossi rimasto. C’era un piccolo prezzo da pagare, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrei dovuto abbassare la maniglia ed uscire. Invece mi voltai.
Tornai da loro e chiesi di nuovo se non fosse uno scherzo. L’espressione sui loro volti fu una risposta migliore di qualunque parola.
Durante i loro preparativi rimasi in disparte, sempre più affascinato dalla loro metodicità nelle operazioni. Fu quando indossammo tutti le tuniche nere che Edward tirò fuori un coltellaccio mentre Sigmund e Philippe trasportavano per le gambe e le braccia una giovane donna.
L’avevo vista un paio di volte in giro per la città ma non sapevo chi fosse. Per un secondo temetti che fosse morta, ma respirava ancora. Quando chiesi perché fosse qui con noi, non ottenni risposta.
Una volta finiti i preparativi, Edward si fece un taglio lungo il braccio e fece cadere del sangue sul cubo. Il sangue macchiò la superficie lucente per qualche istante e poi sparì.
Non credevo ai miei occhi. Philippe, Sigmund ed io facemmo la stessa cosa e, ogni volta, il sangue fu assorbito da quello strano oggetto.
Ci disponemmo intorno al piedistallo.
Edward iniziò a cantilenare una strana nenia mentre gli altri due sorreggevano la ragazza incosciente.
All’improvviso fu l’oscurità.

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Ore 23.10

Stanno arrivando! Stanno arrivando! Le candele che ho disseminato in tutta casa e le luci si stanno già spegnendo! stanno arrivando!
Si annidano nell’ombra e ti osservano. Ci osservano. Quegli occhi rossi che ti scrutano e studiano e aspettano…
L’ombra e l’oscurità come quelle del corridoio in cui ritrovammo all’improvviso. Non so come ci fossimo spostati. Prima eravamo in uno scantinato e poi eravamo in questo lungo corridoio oscuro.
L’aria era pesante e c’era un puzzo terribile. Sentivo solo i loro passi intorno a me e quello più strisciato della ragazza.
Più camminavamo più le tenebre diventavano spesse, quasi potessi toccarle.
Passammo di fronte a diverse stanze le cui soglie si aprivano su orrori senza fine. Se avessi guardato troppo a lungo, capii istintivamente, sarei diventato pazzo.
Eppure… Eppure ricordo che c’erano mani. Mani ovunque. Appese alle pareti, murate all’interno di esse o addirittura, alcune spuntavano dal pavimento e più ci avvicinavamo più il rumore che mi ha perseguitato e continua a perseguitarmi diventava forte.
Erano urla e risate.
Urla umane e risate di qualcosa di ben peggiore.
Giunti in fondo al corridoio, trovammo la prima porta. Era socchiusa.
Edward di nuovo iniziò a recitare una litania in quella strana lingua e la porta si aprì.
All’interno c’era un piedistallo uguale a quello che c’era nello scantinato di Sigmund.
I simboli erano ancora più fitti e sembravano essere stati scritti col sangue.
Sul piedistallo c’era il cubo. E fiotti di sangue uscivano da quell’oggetto dannato.
E all’improvviso apparve di fronte a noi una figura incappucciata. L’unica cosa ad intravedersi erano gli occhi, rossi e brillanti come le fiamme dell’inferno.
Lui ed Edward parlarono a lungo e, quando la loro discussione terminò, Edward indicò l’altare e disse di far sdraiare lì la ragazza.
Dopo averla riposta lì, ci allontanammo e le tenebre calarono su di lei. La luce nella stanza venne a mancare e udimmo solo le strazianti grida della fanciulla.
Non so per quanto tempo rimanemmo lì, immobili. So solo che quando la figura incappucciata ricomparve di fronte a noi, ebbi una visione.
Ero ricco, potente ed influente oltre ogni mia immaginazione. Una voce flebile mi sussurrò all’orecchio che avrei ottenuto tutto ciò. Che una parte del prezzo era stato pagata.
Quando mi ripresi, la figura incappucciata era scomparsa.
Uscimmo da lì.
Appena varcata la soglia, mi girai per assicurarmi che tutto fosse vero. E fu in quel momento che vidi la vera forma dell’ orrore. Un abominio era in quella stanza e ci stava fissando con sguardo pieno di brama. Mi sorrise e svenni.
Quando aprii gli occhi, eravamo di nuovo nello scantinato di Sigmund.
Edward ci spiegò quello che lui e la figura incappucciata si erano detti. Fintanto che uno di noi avesse avuto il possesso sul cubo, non avremmo avuto nulla da temere.
Decidemmo perciò di forgiare quattro cassette di sicurezza dove custodire il cubo e un’unica chiave. Qualora fosse capitato qualcosa a chi aveva la chiave, questi avrebbe dovuto inviarla ad un altro.
Decidemmo l’ordine in base all’entrata nel quartetto.
Decidemmo di non parlarne più e di evitare di vederci per quanto ci fosse possibile. Per siglare il nostro Patto infame usammo il nostro sangue.
Dopo quell’estate non ci vedemmo mai più. Ognuno ottenne ciò che desiderava e iniziammo a dimenticare…
Ma ora… Ora le luci si stanno spegnendo. Le candele sono quasi del tutto consumate e, tra poco, le campane batteranno la mezzanotte.
E io sento Sigmund, Philippe, Edward, la mia adorata moglie e molti altri ancora che mi chiamano. Mi chiamano e continuano a ripetere “Stanno arrivando! Sì! Stanno arrivando anche per te”. È giunto il momento di pagare l’altra parte del prezzo.
La mezzanotte è scoccata.
Sento degli strani rumori. Le luci ormai sono spente e l’ultima candela si sta consumando.
Li sento.
E vedo la tenebra che mi si stringe sempre più intorno.
Occhi rossi e pieni di brama.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.

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Così si conclude il diario del mio paziente. Da quanto qui scritto è evidente che la sua situazione psichica fosse andata peggiorando di pari passo con il peggioramento della sua situazione finanziaria.
Il soggetto ha sofferto di una forte forma di nevrastenia che è poi degenerata in schizofrenia. In questo modo si spiegherebbero i continui riferimenti a queste creature mostruose e alle voci che lo chiamavano.
Non stupisce nemmeno il fatto che abbia attribuito l’omicidio della moglie e il deturpamento del suo cadavere, in seguito all’amputazione delle mani, ad un parto della sua mente malata.
Il fatto che del paziente o del suo corpo non ci siano tracce, è preoccupante. Potrebbe essere ancora vivo e pericoloso.
In casa, oltre al diario e alle candele consumate, è stato trovato anche il misterioso cubo di cui parlava. La descrizione offerta è stata fedele. È la prima volta che vedo qualcosa fabbricato in questo modo.
Consulterò alcuni amici per scoprire maggiori informazioni riguardo a questo oggetto.

Fine

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) Che avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Anche in questo caso, sono soddisfatto del lavoro.

B) La scelta del colore “Blu” è voluta. In questo modo ho potuto continuare coi colori primi

C) Per l’idea del lento affiorare dei ricordi mi sono, nemmeno troppo velatamente, ispirato a Stephen King in IT. Il risultato non è lo stesso, ma ci ho provato.

D) Con questa storia ho voluto provare, nel mio piccolo, a scrivere un piccolo tributo a Poe e Lovecraft. Probabilmente si staranno rivoltando nella tomba, ma (come sopra) ci ho provato.

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Un racconto breve: Giallo

Era una notte fredda. Le strade della città erano illuminate dai lampioni. Per strada c’erano solo barboni ed ubriachi. Il telefono squillò.
– Pronto? – Rispose con aria assonnata
– Abbiamo bisogno di lei. È meglio che venga sul posto – Prese nota dell’indirizzo e riattaccò.
Si voltò e vide dall’altra parte del letto che la donna era ancora profondamente assopita. Per qualche secondo osservò i seni alzarsi ed abbassarsi sotto le coperte.
Cercò i vestiti al buio. Erano un po’ sparsi sul pavimento e un po’ ammonticchiati su una sedia. Quando riuscì a prendere tutto si avvicinò alla porta. Mise una mano sulla maniglia.
– Dove stai andando? – Chiese la donna con un filo di voce
– Lavoro – Rispose.
Non ci furono altre domande. Forse era proprio grazie al fatto che lei non facesse troppe domande ad aver reso possibile che la loro relazione andasse avanti da quasi un anno.

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Le strade erano deserte. La macchina filava senza incrociare nessun’altra vettura. La radio trasmetteva un talk show. Ospite di turno, un politico locale
– Siamo consci dell’emergenza sicurezza che i cittadini stanno affrontando, ma le assicuro che ci siamo già mobilitati per far sì che i problemi di ordine pubblico vengano risolti –
– Cazzate – Borbottò, mentre si accendeva una sigaretta.
Nonostante le continue lamentele sull’inefficienza delle forze dell’ordine da parte del sindaco, loro facevano quello che potevano. Per far fronte a tutto, però, erano troppo pochi.
Si fermò al semaforo.
Una donna si avvicinò al finestrino e vi batté contro. La ignorò.
Quella città stava diventando sempre di più una fogna. E, di notte, usciva il peggio della feccia: derelitti, puttane, tossici e barboni diventavano i re della città.
La donna batté di nuovo sul vetro. Abbassò il finestrino
– Levati dal cazzo –
La donna ammiccò
– Sei sicuro? Non vuoi un po’ di compagnia? –
Tirò fuori il distintivo e glielo sbatté sotto il naso
– Fuori dalle palle. Non ho tempo –
Scattò il verde e si rimise in marcia. Riuscì a sentire la donna gridare “sbirro di merda”.

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L’edificio era circondato da macchine con i lampeggianti delle sirene accesi. Gli ingressi erano circondati da nastro giallo. Qualche curioso sbirciava nascosto dietro le tende di casa propria.
– Cosa abbiamo? – Chiese
– Due vittime. Un uomo e una donna. Da poco sposati. –
Diede un ultima boccata e lanciò il mozzicone in mezzo alla strada
– È il nostro uomo? –
– Sembrerebbe lui. –
Imprecò a denti stretti. Mise i guanti e copri-scarpe per non inquinare la scena.
– La scientifica? –
– Ha appena finito di fare i rilievi –
– Chi vi ha avvertito? –
– La solita voce –
– Per domani voglio tutto il possibile su di loro. Interrogate anche i vicini –
– Adesso? –
– Immediatamente –
La casa era anonima. Ne aveva già viste tante così: mobilio a poco prezzo, ma di buon gusto. Sul tavolo del soggiorno, c’era un vaso pieno di fiori ancora freschi.
Ispezionò il piano di sotto ma non trovò nulla fuori posto.
Salì al piano di sopra. La porta della camera da letto era aperta.
Sul letto c’erano un uomo e una donna. Avevano circa la sua età. Si avvicinò per osservare meglio i corpi. Il modus operandi era lo stesso dei precedenti omicidi. Dopo aver legato mani e piedi, li aveva soffocati. Poi aveva tagliato ad entrambi le mani e le aveva portate via. Il suo macabro trofeo. Oltre a quello e ai segni delle corde, non c’era altro segno di violenza.
Sul comodino c’era una spilletta raffigurante una faccia sorridente.

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– Cosa può dirci, ispettore? –
– Non rilascio dichiarazioni –
– C’entra qualcosa il Killer del Sorriso? –
– Levatemi dalle palle questo rompicoglioni –
Il giornalista protestò mentre veniva allontanato da due colleghi.
Il caso del Killer del Sorriso occupava tutte le prime pagine non solo dei giornali locali, ma anche di quelli nazionali. Con queste due, il totale delle vittime era salito a nove. La sa firma era una spilla con stampata sopra una faccina sorridente.
Le indagini, per il momento, erano ad un punto morto. Le vittime non avevano nulla in comune tra di loro. Frequentavano posti diversi, erano di religione diversa, di estrazione sociale differente e vivevano anche in quartieri diversi o, addirittura, erano di altre città.
L’assassino non aveva mai lasciato alcuna traccia. Aveva studiato meticolosamente ogni dettaglio. Non c’erano segni né di abusi carnali, né di colluttazione. Nessuna impronta.
Dopo ogni omicidio veniva fatta una telefonata col telefono delle vittime. La voce, probabilmente registrata, era contraffatta.
Risalì in macchina.

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Stava studiando per la terza volta i dossier di tutte le vittime, cercando l’elemento in comune che continuava a sfuggirgli. La porta dell’ufficio si aprì
– Il capo vuole vederti. Ed è incazzato nero –
– Merda –
– Subito –
Imprecando, andò nell’ufficio del capo. Aperta la porta fu accolto dall’aria pregna di fumo di sigaro. Stava leggendo un giornale
– Cosa cazzo hai combinato? – Ringhiò, buttandogli il giornale sotto il naso.
Lesse l’articolo rimanendo impassibile. Il giornalista che aveva fatto allontanare aveva scritto l’ennesimo attacco alla polizia.
– Era d’intralcio alle indagini –
L’uomo che aveva di fronte era massiccio, stempiato. La pancia stava iniziando a lasciarsi andare, per colpa del lavoro dietro alla scrivania e gli eccessi che si era concesso
– Non me ne frega un cazzo. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono articoli del genere. Ci stanno prendendo a palate di merda in faccia perché tu non sei riuscito a cavare un fottuto ragno dal buco. Sono cinque mesi che questa storia va avanti e tu cosa mi hai portato? Ancora un benemerito cazzo. Sappi che la pazienza dei procuratori sta per finire e la mia è già finita. Sappi che la mia testa non sarà l’unica a cadere, chiaro? –
– Sì, signore. –
– Adesso levati dal cazzo e vedi di portarmi dei risultati, se ci tieni ad avere ancora un posto di lavoro –

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Stava rileggendo le dichiarazioni rilasciate da tutti gli interrogati per le indagini sulle precedenti vittime. Il telefono squillò. Lo ignorò finché non fini la pagina che aveva in mano
– Cosa c’è? –
– Abbiamo un testimone che afferma di aver visto un uomo sospetto girare in zona –
– Affidabile? –
– In questo momento direi di sì –
– Venti minuti e sono da voi. Altro di interessante? –
– Come al solito, niente di niente. –
Non era la prima segnalazione pervenuta di uomini sospetti nei paraggi. In città si era diffusa una psicosi che li aveva obbligati ad aprire un centralino per affrontare l’emergenza. Delle migliaia di chiamate arrivate, nessuna aveva portato a niente.
Alle segnalazioni si erano aggiunte le autodenunce di mitomani. Un paio erano anche stati messi in osservazione, ma si era rivelato tempo perso.
Gli bruciavano gli occhi. Li chiuse e se li stropicciò.

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– Dovresti comprarti un cellulare, lo sai, vero? –
– Già. Dovrei –
La casa era sul marciapiede dall’altra parte della strada, rispetto alla villetta in cui era stato commesso l’omicidio
– C’è qualcosa che dovrei sapere? –
– È abbastanza scioccata da quel che è successo, ma non ci ha dato grossi problemi –
Si sedettero intorno ad un tavolo. Il testimone era una signora anziana, con spessi occhiali che le facevano sembrare gli occhi troppo grandi
– Buongiorno signora –
– Buongiorno detective –
– Potrebbe gentilmente ripetere quello che ha già detto ai miei colleghi –
La vecchia si sistemò gli occhiali e bevve un sorso d’acqua
– Si erano trasferiti qui da poco. Si erano appena sposati. Sembravano così felici…. Non li ho mai sentiti litigare con nessuno nel vicinato. Non riesco a capire chi abbia potuto fare una cosa del genere… – Scosse la testa
– Ha detto di aver visto un uomo, potrebbe dirmi com’era fatto? –
– Non l’ho visto bene. Aveva addosso un berretto e sembrava giovane. Era piuttosto robusto e alto. Era la prima volta che lo vedevo e sul momento non gli ho dato peso –
– Si ricorda altro? –
– No, mi spiace. –
– Ne è sicura? –
– Sì, purtroppo sì –
– La ringrazio per la collaborazione – Si alzò
– Ora che ci penso, però, l’uomo aveva degli strani pantaloni. Sembravano essere parte di una divisa –
– La ringrazio molto –
Quando uscì, tirò fuori il taccuino e si appuntò anche il dettaglio dei pantaloni
– Un altro buco nell’acqua? –
– La descrizione combacia: uomo di giovane età, fisicamente in forma. Indossava dei pantaloni che potrebbero appartenere ad una divisa. Probabilmente era un passante e, comunque, è una pista ormai morta. A meno che non ci siano telecamere qui in zona –

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Il locale era asettico e illuminato da una luce bianca. L’uomo col camicie e la mascherina stava registrando il referto dell’autopsia. Non era la prima a cui assisteva e non sarebbe stata l’ultima. Non lo interruppe mai.
– Facciamo un breve riassunto –
– Morte per soffocamento. Ha premuto la trachea delle due vittime finché non sono morte. –
– Altri segni di violenza? –
– Abrasioni ai polsi e alle caviglie, lasciati dalle corde usate per legarli e un paio di costole incrinate. L’assassino deve aver fatto pressione col suo corpo mentre li soffocava? –
– Segni di abusi sessuali? –
– C’erano tracce di sperma sui corpi, ma credo fosse dovuto ad un rapporto avvenuto tra le due vittime –
– Per il taglio delle mani? –
– Ha usato una sega o, comunque, qualcosa con lama seghettata. Il lavoro, come per gli altri, non è stato fatto con precisione. –
– Presenza di droghe nel sangue? –
– Erano entrambi puliti. –
– Puoi dedurre qualcosa sull’assassino? –
– Sicuramente un uomo. Peso tra i settanta e i settantacinque, essendo riuscito ad incrinare le costole della vittima di sesso maschile. Di più non saprei dirti. –
– C’è dell’altro? –
– No. Avrai il referto per domani pomeriggio –
– Grazie –

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Avevano trovato la sega con cui l’assassino aveva tagliato le mani alla coppia. Era stata recuperata sul retro del giardino, nei pressi dello steccato che li divideva dalla strada. La scientifica l’aveva già presa in consegna.
– È il primo errore che fa il nostro uomo – Constatò un membro della task force
– Voglio che ricontrolliate tutto il giardino. Potrebbe essersi lasciato dietro anche altre tracce. – Disse, mentre si accendeva una sigaretta
Si guardò intorno. Se aveva fatto quel errore, avrebbe potuto farne anche altri
– Chi ha scoperto la sega –
– Io, signore – Rispose un’agente che non aveva mai visto
– Come ti chiami? –
– Agente Cooper, signore –
– Agente Cooper, hai notato altro in quella zona? –
– No, signore. Ho provato a guardarmi intorno ma non ho visto nulla – Rispose la donna.
– Dite alla scientifica che voglio che controllino anche la staccionata dove è stata trovata la sega –
Si girò e sospirò. Il caso, forse, era uscito dal binario morto in cui si era infilato.

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I risultati della scientifica non diedero gli esiti sperati. Sulla sega non c’era traccia di impronte. Il barlume di speranza intravisto si era spento subito.
– Mi senti? Hai capito cosa ti ho detto? –
– Come, scusa? –
– Ti ho detto che pensavo di passare il fine settimana da te, se non è un problema –
– Oh, sì. Va bene –
– Ma cosa ti succede ? Cosa ti preoccupa così tanto? –
– Niente, stavo pensando –
– Puoi evitare di pensare al lavoro, almeno quando siamo insieme? –
– Hai ragione, ma non riesco a venirne a capo. È una situazione di merda – Era la prima volta che le parlava del suo lavoro
– So che non è facile, ma devi riuscire a staccare almeno per un po’ –
– Manca un trait d’union tra le vittime e ci deve essere per forza. Se non ci fosse… – Si interruppe.
– Se non ci fosse, vorrebbe dire che sceglie le sue vittime a caso – Concluse lei.
– Potremmo non prenderlo mai –

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Da due settimane era tutto tranquillo. I giornali dedicavano al caso solo le ultime pagine e questo aveva permesso di portare avanti i lavori senza la pressione dei media.
Tutta la task force aveva iniziato a studiare di nuovo i singoli casi e i movimenti da loro fatti negli ultimi giorni.
– Qualcuno ha notato niente di strano? –
– Assolutamente niente. Avevano delle vite normali, cazzo. – Disse uno.
– È la ventesima volta che leggo queste cose, me le sogno anche di notte. Ne ho pieni i coglioni – Si lamentò un altro
– Gente, non me ne frega un cazzo dei vostri problemi. Non mi frega un cazzo nemmeno delle vostre lamentele. Dobbiamo trovare qualcosa. Sono sicuro che ci sia un collegamento –
– Sì, nella tua testa di cazzo – Mormorò uno.
Lo sollevò di peso e lo sbatté contro il muro
– Pensi di poter fare meglio stronzetto? Eh? Se vuoi ti lascio il posto e voglio vedere cosa cazzo combini tu. Coglione – La faccia del poliziotto era paonazza.
Lo lasciò andare.
– Continuate a lavorare fino alla pausa pranzo e poi levatevi dai coglioni. –
Si accese una sigaretta e inspirò il fumo.

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Era l’ultima ora dell’ultimo turno di quella settimana. Stava sfogliando delle carte contenuti nel dossier riguardanti le ultime due vittime. Ad attrarre il suo sguardo fu una serie di fatture. Prese a leggerle, controllandone la data. Erano arrivate tutte cinque giorni prima della morte.
A colpirlo fu l’intestazione di una delle fatture. Si accese una sigaretta. Iniziò a sfogliare rapidamente i plichi contenenti i fascicoli sulle altre vittime.
Controllò e confrontò febbrilmente le fatture, mentre le sigarette si susseguivano una dopo l’altra.
Prese in mano il telefono.

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Di fronte a lui, aveva quindici poliziotti. Tutti lo fissavano. La tensione era palpabile. Prese il pacchetto per accendere un’altra sigaretta. Le aveva finite. Un collega gliene diede una.
– Vi ho chiamati qui per un motivo – Disse, dopo aver dato una boccata
– C’era qualcosa che collegava tutte le vittime. Qualcosa che tutte avevano in comune ma, fino ad ora, non avevamo trovato cosa potesse essere – Fumò di nuovo
– Due ore fa, ho trovato questa cosa. È un filo flebile e potrebbe rivelarsi un’altra falsa pista ma è l’unica cosa che abbiamo –
Prese in mano le fatture e le dispose sul tavolo
– Queste sono delle fatture. Le ho trovate mentre sfogliavo il plico dell’ultimo caso –
Gli agenti intorno al tavolo le studiarono
– Come potete notare, la stessa compagnia ha emesso fattura anche nei confronti delle altre vittime. Il lasso di tempo intercorso tra il ricevimento delle stesse e l’uccisione delle vittime è compreso tra i sette e i cinque giorni –
– Il ragionamento potrebbe anche filare, ma dovremmo assicurarci che a fare le consegne sia sempre stato lo stesso uomo e, in tal senso, abbiamo una bassisima probabilità. – Fece notare un agente
– Non hai un cazzo in mano e c’è il rischio di mandare tutto a puttane se il colpevole, o i colpevoli sospettassero qualcosa. – Aggiunse il suo capo
Diede un’ultima boccata alla sigaretta
– Per il momento è l’unica fottuta pista che abbiamo. È ovvio che non andremo lì con le pistole spianate. Abbiamo bisogno di un registro delle consegne e una tabella di turni. Inventate qualche cazzata e fate in modo di ottenerli –
Il capo scosse la testa
– Potremmo provarci, ma ci giochiamo il tutto per tutto –
– Io avrei un’idea… – Disse un agente.
– Stiamo seguendo il caso sullo spaccio di droga, no? Potremmo ottenere la tabella dei turni, facendo pressioni sulla direzione per far sì che non ci siano fughe di notizie. La loro immagine ne sarebbe rovinata. Sicuramente non è una bella cosa ma… –
– Si fottano le cose pulite. Lei cosa ne pensa? – Chiese lui al capo
– In qualsiasi caso mi sto giocando le palle. Facciamolo –

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Avevano un sospettato. Era stato lui a consegnare a tutte le vittime la merce. L’unica cosa a mancare erano le prove.
– Non capisco – Disse uno suo collega
– Cosa? – Chiese
– Come sceglie le sue vittime? Ha fatto altre consegne in queste settimane. Tutti quanti potrebbero essere potenziali vittime –
Spense la sigaretta nel posacenere
– È proprio per questo motivo che è pedinato ventiquattro ore su ventiquattro. Tutti quelli della task force sono impiegati in questo compito. Ovunque vada, uno di noi in borghese lo segue. –
– Sì, lo so ma… Ogni Serial Killer ha una sua logica. Questo, invece, sembra mancarne completamente. Sembra che estragga a sorte. È inquietante. Fottutamente inquietante –
Non rispose. La cosa turbava anche lui. Per quanto si impegnasse a provare a capire, non gli riusciva.
– Non ha precedenti. Cittadino impegnato nella propria parrocchia. Potrebbe aver incontrato anche i miei figli –
– Sarai stupito dal sapere che in passato era finito in cura da uno strizzacervelli per un paio di anni –
– Perché? –
– Torturava animali randagi. I suoi lo hanno scoperto e mandato da uno psichiatra –
– Cristo santo –
– Poi è sempre rigato dritto. Lo psichiatra purtroppo è morto, sarebbe stato utile saperne di più sul Killer del Sorriso –

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Dall’ultimo omicidio erano passati ormai due mesi. Il capo diventava sempre più impaziente.
I pedinamenti erano infruttuosi e il Procuratore si era rifiutato di dar loro un mandato di perquisizione.
Il sospettato sembrava avere una vita banale e normalissima. Aveva ancora una settimana e poi sarebbe tutto finito.
Anche la sua carriera nella polizia.

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Erano le 23 e mancavano tre giorni alla fine delle operazioni. Il telefono del suo ufficio squillò.
– Si sta muovendo. Aveva con se un piccolo sacchetto. Lo stiamo seguendo. –
– Appena avete l’indirizzo, chiamatemi subito. Non agite finché non arrivano i rinforzi, chiaro? –
– Ricevuto –
Per una persona abitudinaria come il sospettato, quell’uscita era quanto meno insolita.
Si accese una sigaretta e attese.
Venti minuti dopo erano in macchina.

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La via era deserta. Le luci delle case erano quasi tutte spente. Tutte le unità disponibili si erano recate sul posto.
Camminarono lungo il vialetto e ad un suo cenno si disposero intorno alla casa. Cinque uomini, lui compreso, sarebbero entrati.
Il sospetto era venuto in quella casa più volte, per delle consegne durante i mesi.
Aveva avuto tutto il tempo di studiare il proprio piano d’azione.
La macchina era stata lasciata qualche isolato più indietro. Era giunto alla casa a piedi e aveva forzato la serratura senza troppe difficoltà.
Era dentro da un minuto e mezzo.
La porta si aprì senza fare rumore. Tre uomini perquisirono il piano terra.
Lui e un altro agente salirono. La porta della camera da letto era socchiusa. La luce del comodino era accesa.
Dalla stanza provenivano rumori soffocati.
Avanzarono lentamente. Spalancarono la porta
– Mani in alto! Polizia! –
L’uomo si voltò e alzò le mani. Sul letto c’era una donna legata che singhiozzava silenziosamente.
– Tieni le mani in alto e ben in vista, figlio di puttana! –
Gli altri colleghi arrivarono di corsa
– Nessuno scherzo o ti faccio saltare quella testa di cazzo –
Due agenti si avvicinarono. Gli trovarono addosso una pistola
– La festa è finita, maledetto bastardo –
L’uomo scoppiò a ridere.
Mentre lo ammanettavano iniziò a ripetere ossessivamente
– È l’inizio! È soltanto l’inizio! Stanno arrivando e cambieranno tuuuuuuuuuuuuuuutto quanto! –

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Nella casa dell’uomo trovarono i resti delle vittime, in uno stanzino. Erano tutti in avanzato stato di decomposizione.
Nella casa trovarono anche un comodino pieno di spille riportanti la faccia sorridente.
L’uomo si trovava in una struttura di massima sicurezza e continuava a ripetere l’inquietante cantilena iniziata quando era stato arrestato.

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L’odore salmastro del mare, il rumore delle onde che si infrangevano contro gli scogli e il cielo grigio facevano da paesaggio alla loro passeggiata.
Era la sua prima vacanza dopo tanto tempo.
Alla fine, lui e lei erano andati a convivere. Ancora faticava a crederci.
Le loro mani erano intrecciate. Si fermarono a contemplare il panorama senza parlare. Avevano parlato molto, durante quella vacanza.
Di fronte ad uno spettacolo del genere, però, le parole erano mancate ad entrambi.
Lei appoggiò la testa sulla sua spalla
– Tutto questo è… Magnifico –
– Già – Disse lui, laconicamente.
Si baciarono.

Fine.

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) I personaggi non sono caratterizzati e non hanno una crescita
3) Mancano le descrizioni sia dei luoghi, sia delle persone
4) Non è chiaro perché l’assassino abbia iniziato ad uccidere, perché si porti via proprio le mani e nemmeno perché come firma usi le spille con le faccine sorridenti
5) Avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Nonostante tutte le mancanze, nonostante le tante imperfezioni, quanto qui scritto è nato per essere così e, tutto sommato, sono abbastanza soddisfatto di come sia venuto.

B) La scelta del colore “Giallo” è completamente casuale.

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