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Riflessioni a Caso #29

“Siamo qui per rivendicare i risultato ottenuti dal nostro partito, guidato da Silvio Berlusconi, in questi cinque mesi” – Angelino Alfano

Farlo condannare in via definitiva per frode fiscale?

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Il ritorno della DC

Sì, lo so è da tanto che non parlavo di politica. E sì, lo so non ne sentivate la mancanza ma chissenefrega.

L’articolo in questione vuole provare ad analizzare la possibilità di un ritorno in vita della Democrazia Cristiana* dopo circa venti’anni dal suo collasso in seguito all’inchiesta di Mani Pulite che portò alla fine della Prima Repubblica e all’inizio della Seconda. Per farlo, inizierò illustrando i dati di fatto per poi muovere una serie di considerazioni e ipotesi.

Osservando come si è sviluppata la situazione politica e le mosse dei principali attori politici negli ultimi giorni è possibile notare quanto segue:

– Le distanze ideologiche tra moderati PdL e area centrista del PD sono tutt’altro che incolmabili e ne abbiamo avuto la dimostrazione.
– L’esperienza di coalizione che stiamo vivendo col Governo Letta si pone in perfetta continuità con quella del Governo Monti ma, al contrario di quest’ultimo, l’attuale governo è riuscito a superare brillantemente lo scoglio che fece affondare l’esecutivo del Professore.
– Il progetto di un nuovo centro forte è stato più volte intrapreso nel corso degli anni ma è sempre fallito a causa della presenza di attori che ne hanno impedito l’ascesa. Ora, però, la situazione è cambiata, infatti:

a) Berlusconi ha dimostrato come la sua leadership politica all’interno del suo partito sia debole e questo riporta al problema originario del PdL: all’infuori di Silvio Berlusconi, non c’è una figura politica in grado di raccogliere la sua eredità.
b) Letta ha dimostrato che una convivenza tra Scelta Civica, i moderati PdL ed il PD sia possibile e, nonostante tutto, funzioni.
c) La direzione del PD, supportando pienamente l’Esecutivo in carica, ha più volte ignorato le rimostranze espresse da coloro che appartengono all’ala sinistra del partito.

Partendo da questi dati di fatto, è possibile muovere le seguenti ipotesi.

1) La lotta intestina tra i “berlusconiani” e gli ex democristiani guidati da Alfano non sta facendo altro che rendere più profonda una frattura già difficilmente sanabile. Qualora si arrivasse al punto di rottura, l’ala moderata potrebbe sostenere il governo Letta creando dei gruppi parlamentari alternativi. Alla nascita di questi gruppi corrisponderebbe la nascita anche di una nuova formazione politica.
2) Scelta Civica rivestirebbe un ruolo pivotale: si porrebbe come tramite tra gli esuli del PdL e l’ala centrista del PD. In questo modo, inoltre, si arriverebbe al compimento dell’obiettivo che ha portato alla sua nascita: la rifondazione di un grande centro sul modello europeo. Non mi sento di escludere che moderati PdL e Scelta Civica diano vita ad un nuovo partito.
3) Molto dipenderà anche dal congresso PD dell’8 dicembre. La scelta del segretario sarà fondamentale per il futuro del partito. Qualora vincesse Renzi, infatti, ci sarebbe un ulteriore spostamento verso il centro dello status quo. Nonostante la vena riformatrice, Renzi (così come Letta) è pur sempre un moderato e, la sua scelta come segretario, potrebbe portare ad un maggior avvicinamento tra PD, SC e gli “alfaniani” (processo comunque già in corso).

Ma come verrebbe a crearsi la nuova DC?

Per rispondere a questa domanda è necessario tener presente diversi fattori. In primis, con l’attuale situazione socio- economica e le difficoltà che il paese sta e dovrà affrontare, è necessario che i governi siano forti e coesi, capaci di affrontare le sfide che gli vengono poste dal contesto nazionale ed internazionale**. È evidente che queste risposte non siano state date né dal PdL, troppo legato alle sorti di Berlusconi, né dal PD incapace di abbandonare il guado creato dalle anime (e correnti) contrastanti al suo interno.

È necessario tener presente che, ci piaccia o meno, con il declino di Silvio Berlusconi si aprirà una fase politica e partitica completamente nuova. I partiti, così come gli elettori, si muoveranno in un contesto sconosciuto in cui le vecchie offerte elettorali e il linguaggio che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni perderanno gran parte del loro significato e, per questom sarà necessario distaccarsene profondamente.

Va anche sottolineato che l’elettorato italian è in gran parte moderato, conservatore e di matrice cattolica. E sarebbero proprio queste caratteristiche che potrebbero rendere più facile la fondazione di un grande centro capace di rispecchiare il proprio elettorato ed andare in contro alle sue necessità. Sarebbe un partito capace di parlare sia ai moderati che prima votavano centro-destra, sia a quelli che votavano centro-sinistra.

Qualora le cose andassero in questo modo, la situazione politica e partitica diventerebbe (più o meno) la seguente:

Alla nascita di questo grande centro seguirebbe, inevitabilmente, una fuoriuscita (totale o parziale) dell’ala di sinistra del PD che andrebbe ad occupare lo spazio politico occupato da SEL***. Forza Italia diventerebbe il principale partito di destra grazie al supporto della Lega a cui, probabilmente, legherà le sue sorti****. Fratelli d’Italia e AN, invece, dovrebbero mantenere il loro modesto seguito. Movimento 5 Stelle, probabilmente, sarebbe il primo partito d’opposizione dato che si rivelerà il ricettacolo degli scontenti dell’elettorato di sinistra, in cerca di un nuovo riferimento politico.

Chiunque abbia avuto modo di studiare o approfondire il sistema politico e partitico italiano della Prima Repubblica si renderà immediatamente conto del fatto che qualora queste ipotesi si verificassero, si tornerebbe ad avere una situazione molto simile ad allora. Si osserverebbero, infatti:

– Un centro forte, con molte probabilità di riuscire a governare.
– Una serie di piccoli partiti che orbitano intorno al centro e potrebbero essere utili per formare coalizioni, in caso di necessità*****
– Due partiti (uno a destra e uno a sinistra******) che rappresenteranno l’opposizione e che, qualora riuscissero a governare, non resterebbero molto in carica.

Altro parallelo interessante è quello PCI/M5S. Entrambi sono stati e sono considerati partiti “anti-sistema”. Entrambi hanno una visione politica (e del mondo) diversa******* da quanto proposto dagli altri partiti e, probabilmente, entrambi non riusciranno a governare.

Ci tengo a ribadire, se fosse necessario, che queste sono solo ipotesi e che variazioni nel sistema elettorale o negli elementi presi in considerazione, potrebbero inficiare quanto qui scritto.

Concludo riportando un detto che si usa molto negli ambienti politici: “Chi nasce democristiano, muore democristiano”. L’Italia repubblicana, per fortuna o per sfortuna, è nata democristiana.

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Note:

* Mi riferisco alla DC per rendere l’idea di come potrebbe diventare questo grande centro

** Va comunque specificato che non è detto che riescano nel loro intento o ne siano all’altezza. D’altro canto bisogna anche dire che, ad oggi, le capacità di un governo sono misurate sulla capacità di rispondere non solo agli stimoli interni ma anche a quelli provenienti dall’estero. Oltre al mercato economico, anche quello politico deve essere in grado di confrontarsi con altre realtà e, per determinare il grado di successo, attualmente i risultati in politica internazionale contano quanto quelli in politica interna.

*** Qualora ci fosse un distaccamento dell’ala sinistra del PD, questi potrebbero entrare in SEL oppure dar vita ad un partito che sarebbe suo diretto concorrente, dato che si riferirebbero allo stesso elettorato.

**** Molto dipenderebbe anche dalla legge elettorale. Qualora fosse un maggioritario potrebbe addirittura esserci una fusione, almeno nominale, tra Forza Italia e Lega Nord. In caso di proporzionale, si assisterebbe alla classica coalizione cui abbiamo assistito in questi anni. Tra le altre cose, salvo alcune differenze, i programmi di questi due partiti finirebbero con l’avvicinarsi sempre di più.

***** Anche in questo caso, la legge elettorale giocherebbe un ruolo fondamentale. In caso di maggioritario, infatti, non sarebbe necessario alcun tipo di coalizione. Sarebbe vero l’inverso, in caso di legge proporzionale.

****** Sempre che si possa considerare propriamente di sinistra M5S o lo si possa inserire nell’asse “Destra-Sinistra”.

******* Con quanto qui scritto non si stanno dando giudizi, ma semplicemente si riportano dati di fatto facilmente riscontrabili quotidianamente.

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L’incubo inciucio e il rischio rottura

Ad una settimana e mezza dal voto, la situazione politica italiana è ancora incerta e confusa. La prospettiva di avere un Governo che abbia i numeri in Parlamento è, allo stato attuale, qualcosa di utopico. La matassa passerà tra le mani del Presidente della Repubblica Napolitano che si dovrà impegnare a trovare il bandolo per districarla.

Il Colle, infatti, da una parte vuole evitare che si ritorni alle urne, dall’altra però si oppone fortemente al progetto di Bersani di un Governo di minoranza che cerchi la maggioranza in Parlamento di riforma in riforma. Il Presidente ha più volte richiamato i partiti al proprio senso di responsabilità e il viaggio in Germania gli ha sicuramente dato il polso di come la situazione di instabilità sia vissuta all’estero. Inoltre è conscio che con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe andando nuovamente al voto. Per questo motivo, sotto traccia, sta cercando una soluzione tecnica (gli ultimi nomi fatti sono Anna Maria Cancellieri e Corrado Passera) per abrogare il Porcellum e per riformare la legge elettorale.

L’ennesimo Governo tecnico però incontra l’aperta ostilità di tutti i principali partiti. Il PDL, dopo aver fatto cadere Monti, è disponibile ad un’alleanza col PD per dare vita ad una serie di riforme istituzionali e per rilanciare l’economia del paese. La principale preoccupazione di Berlusconi e del suo partito è, però, quella di non riuscire ad influire sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, portando così alla nomina di una persona sgradita a lui e, di conseguenza, ai suoi. I continui richiami fatti da Alfano e Berlusconi a Bersani e i continui inviti a “fare la cosa” giusta, rientrano quindi in un quadro generale molto più complesso e che va ben oltre alle semplici scaramucce politiche: il PDL, infatti, avrebbe l’occasione di tornare alla guida del paese (seppur con gli odiati nemici) e potrebbero influenzare la scelta del prossimo inquilino del Quirinale a cui, probabilmente, passerà la patata bollente di un (possibile) Governo a tempo e l’indizione di nuove elezioni.

M5S, invece, ha una condotta confusionaria. Grillo e Casaleggio vogliono ovviamente trarre il massimo vantaggio da questa situazione di incertezza e quindi sembrano intenzionati a non concedere la fiducia né ad un governo di Centro-Sinistra (seppure il corteggiamento sia in corso, per quanto il PD neghi) né ad un tecnico. Durante questa settimana e mezza è stato però possibile assistere a più giravolte da parte del Guru del Movimento: prima ha lasciato intravedere uno spiraglio di speranza per un’apertura all’appoggio del PD (“l’esperienza siciliana è meravigliosa”) poi, dopo il contrordine, stando a quanto riportato da un giornale tedesco avrebbe dato il suo beneplacito ad un governo tecnico, salvo poi smentire il tutto affermando che la giornalista avesse capito male quanto da lui detto. Chiarito ciò che non faranno, resta da capire invece come agiranno. L’idea di valutare manovra per manovra è indubbiamente la loro idea prediletta, ma la base su internet è spaccata. Molti chiedono di dare la fiducia al PD per dare vita ad un governo che si occupi delle principali urgenze del paese ma, per il momento, la linea confermata anche dai capigruppo è quella oltranzista del non dare appoggio.

Il PD, dal canto suo, riflette anche negli atteggiamenti con gli altri partiti le fratture venutesi a creare al proprio interno. Veltroni e D’Alema hanno aperto più volte al Centro-Destra, andando poi a correggere il tiro (“Berlusconi, con la sua presenza, impedisce il dialogo”). Bersani ha sempre chiuso a questa possibilità, dicendo che non si alleerà per alcun motivo con chi ha comprato Deputati pur di far cadere il Governo Prodi (il caso De Gregori) e ha portato l’Italia sull’orlo del baratro. A seguito di questa chiusura, l’unico interlocutore rimasto è il Movimento 5 Stelle. Più volte il leader del PD ha fatto pressioni sulla mancanza di responsabilità dimostrata finora dal Movimento e su una linea di condotta poco chiara. Ha anche ricordato come, nel caso si tornasse ad elezioni, anche loro tornerebbero a casa, lasciando il paese in balia dell’incertezza. Finora questi appelli, però, sembrano non aver avuto effetto. A rendere la situazione più tesa e difficoltosa ci sono le frizioni con Napolitano a cui accennavo ad inizio articolo.

E, come scritto poco sopra, il PD in questo momento vede tre correnti principali impegnati in una lotta intestina che si evince dalle prese di posizione pubbliche. Da una parte ci sono i “bersaniani”, da un’altra i “veltroniani” e dall’altra ancora i “renziani”. I primi sono decisi a seguire la linea dell’attuale Segretario ed appoggiarlo sia si dovesse decidere di confrontarsi coi grillini, sia si dovesse decidere di provare a formare un Governo anche in assenza dei numeri.

I secondi, invece, si trovano in disaccordo con Bersani. Secondo loro sarebbe inutile tentare la creazione di un Governo di minoranza e, anzi, sarebbe persino rischioso. Per questi motivi opterebbero per un governo più ampio possibile per tentare di fare le riforme necessarie. Per questi, l’apertura al Centro-Destra non sarebbe poi così problematica una volta esclusa l’ingombrante figura di Berlusconi. Il contrasto tra i primi e loro nasce proprio su questa apertura che potrebbe fare più male che bene.

I terzi sono stati in disparte a lungo e sono rientrati prepotentemente in gioco grazie al risultato delle elezioni. Renzi ha ribadito più volte l’appoggio a Bersani ma l’impressione che sia una facciata di cortesia è sempre più forte. Ai suoi fidatissimi ha confidato che sarebbe disposto a guidare un governo di larghe intese purché si tornasse a votare e vincesse le primarie. A rafforzare l’idea che la discesa in campo del Sindaco di Firenze sia prossima c’è stato anche il colloquio con Monti di questa settimana di cui non si sa praticamente nulla.

È evidente che per quanto le tre correnti siano coese al loro interno, l’immagine del partito ne esca nettamente indebolita. Una situazione del genere, prolungata nel tempo, potrebbe portare ad una frattura insanabile ad una scissione del Partito. Per evitare questo scenario sarebbe necessario ritrovare una linea comune per il partito dettata da una guida, una leadership, forte scelta dagli elettori. Per questo motivo sarebbe necessario che Bersani facesse un passo indietro e affidasse ai cittadini la scelta della nuova segreteria in anticipo rispetto ai programmi.

Oltre a questo, inoltre, sarebbe necessario un rinnovamento tanto sbandierato e messo in atto lentamente e con ritardo. Solo in questo mondo si potrebbe assistere ad un PD rinsaldato e pronto a ributtarsi nell’arena politica come una vera forza progressista.

Questo è quanto.

Cya.

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L’ennesimo fallimento

Nota Bene: il titolo avrebbe potuto anche benissimo essere “Sulle elezioni 2013” “I Risultati delle elezioni 2013” o “La fine della Seconda Repubblica?”. Ho scelto invece di intitolarlo così perché, per lo meno parzialmente, svestirò i panni di “Coso Politologo” per lasciar spazio al “Coso attivista politico”.

Vorrei evitare, in questo post, una misera e arida cronaca dei fatti che sono noti a tutti per concentrarmi sull’ennesimo fallimento del Centro-Sinistra. Fallimento che non è ascrivibile solo alla reiterata stupidità degli elettori italiani, ma è legata anche ad una serie di errori che sono stati fatti durante la campagna elettorale e che hanno radici ben più profonde.

Il primo errore è come stato sottovalutare Movimento 5 Stelle e la sua esplosione. Una sottovalutazione che ha origine tanto nel direttivo del partito, quanto nella base. Più volte, durante questa campagna elettorale, ho espresso ai miei compagni le preoccupazioni riguardanti la possibilità di avere M5S tra il 20 e il 25%. Mi è sempre stato detto che ero troppo pessimista e che la gente, arrivata in cabina elettorale, non li avrebbe votati. Questa visione delle cose, fin troppo semplicistica, porta inevitabilmente alla luce un altro errore.

L’errore in questione è stata la mancata percezione dello spostamento di voti (il 6%)  avvenuto negli ultimi giorni della campagna elettorale. Il PD, infatti, pur avendo un’organizzazione capillare sul territorio e pur avendo contatti continui dei Comuni con il partito delle Provincie, non ha avuto il minimo sentore di un così forte calo dei consensi. Probabilmente ad alterare la percezione c’erano sia i sondaggi, sia la quasi matematica certezza di aver già vinto.

Un altro elemento da rivedere è, indubbiamente, la gestione di Renzi. Renzi, per quanto non sia il mio politico ideale, è in grado di raccogliere i favori delle persone indipendentemente dal loro schieramento. È un gran comunicatore che può fare la differenza ed è stato sfruttato poco e male. La sua entrata in gioco è avvenuta con un colpevole e inspiegabile ritardo e, questo, indubbiamente ha molto influito sui favori di cui avrebbe potuto godere il Centro-Sinistra.

E questo conduce immediatamente ad un altro grosso problema: la campagna elettorale. Sia chiaro: sono convinto che in qualsiasi altro paese, una campagna elettorale come quella del PD sarebbe stata molto meglio accolta. In Italia, però, mantenere toni bassi e concentrarsi poco sulla bagarre televisiva non paga e se n’è avuta ripetutamente la dimostrazione in questi anni. Il primo errore è stato quello di non giocare mai d’attacco, di non aggredire eccessivamente gli avversari. Il secondo errore fatto in campagna elettorale è stata la poca copertura nei mass-media delle pubblicità elettorali che ho visto per caso (e raramente) solo su alcune televisioni locali. È mancata una fase di promozione immediatamente prima del voto, insomma. Il terzo errore è stato fare poco affidamento sul duo Bersani/Renzi. Nell’appuntamento più importante della campagna, quello di Milano, sarebbe stato molto meglio avere Pisapia, Tabacci, Renzi, Ambrosoli e Bersani piuttosto che Prodi, capace di scaldare il cuore dei vecchi affezionati, ma non delle nuove leve.

Parlando di nuove leve, non si può non sottolineare come un processo parzialmente riuscito, con le “parlamentarie,” di rinnovamento del partito debba giungere a naturale conclusione. Non si riuscirà mai ad aver presa sui giovani con gente come Letta, la Bindi o D’Alema candidati in Parlamento o come papabili ministri.

Altra nota dolente è stata la presentazione del programma. Per quanto, obiettivamente, il Centro-Sinistra avesse il programma più valido, ai cittadini non è arrivato quasi nulla. Questo è ascrivibile sia ad una strategia comunicativa sbagliata, sia al fatto che gli incontri sul territorio siano stati pubblicizzati poco e male. Più di una persona mi ha detto che, da quanto sentito in televisione, i punti del programma parevano poco chiari e poco approfonditi. Una cosa del genere, purtroppo, affosserebbe chiunque e i risultati sono stati quelli che abbiamo visto tutti.

È, però, innegabile che oltre ad un fallimento (netto, evidente e fuori discussione) del Centro-Sinistra, ci sia stato un fallimento degli italiani. Mi rendo conto che l’Italia sia il tipico paese conservatore tendenzialmente di Centro-Destra in cui i partiti di Sinistra hanno sempre stentato ad imporsi per svariati motivi, eppure…

Eppure si è persa l’occasione di chiudere una parentesi squallida della vita della Repubblica Italiana che prende il nome di “Seconda Repubblica”. Si è persa l’occasione di voltare le sozze pagine del berlusconismo demagogico e populista che ci ha portato in questa situazione. Si è persa l’occasione di dimostrare la maturità degli elettori italiani. Si è persa l’occasione di dimostrare che le promesse ridicole (la restituzione dell’IMU e la sua abolizione) non fanno più presa su un popolo stanco, tartassato dalla crisi, da un sistema tributario nebuloso e poco efficiente, sempre più senza lavoro. Si è, insomma, persa l’occasione di emanciparci e di rendere l’Italia un posto migliore. E questo, signori miei, è stato un grossissimo fallimento per ogni singolo cittadino italiano, indipendentemente dal colore politico.

È evidente, insomma, che chi esca veramente sconfitto dalle urne è il popolo italiano. E lo dico senza alcun tipo di retorica o falso moralismo, data la situazione creatasi nel Paese.

E, per concludere, non posso far altro che parlare della mia regione: la Lombardia.

Partiamo dai dati: quasi cinque punti di distacco tra Maroni e Ambrosoli. Il dato, però, è secondo me inficiato dalla presenza di Albertini candidato della coalizione di Centro che ha portato via quattro punti al Centro-Sinistra. La sconfitta ci sarebbe stata ma sarebbe stata assai diversa da quella patita in questo modo.

La Lombardia proposta da Ambrosoli sarebbe stata una Lombardia diversa, probabilmente migliore. Sarebbe stato un segno di discontinuità rispetto ai vent’anni di governo del Celeste, travolto dagli scandali così come tutta la giunta del Pirellone. Sarebbe stata un tipo di politica diversa da quella a cui eravamo abituati.

Eppure, nonostante questo, alla fine ha prevalso la Lega. La stessa Lega che in Lombardia ha negato l’esistenza delle mafie, salvo poi ritrovarsi comuni commissariati con indagini per infiltrazione mafiosa. La stessa Lega che si è trovata ad essere coinvolta negli scandali per i rimborsi e per contatti con il crimine organizzato. La stessa Lega che sogna una Macroregione del Nord mentre moltissimi abitanti del Nord Italia sognano di essere cittadini europei.

Ed è demotivante vedere che i primi che si riempiono la bocca con le parole “Nuova politica” e continuino a lamentarsi della mancanza del “buon governo” siano stati proprio quelli che poi hanno votato Maroni.

Prendo spunto da questo articolo per poter aggiungere una serie di riflessioni di carattere generale.

Il PD, nonostante la sconfitta sia stata un duro colpo e nonostante sia necessario un riassestamento interno, sono certo che non scomparirà. I motivi sono vari e facili da cogliere: è il partito maggiormente radicato sul territorio ed è relativamente giovane. Inoltre, il processo di rinnovamento e ringiovanimento era già iniziato con le primarie per il Parlamento e con la discesa in campo di Renzi. Ora, i così detti “rottamatori”, avranno anche un argomento forte che è il fallimentare risultato di queste elezioni.

Come giustamente fatto notare nell’articolo linkato sopra, tra l’altro, si può sottolineare come candidato allo Segreteria del Partito ci sia un giovane. Il giovane in questione è Pippo Civati che ha, tra i tanti meriti, quello di essersi sempre speso in prima persona su tutto il territorio di origine (Monza e Brianza). Avendo avuto modo di conoscerlo e di parlarci più volte, personalmente sono convinto che puntando su di lui, il Partito Democratico non potrà che fare bene.

M5S, invece, ha iniziato ad avere i primi problemi. Inevitabilmente, l’apertura di Bersani, ha dato vita ad una serie di reazioni che si sono ripercosse su tutto il web. Nonostante molti siano favorevoli a questa apertura (anche se solo a breve termine), molti altri invece sono perplessi al riguardo.

Indubbiamente, M5S, è quello che rischia di perdere di più. Dopo l’exploit di queste elezioni, infatti, accettare un’alleanza formale potrebbe costargli una parte dei consensi provenienti dal bacino di voti del Centro-Destra.

D’altro canto, indipendentemente dalla voglia di potere di Grillo, la strategia più intelligente per il Movimento sarebbe quella di spingere Bersani tra le braccia di Berlusconi per far sì che lo scontento aumenti nell’elettorato di entrambi i partiti e guadagnare così altri voti.

Personalmente, però, ritengo che un punto di incontro tra PD e M5S sia trovabile. La maggioranza in parlamento, ovviamente, sarà a breve termine e dovrà fare in modo di cambiare la legge elettorale e dare il via ad un primo taglio dei costi della politica, per poi tornare ad elezioni il più presto possibile.

Un punto su cui dissento nell’analisi del mio amico è il fatto che ci sia qualcuno che abbia votato il Movimento “tappandosi il naso”. Il voto di protesta non è un voto fatto tappandosi il naso, ma un voto che segnala un disagio e la necessità di una nuova politica (potremmo discutere per ore e ore sul fatto che la nuova politica di M5S si basi su buoni propositi, alcune buone idee e altre completamente campate per aria).

Per quanto riguarda la Nuova Democrazia Cristiana non si può non parlare di flop clamoroso. I risultati sia alla Camera, sia al Senato sono stati a dir poco deludenti. La campagna elettorale casiniana ha avuto i suoi effetti negativi e ha portato all’esclusione eccellente di Fini che, con FLI, ha sorpassato di poco l’1%.

Lo stesso Monti è andato perdendo credibilità di settimana in settimana dopo la sua “salita” in politica e si è rivelata davvero la forza modesta che aveva previsto Berlusconi. L’ininfluenza al Senato ha, tra l’altro, stravolto i piani del PD che ora si ritrova a non avere alcun alleato.

Del PdL e di Berlusconi vorrei non parlare, ma è inevitabile farlo.

Berlusconi, ad oggi, è a capo della seconda coalizione nel paese. Grazie alle roboanti promesse è riuscito in un’impresa quasi impossibile (la rimonta) e ora mentre lui usa i guanti per invogliare il PD ad intavolare una trattativa per un “governissimo”, manda avanti Alfano a fare il lavoro sporco.

Spero vivamente (e sono abbastanza convinto) che alla fine questo matrimonio non s’abbia da fa. Una cosa del genere sarebbe controproducente sia per il PDL, sia per il PD e finirebbe con l’avvantaggiare solo ed esclusivamente Grillo che, in un caso limite del genere, prenderebbe anche il mio voto.

Per concludere, personalmente, sono uno di quelli che spera si torni a votare a breve con una legge elettorale diversa. È vero, c’è bisogno di un Governo stabile, ma ad oggi le condizioni non ci sono e difficilmente si avranno per un lungo periodo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Alfano chiede che i voti siano ricontati. Manco lui riesce a credere che gli italiani siano così stupidi. #Elezioni2013 (l’unica battuta che mi è venuta bene)

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Partiti e Crisi di Governo

Anche se avessi voluto, non avrei potuto esimermi dallo scrivere un post sull’attuale situazione della politica italiana. Tutti i telegiornali, negli ultimi giorni, si sono concentrati su due principali avvenimenti: la ricandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri e il venturo abbandono di Mario Monti della medesima carica. I due fatti sono strettamente collegati ed è già stato detto molto, quindi tentare di non essere ripetitivo non sarà facile, ma ci proverò.

E partiamo subito dalla crisi di Governo innescata dalle dichiarazioni di Angelino Alfano, Segretario del PdL, fatte il venerdì appena trascorso. In soldoni, il buon Angelino, ha dato la colpa dell’attuale situazione italiana al Governo tecnico e a Mario Monti, troppo legato al rigore richiesto dall’Europa. Monti, dopo questo attacco, essendosi reso conto che la maggioranza di governo si era dissolta, è salito immediatamente al Quirinale per un colloquio col Capo dello Stato. L’incontro ha avuto come risultato quello di rendere noto il periodo in cui questo Governo rassegnerà le dimissioni. Con molta probabilità, settimana prossima, dopo aver approvato la legge di stabilità si chiuderà la parentesi legislativa e, dopo i tempi tecnici necessari, si andrà al voto.

Le date più papabili per il voto sono due: la prima il 17 febbraio; la seconda il 24 dello stesso mese.

Prima di analizzare gli scenari legati ai diversi partiti (e movimenti), vorrei spendere due parole sul Governo Monti (cosa che, fino ad ora, mi ero ben guardato dal fare). Contrariamente a molti, sono convinto che l’esecutivo abbia fatto un lavoro discreto. Ha ridato smalto all’immagine italiana all’estero, offuscata dopo gli ultimi mesi del Governo Berlusconi, ed ha rivestito un ruolo centrale in una delle fasi più concitate della storia dell’UE. A livello nazionale, invece, ha preso delle decisioni impopolari ma, purtroppo, inevitabili. Sicuramente avrebbe potuto fare qualcosa di maggiormente equilibrato e che non martoriasse il ceto medio, sempre più indebolito (leggasi patrimoniale). Sicuramente, con una congiuntura del genere, avrebbe potuto ottenere molto di più sia dalle parti sociali, sia dai partiti. Sicuramente avrebbe potuto mettere mano in modo deciso ai costi della politica, eppure, nel medio-lungo periodo ci accorgeremo di come le riforme varate, abbiano avuto un effetto benefico sui conti del paese. Insomma, secondo me, il Governo Monti ha fatto quanto ha potuto senza portare ad una rottura della “strana maggioranza”, nonostante qualcuno (che gli ha lasciato in eredità questa situazione) abbia da dire il contrario.

Data per certa la fine di questo incarico, tutti gli attori politici non possono fare a meno di porsi questa domanda: cosa farà Mario Monti? Probabilmente, non uscirà dalla politica. La sua candidatura sarebbe ben vista sia dai mercati, sia a livello internazionale e, sostanzialmente, si andrebbe avanti seguendo la linea dell’attuale Governo. Un’altra ipotesi, vederebbe Monti al Quirinale al posto di Giorgio Napolitano. Secondo le indiscrezioni trapelate a mezzo stampa, però, la candidatura di Monti è sempre più probabile. Alle sue spalle avrebbe i moderati che vedono questa opzione come manna dal cielo. Sia Casini, sia Montezemolo, infatti, hanno sempre messo a disposizioni i loro partiti/movimenti per l’attuale premier (per quanto utilizzare il termine premier, sia sbagliato). Questo porterebbe ad avere un Centro piuttosto forte e compatto, intorno ad un leader che ha saputo guidare la “barca Italia” in un mare tempestoso. Potremmo assistere, dopo un ventennio circa, al ritorno di un Centro forte che catalizza la vita politica e ricopre un ruolo centrale al Governo, dopo i fasti della DC e lo scandalo di “Mani Pulite”.

Mentre si aspetta di vedere quali saranno le prossime mosse del Professore, passiamo ad occuparci del Popolo della Libertà. PdL che, negli ultimi tempi, è stato tormentato da svariate vicissitudini. Il primo spunto di riflessione riguarda le primarie cancellate. Queste primarie sono state fortemente volute dal Segretario di partito, Angelino Alfano. E, il fallimento di questo progetto, è innanzitutto una bocciatura di Alfano in quanto leader del PdL e, in secondo luogo, una grandissima perdita di credibilità dell’uomo politico. Eppure, il progetto alfaniano, non era per nulla sbagliato. L’idea delle primarie era supportata dai risultati ottenuti dal Centro-Sinistra ed era segno di una maggiore democratizzazione all’interno di un movimento che risentiva fin troppo del peso del suo fondatore, che ha spesso ricoperto anche il ruolo di padre-padrone, Silvio Berlusconi. Eppure, tutto è stato cancellato con un colpo di spugna. Il colpo di spugna in questione è la ricandidatura di Silvio Berlusconi. La motivazione ufficiale del suo ritorno sulla scena politica è da ritrovarsi nella situazione in cui versa l’Italia. I maliziosi, però, non possono fare a meno di notare come questa decisione si arrivata dopo la condanna in primo grado a quattro anni, per il reato di frode fiscale. La ricandidatura, stando alle parole dello stesso ex Presidente del Consiglio, è dovuta al fatto che non sia stata trovata nessuna altra personalità come il “Berlusconi del ’94”. Le prime uscite fatte dal suo passo avanti, ruotano soprattutto intorno alla pressoché nulla valenza dello Spread, una politica europea ed interna troppo condizionata dalla Germania e all’idea di cancellare l’IMU, appena riottenuta la presidenza del consiglio. Tutto ciò, all’interno del Partito, è stato accolto in modo differente. I fedelissimi hanno gioito ed esultato per questa scelta del Cavaliere, mentre i moderati, sono rimasti contrariati soprattutto a causa della mozione di sfiducia ufficiosa. Persino il capo gruppo al senato europeo Mauro, ha preso le distanze da questa mossa. E, a proposito di Europa, sulla scena internazionale la ricandidatura di B. è stata accolta relativamente male. Tutti i giornali stranieri hanno evidenziato come un suo ritorno in campo sia un pericolo sia per l’Italia, sia per l’Europa. Il PPE (Partito Popolare Europeo) ha duramente condannato il gesto di togliere la Fiducia al Governo, il presidente del Parlamento europeo (che già in passato aveva avuto un alterco con Berlusconi), ammette che lo scenario di un altro Governo Berlusconi sia preoccupante. Angela Merkel, invece, ha invitato il Cavaliere, seppur in modo indiretto, a non improntare la propria campagna elettorale sul politiche “anti-Germania”. Per quanto riguarda il partito, invece, pare che ci sia l’intenzione di tornare al vecchio nome “Forza Italia”. Questo comporterebbe la scissione degli ex di FI e gli ex AN, che confluirebbero in un nuovo movimento. L’alleanza più probabile è quella con la Lega Nord. Il prezzo per questa riunione, però, sarebbe la presidenza della Lombardia. La situazione, per il momento, si conferma molto caotica e non destinata a chiarirsi entro breve.

Dopo aver riportato i fatti nudi e crudi, però, non posso esimermi dal commentare quanto sta accadendo. Sia Berlusconi, sia Alfano ignorano volutamente il fatto che la situazione italiana attuale, sia figlia di un’irresponsabilità che si è protratta a lungo quando la crisi poteva essere per lo meno arginata. Penso che chiunque si ricordi le deliranti affermazioni fatte in quei giorni dagli esponenti della maggioranza (“I ristoranti sono pieni” – “sugli aerei non si trova un posto” – “La crisi in Italia non esiste”) e l’incapacità più assoluta di far fronte ad una situazione che peggiorava di giorno in giorno da parte del PdL. A portare alla “caduta” di Berlusconi, fu proprio lo spread che raggiunse quota 580 punti. Il fatto che il Cavaliere abbia detto che conti poco, non solo dimostra l’irresponsabilità dell’uomo politico, ma anche la pessima memoria, dato che fu proprio per lo spread che si dimise. Il malumore dei mercati e dei governi degli altri paesi europei (e non solo) è ben comprensibile, dato che come fatto nei passati diciotto anni di governo, appare evidente che l’unico motivo che abbia spinto Berlusconi a ricandidarsi sia non il senso di responsabilità (che non ha mostrato nemmeno quando fu obbligato a dimettersi da Napolitano) ma bensì la necessità di salvaguardare la sua persona dai procedimenti giudiziari a suo carico. La cosa davvero preoccupante è, però, il fatto che alla fine, nonostante non abbia i numeri per vincere, farà in modo che nessuno riesca ad ottenere una maggioranza in grado di governare, paralizzando un paese che non può permettersi questo lusso. Spero, almeno, che gli italiani siano davvero maturi come sento ripetere a più riprese da molti esperti e politici, nonostante ne dubiti fortemente.

Restiamo sempre a Destra per occuparci della Lega. Lega che ha visto i suoi consensi calare drasticamente nel corso del tempo e che dopo la “pulizia” interna, è sparita dai radar. In realtà, il principale obiettivo del Carroccio, è la Lombardia. Lombardia che potrebbe ottenere, come dicevo sopra, in cambio di un’alleanza a livello nazionale con la rinascente Forza Italia. Maroni e i suoi, infatti, non hanno abbandonato l’idea di una secessione del Nord o comunque di un aumento dei poteri in mano ai governatori. A conti fatti, però, è difficile capire quanto possa giovare tutto ciò al partito, dato che anche il PdL attualmente non sembrerebbe passarsela troppo bene.

Dopo aver analizzato i principali attori presenti a Destra, non ci restano che i due attori a Sinistra. Il PD e il MoVimento 5 Stelle.

E, per quanto riguarda il Partito Democratico, c’è relativamente poco da dire. Le Primarie sono state vinte largamente da Bersani che, ora, si trova a dover fare i conti con Berlusconi. Il vero avversario per il leader del PD, però, potrebbe rivelarsi proprio Mario Monti, nel caso decidesse di ricandidarsi. Lo scenario ideale, per il Centro-Sinistra, sarebbe Monti al Quirinale e Bersani a capo del governo. Il condizionale è però d’obbligo. È d’obbligo soprattutto a causa dei mal di pancia che Vendola ha quando si parla di Agenda Monti. Al leader di SEL, infatti, l’idea di proseguire su una strada di rigore come auspicabile, sembra proprio non andare giù, coerentemente con la linea politica perseguita fino ad ora. Bersani, tra le altre cose, è sempre stato attratto dall’idea di allearsi con i moderati del Centro, ma per far sì che ciò avvenga, Monti non dovrebbe candidarsi alla Presidenza del Consiglio. Altro grosso problema è quello riguardante i voti di Renzi che il Segretario, probabilmente, non è in grado di incanalare completamente da solo. Per rimediare a questo problema, più volte, si è sentito parlare di un ticket elettorale che però, per il momento, sembra non interessare il sindaco di Firenze. Oltre a questo, c’è da tenere conto che il programma del PD sembra essere mirato ad un alleggerimento delle pressioni sulle classi più colpite dalla crisi, attraverso manovre che colpiscano i redditi più elevati. In campo europeo, un governo di Centro-Sinistra sarebbe maggiormente accettato, per quanto il compito da svolgere non sarebbe affatto dei più semplici.

Per quanto riguarda il mio commento personale, vorrei soffermarmi rapidamente su alcuni punti: il 15% di vantaggio è un capitale che non si può e non si deve buttare via. Questa è un’occasione d’oro per il Centro-Sinistra e non può essere sprecata come accadde nel 2006. Un elemento di continuità rispetto al passato è il continuo ammiccare a forze di Centro che, tutto sommato, potrebbero portare relativamente pochi voti e si è rivelato deleterio nelle precedenti elezioni. Forze di Centro che, tra le altre cose, sperano nella discesa in campo del “Messia” Monti che sarebbe davvero il primo contendente alla presidenza del Consiglio per Bersani. Eviterei, per quanto possibile, di cedere troppo ai “capricci” di Vendola che è uscito molto ridimensionato dalle primarie ma sfrutterei le proposte che sono diventate i suoi punti di forza sul ceto medio e la classe operaia. Le buone intenzioni non bastano per salire al Governo. È ora che ci si applichi sul serio e si presenti agli elettori un programma chiaro e convincente. Bisogna offrire una valida alternativa al populismo sbandierato sia a Destra, sia a Sinistra ed è necessario anche mantenere inalterata la fiducia che l’UE e i mercati avevano nel nostro Stato, sotto la guida di Mario Monti. Le lancette dell’orologio si avvicinano sempre di più all’ora delle elezioni. Sta al PD farsi trovare pronto. Le basi da sole, non basteranno. Si spera che abbiano imparato dagli errori del passato e ne abbiano fatto tesoro, altrimenti, ancora una volta si troveranno impantanati in un mare di buone intenzioni e di proposte fini a sé stesse.

E, alla fine, non resta che il M5S. M5S che ha organizzato delle primarie sui generis, per poter eleggere chi si vorrebbe in Parlamento. I numeri sono stati modesti: 32.000 elettori che potevano esprimere tre preferenze. I voti totali sono stati 95.000 per 1.400 candidati. I voti per candidato sono stati circa una trentina e hanno suscitato perplessità sia all’interno del MoVimento, sia all’esterno (per quanto Bersani, sembra abbia intenzione di copiare la formula per decidere chi andrà in Parlamento). L’esperimento, a detta di molti, più che un esempio di democrazia diretta, è stato un modello di democrazia “chiusa”. Per riscattarsi da questo risultato, però, M5S ha dato modo a tutti gli attivisti di partecipare alla stesura del programma che porteranno in Parlamento. Un aspetto positivo è pero da riscontrarsi nel fatto che queste parlamentarie abbiano avuto una spesa pari a zero. Proprio oggi, però, Grillo si è scagliato contro i dissidenti e gli attivisti che non credono nella democraticità del M5S. Il video in questione ha scatenato una serie di polemiche sia all’interno del Movimento (se la gran parte dei “grillini” ha dato ragione al leader, sempre più persone gli hanno dato del fascista) sia all’esterno. Questo sfogo è prova del nervosismo che sempre più sta pervadendo l’intero gruppo ed è l’ennesimo episodio dopo le diverse “scomuniche” comminate da Grillo ad alcuni dei suoi, le dichiarazioni di Favia a LA7 in un fuori onda e la partecipazione della Salsi a Ballarò. Nonostante tutti questi problemi, però, il MoVimento si rivela essere la seconda forza politica nazionale e nei sondaggi di questa settimana, riguardanti la scorsa, era in crescita.

Occhei, anche di M5S non ho mai parlato apertamente qui (o non ricordo di averlo fatto). In generale, sul MoVimento sono sempre stato scettico, un po’ perché credo irrealizzabili le idee di democrazia diretta che propongono, un po’ perché gira che ti rigira, a me pare un movimento fascistoide. E a dare la conferma del fatto che ci sia tutto, fuorché democrazia, nel M5S lo dimostra proprio l’ultimo video di Grillo in cui, in soldoni, dice “Le cose stanno così, nel caso non siate d’accordo, levatevi dalle palle”. Altra cosa che mi lascia molto perplesso è il fatto che, a due mesi dalle elezioni, non si abbia in mano nulla di concreto a livello programmatico (per quanto Grillo sia un estremo sostenitore di o un euro debole o dell’uscita dell’Italia dalla Zona Euro, per seguire l’esempio islandese) e, soprattutto, non si abbia un candidato alla presidenza del consiglio. Tra le altre cose, la prorompente personalità di Grillo, rischierebbe di entrare in contrasto con un eventuale candidato a guidare il paese dato che il suo è, proprio come quello di B., un atteggiamento da padre/padrone. E se ci dovesse essere un contrasto tra il candidato premier e Grillo, cosa succederebbe? Se venisse scomunicato, si troverebbero in una pessima situazione. Vorrei spendere due parole sulle parlamentarie: sono state una trovata ridicola, messa su in fretta e furia ed hanno ottenuto dei risultati pessimi. Il fatto che quella, per loro, sia campagna elettorale mi lascia assai perplesso. La campagna elettorale non può essere ridotta a “curriculum – Clip di due minuti”. I Candidati avrebbero dovuto spendersi sul territorio, avrebbero dovuto avere un contatto con le persone che avrebbero potuto eleggerli e conoscere i problemi che affliggono, prima di tutto, i cittadini intorno a loro. Invece cosa hanno fatto? Video densi di banalità, generalisti e privi di proposte concrete. Altra perplessità riguarda la stesura del programma. A livello di tempistica, mi piacerebbe capire come pensano di elaborare un programma attuabile in due mesi. Per creare un programma che possa funzionare è necessario moltissimo tempo ed è un’altissima competenza tecnica sia per l’ammissibilità delle proposte, sia per la stesura dello stesso. E questo porta ad un altro elemento che non mi convince per nulla: il fatto che chiunque sia libero di fare proposte. Un po’ per il fatto che io sia sfiduciato nei confronti degli italiani, un po’ perché per fare un programma ci vogliono competenze che un cittadino medio non ha, siamo davvero sicuri di voler affidare un programma di governo a persone che non hanno nemmeno la più pallida idea che per fare una legge qualsiasi ci voglia copertura finanziaria? Siamo sicuri di voler far fare un programma a gente che propone Referendum sulla moneta unica quando la Costituzione vieta espressamente? Siamo sicuri di voler far stendere un programma a chi, di fronte all’obiezione di cui sopra, afferma che modificheranno la Costituzione senza sapere nemmeno tutto l’iter che ci sta dietro? Beh, io così tanto sicuro non lo sono.

Comunque, può ancora accadere di tutto. Indubbiamente, però, le prossime elezioni saranno fondamentali per il futuro di questo paese.

Questo è quanto.

Cya.

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