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Riflessioni sparse

Non so di cosa tratterà l’articolo perché, per il momento, non ho le idee ben chiare. Non ci sarà un filo conduttore e, per vostra viva e vibrante soddisfazione, cercherò di evitare accenni alla politica perché non c’ho voglia.

La prima riflessione non può che riguardare la chiusura di Messenger. Tutti, agli albori della loro esperienza di “social networking”, hanno avuto almeno un contatto di msn (il sottoscritto ormai ha perso il conto di quelli da lui creati, ma si sa, sono un caso patologico). È stato proprio grazie a questo programma di messaggistica istantanea che abbiamo avuto l’occasione di avere rapporti che altrimenti non avremmo avuto per le più svariate ragioni. Per qunto mi riguarda, fino a poco meno di un paio di anni fa, msn è stato l’unico modo decente per parlare con calma con i miei amici. È stato lì, che ci sono state discussioni di un’epicità tutta tipica del cazzeggio ed è stato lì che sono avvenuti i più divertenti lapsus. È triste pensare al fatto che non ci sia più (inglobato da skype, che però è diventato praticamente inutile), nonostante tutti i problemi che aveva (si bloccava per un cazzo, impiegava secoli a mandare file e così via). Un altro pezzo di storia dell’internet che se ne va. Insegna agli angeli a trillare.

La seconda riflessione riguarda le uscite di gruppo. C’è chi le inizia e c’è chi, per il momento, sembra averle finite.Per questo particolare evento, però, ci sono sempre state sensazioni ed emozioni contrastanti. Il processo decisionale, per esempio, è eccessivamente lento e finisce con lo scontentare quasi tutti (quando si raggiunge un punto di incontro decente, per lo meno). D’altro canto però, non posso fare a meno di provare un po’ di nostalgia per i tempi che furono. Probabilmente (e quando dico probabilmente intendo dire sicuramente) il passare del tempo fa risaltare le cose positive e fa dimenticare le negative, eppure non posso fare a meno di ricordare degli interminabili pomeriggi passati a zonzo i primissimi tempi all’oratorio e poi in giro per la città. Così come i ricordi legati alle partite di calcio e Magic riescono tuttora a strapparmi un sorriso. Ora come ora, probabilmente (leggasi il discorso fatto sopra), farei un’esperienza del genere in maniera diversa, “meno impegnata”, rispetto a prima (il condizionale è dovuto alla mancanza di un “gruppo” di amici) ma, in definitiva, è un’esperienza che va assolutamente fatta con i molti pro e gli altrettanti contro.

La terza riflessione, non è esattamente una riflessione ma una costatazione: sono tendenzialmente asociale. Non lo scopro oggi, non lo dico da oggi, ma è un dato di fatto. Ho pochissimi amici sparsi per l’Italia (e in futuro, forse, per l’Europa) e la cosa è, tendenzialmente, un problema. Un problema legato alla pressoché totale mancanza di alternative. Nel caso in cui le persone che frequentassi ora non potessero (per i più svariati motivi) riuscire a conciliare altri impegni con i miei (perché sì, sono un Coso fin troppo impegnato ultimamente), rischierei di avere solo lavoro e poco divertimento. La questione centrale è, però, il fatto che a parte pochissimi individui per cui nutro simpatia/stima con gli altri non vorrei averci a che fare (e, probabilmente, loro non vorrebbero avere a che fare con me). Il grossissimo problema è stata una “specializzazione” degli interessi che mi ha portato a poter avere a che fare con solo determinati gruppi di persone che condividano almeno uno dei tanti (in realtà pochi) interessi condivisibili. Ovviamente, lo scotto da pagare per questo mio essere schizzinoso è proprio il problema sopra elencato. D’altra parte, la mia pulsione a socializzare sta attraversando una fase (molto lunga) di calo.

A far da contraltare alla terza riflessione, però, arriva la quarta. Nonostante la mia inattitudine alla socializzazione (soprattutto per mancanza di voglia) ho avuto modo nell’ultimo anno e mezzo, di conoscere un sacco di persone con cui intercorrono rapporti quanto meno cordiali. Per non parlare di politica, mi rifarò al secondo caso che è probabilmente anche quello più lampante: la Gazzetta di Baruccana, gestita e creata da giovani. Fondamentale è stata l’insistenza di un amico nel farmi partecipare ad un progetto giovine ad ambizioso. Una sera a settimana è, infatti, ormai precettata per questi incontri. Tendenzialmente, questo sottolinea due cose: la prima è che il mio calo di socialità è strettamente legato al mio culopesismo e alla voglia pressoché nulla di gettare basi per nuovi rapporti da zero (il che mi classifica come “Orso”). La seconda, invece, mostra come qualora ci siano agganci sia in grado di amalgamarmi ad un gruppo già creatosi in precedenza senza grossissimi problemi. Per assurdo, dopo esser stato per gran parte dell’adolescenza fondatore di gruppi, ora il processo di socializzazione è maggiormente aiutato dalla presenza pregressa di una cerchia di persone.

Ora, non terminate le riflessioni “degne di nota” non mi resta che aggiornare un po’ la situazione generale, con un rapidissimo elenco:

1) La pulizia etnica musicale, procede seppur lentamente. Qualora aveste gruppi da consigliare non esitate a farlo. Quando avrò voglia cercherò qualcosina su YT per decidere se valga la pena o meno diventare un ascoltatore
b) La fissa del momento è, di nuovo, Cthulhu. La motivazione? Semplice: persone dall’animo artistico (quindi più sensibili) hanno iniziato a fare sogni strani. È un chiaro segno che il Grande Cthulhu stia per risvegliarsi. F’htagn Cthulhu!
– Sono ancora single e ho avuto oggi la conferma, purtroppo, che la compagna di corso che mi sarei fatta volentieri è fidanzata con un armadio 1,90 x y kg di muscoli.
♦) Come giustamente mi fece notare V. tempo addietro, dovrei fare pubblicità all’indirizzo e-mail creato per permettere a voi lettori di minacciarmi, insultarmi o anche soltanto rompere le balle. Lo trovate qui.

Direi di aver finito.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

 

 

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Constatazioni e considerazioni

Avviso ai naviganti: non so cosa salterà fuori da sto post dato che non ci sarà una linea guida (e se ci sarà, mentre sto scrivendo l’introduzione, non ce l’ho ancora in mente). Questo cosa significa? Probabilmente che sarà un post sconclusionato. Più del solito, per lo meno.

E, la prima constatazione che faccio la devo ad un amico che qui ha espresso un concetto che, tutto sommato, condivido più o meno per gli stessi motivi. In fondo, ci dovrà pur essere un valido motivo se alla veneranda età di ventuno anni abbia un’esperienza in fatto di relazioni pari a zero. E quando dico un motivo, intendo un motivo oltre ai soliti noti (bruttitudine, culopesaggine, incapacità di comprendere le donne, incapacità di agire quando dovrei e cose carine del genere). Di cosa si tratta? Fondamentalmente ho delle aspettative troppo alte. La mia asticella dopo essere stata piazzata, non si è più mossa. E questo, alla fine, è sempre stato il centro del dibattito con l’amico che ha scritto quel post. Dibattito che gira intorno al concetto “Beh, se hai pretese troppo alte non ti resta che abbassarle”. Il ragionamento, di per sé, non fa una piega. Però…C’è un però. Però vorrebbe dirsi accontentarsi. E, purtroppo, tra i tanti difetti che ho, sono uno che non si accontenta quando non è obbligato a farlo. E, anzi, il doversi accontentare non è altro che una sconfitta. E, siccome perdere è come ingoiare della merda e a nessuno, tranne a loro  e a lui, piace ingoiare merda, non vedo perché dovrei farlo io.

Eppure, una soluzione la si dovrà pur trovare a questo problema. Il serpente non potrà  continuare a mangiarsi la coda all’infinito (o forse sì?). E, dunque, che fare? Se lo sapessi, non sarei qui a scrivere un post. O, meglio ancora, scriverei un post sulla soluzione e non sul problema. Ma sto divagando. Dicevo, non sapendo che fare in questa situazione, in me si è fatta largo una consapevolezza: la consapevolezza che rimarrò solo ancora a lungo. E, no, non si tratta di un “Hurr durr fa l’emo che si fa seghe mentali”, è più che altro una sensazione. Un po’ come quando cambia il tempo e l’osso rotto (risanatosi) inizia a dolere. Ecco, meglio di così non so spiegarla. Spero abbiate capito cosa intendo, altrimenti cazzi vostri.

E, a proposito di solitudine, mi sono reso conto che i rapporti con gli amici del “Tempo che Fu” siano ormai deteriorati quasi del tutto. E, la cosa, non riguarda solo loro. Ma, per capire cosa sto dicendo, è necessario un piccolo e breve (o almeno spero) preambolo: un giorno di settimana scorsa (ho rimosso quale dì fosse), ho abbattuto i ponti che mi permettevano di comunicare con una ragazza. Chi sia è del tutto inutile ai fini di ciò che voglio dire, vi basti sapere che ha giocato un ruolo molto importante nella mia (molto poco Cosesca) adolescenza. I ponti sono stati abbattuti perché, fondamentalmente, il rapporto ormai si trascinava agonizzante. L’ultima volta che avevamo avuto una discussione seria, fatico a ricordarla. Solitamente io la cercavo, lei mi chiedeva “Come va? Cosa mi racconti?” e, io, che non avevo un cazzo da raccontare non rispondevo o rispondevo in modo scazzato. Insomma, gli argomenti di cui discutere erano finiti da un bel pezzo e, probabilmente, lo era finito anche il rapporto d’amicizia e l’affetto che ci legava. Il chiudere con lei ha segnato (simbolicamente) una svolta. Svolta verso un futuro ancora molto incerto e nebuloso, ma libero da alcune delle catene che mi ancoravano al passato.

E oggi, dopo averla rimossa dalle cerchie di G+ (giusto perché mi sta in culo che gente con cui non ho a che fare si faccia i cazzi miei), ho avuto modo di riflettere con attenzione sulla mia vita sociale, tracciandone un bilancio non proprio roseo. Le persone con cui ho un rapporto più stretto le conosco da tre anni (mese più, mese meno). Con loro si può parlare praticamente di tutto. Sono (quasi) dei tuttologi con cui si possono avere discussioni interessanti sia in Sempione mentre mangi, sia alla Feltrinelli mentre si cerca un libro, sia mentre si sta camminando con quaranta gradi e si è circondati da graziose fanciulle più nude che vestite (anche se, in questo caso, ci sono spesso lunghe pause). Oltre a loro, coi compagni d’università non è che abbia stretto legami che vanno oltre la semplice conoscenza mentre coi compagni di scuola, ho sistematicamente perso il contatto (non sempre volontariamente). E poi, poi ci sono loro. Gli “amici del tempo che fu”. E qui la situazione è ancora più scabrosa.

Scabrosa perché, a conti fatti, anche con loro i contatti sono andati irrimediabilmente perduti. Due sono completamente spariti dai radar da dopo il mio compleanno. Un altro tra lavoro, scuola e fidanzata è praticamente scomparso. L’ho visto domenica a Milano (perché, ormai, esco solo lì complice l’abbonamento mensile che mi è scaduto ieri l’altro) e, alla fine, ne rimane uno con cui fortunatamente ho più spesso contatti. Forse un po’ stupidamente, ero convinto che il rapporto di amicizia che ci legava da anni, non si sarebbe dissolto così ma, ancora una volta, mi sbagliavo. Interessi diversi, orari diversi e impegni diversi hanno portato un gruppo molto unito a disgregarsi e, senza rendercene quasi conto, ci siamo allontanati. Forse definitivamente.

Cambiando tema, mi soffermerò su una discussione nata tra me e la Fatina dei Boschi. Discussione vertente sul fatto che il sottoscritto manchi di qualsiasi idealismo e che tenda ad osservare e analizzare le cose da un punto di vista troppo pratico ed efficientistico. E, probabilmente, ha ragione. E questo mi porta a considerare la faccenda da due punti di vista che, probabilmente, sono diametralmente opposti. Da un lato penso che sia un bene non avere ideali e, quindi, riuscire a leggere la realtà che mi circonda “nuda e cruda”. E penso che sia un bene perché, in determinate situazioni, un’ideale potrebbe essere una zavorra per il percorso intrapreso. Dall’altro lato, però, mi rendo conto che la mancanza di ideali lasci un vuoto difficilmente colmabile. E che, comunque, la zavorra che rappresenta ci serve per ricordare che, oltre a determinati limiti, non si deve andare. La soluzione ideale, sarebbe quella di trovare la giusta sintesi tra la prima parte e la seconda. Ma dato che l’ideale è spesso utopico, per il momento, non mi resta che cercare di controllare il lato materialistico che, sempre di più, sta prendendo il sopravvento.

Un’altra considerazione (e penso sia una delle ultime, dato che è quella filosofica e, indubbiamente, sarebbe il finale quasi perfetto per un post del genere) è quella riguardante le differenze. Il concetto di diverso è sempre stata una discriminante fondamentale per l’uomo. In ogni società è sempre esistito un “diverso”. Diverso che veniva (e viene) osteggiato, perseguitato, additato e discriminato. Il diverso, molte volte, è stato usato per compattare un fronte interno che si andava sgretolando, è stato usato per giustificare l’andar male delle cose. E questo, lo ha costretto a nascondere le sue diversità per essere accettato. Diversità che, invece di essere un ostacolo, avrebbero potuto essere una risorsa in più, da sfruttare per migliorare le cose. Eppure, questo potenziale di miglioramento, non è mai stato preso in considerazione, non è mai stato visto. E tutto questo è dovuto alla paura che rende ciechi. Paura provocata dall’ignoranza e dall’incapacità di rinunciare alla sicurezza che sta nel “Noi contro gli altri” (dove per altri, si intende il diverso), paura di scoprire che in fondo le differenze tra noi e l’altro non sono altro che minime e non così importanti come ci apparivano all’inizio e che tutto il nostro odio era ingiustificato, e si basava su un gioco di specchi in cui si vede, riflesso nel diverso, ciò che temiamo in noi. Paura, insomma, di scoprire che l’altro è una persona con la sua cultura, le sue idee, i suoi pregi e i suoi difetti. Una persona come noi.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: il link dell’articolo vi reindirizza al blog della Fatina dei Boschi.

Bonus (a proposito di ragazza ideale):

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It’s Friday, I’m in love

Nonostante il titolo, mi spiace informare le gentil donzelle che ancora nessuna folle mi abbia accalappiato, quindi sono ancora sul mercato (Fuggite, sciocche!). La scelta del titolo, oltre ad essere una citazione coltissima (?), è dovuta al fatto che non sapessi come avrei potuto intitolare questo post e quindi…Quindi da bravo cazzone, ho scelto un titolo quasi a caso.

Il venerdì è un giorno strano. È il crocevia, il punto di svolta, della settimana. Si passa dal periodo scolastico-lavorativo al periodo dedicato al divertimento e al relax. Ma per me non è così. Per me il venerdì vuol dire fondamentalmente tre cose:

1) Non aver lezione il giorno dopo
2) Fare le pulizie
3) Noia. Tantissima noia.

Lo so, molti dei lettori dell’ultima ora potrebbero (e anzi, sono abbastanza convinto che lo faranno) storcere il naso di fronte al rapporto “venerdì = noia”. I lettori che mi conoscono meglio invece (i così detti “lettori abituali”) sanno assai bene quanto io sia facilmente soggetto a scazzo e sbalzi d’umore. Il problema del venerdì, in fondo, è quello di essere sia l’ultimo giorno della settimana lavorativa, sia l’inizio del week-end. Non ha un’identità ben definita. Non è carne, non è pesce. E questo, alla lunga, pesa.

Pesa perché, non sapendo bene cosa fare, arriva la noia. Una noia persistente accentuata anche dal tempo che c’è oggi. Sia chiaro, non sarei uscito comunque perché non ho una vita sociale che mi permetta di uscire il venerdì sera (e se l’avessi, culopeso come sono, a meno che non ci sia qualcosa di interessante, non uscirei comunque). Noia che poi mi porta a pensare al più e al meno. E con “al più e al meno” mi riferisco, soprattutto, ai tempi che furono.

I tempi che furono vedevano il venerdì come un punto di arrivo, una liberazione psicologica dagli “ingombranti” doveri di studente, almeno per un po’. Vivevo la settimana con l’ansia di arrivare a venerdì giusto per poter dire “Ah, che bello…Finalmente sono libero”. Libertà che poi veniva sprecata gozzovigliando con gli “amici dei tempi che furono”, con cui ho ormai perso quasi del tutto i contatti. Perché, in fondo, per un ragazzo il venerdì è il primo giorno con cui uscire e divertirsi con gli amici. Per i maniaci dell’organizzazione, come il sottoscritto, era anche un ottimo punto di partenza per organizzare in modo approssimativo quello che si sarebbe fatto tutti insieme. Ma poi, tutto è andato perduto. È andato perduto il significato “salvifico” che attribuivo al venerdì. Sono andati perduti i rapporti con le persone con cui li passavo.

Cos’è cambiato da allora? Fondamentalmente, penso sia cambiato il modo in cui io vedo il venerdì. Ora che non è più il punto di partenza per passare del tempo con i miei vecchi amici, è un giorno come tutti gli altri. E questo ci riporta ai tempi che sono. Tempi che hanno portato ad altri cambiamenti. Ci sono stati il cambiamento di amicizie e il cambiamento di abitudini. Infatti se prima il punto nodale della settimana, per trascorrere tempo con gli amici, era il venerdì, ora invece è il giovedì. Giovedì in cui, la sera, mi trovo con gli “amici dei tempi che sono” in videoconferenza su G+ per passare il tempo a parlare, a discutere e a cazzeggiare con immensa soddisfazione. Ed è il giovedì il giorno in cui si pianifica l’eventuale programma del week end con uno del gruppo (gli altri due sono esclusi per motivi geografici).

Ed è quando mi accorgo che in fondo si è trattato solo di cambiamenti marginali, che mi ricordo che i “tempi che furono” non ci saranno più e che quindi non devo indugiare troppo su quanto perso, ma piuttosto devo godermi quanto di guadagnato nei “tempi che sono”. E, per quanto ovvia possa sembrare una cosa del genere, per quanto scontata possa suonare, spesso tendo a dimenticarmelo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: ringrazio Ammitta perché l’idea su “Tempi che furono/tempi che sono” l’ho rubata da alcuni album di fotografie che aveva su Feisbug.

 

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