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Crisi Politica

Ebbene sì, rieccomi di nuovo qui a parlare di politica dopo non so bene quanto tempo (troppo poco, probabilmente). D’altronde è difficile fare li gnorri quando vedi cosa è successo in quest’ultimo periodo (per inciso, ieri) in Parlamento.

La politica nostrana, ormai, si trascina come un malato terminale sin dagli anni ’80. La fine della “Prima Repubblica”, travolta dallo scandalo di Mani Pulite, e l’ascesa della “Seconda Repubblica”, costellata da scandali riguardanti la persona di Silvio Berlusconi, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione che col passare del tempo si è fatta sempre più critica.

Dovessimo guardare ai risultati, ci renderemmo conto che negli ultimi anni l’unico vero successo sia stato l’ingresso nell’Euro. E possiamo fermarci lì, dato che da quando è stata adottata sono stati commessi errori evidenti che non starò qui ad approfondire perché non mi basterebbero due giorni, per approfondire. Comunque sia, escluso l’ingresso nell’Eurozona, di risultati positivi non ce ne sono.

In compenso, nonostante fino al 2010 ne venisse negata l’esistenza, l’Italia attraversa una crisi recessiva che ha riportato le lancette indietro al 1997 (con una lira debolissima, un’inflazione alta e i consumi dimezzati) e la situazione non sembra migliorare. La ripresa è prevista per la fine dell’anno ma, come in tutte le previsioni, ci sono troppi se e troppi ma. Tenendo conto che la ripresa si sarebbe già dovuta vedere all’inizio di quest’anno, la fiducia è bassa. La fiducia è così bassa che il Bel Paese ha subito un altro downgrade ed è diventato una tripla B, con un outlock negativo. Per chi non ne capisse di economia (o guardasse solo Studio Aperto) questo vuol dire che il debito dello Stato italiano (venutosi a creare tramite l’emissione di titoli di Stato per autofinanziarsi) è sceso di un gradino, avvicinandosi ancora di più ad un livello di pericolo: in caso di un ulteriore declassamento (da BBB a BB), i titoli sarebbero acquistati per scopi speculativi e basta.

Sul fronte interno, inoltre, va registrata l’immobilità del mercato del lavoro a causa della congiuntura economica negativa, il carico fiscale troppo elevato per le imprese, forme contrattuali inadeguate e mancanza di incentivi. Le riforme fatte finora si sono rilevate inefficaci e sono state (o dovrebbero essere) immediatamente cambiate dall’attuale governo.

Governo che vede, per la prima volta (ufficialmente, si intende), un’insolita alleanza: quella tra PD e PdL/Forza Italia. I risultati di questo governo, per il momento sono nulli. Nonostante sia in carica da marzo, nonostante siano arrivate rassicurazioni di ogni sorta, l’immobilismo regna sovrano.

A scuotere la vita politica e pubblica del paese, infatti, non sono le iniziative messe in atto contro la crisi ma, bensì, i guai finanziari di uno dei protagonisti della vita politica negli ultimi vent’anni. Ieri, infatti, il Parlamento si è concesso di non lavorare per una giornata (c’era il rischio che le giornate fossero tre) perché i membri del PdL, raccolti intorno al capezzale del padre/padrone, erano impegnati a fare piani “di guerra” contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dalla Cassazione. La sospensione è arrivata anche grazie all’aiuto del PD che ha votato a favore dell’interruzione dei lavori, salvo poi oggi scrivere una lettera in cui si dice che una cosa del genere non sarà più tollerata. Che, a voler ben vedere, è l’ennesima dichiarazione a cui non faranno seguito i fatti.

Comunque sia, in questo quadro è possibile vedere come la politica italiana e gli uomini che la rappresentano siano inadeguati ed incapaci. Così come è evidente che le alternative non siano molto meglio.

Il PdL/Forza Italia, tolto Berlusconi, non ha un leader in grado di guidarlo. Nonostante la presenza del grande leader, però, in sedici anni di governo non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi che il Cavaliere si era prefissato, con la sua discesa in politica nel 1994. Della tanto attesa rivoluzione liberale non c’è traccia. Le uniche cose che i governi di centro-destra si sono lasciati dietro sono state una sfilza di leggi ad personam (alcune bocciate dalla Corte Costituzionale), un debito pubblico enorme e una crisi economica fermamente ignorata sino all’entrata in carica del governo Monti. Altra cosa che ha caratterizzato queste forze politiche è stata la velocità nella mobilitazione ogni volta che il Divin Silvio veniva accusato di qualcosa dalle Toghe Rosse o dai Comunisti. La più grande maggioranza di sempre in Parlamento è servita per votare il fatto che Ruby (marocchina) fosse la nipote di Mubarak (egiziano). Tornando a parlare di eventuali successori, i nomi che spiccano sono quelli di Angelino Alfano, Renato Brunetta o Daniela Santanché. Il primo si è dimostrato un segretario di partito mediocre e incapace di reggere da solo un partito che stava crollando a pezzi, dubito che sarebbe in grado di governare in Italia. Il secondo vanta la laurea in economia e insiste con la possibilità di un’uscita dall’Euro per rilanciare l’economia, ignorando il fatto che se anche potessimo svalutare la moneta, dovremmo comunque far fronte alla concorrenza di colossi quali Cina e India che ci massacrerebbero. La terza, invece, non si capisce come abbia fatto ad arrivare così in alto. Il fatto che non sappia esprimere concetti che non siano stati prima detti da Berlusconi, però, dovrebbe farci capire lo spessore politico di questa donna.

Il PD, come già detto più e più volte, è nato come un aborto. Lo spettro della presenza di Berlusconi e l’anti-berlusconismo usato come argomento politico, non ha mai dato i suoi frutti. Eppure, è stato un cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali. L’incapacità di rinnovarsi e di comunicare, inoltre, ha trasformato un partito giovane (anagraficamente) in un partito vecchio, fatto da persone vecchie. Persone vecchie che si portano dietro alcuni peccati originali come la caduta dei governi Prodi e l’inciucio fatto con Berlusconi, grazie alla bicamerale. Andassimo a vedere i quadri dirigenziali, avremmo a che fare con i vari Veltroni, D’Alema, Rosy Bindi, Bersani che, quando hanno avuto l’occasione, non sono riusciti a rimanere coesi nonostante i risultati dei governi che sostenevano, fossero stati buoni (abbassamento del debito pubblico e della spesa pubblica, liberalizzazioni e l’entrata nell’euro sono tutti risultati dovuti al lavoro di governi tecnici o di centro-sinistra). Mancanza di coesione che, tra l’altro, per il PD è rispuntata recentemente, durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Elezioni che sono costati una figura barbina ai parlamentari di questa forza politica e hanno creato sdegno nell’elettorato. Non solo non hanno votato Rodotà, uomo vicino al Partito messo in campo provocatoriamente da M5S, per spaccare il partito (riuscendoci). Non solo non sono riusciti a rinsaldarsi per votare Prodi, nonostante in assemblea tutti avessero dato il nulla osta a quella nomina, spaccandosi ancora di più e facendo una figura di merda di proporzioni colossali, ma addirittura sono andati al governo con la persona che più a lungo hanno “combattuto”, esprimendo come presidente del consiglio Gianni Letta. Gianni Letta che prima di allora era famoso per… Beh, per niente. Lo stesso Gianni Letta che ha il carisma di un procione. Morto. Da trent’anni.
Tutto da buttare? Quasi. Nonostante a livello nazionale, l’elettorato di centro-sinistra sia disgustato, stanco e incredulo per le scelte fatte dal partito, dei barlumi di speranza sono arrivati dalle elezioni amministrative appena passate in cui il PD ha vinto quasi ovunque. La vittoria è dovuta al simbolo? Manco per le palle.
Altro barlume è quello del congresso in cui le cose potrebbero cambiare a seconda di chi sarà eletto segretario (e personalmente, io un’idea su chi vorrei ce l’ho e l’ho già espressa).
Nonostante questi due elementi, però, tutto l’ottimismo è soffocato da una classe dirigente vecchia e ben salda sulla propria poltroncina, senza alcuna intenzione di farsi da parte per dar spazio a gente più giovane.

E, alla fine, c’è il Movimento 5 Stelle. Entrati in parlamento per ribaltarlo come una scatoletta di tonno, delle loro attività non ci giunge notizia alcuna. Alla cronaca sono sempre passati per ciò che con il loro lavoro, aveva poco o nulla a che fare. Prima è stata l’occupazione delle Camere per leggere la Costituzione. Subito dopo ci sono stati i problemi riguardanti la diaria e la troppo ingombrante figura di Grillo. Poi ci sono state le espulsioni. Unica notizia positiva è quella del Restituition Day, col quale M5S ha restituito allo Stato un milione e mezzo di euro. Proprio quando le acque sembravano essersi calmate, però, si è creata una bufera mediatica (immotivata) intorno a Grillo. Il comico (ex comico?), dopo aver chiesto e ottenuto un incontro col Presidente della Repubblica, lo ha fatto rinviare per poter andare in vacanza con la sua famiglia. L’incontro, tenutosi ieri, sembra essere stato utile per ribadire le cose che va ripetendo ossessivamente dall’inizio della legislatura: Il paese è sull’orlo del fallimento, Napolitano lo dica ai cittadini e poi sciolga le camere, rimandandoci ad elezioni. Sicuramente, tutto questo, è davvero poco. Poco per un Movimento che si era proposto come salvatore dei cittadini, poco per chi aveva fatto tante promesse e dichiarazioni altisonanti, salvo poi trovarsi all’opposizione, incapace di concludere alcunché di davvero importante. Doveroso è anche da sottolineare come i risultati, a livello amministrativo, siano stati ben al di sotto delle aspettative con solo due città importanti vinte in Sicilia, mentre nel resto di Italia si è assistita ad una debacle, proprio nelle elezioni in cui M5S avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua forza.
Restano, tra l’altro, le molte perplessità sia sull’eccessivo peso di Grillo e sulla scarsa partecipazione degli attivisti alla vita interna del Movimento (basti pensare che per l’espulsione di un’attivista aveva partecipato solo il 41% degli aventi diritto), così come restano i dubbi su chi possa farsi carico di M5S e raccogliere l’eredità di Grillo, dando visibilità e risonanza al simbolo e alle idee del Movimento.

Insomma, è evidente che al momento, le tre principali forze politiche siano incapaci e inadatte di affrontare questa situazione e che il futuro non sembra possa riservare grandi speranze. Quali potrebbero essere le soluzioni? Alcune idee potrebbero essere: una nuova cultura politica, volta ad una migliore amministrazione e ad un miglior governo della cosa pubblica. Un numero limitato di mandati sia all’interno di un partito, sia per quanto riguarda le cariche istituzionali, stipendi in base ai risultati ottenuti: chi si dimostra capace guadagnerà di più di chi non fa nulla. Una diversa visione della politica: non più un modo di arricchirsi, ma un lavoro di importanza e responsabilità.

Negli altri paesi, questi elementi sono già presenti. Si tratta solo di adeguarsi ai migliori modelli europei.

Questo è quanto.

Cya.

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Nota Politica

E, nonostante avessi detto che di politica per un po’ non ne avrei parlato, rieccomi qui. Gli ultimi avvenimenti mi “costringono” ad occuparmi di quanto succede nel Bel Paese dopo le elezioni di febbraio.

Perché, nonostante non ci sia stato un vincitore, nonostante le scene da psicodramma a cui abbiamo assistito durante le elezioni del Presidente della Repubblica, un governo ce l’abbiamo. Il Governo Letta non è altro che la naturale continuazione del governo Monti. La strana maggioranza, infatti, si è ritrovata sotto un unico vessillo per traghettare il paese fuori dalla crisi. Dopo alcuni giorni passati in monastero (da cui però, purtroppo, poi sono usciti) i membri del governo si sono messi subito al lavoro per affrontare alcuni degli argomenti che al momento sembrano ricoprire un ruolo centrale: l’Imu. Imu che, stando al PdL, avrebbe dovuto essere ridata ai cittadini che l’avevano pagata. L’ovvia impossibilità di farlo, però, non li ha fermati. Per questo motivo, nonostante i Comuni abbiano più bisogno che mai dell’entrate derivanti dall’imposta sugli immobili, sono riusciti a far congelare il pagamento dell’imposta sulla prima casa. Oltre a questo, il Governo, sta cercando il modo di evitare l’aumento di un punto dell’IVA (dal 21% al 22%). Il problema, però, resta sempre quello della copertura. È molto probabile che si assisterà ad altri tagli oppure verranno introdotte nuove tasse per finanziare la copertura. Di tagli alle spese della politica, di riforma elettorale e di riforma costituzionale non si sente più parlare da parecchio tempo. Tutti i buoni propositi mostrati in campagna elettorale sono completamente svaniti, nonostante almeno la riforma elettorale credo sia fortemente necessaria.  L’impegno governativo è, per il momento, concentrato sul mondo del lavoro. Hanno dato vita ad una serie di meeting a livello europeo ed internazionale sul mondo del lavoro e i giovani. A tutto questo parlare, però, non sono seguiti i fatti. La situazione è in continua evoluzione e quindi non ci resta che stare a vedere. Per onore della cronaca va anche detto che grazie al lavoro del governo Monti, l’Italia non è più sotto osservazione dato che il rapporto Deficit/PIL è calato sotto il 3%.

Nel frattempo il PD, dopo l’exploit alle amministrative, ha già mosso i primi passi verso il congresso che si terrà ad ottobre. Questo congresso potrebbe segnare la svolta tanto attesa dagli elettori del Partito Democratico, nato male e cresciuto anche peggio (guardando i risultati a livello nazionale). Per il momento, l’unico candidato ufficiale è Pippo Civati. Ex consigliere di Regione Lombardia e nuovo parlamentare, Civati rappresenta una delle tante facce nuove arrivate in Parlamento. Tempo addietro diceva che nel PD c’era il terrore di utilizzare la parola “Sinistra” e che l’utilizzo e i valori legati a quella parola andassero riscoperti. Altro probabile contendente è Matteo Renzi. Il Sindaco di Firenze, uscito sconfitto dalle primarie del 2012, si è detto pronto ad assumersi la responsabilità di guidare il partito, ricoprendo la carica di segretario. Ha anche esplicitato che lui non crede che la carica di sindaco sia incompatibile con la segreteria del partito. Le strade di Civati e Renzi, tornano ad incrociarsi: i due, infatti, hanno dato vita al movimento dei rottamatori prima di prendere strade diverse. Terzo probabile candidato è Guglielmo Epifani. L’attuale segretario ad interim, infatti, sembra esser riuscito a ricompattare le fila del partito e a condurlo di nuovo in acque tranquille. Probabilmente sarebbe un outsider, ma non mi sento di escludere che alla fine il suo nome compaia davvero. Personalmente, sosterrò la candidatura di Pippo Civati, avendo avuto la fortuna di incontrarlo e parlarci più volte. Nel PD che vorrei, Civati sarebbe Segretario e Renzi candidato Presidente del Consiglio.

Il PdL, invece, è scosso dalla condanna a sette anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi, in seguito alla sentenza del processo Ruby. Nonostante questo, gli uomini di governo del partito, continuano ad assicurare che non c’è nulla da temere sulla tenuta del governo. E, questa volta, c’è da credergli. Il PdL, infatti, sta facendo la parte del leone in questo momento avendo ottenuto, almeno in parte, quanto previsto da loro in materia fiscale (leggasi sopra). Inoltre, andare alle elezioni non potendo contare sulla presenza di Berlusconi potrebbe essere un rischio per l’intero partito che, da quando il fondatore era sparito, aveva mostrato segni di sofferenza. D’altro canto, proprio la minaccia di elezioni potrebbe spingere il PD (non pronto alle elezioni) a decidere di cercar di correre in aiuto del Cavaliere. Tra l’altro, come i più attenti osservatori avranno notato, Berlusconi si divide tra uomo di “lotta”, con toni da campagna elettorale, e uomo di “governo” assicurando la stabilità dell’esecutivo targato Letta. Importante sottolineare anche come il centro-destra nelle recenti amministrative sia stato annichilito ovunque dal centro-sinistra.

E, in ultimo, mi soffermo brevemente su M5S. La mia antipatia nei confronti del Movimento è ormai cosa nota e risaputa e quanto avvenuto da quando si è formato il nuovo Parlamento non ha fatto altro che confermare le mie perplessità e i miei dubbi. Dopo le altisonanti dichiarazioni di Grillo in campagna elettorale, infatti, ci troviamo a parlare del Movimento non per quanto fatto in Aula, ma per quanto lo sta travolgendo fuori. Il caso diaria e il caso Gambaro, infatti, sono i segni di una lotta intestina che vede i fedelissimi scontrarsi con quelli che potremmo definire “eretici” o “rivoluzionari”. Una situazione già non facile è stata ulteriormente complicata dal fallimento del Movimento alle amministrative (un solo capoluogo vinto). Grillo pare aver perso la presa sul Movimento o su una parte di esso e, per quanto queste tensioni per il momento siano culminate solo con alcuni abbandoni, è indubbio che ci saranno strascichi che si trascineranno a lungo. Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente (e la cosa non mi sembra così improbabile) potremmo assistere a quanto accaduto al PD durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Ammesso e non concesso che qualche parlamentare riesca ad evitare l’espulsione. Non si può fare a meno, però, di chiedersi se la strategia del “no a tutto e a tutti” abbia portato ai risultati sperati oppure anche in Grillo si stia facendo strada l’idea di aver buttato l’occasione di avere un governo diverso che avrebbe potuto provare sul serio a cambiare le cose.

D’altronde, coi se coi ma non si fa la storia.

Questo è quanto.

Cya

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