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Prime impressioni e conseguente ipocrisia

Qualcuno (senza fare nomi) ha detto che si denotava la mancanza dei miei post pieni d’odio. Questo non sarà un post pieno d’odio (almeno non intenzionalmente) ma si limiterà a descrivere una consuetudine con cui tutti, chi più e chi meno, ha avuto a che fare. Prima di passare all’articolo vero e proprio è necessario specificare alcuni piccoli dettagli.

I dettagli in questione sono i seguenti:

– Per prime impressioni, oltre al primissimo acchito, si intendono anche i primi due/tre giorni di frequentazione, per quanto riguarda la RL
– Per gli amanti delle amicizie virtuali, invece, si intendono le prime settimane di “chiacchiericcio” fino al mese. Il motivo di questa dilatazione temporale è presto detto: parlare con una persona tramite internet non tiene conto delle differenti variabili che ci sono in un incontro “faccia a faccia”. L’esperienza è comunque diversa e probabilmente rientra meno nella casistica che mi appresterò a descrivere qui sotto.
– Quanto qui scritto è frutto di esperienze personali dirette ed indirette, ma rispecchia un buon 90% della casistica. Detto ciò, possiamo passare al sodo.

Le prime impressioni sono la base fondamentale di qualsiasi rapporto. Sono quelle che ti fanno capire se ci sia o meno feeling con la persona che ti trovi davanti. Eppure, non sempre sono affidabili. Molte volte capita che una persona che di primissimo acchito vi sia stata sulle palle, si riveli essere una personcina a modo con cui vi divertite un sacco. Per questo, di solito, si dice che nei rapporti è meglio dubitare delle prime impressioni perché non dicono tutto di una persona…Giusto?

Manco per il cazzo. Le prime impressioni sono fondamentali. Novanta volte su cento ci prendono. E le dieci volte che sbagliano, lo fanno perché eravamo distratti da altro. Mi si potrebbe dire che dopo due o tre volte che si vede una persone, la conoscenza è solo all’inizio ed è parzialmente vero. In quelle prime due o tre volte, in realtà, si comunica di più di quanto si pensi. E la comunicazione non è solo verbale, ma bensì anche fisico-gestuale. La prima cosa che colpisce una persona (nel bene o nel male) quando sta conoscendo qualcuno, oltre all’aspetto puramente fisico, è l’atteggiamento. L’atteggiamento che è, probabilmente, una delle discriminanti più importanti all’inizio del rapporto. E dico questo perché l’atteggiamento che si ha, inevitabilmente, si riflette sia sul linguaggio del corpo, sia sul modo di affrontare una discussione. Se una persona fosse davvero interessata tenderebbe ad essere più partecipe al discorso e anche fisicamente si porrebbe in maniera più aperta. Una persona interessata cercherebbe lo sguardo dell’altra per cogliere le sfaccettature di ciò che questa vuole trasmettere, mentre una persona poco interessata (oltre ad essere poco partecipe) tenderà a cercare elementi di interesse maggiore, con sguardo sfuggente o comunque evitando di incrociare quello della persona con cui sta parlando.

E, per quanto ci si sforzi, una volta che il rapporto ha inizio, difficilmente (se non addirittura quasi impossibile) sarà in contrasto con le sensazioni trasmesse dalle prime impressioni. Una persona che “a pelle” ci starà sul cazzo, per quanto si impegni a starci simpatica, finirà solo col farsi odiare di più. Quando invece una persona “a pelle” ci sta simpatica, viene più facile creare rapporti duraturi e più onesti.

Ma è in questi momenti che entra in gioco la “conseguente ipocrisia”. Ipocrisia mascherata da gentilezza che ci fa dire “Ma lo conosco da poco, Tizio, diamogli modo di farsi conoscere meglio”. Quell’ipocrisia tipica dei contesti sociali in cui ci deve (dovrebbe) essere una cortesia formale di fondo che ti è inculcata automaticamente sin dalle scuole dell’infanzia in cui devi (e sottolineo il devi) andare d’accordo per forza con tutti. Ipocrisia che si trascina nel tempo e ti accompagna lungo il percorso vitale. Ipocrisia che prende il nome di “quieto vivere”. E ne abbiamo esempi lampanti tutti i giorni, nel nostro piccolo: Caio ci sta sulle palle, ma per il quieto vivere, ci esco lo stesso perché sta simpatico ad altri della mia compagnia. Un collega di lavoro mi sta sul cazzo? Per il quieto vivere devo sorridere e far buon viso a cattivo gioco. Ho un cugino ammorba coglioni? Per il quieto vivere, quando lo vedo mi comporto educatamente per quanto, con profondo e forte desiderio vorrei prenderlo a testate sui denti.

E, a questo punto, dovrei consigliarvi di fottervene del quieto vivere e seguire le prime impressioni ma non lo farò. Non lo farò perché sarebbe altrettanto ipocrita. Sono io il primo, purtroppo, che non si fida(va) delle prime impressioni e si lascia(va) condizionare dai necessari meccanismi alla base della vita sociale stessa. Infatti, se ognuno di noi dovesse basarsi sulle prime impressioni, si troverebbe nella difficile situazione di essere circondato da un numero relativamente esiguo di persone e, questo, danneggerebbe il tessuto sociale che è composto, per l’appunto, di relazioni. Relazioni che molte volte vanno avanti per la necessità di mantenere l’apparente stato di calma che è, ovviamente, il suddetto quieto vivere.

Tanto, alla fine, quando una persona vi sta sul cazzo, quieto vivere o meno, prima o poi la manderete a cagare. È inevitabile.

Questo è quanto.

Cya.

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