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Un partito in frantumi

Non posso dire che non ci sia amarezza per come siano andate le cose in questi due giorni, ma cercherò di analizzare con freddezza e obiettività il difficile momento che sta passando il Partito Democratico.

Già in tempi non sospetti, subito dopo le elezioni, avevo ventilato la possibilità che il partito potesse spaccarsi a causa delle correnti al suo interno. Un mese e mezzo dopo, questa funesta previsione (che allora ritenevo comunque improbabile) si è rivelata anticipatrice degli eventi.

D’altronde, alla vigilia del voto in Parlamento, i presupposti non erano dei migliori. Il partito arrivava lacerato dallo scontro aperto tra Bersani e Renzi. Scontro condotto sui giornali e in televisione e che si è acuito quando il Sindaco di Firenze è stato escluso dalla rosa dei grandi elettori. Anche i nomi circolati non facevano presagire nulla di buono: l’ipotesi dell’inciucio diveniva sempre più consistente fino all’ufficialità del nome di Marini.

Ecco, forse è proprio col nome di Marini che inizia l’implosione del partito. Il nome non piace agli elettori per quello che potrebbe rappresentare e non piace nemmeno a molti dei politici chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Nonostante questo, per il primo turno, viene presentato comunque il nome di Marini. Alcuni attivisti del partito vengono inquadrati mentre bruciano le tessere in segno di dissenso.

A complicare ulteriormente le cose, c’è la presenza di Rodotà come candidato di M5S. Ed è proprio questo nome che provoca la più grande sfaldatura all’interno del partito. Molti dei Grandi Elettori, infatti, convogliano le loro preferenze su di lui. La stessa cosa fanno gli alleati di coalizione di SEL. M5S esce rinsaldato da quanto successo. Il PdL, dal canto suo, grida allo scandalo perché il PD non ha mantenuto i patti presi in precedenza e non è stata in grado di eleggere un Presidente di larghe intese a causa di alcuni “franchi tiratori”.

In serata tutto lo stato maggiore si riunisce e tutte le correnti paiono convergere sul nome di Romano Prodi. I giochi sembrano fatti, lo schieramento che componeva la coalizione “Italia: Bene Comune” pare di nuovo salda. L’illusione, però, dura mezza giornata. Al termine della quarta elezione (la prima a maggioranza assoluta) a Prodi mancano ben cento voti della coalizione. Subito dopo, il caos.

Prodi rinuncia alla candidatura lanciando una frecciatina avvelenata a Bersani. La Bindi decide di dimettersi dalla presidenza e, a distanza di circa un’ora, Bersani annuncia che una volta trovato un Presidente della Repubblica si dimetterà dalla segreteria del Partito. Per la quinta tornata, il PD dovrebbe votare scheda bianca.

Nell’aria c’è confusione mista a consapevolezza che il Partito Democratico in questo momento è sull’orlo di un burrone, in frantumi. Come ci sia arrivato lì, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte l’insensata insistenza di Bersani nel formare a tutti i costi un governo, dall’altra le tante correnti che tiravano tutte in direzioni diverse, hanno spezzato un partito uscito già molto indebolito dalle elezioni nazionali.

In questo momento regna l’anarchia. Provare ad immaginare cosa potrebbe succedere da qui a domani è complicato. Fare pronostici a lungo termine pare quasi impossibile. Eppure, la sensazione è quella che una fase del PD sia conclusa. Il futuro, per quanto incerto, potrebbe presentarsi come uno dei tre scenari che mi appresto a descrivere.

Il primo, quello maggiormente inutile, sarebbe quello di estromettere solo poche persone senza dar vita ad un vero rinnovamento quanto mai necessario. Dare tutta la colpa a Bersani e al suo “Tortello magico” sarebbe fin troppo facile e semplicistico: in questi ultimi mesi, sin da dopo le primarie, errori sono stati commessi da tutta la dirigenza del PD. Molti dirigenti, essendo capo-correnti, hanno badato più a ciò che per loro era meglio, piuttosto che al bene del partito. La dimostrazione la si è avuta, in particolar modo, oggi. Continuando in questo modo, nonostante la probabile discesa in campo di Renzi, le cose saranno destinate a non variare. In un momento del genere con un Movimento 5 Stelle che sta logorando con successo un centro-sinistra non esente da colpe, con una base che chiede a gran voce il rinnovamento dei vertici (la dimostrazione la si ha con i molti favori che incontra Rodotà), non agire sarebbe un ulteriore vilipendio al cadavere, già troppo deturpato, della Sinistra italiana.

Il secondo, invece, è la dissoluzione del PD è la nascita di due/tre partiti che vadano a coprire l’area del centro-sinistra. Perché, come ho illustrato qui, la Sinistra ha sempre avuto in sé il germe della deflagrazione, soprattutto quando le cose vanno male. D’altro canto, in questo momento, sembra che le varie correnti remino tutte in direzioni diverse per perseguire i propri obiettivi, qualunque essi siano. Ovviamente, sul piano elettorale, significherebbe consegnare il paese al centro-destra e a Movimento Cinque Stelle, con una dispersione di voti di dimensioni enormi. Se davvero il Partito Democratico dovesse sciogliersi, si assisterebbe alla fine peggiore per un progetto ambizioso volto ad unire tutte le anime di un centro-sinistra forse troppo diviso.

Il terzo scenario è, forse, quello più auspicabile: un rinnovamento del PD fattuale e non solo teorico. Accanto ad un Renzi, futuro probabile candidato alla Presidenza del Consiglio, potremmo avere nelle, vesti di segretario del partito, Barca. I due non si escludono e, anzi, sotto molti punti di vista sono complementari. Mentre il Sindaco di Firenze è in grado di rivolgersi ad un pubblico trasversale, Barca potrebbe cementare il radicamento con la base colmando le antipatie che Renzi si è attirato e si attirerà. Altro nome papabile per la segreteria è quello di Pippo Civati, un volto nuovo e una persona capace, perfetta per un rinnovamento tanto invocato e sempre disatteso. La cosa fondamentale, però, è che la vecchia dirigenza, fallimentare sotto tutti i punti di vista, venga rimpiazzata da una nuova generazione capace (forse) di abbandonare i vecchi ragionamenti correntisti in favare di una visione maggiormente unitaria.

Il progetto PD è (era?) molto ambizioso, forse troppo per gli uomini visti finora. Non ci resta che attendere e, come sempre fanno gli elettori di Sinistra, aspettare che quel qualcosa in più, quegli uomini validi che da troppo tempo mancano, si facciano avanti e non ci facciano vergognare di dire “Sì, sono un elettore di centro-sinistra e ne sono fiero”. Aspettare quegli uomini validi che non si lascino e non ci lascino un partito a pezzi, come il PD di oggi.

Questo è quanto.

Cya.

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Un paese a due velocità

L’articolo in questione lo stavo pensando già da un po’ di tempo ma vogliate per noia, vogliate perché me ne dimenticavo, non l’ho mai scritto. Ça va sans dire che il paese in questione è l’Italia. Italia che, come tutti ben saprete, ha da un lato una situazione economica stagnante e dall’altra una situazione politica frenetica ma inconcludente.

Mentre le tre principali forze del Parlamento non riescono a trovare un accordo per formare un governo a causa dei ripetuti veti incrociati, è possibile notare come ogni forza politica stia affrontando il dopo-elezioni in modo diverso. Il PdL se da una parte tende la mano al PD per un governo di unità nazionale, dall’altro lancia il guanto di sfida e si prepara ad una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Nel frattempo continuano, a porte chiuse, le trattative per l’elezione di un Presidente della Repubblica in comune. La strategia della carota e del bastone, oltre all’impegno in prima persona di Silvio Berlusconi, hanno un evidente effetto anche sui sondaggi che, ad oggi, è la prima forza in Italia circa due punti di vantaggio sui diretti competitors del Centro-Sinistra.

il MoVimento 5 Stelle, dopo la falsa partenza delle quirinarie, ha oggi presentato il proprio candidato Presidente della Repubblica. Si tratta di Milena Jole Gabanelli. Nel caso questa dovesse desistere, toccherebbe a Rodotà. Tra le altre cose è notizia recente che i deputati di M5S abbiano presentato due DdL per l’abolizione delle sovvenzioni statali ai giornali e l’abolizione  dell’ordine dei giornalisti. Nel frattempo, Grillo, continua a portare avanti la propria campagna contro la “casta”, ricordando come mentre loro continuino con le loro trattative la casa stia bruciando. Sbadatamente, forse, proprio Grillo si dimentica che la situazione di impasse è tanto colpa sua, quanto degli altri. Nei sondaggi, comunque, M5S è dato in calo di due punti percentuali.

Il PD, invece, ha la situazione più magmatica. Le molte correnti interne sono in aperto contrasto tra loro e una delle leadership più forte degli ultimi anni nel centro-sinistra è ormai incapace di controllare quanto sta accadendo. I bersaniani, infatti, continuano a dare il loro appoggio al segretario per un governo di minoranza e cercando di ricoinvolgere i giovani turchi, defilatisi progressivamente. I (demo)cristiani, dopo la bocciatura da parte di Renzi di Marini, minacciano la scissione e lo scontento trapela sempre di più. Franceschini, dopo non aver ottenuto la presidenza delle camere, è tornato a capo della corrente che a lui faceva riferimento. I renziani, invece, hanno avuto dei toni in crescendo che hanno portato proprio il Sindaco di Firenze a battibeccare via giornale con Bersani, dopo l’esclusione del primo dalla carica di Grande Elettore. A complicare ulteriormente tutto si aggiunge la discesa in campo di Barca che, con un documento di cinquantacinque pagine, afferma che il PD sia da riformare. Nel frattempo, la partita per il Colle è sempre aperta e il Partito Democratico si sta impegnando a trovare una rosa di nomi che possa permettere di eleggere un Presidente della Repubblica con la più ampia maggioranza possibile (l’ultimo nome trapelato è quello di Amato). Nonostante una situazione non proprio facile e comprensibile, il PD si trova a guadagnare un punto percentuale nei sondaggi, diventando così la seconda forza del paese.

Nel frattempo, nonostante siano stati sbloccati quaranta miliardi per pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende, più volte Confindustria ha lanciato un grido d’allarme riguardante le tematiche del lavoro. Negli ultimi mesi, infatti, mille aziende al giorno sono state chiuse e sempre di più hanno deciso di ricorrere alla cassa integrazione. Cassa integrazione che però, stando a quanto detto dalla Fornero, potrebbe non riuscire a coprire con i propri fondi la richiesta (si parla di un miliardo di euro).

La situazione d’emergenza è così grave che sia Confindustria sia i tre principali sindacati hanno detto di aver intenzione di dare vita ad un tavolo comune dove parlare del modo per affrontare la crisi dilagante e che anche per questo 2013 porterà ad una crescita negativa.

Nonostante l’incertezza politica, lo spread è calato e si mantiene su livelli più che accettabili e l’Europa ha riconosciuto l’ottimo lavoro dell’Italia che non è più un’osservata speciale. Accanto a queste buone notizie, però, c’è stato un monito riguardante il rischio contagio rappresentato dalla debolezza strutturale degli istituti finanziari.

È evidente che i tanti problemi (strutturali e non solo) che affliggono l’economia italiana possano essere risolti solo dalla politica. È evidente anche che il punto di rottura sta per essere raggiunto e che una delle priorità dovrebbe essere alleggerire il carico fiscale che grava su imprese e lavoratori ma, come potete notare tutti, in questo momento i partiti (e movimenti) si stanno occupando di tutt’altro.

Questi sono i dati di fatto. Di mio voglio solo aggiungere alcune cose a cui tenevo particolarmente.

È quanto meno curioso che il Movimento 5 Stelle abbia scelto una donna iscritta all’ordine dei giornalisti (che M5S vuole abolire) e dipendete della Rai (che deve essere abolita, stando al programma). Così come è curioso che i primi due DdL presentati, in questo momento, siano l’ultima delle priorità che il Parlamento dovrebbe avere.

Per quanto riguarda la dialettica interna al PD, mio malgrado, devo dar ragione a Renzi almeno su una cosa: Bersani sta mettendo davanti la propria “carriera” al bene del paese. È evidente che non abbia i numeri per governare, così come è evidente che l’unico modo per avere un governo sia quello di fare questo stramaledetto inciucio. È fuori dal mondo, poi, che Bersani dica che non si può mettere fretta per formare un esecutivo quando la realtà delle cose dimostra che, invece, ci dovrebbe essere tutta la fretta di questo mondo. D’altro canto, Renzi, non perde occasione per scatenare polemiche non rendendosi conto che in questa maniera non fa altro che danneggiare il partito e farsi terra bruciata intorno, cosa che non gli converrebbe dato che molto probabilmente alle prossime primarie sarà lui, il favorito.

L’ultima cosa che scriverò in questo post, è una riflessione nata negli ultimi tempi: piuttosto che governicchi deboli, saggi o quant’altro sarebbe meglio che le tre forze politiche principali in questo momento, si sedessero ad un tavolo e dessero vita ad una seconda Costituente. La seconda parte della Costituzione è completamente da rivedere, c’è la necessità che le forze politiche facciano una nuova legge elettorale (preferirei un maggioritario a doppio turno) e soprattutto prendano iniziative per il rilancio dell’occupazione e dell’economia. È questo il momento buono per farlo, mettendo da parte gli interessi personalistici per quello che si potrebbe definire “un bene superiore”. Potrebbe essere questa, la svolta politica tanto attesa e l’inizio della vera Terza Repubblica.

Questo è quanto

Cya.

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Il fallimento della Politica italiana

Le consultazioni sono finite con un risultato che chiunque si sarebbe potuto aspettare: Bersani non riuscirà a dar vita ad un governo dopo il rifiuto da parte dei grillini di concedere il voto di fiducia su quei famosi otto punti. In serata, Alfano, ha chiuso la porta ad un appoggio al PD a meno che non ci sia una completa inversione di rotta.

Nel frattempo l’esecutivo uscente, in carica per l’ordinaria amministrazione, viene travolto dalle polemiche per l’ennesima volta: le dimissioni del Ministro Terzi (stando ad una dichiarazione di Monti, in procinto di passare tra le fila del PdL) rassegnate non in Consiglio dei Ministri, ma in Parlamento hanno suscitato un certo fastidio sia nel Presidente della Repubblica Napolitano, sia in Monti stesso (oggi fortemente contestato da alcuni deputati del centro-destra).

Domani, a meno che non ci siano clamorose sorprese, Napolitano non darà l’incarico a Bersani e darà vita ad un nuovo giro di consultazioni, alla ricerca di una persona che possa dar vita ad un governo di breve durata che si occupi di fare una nuova legge elettorale, garantire la stabilità economica italiana, tagliare i costi della politica e fare una legge degna di tal nome sul legittimo impedimento.

Il PD, dopo il fallimento di Bersani, potrebbe decidere di ripiegare su Renzi come uomo simbolo. Il Sindaco di Firenze è quello che ha fatto le proposte che più si avvicinano a quelle di M5S sui tagli agli sprechi ed è in grado di raccogliere anche i consensi di una parte del centro-destra. Renzi si è detto più volte pronto a fare il Presidente del Consiglio ed è uno degli eventuali leader con il gradimento più elevato (seguito a ruota da Beppe Grillo).

Il PDL, il cui vero scopo è quello di eleggere un Presidente della Repubblica amico, ha ribadito più volte che al di fuori di un governo di coalizione, l’unica strada è il voto. Stando agli ultimi sondaggi, tra l’altro, avrebbe una risicata maggioranza sia alla Camera, sia in Senato. I dubbi sulle loro proposte, però, sono legati al fatto che negli ultimi venti anni circa abbiano governato proprio loro senza risolvere in alcun modo i tanti problemi strutturali ed istituzionali che affliggevano l’Italia. Sarebbe utile anche ricordare che prima di Mario Monti, alla guida del paese c’era il centro-destra il cui governo fu (di fatto) commissariato dall’Europa. Insomma, non sembrerebbero proprio loro quelli in grado di guidare il paese in acque così tempestose. Non sembrano nemmeno la forza più adatta al cambiamento e al rinnovamento.

Movimento 5 Stelle, come già detto più e più volte, non darà sostegno ad un governo che non sia composto da membri della loro forza politica. Il loro no è inquadrabile perfettamente in una strategia di massimizzazione del profitto che deriverebbe da un eventuale inciucio tra PdL e PD. Le perplessità, però, sono molte e su svariati argomenti. Fino ad ora le proposte fatte sono generiche e non adatte ad una situazione come quella attuale. La sensazione è però quella che M5S stia cercando di sfuggire alle proprie responsabilità barricandosi dietro ad un ostracismo e ad una lotta alla vecchia politica. Ulteriori dubbi poi sorgono quando richiedono commissioni di inchiesta per la TAV e continuano a teorizzare la decrescita felice, parlano di un reddito minimo garantito che non ha copertura o affermano con convinzione che tornando alla lira si rilancerebbe l’economia (quando l’esportazione, nel 2012, ha segnato un +2.2 miliardi a dicembre) senza rendersi conto che la concorrenza con Cina e altri paesi sarebbe comunque impari e porterebbe ad un’ulteriore depressione economica interna.

Mentre le forze politiche si contendono lo scettro del comando, però, ci si rende sempre più conto di come gli italiani e l’Italia siano sempre più sull’orlo del baratro. Squinzi ha ribadito più volte che a causa della lentezza con cui la Pubblica Amministrazione paga i debiti contratti e a causa di una crisi la cui fine sembra allontanarsi sempre di più, le industrie italiane sono in “debito di ossigeno”. I dati della produzione, dei consumi e degli ordini segnano un -3% su base annua. La disoccupazione è in crescita di un punto percentuale su base annua, nonostante la recente riforma Fornero. Lo Spread è di nuovo salito a quota 350, soprattutto a causa del clima di incertezza politica e Standard & Poor’s ha annunciato che monitorerà con maggiore attenzione la situazione italiana: il rischio è quello dell’ennesimo downgrading che avvicinerebbe di un altro passo i Titoli di Stato italiani ai così detti “Titoli Junks”.

E, come dicevo sopra, la politica si contende lo scettro del potere senza rendersi conto che i problemi sono arrivati ad un livello tale e ad un punto tale che sarebbe meglio mettere da parte i loro interessi e i loro conflitti per affrontare una crisi economica, istituzionale e politica con senso di responsabilità.

Eppure il richiamo alla responsabilità più volte fatto, anche da Napolitano, deve scontrarsi con una radicalizzazione delle differenze tra le forze politiche: il PD non potrebbe allearsi col PDL perché ci sono differenze troppo grandi e profonde che li separano. Differenze che, a più riprese, sono emerse durante la campagna elettorale appena chiusasi. M5S non potrebbe appoggiare nessuna forza perché è nato proprio per spazzare via le vecchie forze partitiche. L’unica soluzione possibile, quindi, apparirebbe quella di un altro governo guidato da una persona terza.

Un’ipotesi del genere, dopo un anno e mezzo circa di governo tecnico, non potrebbe significare altro che il completo fallimento della Politica (con la “P” maiuscola) italiana. Un fallimento che riguarda sia le forze partitiche classiche, troppo lontane ideologicamente e troppo contrastanti tra loro, sia per le forze politiche nuove incapaci di prendersi le responsabilità che gli competono e di concentrarsi sui veri problemi che oggi affliggono gli italiani.

Italiani che, dal canto loro, non sono immuni da colpe. La situazione politica odierna, infatti, incarna tutte le contraddizioni di un paese vecchio e incapace di cambiare. Un paese fatto da elettori che vivono la politica come il calcio viene vissuto dai tifosi. Elettori che dagli errori commessi in passato non hanno imparato niente. Elettori che hanno perduto il loro senso critico e la loro memoria storica di fatti, di fronte alle promesse che ogni volta gli vengono rivolte.

Forse, oltre ai politici, anche noi elettori dovremmo fare un passo indietro.

Questo è quanto.

Cya.

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Giochi politici

A praticamente un mese dalle elezioni, ci ritroviamo senza un nuovo Governo. Le consultazioni col Presidente della Repubblica si sono concluse in settimana e hanno dato il seguente esito: Pier Luigi Bersani ha avuto il mandato per formare un Governo, purché riesca a trovare i numeri in Parlamento entro martedì (o al più tardi mercoledì).

La strada intrapresa da Bersani non sembra convincere il proprio partito. Molti vedono questa impresa come una missione disperata e si stanno preparando a rimettere in moto la macchina organizzativa sia per le primarie, sia per la campagna elettorale. Il pessimismo che si respira è ben supportato dall’evidenza empirica: mettere insieme i voti necessari in Senato per ottenere la fiducia è cosa quasi impossibile. Il corteggiamento dei parlamentari grillini non ha dato i risultati sperati e questo ha condotto ad un recente cambiamento nelle strategie di partito. Sono spariti sia gli accenni alla legge sul conflitto di interesse, sia quelli su una legge anti-corruzione. Questo potrebbe essere il segnale di un’apertura al PdL che è l’unica forza in grado di garantire un governo guidato da Bersani. L’ipotesi di un “inciucio”, nonostante i dinieghi ripetuti da parte del segretario del PD, sembra diventare un pochino meno remota come possibilità. Nel frattempo si sono intensificati i contatti col gruppo misto e la Lega Nord. Nonostante la Lega abbia più volte smentito qualsivoglia possibilità di un’alleanza senza PdL, i contatti sono stati intavolati e in questi giorni, si capirà quali altri margini di azione ci siano. Indipendentemente dalla riuscita o meno di queste trattative, qualora si riuscisse a trovare un accordo con i montiani, Lega Nord e gruppi misti, Bersani non avrebbe ancora i numeri al Senato.

Il M5S, dopo una spaccatura sul voto di Grasso per la presidenza di Palazzo Madama, si è immediatamente ricompattato per negare la Fiducia ad un Governo che non sia loro. Grillo spera di capitalizzare al massimo la situazione di instabilità garantita anche dal “niet” deciso nei confronti del PD per spingere questi ad allearsi con Berlusconi. In questo modo, il Movimento (ancora in crescita nei sondaggi, nonostante non stia facendo nulla) sarà in grado di aumentare il proprio bacino elettorale.

Il PdL, invece, potendo contare sull’appoggio insperato di Napolitano rientra prepotentemente in gioco. L’unico modo per far contare la propria posizione è, infatti, quello di sostenere un governo di Centro-Sinistra con un programma concordato anticipatamente. In questo modo potrebbe anche cercare di far valere il volere di Berlusconi per un Presidente della Repubblica a lui gradito. Sia il Cavaliere, sia i suoi fedelissimi si rendono conto, infatti, di essere in una delicata situazione ma l’insistenza di Bersani per guidare un Esecutivo e la volontà del Presidente della Repubblica di dar vita ad un governo di larghe intese sono un ottimo modo per uscire dall’angolo, facendo pesare i propri senatori. Al momento, come detto sopra, gli spiragli per un’intesa col principale competitor degli ultimi anni sono davvero minime ma, qualora Bersani dovesse fallire, tutte le carte verrebbero sparigliate. Nonostante il PdL abbia abbassato i toni negli ultimi tempi, la loro macchina elettorale lavora sotto traccia cercando di capire quanto converrebbe tornare a votare il prima possibile.

Napolitano si trova quindi a gestire una situazione non facile con l’impossibilità di sciogliere le Camere. Sia da diversi politici, sia d diversi giornali è arrivata l’idea di un secondo settennato dell’attuale Presidente della Repubblica o una deroga al suo mandato per garantire che un “Governo del Presidente” si occupasse della legge elettorale e di rassicurare l’Europa sulla situazione italiana. Più volte, però, l’interessato a negato questa possibilità. Ciò non toglie che fino a quando sarà in carica, farà di tutto per dare vita ad un esecutivo. Nei colloqui avuti con i capi partito, ha avuto modo di tastare il polso della situazione e ha richiamato più volte tutti gli attori al buon senso e alla necessità di un Governo in grado di affrontare un momento turbolento come questo. Napolitano è ben conscio che se anche avesse potuto sciogliere le Camere, con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe nemmeno se si andasse a nuove elezioni.

Questi sono i fatti. Ora, brevemente, esporrò la mia opinione e i miei dubbi su alcuni elementi che, a mio modestissimo parere, non sono di poco conto.

La prima cosa su cui vorrei soffermarmi è l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Introno a questo evento il PdL si gioca tutto: un Presidente ostile, infatti, potrebbe segnare la fine della carriera politica di Berlusconi che, come tutti sappiamo, è sotto processo per svariati reati attribuitigli. La cosa che mi stupisce/perplime è che nonostante i tanti proclami fatti da M5S, l’unica occasione effettiva (e assolutamente politica) per mettere fuori gioco Berlusconi non voglia essere sfruttata perché si parla di candidati non indicati da loro.

La seconda cosa che mi ha fatto storcere il naso e non poco è stato il teatrino volgare e mortificante dei Deputati del PdL sulle scale del tribunale di Milano. Credo che in nessuna democrazia occidentale si sia mai visto uno spettacolo tanto triste quanto avvilente e fuori luogo. È evidente che i problemi degli italiani che li hanno eletti non siano quelli che affliggono il loro Leader, ma quelli creati da governi scellerati che hanno gestito male la Cosa Pubblica.

La terza, e ultima cosa, è il fatto che, a parte gli otto punti del programma che Bersani vorrebbe portare avanti, non si stia più sentendo parlare nessuno dei problemi che affliggono il Bel Paese. Berlusconi e i suoi parlano di riforme istituzionali e riforme per rilanciare l’economia, scordandosi però che nella precedente legislatura avrebbe potuto dar vita a questo programma di rinnovamento, dato che i numeri li avevano. M5S pretende questa o quella carica, chiede di formare un Governo (senza nemmeno sapere chi lo guiderà), dice che ribalterà il parlamento eppure non avanza proposte se non una commissione di inchiesta sulle grandi opere. Nel frattempo mandano alle consultazioni una persona non candidatasi e non eletta per incontrare il Presidente della Repubblica. Si vantano della tanto decantata trasparenza e poi gran parte delle sedute più importanti vengono fatte a porte chiuse. In tutto questo tram-tram, però, non è stata avanzata una proposta concreta.

I temi davvero importanti che riguardano il rilancio dell’economia interna, una nuova regolamentazione del mercato del lavoro, una legge anti-corruzione decente, una nuova legge elettorale e una riforma istituzionale per il momento sono state messe da parte, non si sa per quanto tempo ancora.

Questo è quanto.

Cya.

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Questo titolo sarà privo di qualsivoglia indicazione.

All’inizio, per questa settimana, avevo pensato ad un post “serio”, poi mi sono reso conto che forse sarebbe stato meglio posticiparlo alla prossima, giusto perché è l’ultima settimana prima delle elezioni e quindi fare un quadro generale prima del voto non sarebbe un’idea da buttare via. Per questo motivo vi beccherete una serie di fatti/riflessioni slegati da qual si voglia contesto e di dubbio interesse.

E, per forza di cose, non si può non parlare del festival di Sanremo. Non l’ho visto ieri, non lo vedrò oggi, ma ho avuto modo di vedere lo “spettacolino” di Crozza. La faccenda è guardabile da due prospettive differenti: la prima è quella sul piano dei contenuti, la seconda è quella della contestazione. Per comodità partirò dalla seconda: gli internauti sono spaccati: c’è chi pensa che la contestazione sia stata giusta, c’è chi pensa che sia stata esagerata. Personalmente, ritengo che sia stata esagerata nonostante, effettivamente, Crozza tenda ad affondare più con Abberluscone che con il PD. Dal punto di vista qualitativo, invece, è stato abbastanza deludente. Quanto fatto vedere non è stato altro che un collage di sketch già visti o a Ballarò o in Crozza nel Paese delle Meraviglie. Insomma, forse avrebbe potuto tirar fuori qualcosa di più originale. Una prestazione senza infamia e senza lode intorno a cui si è creato un gran polverone per nulla.

La seconda cosa riguarda un evento di portata storica: le dimissioni del Papa. I motivi non sono ancora del tutto chiari. C’è chi pensa che sia per l’intervento al cuore subito dal pontefice, c’è chi pensa che stia bollendo in pentola un scandalo di proporzioni inaudite. I Bookies danno un candidato africano come favorito alla successione al soglio pontificio. Per quanto riguarda gli italiani, il vescovo di Milano, è il nome più papabile. Speculazioni a parte, non si può ignorare le conseguenze che un fatto del genere avrà sul futuro della chiesa. Sino al buon Ratzinger, tutti i papi (o quasi) erano stati papa sino alla morte ma questi ultimi eventi, sconvolgono il quadro. Lo sconvolgono perché non sappiamo che cosa farà il buon Nazinger e non sappiamo quale sarà il suo peso nelle gerarchie vaticane. Come dissi a tavola, lunedì, se il papa fosse stato un cavallo azzoppato, il problema non si sarebbe posto. Fun Fact: si dice che il successore di questo papa sarà il famoso “Papa Nero” della profezia di Malachia. Mistero ha già preparato una puntata speciale.

La terza cosa tira in ballo un discorso tra me e V. in cui si parlava dell’assenza di post cinici o cazzari su sto blog da un bel po’ di tempo e, in effetti, l’ultimo post del tutto cazzaro è datato 29 dicembre 2012. Ci sarebbe da chiedersi i motivi di una svolta così “seriosa” (noiosa) al blog e la conclusione a cui è arrivata V. è che io stia crescendo. In realtà, lo scopo (che sta riuscendo) è quello di tediare a morte i lettori in modo tale che smettano di seguire il blog. Come detto tra parentesi, lo scopo è apparentemente raggiunto. Le visite sono letteralmente crollate rispetto ai mesi precedenti (pur mantenendosi troppo alte). Per questo motivo, ho intenzione di fare un appello a voi sventurati che passate: non fermatevi su questo blog. È un mix di cose già risapute e cose di cui non dovrebbe fregare un cazzo a nessuno sano di mente. Andate su altri blog, di gente che scrive mucchi di cose interessanti facendo tre/quattro post al giorno. Vi divertirete di più, fidatevi di Coso. (Campagna di desensibilizzazione nei confronti di Coso).

Il giorno del mio compleanno si avvicina sempre di più e, salvo imprevisti, la sera del mio ventiduesimo anniversario di vita dovrei essere a Milano per un concerto dei Living Colour. Con me, ovviamente, ci sarà la Fatina dei Boschi. La decisione è stata presa dopo un rapido conciliabolo sul fatto che ne valesse la pena o meno. Dopo aver ascoltato un po’ di canzoni, però, ci siamo resi conto che a 23 euri, l’andarci sarebbe un affarone. Questo sarà il mio quarto concerto (i precedenti tre, in ordine cronologico: Ligabue un fottiliardo di anni fa, mio zio in chiesa, I MCR gratis). Altri concerti a cui vorrei prima o poi assistere sono quelli di: Pain Of Salvation, Katzenjammer e Caparezza. Prezzi dei biglietti permettendo.

Ieri, per mia sfortuna, ho visto J. Edgar. Il film, di base discreto, mi lascia molte perplessità e dopo la prima ora e un quarto si rivela essere un polpettone difficilmente digeribile (alla fine, speri che il protagonista muoia). Eastwood sforna un film a mio avviso sottotono e fin troppo buonista. Guadagna punti verso la fine con un dialogo in cui ci viene fatto scoprire che le cose non sono come raccontate dal protagonista. Leonardo di Caprio è stato magistrale e ha risollevato non poco il film con la sua prestazione. La storia però, indugia troppo su fatti non comprovati e non approfondisce i lati più oscuri di Edgar Hoover (si sofferma sulla sua omosessualità e non su quanto fatto durante il Maccartismo per esempio). Insomma, l’ennesimo Kolossal autocelebrativo della grande America.

La domenica entrante sarò in Piazza Duomo a Milano per un grande incontro che vedrà coinvolti Ambrosoli, Bersani, Pisapia, Vendola e, soprattutto, il Tovarish Tabacci. Probabilmente questo segnerà il clou della campagna elettorale del PD in Lombardia. Con me ci saranno forse un paio di amici (di cui non faccio nomi) ed è un’occasione per sentire dal vivo le proposte che verranno fatte sia per la Regione, sia per lo Stato. La speranza è che non sia una perdita di tempo. Martedì 19, salvo cambi di programma, andrò a vedere Grillo che arriva a Milano con lo Tsunami Tour. L’obiettivo sarà, oltre a sopravvivere, quello di capire se il programma di M5S vada oltre a quanto scritto su Internet e capire le vere intenzioni di un movimento che, probabilmente, prenderà più del 20% di voti. È probabile che nel post di settimana prossima accenni a questi due eventi.

Stanno susseguendosi oscuri presagi l’uno dietro l’altro. Il Pastore Tedesco si dimette, Bersani e Grillo a Milano a distanza di pochi giorni, nevicate abbondanti sul piano padano, la Corea del Nord fa test nucleari, è iniziato il Festival di Sanremo e… E una ragazza (carina) mi ha rivolto la parola. Galeotte furono le iscrizioni ai seminari di Relazioni Internazionali.

Si ringrazia per avermi concesso a sua insaputa il titolo di un album di foto, la Secsdonna.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (per la secsdonna)

Bonus (per le persone sane di mente)

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La Sinistra in Italia

Quanto qui scritto, probabilmente, non troverà d’accordo un po’ di gente che avrà la (s)fortuna di passare di qui ma, onestamente, non me ne frega molto.

Inizialmente il titolo avrebbe dovuto essere qualcosa del genere “perché la Sinistra non ha governato (e non governerà) in Italia”. Per scrivere un post del genere, però, sarebbe stato limitante. Limitante perché mi sarei dovuto soffermare solo sulla Sinistra a livello parlamentare e non avrei potuto analizzare in modo più approfondito altri aspetti.

Il primo aspetto che mi preme analizzare è quello riguardante la formazione della cultura politica degli italiani. La mancata affermazione elettorale delle Sinistre nel nostro paese, infatti, è ascrivibile al fatto che, sin dagli albori, tutti i partiti appartenenti a quello schieramento incontrarono ostilità sia negli ambienti interni allo Stato, sia negli ambienti esterni. Il socialismo prima, il comunismo poi, furono sempre presentati come il nemico, il male. E, questo, ha influito su molte generazioni che hanno vissuto sia durante il regime fascista, sia durante la Prima Repubblica.

La mancata affermazione a cui accennavo sopra, può essere giustificata dai seguenti elementi esogeni

a) La presenza di un forte partito di matrice cristiana, avente l’appoggio della Chiesa (nel periodo pre-fascista)
b) L’affermarsi di un regime reazionario quale quello fascista e la conseguente dittatura
c) La presenza di un nuovo partito cristiano e la situazione internazionale, oltre che interna (Prima Repubblica)
d) Lo scandalo di Mani Pulite e la conseguente incapacità di riorganizzarsi nel breve periodo e la comparsa di nuovi attori sulla scena politica (Seconda Repubblica)

Ai quali si aggiungono altri due elementi endogeni

1) La concorrenza tra le forze di Sinistra (PSI e PCI)
2) Le frammentazione delle stesse.

Nel periodo pre-fascista, il PSI faticò ad imporsi. I problemi furono causati sia dalla giovane età del partito, sia dall’attitudine a dividersi che questo aveva. Sin dagli albori, infatti, il PSI fu caratterizzato da due correnti in contrasto per il predominio tra loro (riformisti e massimalisti). I contrasti portarono ad una prima separazione (con la fondazione del PSRI) prima della Prima Guerra Mondiale. Durante la guerra mondiale, il fronte socialista, sarà attraversato da altre tensioni causate dalla posizione del partito nei confronti della Grande Guerra. La linea che dominante fu quella dell’astensione dell’Italia, ma una parte del PSI era interventista. Fu questa divisione a portare all’espulsione di Benito Mussolini che fonderà il partito fascista. Altra frattura sarà quella tra PSI e il neonato PC. Partito Comunista che si rifà ai 21 punti stilati dai rivoluzionari bolscevichi saliti al potere in Russia, dopo aver rovesciato il regime zarista. Nonostante queste fratture continue, il PSI, riuscì a salire al governo prima dell’avvento del Fascismo. Come vederete, la situazione interna non era delle migliori ma, anche sul piano concorrenziale, il PSI si trovò prima a dover affrontare un partito affermato come il Partito Liberale e, dopo la caduta di questo, si troverà a dover fare i conti con il Partito Popolare Italiano. Il Vaticano, infatti, aveva cancellato il divieto alla partecipazione dei credenti alla vita dello Stato italiano e aveva avallato la creazione di un partito in grado di poter contrastare la diffusione degli ideali socialisti. Le due forze si contrasteranno a lungo e duramente, permettendo così al partito fascista di prendere il potere, sfruttando il malcontento e la fase di stagnazione politica ed economica che il paese attraversava.

Il partito fascista giungerà al potere per contrastare la dilagante minaccia del comunismo (che in Italia aveva già iniziato un’opera di erosione dei voti del PSI). Le Sinistre saranno tra le principali forze di resistenza al regime e formeranno alcuni dei nuclei partigiani più importanti e che porteranno alla liberazione di Milano e di gran parte delle città del Centro-Nord Italia. Tra il PSI e il PCI ci fu un riavvicinamento con il famoso patto d’unità d’azione.

Con la fine del fascismo e della seconda guerra mondiale si entra in una fase di fervente attività politica. Tutte le forze politiche anti-fasciste sono riunite per la creazione della Carta Costituzionale. Alle elezioni del 1948 PSI e PCI formeranno un fronte unico che però verrà sconfitto dalla Democrazia Cristiana, guidata da Alcide De Gasperi. La situazione internazionale vede il crearsi di due blocchi: il blocco U.S.A (che verrà poi formalizzato con la stipulazione del Patto Atlantico e la creazione della NATO) e il blocco U.R.S.S. (formalizzato col Patto di Varsavia). Questa separazione del mondo in due blocchi porterà l’Italia (in quanto paese di frontiera) ad avere una democrazia “bloccata” in cui i partiti di Sinistra non avrebbero potuto guidare il Paese. Gli americani, grazie agli aiuti economici e al ruolo di grande potenza, non avrebbero visto di buon occhio uno spostamento di lato da parte di un paese in una posizione strategica come quello italiano. Inoltre, lo spettro del comunismo, fu usato dalla chiesa e dalla DC per mantenere alta la soglia di partecipazione dei propri elettori.

Nonostante questo, le prime aperture, la Democrazia Cristiana le cercò verso Sinistra e fu così che nel 1958 che si ebbe il primo governo di centrista con al proprio interno il PSDI a sostenere la Democrazia Cristiana. Con l’avvento alla segreteria di Tambroni, però, questo avvicinamento fu interrotto. Il segretario DC, infatti, decise di aprire le porte al MSI. Il progetto naufragò dopo le rivolte (sobillate dal PCI) di Genova, in seguito alla concessione di un raduno missino, in città. Il fallimento di questo tentativo di formare un governo di Centro-Destra e l’abbandono del segretario, resero possibili nuovi tentativi di contatto col PSI. Nel 1960 si assistette al primo governo DC con appoggio esterno da parte del PSI. Iniziarono, quindi, gli anni del “Centro-Sinistra”. Il Partito Socialista Italiano diventerà un membro (quasi) inamovibile delle maggioranze che si susseguiranno e, tra il 1983 e il 1987, i governi saranno guidati dal socialista Bettino Craxi. Questo fu il momento più alto del Partito Socialista prima dello scandalo di Mani Pulite e il conseguente scioglimento (1994).

Per quanto riguarda la dimensione interna al PSI, dopo la rottura col PCI, l’unica scelta elettorale possibile era quella di allearsi con la Democrazia Cristiana. La base su cui aveva potuto contare per molto tempo, infatti, ormai appoggiava in gran parte il Partito Comunista (che si sarebbe distinto come vera forza di Sinistra nella Prima Repubblica). L’avvicinamento richiedette un lungo lavoro da parte di Nenni (nel PSI) e di Moro e Fanfani (nella DC). Dopo dieci/dodici anni, i frutti di quel lavoro premiarono: il PSI salì al governo, sostenendo la Democrazia Cristiana. Questo, però, portò ad una spaccatura con l’ala di sinistra del partito che, fuoriuscita, diede vita al PSIUP (formazione che nacque nel 1964 e si sciolse nel 1972, in seguito ai risultati elettorali molto scarsi). Il Partito Socialista, tra il 1966 e il 1968, si riunirà al PSDI ma i risultati ottenuti non saranno quelli sperati e questo porterà ad un’altra rottura. Rottura che riporterà le lancette dell’orologio a prima del 1966. Il Partito Socialista fu, lungo il corso di tutta la Prima Repubblica, ostile nei confronti del PCI. L’ostilità è da ricercarsi, principalmente, nel fatto che fu proprio a causa dell’importanza del Partito Comunista che il PSI dovette rivedere le proprie ambizioni egemoniche sulla Sinistra e l’influenza esercitata sulle classi sociali meno abbienti. I principali cambiamenti avvennero sotto la guida di Bettino Craxi. Il simbolo cambiò (fu scelto il garofano rosso) e ci fu un allontanamento dagli ideali marxisti. Il progetto di Craxi era quello di creare una forza di Sinistra all’avanguardia, alternativa alla visione classica di quell’area politica e riformatrice. Il progetto craxiano venne però distrutto dallo scandalo che convolse la maggior parte dei partiti tra il 1990 e il 1992. 

Il Partito Comunista, dopo le elezioni del 1948, collaborò col PSI fino alla rivolta ungherese. Dopo questi fatti, ci fu una separazione tra i due partiti. Il PCI supportò il Partito Comunista russo, mentre il PSI si schierò a favore degli insorti ungheresi. Nonostante la scissione, i risultati elettorali non ne risentirono. La situazione internazionale, nonostante ciò, condannava il Partito Comunista italiano ad un ruolo esclusivamente di opposizione. Nel 1968 ci fu la “Primavera di Praga” che finì nel sangue. Questa volta, il PCI, non diede il proprio supporto ai russi e questo fu un primo allontanamento dalla linea dettata da Mosca. Dopo il 1968 il PCI si avvicinò nei consensi ad una Democrazia Cristiana in flessione. Gli anni settanta furono caratterizzati dalle organizzazioni eversive di matrice rossa e nera che condussero, negli ultimi anni, ad un governo di unità nazionale, in cui il PCI diede il proprio appoggio esterno alla DC. DC che sfruttò questa situazione per consumare il Partito Comunista sia su un piano prettamente politico, sia sul piano del consenso della base. Gli anni ’70 si riveleranno fondamentali anche perché il nuovo segretario, Enrico Berlinguer, tracciò un percorso che si distaccava definitivamente da quello del Partito Comunista russo. Inizierà, infatti, la fase nota come “Eurocomunismo” in cui si abbandonerà l’idea di una rivoluzione proletaria, per intraprendere una linea che sposi le idee comuniste alla democrazia. I risultati di questa linea, però, non otterranno i frutti sperati proprio a causa degli Anni di Piombo e tutto ciò che ne consegui. La svolta comunista fu accolta con sospetto dagli americani e vista malamente dai russi. Nonostante questo, l’Onorevole Moro, iniziò un processo (rimasto incompleto) che prendese il nome di “Compromesso Storico” e che naufragò dopo la sua morte. Gli anni 80 segnarono l’inizio del declino nei consensi e l’avvicinarsi dell’inevitabile fine, che avverrà nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino.

Il Partito Comunista si distingue dal PSI per la capacità di non fratturarsi in tanti piccoli partiti, con la conseguenza di minare la credibilità del partito e disperdere i voti della base popolare. Durante la storia della Prima Repubblica è possibile vedere come ci sia un’evoluzione all’interno del partito che, come detto sopra, la portò a prendere strade diverse rispetto a quanto voluto dal governo di Mosca. Sarebbe interessante analizzare come, in seno al partito italiano, siano nate organizzazioni eversive che portarono avanti l’ideale di una rivoluzione armata contro il sistema capitalistico. Nonostante gli alti funzionari condannassero questi gesti, è stato provato come nella base popolare, questi movimenti avessero un grande sostegno soprattutto nelle grandi fabbriche. Un elemento di continuità tra i vari segretari è la consapevolezza dell’impossibilità per il PCI di salire al Governo. Togliatti, dopo le elezioni del ’48, nonostante fosse stato ferito in un attentato, disse alla base (all’epoca ancora organizzata militarmente grazie ai GAP) di non fare alcunché che potesse destabilizzare l’ordine. Di fianco alla speranza di una possibile apertura in un futuro, da parte della DC, c’era la consapevolezza che in caso si fosse fatta una rivolta, ci sarebbe stato l’immediato intervento dell’esercito e l’Italia non avrebbe goduto dei benefici del “Piano Marshall”. Fu proprio questa consapevolezza che spinse Berlinguer a creare la dottrina dell’Eurocomunismo che, col cambio amministrazione negli Stati Uniti, almeno sul piano puramente teorico avrebbe potuto permettere al PCI di salire al governo. Ed è curioso come siano state proprio le organizzazioni a cui accennavo qualche riga sopra a rendere, de facto, impossibile al  PCI raggiungere l’obiettivo di governare. Con la caduta del Muro, il PCI, si frammenterà (con anticipo rispetto agli altri) in tanti partiti.

Con la fine della Prima Repubblica, si assistette ad uno sconvolgimento dello scenario politico. I vecchi partiti furono travolti dallo scandalo di Mani Pulite e si frammentarono in tante forze minori che rappresentavano le correnti interne ai grandi partiti. Il Partito Comunista che era rimasto unito fino al crollo del Muro di Berlino si separò e vennero fondati il PDS e PRC. Con le elezioni del 1994 iniziò un nuovo corso politico che prese il nome di “Seconda Repubblica”. Seconda Repubblica che fu caratterizzata dalla comparsa e l’affermazione di Silvio Berlusconi (Forza Italia, Polo delle Libertà, Popolo della Libertà) e quella della Lega Nord. L’alleanza formatasi guidò per gran parte degli ultimi vent’anni il paese. Sempre negli anni 90 si assisterà ai primi governi di Sinistra che però si dimostreranno instabili e non giungeranno a termine legislatura. Paradossalmente la Sinistra giungerà al governo da sola, solo dopo lo  scioglimento del più importante partito comunista europeo.

Con l’avvento della Seconda Repubblica, si assiste ad un ulteriore frazionamento delle forze. Il PSI si scioglierà e si assisterà alla creazione di Socialisti Italiani e del Partito Socialista Riformista. Coloro che non si unirono a queste formazioni, si dispersero in diversi schieramenti lungo tutta l’asse “Sinistra-Destra”. Il Partito Comunista, dopo la caduta del Muro di Berlino, darà i natali a Partito Democratico di Sinistra (che salì al Governo con D’Alema Presidente del Consiglio) e Partito di Rifondazione Comunista (che ottenne pochi successi elettorali). Molti dei fuoriusciti comunisti si uniranno ad una nuova forza emergente: la Lega Nord che ebbe la capacità di radicarsi sul territorio. Nel 1998, il PDS si sciolse per fondersi con altre forze di Sinistra, dando vita ai Democratici di Sinistra. In seguito, nel 1995, si assistete alla nascita dell’Ulivo. Ulivo che nacque per federare le forze di Centro-Sinistra e dare un unico indirizzo politico comune ai movimenti che, altrimenti, sarebbero stati allo sbando. Questo esperimento portò, nel 2007, alla fondazione del Partito Democratico (che minerà in modo significativo il Governo Prodi, che da lì a breve cadrà a causa di Mastella). PD caratterizzato da una convivenza iniziale difficoltosa tra le varie correnti che, venne appianata, dall’elezione alla segreteria di partito di Pier Luigi Bersani. Bersani che ridiede organizzazione e forma ad un partito che sembrava destinato a sfaldarsi, dopo il fallimento elettorale. Anche altri partiti di Sinistra diedero vita ad unione che portò alla nascita di SEL, guidata dal Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Nel 2007, inoltre, verrà rifondato il Partito Socialista Italiano guidato da Nencini.

Queste tre forze, eredi del PSI e del PCI, correranno insieme per le elezioni del 2013.

Questo è quanto.

Cya.

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Primarie

È notizia recente che, dopo il passo indietro di Berlusconi, anche nel PdL si farà ricorso alle primarie. La data è già stata fissata: il 16 dicembre.

Per il Centro-Destra ed i suoi elettori, questa è una novità assoluta che rende maggiormente democratico un partito che, per lungo tempo, è rimasto legato alla figura del suo fondatore. La scelta delle primarie è, probabilmente, un tentativo di riavvicinare il popolo del Centro-Destra ad un partito che ha visto, in modo crescente, un’emorragia di consensi che è culminata con l’ennesimo tonfo sotto quota 20%. Per molti, il raggiungimento di questo poco invidiabile traguardo, significava la fine di un partito abbandonato dal proprio leader e fondatore. Per altri, invece, era il segno di un’inevitabile necessità di rinnovamento.

Rinnovamento che sta, appunto, nel meccanismo delle primarie. Certo, a vedere chi si è candidato è difficile pensare che le cose cambino in modo drastico eppure, per la prima volta, potremmo vedere un Centro-Destra diverso, magari più vicino alle altre Destre europee (N.B.: Non si parla degli estremismi ma dei partiti con ideali di Destra in senso prettamente democratico), con un programma meglio articolato e che non giri intorno agli interessi di uno solo.

La situazione è ancora in divenire, ovviamente, ma l’unica nota “stonata” è la tempistica con cui il tutto si dovrebbe organizzare. Al 16 dicembre manca poco più di un mese ed iniziare una campagna elettorale in così breve tempo, ha le proprie difficoltà. Tenendo conto,  soprattutto, del fatto che i programmi dei candidati ancora non si siano visti e delle difficoltà di coinvolgere, in così poco tempo, i cittadini ormai disaffezionati a questo partito.

Un passo nella direzione giusta è stato fatto, vedremo come saranno quelli che seguiranno in futuro.

Dopo aver analizzato la situazione nel Centro-Destra è bene analizzare anche quella del Centro-Sinistra, più abituata all’uso di questo mezzo, e già in piena campagna elettorale.

Le primarie del Centro-Sinistra si svolgeranno con il doppio turno. Il primo turno sarà il giorno 25 novembre e, nel caso in cui nessun candidato raggiungesse la maggioranza del 50% più uno, il secondo turno sarebbe il 2 dicembre.

I candidati più accreditati per la vittoria sono Bersani e Renzi, più staccato c’è Vendola (su cui però pende il rischio di una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione che, stando alle sue recenti affermazioni, significherebbe la fine della sua carriera politica) e, ancora più dietro, ci sono i vari outsiders.

Bersani ha fatto del suo cavallo di battaglia un rilancio della situazione stagnante in Italia attraverso dieci punti programmatici (che potrete trovare sul suo sito, nel caso foste interessati) che vanno dalla visione del ruolo italiano in Europa sino all’Istruzione che andrebbe maggiormente finanziata (Non mi dilungo sui programmi, perché appena li avrò in mano tutti, farò un articolo dove li comparerò)

Renzi, invece, ha fatto della Rottamazione un marchio. Ha già ottenuto i primi risultati ottenendo una non candidatura di Veltroni e del “compagno” D’Alema. Oltre a questo, come il rivale, si concentra soprattutto su un rilancio dell’economia dello Stato e uno snellimento dei costi della politica in varie forme.

Come credo sappiate tutti, il dibattito è già entrato nel vivo da molto tempo e, praticamente ogni giorno, sia sui principali giornali, sia nei principali telegiornali è possibile assistere al modo in cui i due si rifilino colpi bassi o battute acide. L’ultimo atto è stato quello riguardante il mondo della finanza e delle uscite forti dell’attuale segretario contro quel mondo che si rifugia nei paradisi fiscali. Lo scontro è aspro e la posta in palio è alta.

I contendenti infatti, si stanno giocando la possibilità di avere un governo di Centro-Sinistra con un programma che non sia puramente anti-berlusconiano. Il più grosso dubbio, però, riguarda la tenuta di un eventuale Governo che rischia di raccogliere troppe anime differenti al suo interno.

Una piccola curiosità, prima di concludere: mentre prima erano le Sinistre a fare programmi contro Berlusconi, ora è il Centro-Destra che non studia programmi per il rilancio, ma bensì per non consegnare l’Italia nelle mani delle Sinistre. Un ribaltamento di ruoli molto interessante.

Questo è quanto.

Cya

Errata Corrige: il buffone si ricandida.

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