Archivi tag: Carattere

Alibi e Sentimenti

Complice il fatto che debba aspettare che torni mia sorella, dovrei iniziare a buttare giù le idee o, meglio ancora, la prima bozza del mio primo articolo che verrà pubblicato su un giornale. Ebbene sì, Coso passa dal 2.0 alla carta stampata. La notizia buona è che finalmente potrò godere di una mia rubrica che porterà il nome di “L’Angolo di Coso”, quella cattiva è che a meno che non siate residenti a Seveso, non lo leggerete mai.

Il fatto di dover scrivere un articolo per un giornale mi pone, per la prima volta, nella scomoda situazione di dover scrivere entro una scadenza fissata. E purtroppo, quando si tratta del processo creativo, difficilmente riesco a rispettare i tempi previsti. Lo potrebbero confermare le mie prof di educazione artistica alle medie che su quindici tavole, di mie ne vedevano solo tre o quattro. E facevano pure schifo (sono un pessimo disegnatore e colorista).

Il problema, nel campo creativo, è il fatto che spesso mi manchi l’ispirazione. Per poter scrivere devo avere il tempo di concentrarmi, raccogliere mentalmente tutte le idee e formulare una tesi con degli argomenti a favore. Il tutto, normalmente, può richiedere dalle due ore ad un tempo non ben definito. E, infatti, molti dei progetti iniziati sono stati abbandonati proprio perché arrivato ad un certo punto, non riuscivo più ad andare avanti o, peggio ancora, quanto scritto in precedenza non mi convinceva per nulla.

Ad oggi, l’unico modo funzionante per ovviare a questo problema è stato quello di rifugiarmi in montagna per quattro giorni. I risultati dopo il rientro a casa, però, sono stati quelli descritti nelle righe sopra. Questo mi ha spinto ad iniziare una revisione di quanto iniziato quest’estate abbandonata quasi subitaneamente, in attesa di tempi migliori (che, come ben potete immaginare, non verranno). Tutto questo è spiegabile sia col continuo sovrapporsi di impegni che mi tolgono tempo e voglia, sia con il mio leggendario e faraonico culopesismo.

Come è normale che sia, tra processo creativo e vita di tutti i giorni ci sono più parallelismi di quanto si possa credere. Ed una cosa che mi accomuna sia quando si tratta di scrivere, sia quando si tratta di dover prendere una decisione è il fatto che, tendenzialmente, nonostante le decisioni in questione siano già state prese molto prima, continui a procrastinare e rimandare il tempo dell’azione.

E questo procrastinare, questo continuo rimandare a data da destinarsi non è ascrivibile sempre alla pigrizia che, come noto, mi caratterizza da tempi immemori. Spesso, in realtà, ci sono dietro motivi più difficilmente spiegabili che potremmo inserire nella categoria “seghe mentali” o, altre volte ancora, vi sono eventi che costringono a rimandare tutto quanto.

Una cosa che accomuna le “seghe mentali” e gli eventi inaspettati è la creazione di alibi. Ogni volta che non faccio qualcosa, inevitabilmente, una vocina interiore (infida e bastarda) si fa sentire offrendomi un fottiliardo di motivi (poco validi, ma comunque molto appaganti e rassicuranti) per mettere a tacere il mio senso di colpa e gli eventuali rimorsi. E, proprio la vocina, crea una sorta di dipendenza da cui difficilmente si esce.

Altra cosa che hanno in comune “seghe mentali” e eventi imprevisti, anche se totalmente di carattere opposto rispetto a prima è, invece, il fatto che ogni qualvolta qualcosa vada male, non posso fare a meno di giudicarmi in modo eccessivamente critico e pesante. Il non aver calcolato una cosa che avrei dovuto calcolare è un errore quasi imperdonabile, l’aver dato una risposta che ho trovato poco convincente è stata la causa per cui non mi hanno chiamato a quel colloquio.

Poco importa se, passato un po’ di tempo, mi dovessi rendere conto che quell’evento non potevo prevederlo perché altrimenti sarei stato onnisciente oppure, poco conta il fatto che più che al colloquio poco convincente, ci fossero state altre persone con esigenze che meglio si sposavano con quanto ricercato da chi doveva assumermi. La sensazione di non aver fatto tutto ciò che potevo, rimarrà e alimenterà i sensi di colpa (che, inevitabilmente, porteranno alla ricerca di giustificazioni ed alibi).

A questa logica non sfugge nemmeno l’ambito sentimentale. Per ambito sentimentale, tendenzialmente, mi riferisco ad “ammmore e derivati”. Infatti, quando qualcosa mi turba sul serio, difficilmente lo lascio trapelare. Nemmeno le persone che mi sono vicino (famiglia e amici più intimi) lo vengono a sapere. Mi è difficile esternare del malessere o lasciarmi andare ad un pianto liberatorio (cosa, quest’ultima, di cui comunque non sento il bisogno da ormai un sacco di tempo). Per quanto una cosa possa farmi soffrire (e negli ultimi tre anni c’è stato un uno-due-tre micidiale), per fortuna ho imparato ad ammortizzare in fretta (pur risentendone a livello fisico) ed andare avanti.

Nonostante questo, negli ultimi tempi, ho iniziato ad avvertire quella ciclica mancanza di qualcosa. E quel qualcosa è una figura femminile importante nella mia vita (per quanto, razionalmente, sia consapevole che andrei a complicarmi le cose). Il capitolo ragazze, però, è delicato e relativamente difficile da affrontare.

Difficoltà derivanti da una non proprio elevata autostima di me stesso medesimo a livello fisico e dalla non proprio rosea considerazione delle persone che mi circondano (amici esclusi) presso cui ho una reputazione che va dal magnanimo “sfigato” all’offensivo “Caso umano”.

A questi dati di natura soggettiva (degli altri) che hanno un valore relativo (ma che comunque mi vede d’accordo), si affianca un’ormai prolungata “asentimentalità” (neologismo coniato per sottolineare la mancanza di interesse a livello sentimentale nei confronti delle ragazze). Asentimentalità legata, probabilmente, anche ai troppo elevati standard che mi sono posto.

Le poche volte che qualcuna potrebbe interessarmi, cado nella così detta “Paranoia della sindrome del rifiuto”. La paranoia della sindrome del rifiuto è riassumibile in questo modo:  “Non vale la pena provarci perché tanto mi dirà di no.” oppure “Lei è troppo carina mentre io sono un botolo brutto, peloso, ringhiante e con un carattere di merda” (come Porchettore) o, ancora: “Tanto è già fidanzata”. E, con queste motivazioni più o meno valide, riesco a giustificarmi, a crearmi alibi che mi permettano di non mettermi in gioco, per non restare ferito/deluso o, più semplicemente, per paura di fallire.

In più, dai miei fallimenti e quelli della Fatina, ho avuto modo di estrapolare una legge in campo sentimentale, chiamata la Legge di Mazza. Legge di Mazza che, per il momento non è ancora stata confutata, afferma “è quasi impossibile trovare ragazze carine e interessanti nel nostro intorno di età che non siano troie o già fidanzate”.

Le soluzioni a questi problemi, esclusa quella alla Legge di Mazza, (giunte a più riprese dalla Fatina dei Boschi e, in ultima battuta, anche da V.) sono sempre le stesse (e sono molto valide): “Non ti piace il tuo fisico, impegnati per dimagrire”, “Buttati, tanto non hai un cazzo da perdere. Male che vada ti dicono di no”. Nonostante la validità dei loro argomenti, però, ci si torna a scontrare con due elementi ricorrenti e che ho più volte citato nel testo: La pigrizia e il procrastinare l’azione fino a quando potrò farlo.

Mi rendo conto, ovviamente, di come tutto dipenda da me e, ogni volta, mi pongo buoni propositi. Ogni volta mi dico che se mai mi dovesse ricapitare una situazione del genere, agirei diversamente. E per un po’ ci credo anche. Ma, appena ritrovatomi in queste situazione, sono di nuovo punto e a capo. Manca il coraggio di agire, c’è fin troppa paura di fallire. E il serpente si morde la coda, un’altra volta.

L’essere conscio di questo, sicuramente non mi è utile dato che non riesco a risolvere questa situazione. D’altro canto però, mi fa dire che per lo meno ho ben chiaro il problema. Una magra consolazione. Ma pur sempre una consolazione.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

Annunci

14 commenti

Archiviato in Diario

Se

Occhei, il titolo di per sé non dice un cazzo. E, probabilmente, manco il post dirà qualcosa di sensato. Ma chissenefrega? (Perché sì, in fondo, sul mio blog per quanta libertà di parola ci sia, l’argomento e la supposta utilità dei post sono sotto la mia rigida dittatura).

Stavo riflettendo sul fatto che se nella vita ci si muovesse come in una partita di scacchi, sarei nella merda fin sopra ai capelli. Io e gli scacchi non andiamo d’accordo anche a causa del mio “muovere i pezzi a caso”. Non riesco a perseguire una strategia per tutta la durata della partita e non riesco a concentrarmi sugli errori commessi dal mio avversario (ne ho avuto una dimostrazione alla fiera del fumetto di Novegro quando perdetti tutte le partite contro L.C.). Ecco, detto questo, immaginatevi come sarebbe la mia vita se tutto fosse un’enorme partita di scacchi…Vivrei meno di un moschino della frutta o riporterei meno vittorie dell’Uzbekistan in qualsiasi competizione sportiva. Il che, concedetemelo, sarebbe assai deprimente. E, in fondo, sono convinto che nemmeno voi (o la maggior parte di voi) vorrebbe che la vita fosse una partita di scacchi. Perché, siate sinceri, a chi non cadono i coglioni davanti ad una prospettiva del genere? Al Cacciatore di Tonni, agli appassionati, ai matematici e a pochi altri. Ma siccome, escluso il Cacciatore di Tonno, gli altri mi stanno profondamente sul cazzo (soprattutto i matematici), direi che sono fortunato nel constatare che la vita non sia una partita di scacchi.

Se la vita invece fosse un cruciverba? Beh, probabilmente andrei alla grande. Voglio dire: devo solo dare le definizioni e puff, il gioco è fatto. Ma per quanto ci si può divertire con un cruciverba? Mezzora? Un’ora? Due ore per non ascoltare una lezione particolarmente noiosa? E poi? E poi subentra, inevitabilmente, la noia. Noia causata dalla monotonia. Senza contare il fatto che ci sia la tentazione (costante) di dare una sbirciatina alle soluzioni…Non per completarlo, sia chiaro, solo per vedere se quanto abbiamo fatto è giusto. E traslando tutto questo nel campo “vita”, il risultato sarebbe disastroso. Non per mia incapacità, come nel primo caso, ma proprio per l’elemento noia che costellerebbe le giornate che si susseguono nello stesso modo. Una dietro l’altra, con variazioni minime. E le soluzioni, invece, non ci permetterebbero di sbagliare, di imparare e riprovare. Insomma, una vita monotona all’ennesima potenza. No, anche questa volta devo dire che posso ritenermi fortunato a non avere una vita uguale ad un cruciverba.

Se la vita fosse una partita di Magic (sì, qui esce la mia parte da nerd represso e sfigato, ma ci sta) invece forse, la mia vita, sarebbe un po’ migliore. Scegli tu le carte da giocare, le metti insieme cercando di creare una buona alchimia, crei svariate strategie che possono essere alterate, abbandonate, riprese e di nuovo abbandonate, mescoli e inizi a giocare. Sembrerebbe la vita perfetta…Non fosse che, a Magic, per vincere avevo la tendenza di sacrificare tutto il sacrificabile. Infliggevo un sacco di danni all’avversario (che di solito, incazzandosi, diceva “Vinci sempre allo stesso modo, con te non ci gioco più” salvo due minuti dopo, rimescolare il mazzo) ma restavo scoperto e inerme. Oppure, puntavo sulla quantità, cercando di soverchiare colui che mi trovavo di fronte (solitamente, lo stesso amico di prima che si incazza di nuovo), lasciando perdere però completamente la qualità e l’aspetto strategico. O, ancora, rimuovevo prima che entrassero in gioco le carte più pericolose che gli altri potessero avere (E, indovinate un po’, pure in sto caso non è che la prendesse molto bene…Anzi). Indubbiamente, tutto sembra stimolante eppure…Eppure in questo modo, nella vita “vera”, mi troverei ad essere troppo vulnerabile pur di raggiungere i miei obiettivi, rischiando di perderne di vista altri. Potrei raggiungere un sacco di obiettivi, rimanendo ad un livello mediocre in tutti, senza spiccare in nulla. E, in questo modo, rischierei di perdermi tra i tanti. Rinuncerei alle mie qualità, in favore della quantità degli obiettivi/riconoscimenti e non mi pare il caso. E se levassi le “carte più pericolose” agli “avversari”? Probabilmente non conoscerei l’amaro sapore della delusione e non imparerei alcuna lezione. Questa sì, sarebbe una bella vita. Ma molto limitata e incompleta. Insoddisfacente.

E se la vita non fosse altro che un gioco di ruolo? Sarebbe quella che viviamo tutti i giorni. Perché, in fondo, tutto quanto gira intorno a poche e semplici cose: ruoli, regole, abilità, obiettivi, possibilità. Col passare del tempo si può assistere a svariati cambiamenti in tutti i campi elencati, ma esistono pur sempre. Nei GdR c’è una storia da completare, ci sono delle regole da rispettare, delle missioni da compiere per ricevere dei premi, un ruolo da interpretare (e spesso, purtroppo, si tratta di quello del buono), si hanno abilità da affinare e migliorare costantemente per raggiungere i propri obiettivi e ci è data la possibilità di fare tutto ciò. Anche la vita non si discosta molto da questa visione. La dimensione storica è quella principale. Che sia quella solo personale, che sia quella più generica è il momento storico ad influire su tutto il resto. Lo si evince dal fatto che gli obiettivi cambino a seconda del momento storico (per esempio, prima era il posto di lavoro fisso…Ora è trovare un posto di lavoro) e cambi anche il modo per raggiungere i propri obiettivi (indipendentemente dal fatto che il modo sia lecito o illecito). Ed insieme agli obiettivi, cambiano anche le “regole del gioco”. Se prima ci si rifaceva solo al codice civile e alla Costituzione, oggi ci si rifà al CC, alla Costituzione e alle Leggi europee. Inoltre, su alcuni aspetti le regole sembrano essersi ammorbidite, mentre su altre irrigidite. Ma, indiscutibilmente, al centro di tutto c’è il ruolo del singolo.

Ruolo che può essere imposto da convenzioni sociali (ad esempio la persona che fa l’insegnante, mentre svolge il suo lavoro è investito del ruolo di insegnante, idem per i dottori, gli avvocati e così via). C’è il ruolo di cittadino (che comporta uno status comprendente diritti e doveri, oltre alla sottomissione all’ordinamento giuridico) e poi c’è il ruolo di persona. In fondo, come dicevo tempo a dietro, con gli altri si è raramente noi stessi e anzi, si tende ad interpretare un “ruolo”. Come? Ovviamente attraverso determinati lati del nostro carattere che vengono messi in risalto a seconda di chi ci si trovi di fronte. Il Coso che incontra/videochatta col Cacciatore di Tonni, La Fatina dei Boschi (L.C.), o l’Ammitta è diverso dal Coso universitario che, a sua volta, è diverso dal Coso “politico” o dal Coso “lavoratore”. È diverso perché lo richiedono le situazioni, i contesti in cui ci si muove. Ma, allora, qual è il “vero Coso”? Uno solo o tutti loro?

Questa è indubbiamente una bella domanda. Potrei rispondere dicendo che il Coso che si rapporta con gli amici (e con la famiglia) sia quello vero, che rappresenta il suo essere, mentre gli altri sono solo riflessi marginali o di comodo che si creano col tempo, per avere i più svariati vantaggi in ogni situazione e contesto. Ma non sarei sincero. Il “vero” Coso esiste solo quando è da solo. Da solo con le sue turbe, le sue gioie, i suoi problemi e le sue soluzioni. Insomma, Coso, cambia a seconda di chi ha di fronte. È come uno specchio che riflette come meglio può ciò che l’interlocutore si aspetta di vedere riflesso. Mi rendo conto che la faccenda sia molto pirandelliana e assai astratta, ma è centrale nella questione “Ruolo” che poi, inevitabilmente, influirà su tutta la nostra vita. L’uomo, in fondo, non è altro che l’animale sociale per eccellenza e questo contatto con gli altri (necessario e non evitabile) porta ognuno di noi a “contaminarsi”, abbandonando il suo vero io per poter soddisfare i bisogni/desideri/le necessità proprie ed altrui, interpretando (per l’appunto) un ruolo, mostrando solo alcuni lati del nostro carattere.

In definitiva, dopo questa lunga digressione sull’importanza del ruolo, torniamo all’argomento principale: posso dire che sia questa la vita che voglio? Una vita dove non è detto che a vincere siano i più buoni/bravi e anzi, spesso, sono i furbi e fortunati a farlo? Una vita in cui ogni errore (anche il più marginale) si paga caro e si spera (ma non sono assolutamente convinto che sia così) ci insegni qualcosa? Una vita in cui i trionfi sono assai meno delle sconfitte e raramente ci si possa far qualcosa? Sì, tutto sommato sì. Avrà un sacco di svantaggi, ma probabilmente è una delle soluzioni migliori che possano venirmi in mente.

E anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

4 commenti

Archiviato in Riflessioni