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Riflessioni a Caso #36

È il quarto giorno di seguito che vado a fare la spesa. Se non avessi già un blog, potrei aprirne uno solo per questo motivo.

E sarebbe qualcosa del tipo

“Giorno 1: Non capisco perché le donne si lamentino, fare la spesa non è poi così male

[…]

Giorno 15: la solita vecchietta che mi ruba il posto al banco dei salumi mi guarda con un’aria strana
[…]
Giorno 69: La vecchietta è morta. O è in vacanza, comunque sia il banco degli affettati è MIO.
[…]
Giorno 142: Sono sopravvissuto ad un numero indefinito di spese. Vago sperduto e leggermente disidratato per il supermercato. Dei commessi hanno iniziato a nutrirmi e a farmi le coccole.
[…]
Giorno 239: Ce ne sono altri come me, nel supermercato. Alcuni, prima di perdersi tra scaffali, corsie e prodotti scontati, erano impiegati, altri operai. C’erano persino qualche laureato e moltissimi studenti, entrati qui in prima superiori e ora in età pensionabile. E continuano a vagare, incessantemente
[…]
Giorno 365: Intravedo la luce e delle porte scorrevoli. Finalmente ho trovato l’uscita. Sono in coda alla cassa, non ci posso credere ma… Dannazione, ho dimenticato il portafoglio a casa!”
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Riflessioni a caso #9

Vado a correre. Mi dissanguo.

Ora, finalmente, ho capito: gli Dèi mi mandano messaggi minatori.

“Stai a casa e starai bene.”

Anche gli Dèi cospirano contro di me e i miei buoni intenti.

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Riflessioni a caso #1

[…] Che poi, a voler ben vedere, è il leitmotiv della mia vita […] Arrivo a casa e rimango chiuso fuori.

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Pace interiore e altre cose carine

Il sottoscritto ha la fortuna di avere un giardino piuttosto spazioso che circonda la sua casa su tre lati. E non è l’unica fortuna che ho. La mia camera, infatti, da proprio sul giardino e su un bellissimo ciliegio. Ciliegio che, in primavera, ho la fortuna di veder fiorire praticamente a quattro o cinque passi di distanza in linea d’aria (N.B.: sconsiglio a chiunque di farli, dato che mi trovo al secondo piano).

Qualche giorno fa, complice il fatto che fosse notte fonda e che io stessi scrivendo al piccì, mi sono ritrovato immerso nel silenzio interrotto solo dal battere ritmico dei tasti e dal frinire dei grilli. Le strade erano deserte e, nei dintorni, non c’era anima viva. Stanco di scrivere, sono andato in bagno a leggere (Spiegazione: se avessi acceso la luce in camera mia, mia madre mi avrebbe detto: “Hai tutto il giorno per leggere e ti ci metti a quest’ora?”. Da qui, la savia scappatoia di chiudersi in bagno e leggere). Una volta ritornato, una buona mezzora dopo, riuscivo a sentire lo stormire delle foglie accarezzate dal tiepido vento notturno.

Mi sono avvicinato alle persiane per chiuderle, dato che volevo coricarmi, ma giunto lì, a piedi scalzi (perché, in casa mia, in estate giro rigorosamente a piedi scalzi) mi sono incamminato sul balcone e mi sono sentito riempire di una pace innaturale, per il sottoscritto. E, in quel momento, mi sono ritrovato catapultato in un mondo diverso. Un mondo che solo in “pochi”, hanno visto e di cui sono stati parte. Un mondo in cui il vento sussurrava tra le foglie e i grilli intessevano le loro sconosciute melodie, mentre in cielo le (poche, purtroppo) stelle risplendevano di una luce lontana e indifferente e la luna solcava sonnolenta l’orizzonte, seguendo il suo percorso.

E, in quel rapido momento, mi è parso di aver capito tutto. È stata una sensazione fugace, rapida che si è dissolta quasi subito. Ma, in quel momento, non ero solo in pace con me stesso ma anche col resto del mondo. È stata una sensazione illuminante che, anche se solo per qualche momento, mi ha fatto sentire quasi migliore.

A spezzare l’incantesimo è stata una macchina. Tutto è tornato come prima e io me ne sono andato a letto (ve lo dico giusto per onor di cronaca).

Questo è quanto. Cya.

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