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Appunti di Produzione #1

Dovrei scrivere una presentazione che introduca tutto come al solito, ma non ne ho voglia. Vi basti sapere che questa potrebbe essere il primo numero di una nuova rubrica che accompagnerà la realizzazione (presunta) di un progetto che mi trascino dietro da quest’estate. Di che progetto si tratta? Ora lo spiegherò (in breve).

Il progetto (nome in codice: “Tantolomollitraduegiorni”) non è altro che un racconto “a puntate”.  L’idea non è nuova e non nasce in questi ultimi tempi. Prima di questo progetto, infatti, ce ne sono stati almeno altri due prontamente abbandonati in un lasso di tempo compreso tra i due giorni e le due settimane.

Cosa mi fa pensare che questa volta sia diverso? Assolutamente nulla. A differenza degli altri progetti, però, questa volta ho una base piuttosto solida da cui partire e a cui legare tutti gli avvenimenti: sto parlando proprio del finale della storia (che, tra l’altra, qualcuno potrebbe anche aver già letto). Ora si tratta “semplicemente” (semplicemente un par di palle) di andare a ritroso e scrivere di tutti gli eventi pregressi (e quelli omessi nella narrazione originale).

Al momento le uniche certezze che ho, sono:

1) L’arco temporale in cui si svolge la storia
2) Alcuni dei personaggi
3) Come avverrà la narrazione
4) Il finale (da rivedere e sistemare).

Oltre a queste certezze, ci sono tantissimi dubbi: alcuni già risolti e altri da risolvere. Un dubbio su tutti era quello di dare il là agli eventi della storia senza forzare troppo gli eventi reali. Le soluzioni che mi si prospettavano mi sembravano tutte abbastanza difficoltose. Una era riscrivere tutta la storia mondiale dagli anni 50 fino alla meta degli anni 20 (del 2000), l’altra era creare una forzatura.

Per quanto riguarda la prima soluzione, avevo già riscritto la timeline fino al 1997. Il vero problema, però, era che avrei dovuto allargare troppo il parco personaggi, rischiando di perdere di vista le finalità del racconto. Per quanto riguarda la seconda, invece, la troppa libertà avrebbe comportato l’abbandono quasi immediato del lavoro. Il problema è stato per districato dal pronto intervento della Fatina che mi ha proposto un’opzione di incontro tra le mie.

Risolto questo dubbio, rimane l’organizzazione del lavoro a grandi linee. E, strano ma vero, anche questa è una nota dolente. Lo è perché nel caso perdessi troppo tempo in questa fase, perderei qualunque voglia di scrivere. Nel caso non lo facessi, invece, mi impantanerei. Anche in questo caso, quindi, dovrò riuscire a trovare una soluzione di compromesso.

Soluzione che oltre a prevedere una generica linea del tempo, vedrà anche un breve riassunto della storia in generale e l’attribuzione dei passaggi ai protagonisti (se pensate che questa sia troppa organizzazione, avreste dovuto vedere come avevo organizzato un’altra storia, finita nel cestino qualche giorno fa).

Insomma, come detto sopra, non sono sicuro di combinare nulla di concreto ma almeno ci sto lavorando sopra. Qualora ci saranno novità, ci sarà un “Appunti di produzione due”.

Questo è quanto.

Cya.

N.B.: Vi siete beccati questo post perché non avevo voglia di sbattermi, ma dovevo mantenere l’impegno preso con me stesso di aggiornare il blog almeno una volta a settimana.

Bonus:

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Malinconia e Riflessioni

E in un uggioso pomeriggio di pioggia, classico delle zone del milanese, che inspiegabilmente il mio buon umore è andato man mano deteriorandosi, portandomi in una condizione d’animo malinconica.

Malinconia che non so da cosa nasca.  Sarà la morbosa sensibilità e la facilità con cui muto umore che mi caratterizzano oppure c’è qualcos’altro? Provare a capirlo non è facile, ci sono miriadi di variabili che potrebbero sfuggirmi.

Comunque dopo una rapida analisi della mia situazione negli ultimi giorni (settimane?) per giustificare questo senso di malinconia di cose ce ne sono e non poche.

Si parte dalla notte del 24 in cui mi è scappato il cane, che ancora non è tornato e di cui ormai non crediamo vi sia un ritorno. Dopo quattro giorni di pace, il 29 rompo con  la mia “ragazza”. Il primo gennaio ho una discussione sempre con lei. Discussione che segnerà l’allontanamento definitivo tra noi. Aggiungiamo l’accidia dovuta all’imminente ritorno a scuola e completiamo il quadro dell’attuale situazione.

A  questo va aggiunto come detto prima la mia morbosa sensibilità (artistica e non) e la facilità con cui cambio umore. Umore in questi ultimi giorni quanto mai instabile, con picchi di buon umore accompagnati da momenti di cattivo umore o indifferenza.

Indifferenza che è un grande problema che mi affligge oramai da tempo immemore. E’ un rifugio per non soffrire, è compagna della noia derivata dalla mancanza di stimoli e mi rende distaccato, freddo nei confronti degli altri.

Distacco e freddezza che effettivamente, già senza indifferenza, mi appartengono in modo spiccato dopo anni e anni di duro lavoro e allenamento.

Ma come ogni altra singola volta a rendermi malinconico sono ancora i ricordi. Una canzone, una strada, un pensiero ramingo ed eccomi a riflettere e a pensare al passato.

Passato a cui forse sono ancora troppo ancorato, ma che è indiscutibilmente qualcosa di fondamentale per me perché, infondo, è il passato che mi ha reso la persona che sono. Sia chiaro che “non vivo nel passato” come si sarebbe portati a pensare ma comunque lo tengo ben presente in mente per non commettere gli stessi errori.

Paradossalmente è il passato a darmi preoccupazioni o pensieri nonostante in futuro abbia non poche “difficoltà” da affrontare. Difficoltà che non mi spaventano e che so di poter superare senza problemi.

E il presente? Beh, il presente è nebuloso, poco chiaro.  Tanti punti di domanda che si susseguono. Ricerca di un equilibrio che per il momento è precario. Scegliere la strada che dovrò percorrere in futuro, finite le superiori. Capire se i limiti che ho possano essere superati o risulteranno ancora una volta invalicabile. Insomma tutti questi pensieri affollano la mia mente e sgomitano per ricevere l’attenzione tanto agognata.

Qualcuno mi disse: “Tu pensi troppo, vivi l’età che hai”, forse aveva ragione. E’ vero io penso molto e ogni giorno le mie certezze sono sottoposte a pesanti pressioni e vengono valiate attentamente. Quante volte le mie certezze si sono rivelate erronee? Molte, forse troppe. Probabilmente è stato questo a farmi giungere alla seguente conclusione:  “le certezze umane non sono altro che castelli di carta esposti al vento”.

Castelli di carta che mi trovo ogni volta a smontare e rimontare nei più disparati modi. Ma un castello di carta può davvero resistere imperituro al forte vento? Sinceramente non so. Perché infondo i castelli siamo noi a costruirli così come siamo noi a permettere che il vento del dubbio soffi.

Ma come sempre non ci sono solo cose negative o dubbi. Semplicemente ci è più naturale soffermarci su questi aspetti. O per lo meno è così per me.

Volendo essere sinceri le cose positive forse non le apprezzo abbastanza o non do loro il giusto peso. Infondo sono circondato da persone che stimo e che credo mi stimino, ho tutto quello che posso desiderare (o quasi), a scuola vado bene e fortunatamente so ragionare con la mia testa, nel bene e nel male.

Per concludere questo post citerò Marge che disse a Lisa:  “Lisa, sei troppo intelligente per vivere felice.” La felicità diviene un’utopia man mano che l’intelligenza aumenta oppure felicità e intelligenza possono convivere? Oppure, ancora, una persona “troppo” intelligente è destinata alla malinconia, a causa dell’intelligenza?

Domande, queste, a cui ancora non so rispondere con sicurezza.

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