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Quei film appena visti

Vabbè, siccome è estate e la voglia di scrivere è (relativamente) poca, oggi vi beccate una sorta di elenco dei film visti con annesso giudizio. Non saranno, ovviamente, delle recensioni.

E, il primo film è il Caimano: diretto da Nanni Moretti. Il film racconta la storia di un produttore (Silvio Orlando) ormai in crisi che decide di lavorare su un progetto di una giovane regista (Jasmine Trinca) che racconta la vita di Berlusconi. Durante il film, oltre a seguire le vicende personali del produttore, ci viene fornito uno spaccato della vita italiana dopo trent’anni di berlusconismo. Vengono ripresi alcuni dei momenti più importanti della carriera di Berlusconi (l’apertura delle emittenti private di Mediaset o l’acquisizione del Milan, per esempio) e la pessima figura che ci fece fare al Parlamento europeo con il rappresentante tedesco. Il film/documentario incontra svariati problemi e, alla fine, riescono a girare soltanto l’ultima scena: il processo al Caimano. Come tutti ben saprete (visto che gli è stato dato un gran risalto), la sentenza è la seguente: colpevole e condannato a sette anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Il film, nonostante siano passati sette anni, è ancora attuale e dà ottimi spunti di riflessione sulla situazione politica e culturale italiana. Ciò nonostante, il finale lascia molti quesiti in sospeso sulla vita del protagonista (il produttore del film): il film riuscirà a farlo rientrare delle speso o avrà perso tutto? Il rapporto con la moglie è deteriorato irrimediabilmente? Insomma, mi dà l’idea che sia un film incompleto.
Lo consiglio? Ni. È indubbiamente un buon film, ma per le tematiche trattate potrebbe non interessare a tutti.
Voto: 7

Zero Dark Thirty è diretto da Kathryn Bigelow. Il film racconta le operazioni che hanno portato all’uccisione di Osama Bin Laden il 2 maggio del 2011. L’introduzione ci è data dall’audio delle persone coinvolte nell’attentato delle Torri Gemelle. Seguendo le vicende di Maya (Jessica Chastain) (dal primo interrogatorio fino all’operazione da cui è tratto il titolo del film) si fa un viaggio attraverso la così detta Lotta al Terrore sotto l’amministrazione Bush prima e sotto quella Obama poi. Ci vengono mostrate le torture a cui erano sottoposti i prigionieri, gli attentati di Londra e i pedinamenti fatti ad alcuni uomini chiave per arrivare al nascondiglio di Bin Laden e alla sua uccisione.
Il film ha il pregio di riuscire a non prendere una posizione, rimanendo imparziale, sia sull’utilizzo delle torture  (non viene mai espresso un giudizio, se non per bocca di Obama), così come non si tende ad esaltare eccessivamente l’uccisione del più pericoloso terrorista. Nel complesso, quindi, è un discreto film che mescola thriller, azione, dramma e racconta una storia realmente accaduta. Non un capolavoro, non un brutto film.
Lo consiglio? Sì. Se siete in cerca di un film sull’argomento oppure volete qualcosa con un buon grado di tensione, questo film andrebbe più che bene. E, poi, c’è lei.
Voto: 7.5

Funny People, diretto da Judd Apatow, è una commedia del 2009. George Simmons (Adam Sandler), famoso comico, scopre di essere afflitto da una rara forma di leucemia, troppo avanti per essere tratta dai farmaci tradizionali. Inizia quindi una cura sperimentale, ma il dover affrontare la morte gli fa capire di aver sbagliato tutto nella sua vita. Grazie all’aiuto di un ragazzo che gli farà da assistente (Seth Rogen) e gli scriverà le battute, proverà a rimediare agli errori fatti. Ricontatterà anche la ex fidanzata, sposata con un australiano (Eric Bana) con due figlie, per cercare di ripristinare il rapporto. La guarigione, però, lo riporterà alle precedenti brutte abitudini e ciò lo porterà ad uno scontro col suo assistente, nonché migliore amico, che culminerà col licenziamento di quest’ultimo. Il film, comunque, avrà un lieto fine che non vi svelerò.
Anche in questo caso si è di fronte ad un film nella media. Il tema della malattia e della redenzione è affrontato in modo meno drammatico, rispetto al solito. Ciò nonostante, è meglio di molte commedie americane. D’altro canto, alla fin fine, non ti lascia assolutamente nulla dopo la visione e, in alcune occasioni, c’è la tendenza a scadere eccessivamente nel volgare e nel banale.
Lo consiglio? No. Potreste trovare di meglio senza troppi problemi. Se proprio non avete nulla di meglio da vedere, guardatelo. Dovrebbe farvi ridere almeno un po’.
Voto: 6

The Royal Tenenbaums è una commedia diretta da Wes Anderson, del 2001. Ci viene raccontata la storia della famiglia Tenenbaum: marito e moglie si separano dopo dieci anni e tre bambini. I tre bambini dimostrano di essere tutti dei piccoli geni. Il primogenito, Chas (Ben Stiller) è un mago della finanza. La secondogenita (figlia adottata), Margot (Gwyneth Paltrow), è una scrittrice di successo. Il terzogenito, Richie (Luke Wilson), è un campione di tennis. Crescendo, però, tutti e tre i figli si sono persi per strada. Chas, dopo la morte della moglie, è ansioso e iperprotettivo nei confronti dei due figli, Margot non riesce più a scrivere ed è incastrata in un matrimonio frustrante mentre Richie, dopo essersi ritirato, si è imbarcato su una nave. Ed è proprio in questo momento che Royal (Gene Hackman), il padre, rientra in scena. L’uomo, ormai sull’orlo della bancarotta, viene a sapere che la moglie (Anjelica Huston) sta per risposarsi con il suo contabile. L’uomo, si fingerà malato di tumore e cercherà di evitare che i due si sposino. Nel frattempo, il rapporto coi figli riprenderà tra mille difficoltà e, anche grazie al suo aiuto, alcuni problemi verranno risolti. Quando, però, verrà scoperto che Royal non era malato di cancro, tutto quanto di buono verrà rovinato. Nel frattempo, Richie cerca di suicidarsi, dopo aver scoperto tutte le storie avute da Margot (di cui è innamorato). Una volta uscito dall’ospedale, però, la sorellastra rivelerà di ricambiare i suoi sentimenti. Royal, capendo di aver sbagliato ad agire come ha fatto, concederà il divorzio alla moglie e salverà la vita dei figli di Chas da una macchina che stava per investirli.
Il regista è lo stesso di Moonrise Kingdom e si nota. Sia l’utilizzo dei flashback, sia le inquadrature e l’impostazione del film ne fanno un predecessore (riuscito benissimo). Questa è una commedia ben riuscita: non fa ridere, ma fa sorridere. Inoltre, ci sono momenti di malinconia che rendono il film quasi agrodolce. L’utilizzo delle canzoni, tra l’altro, è perfetto. Una colonna sonora quanto mai azzeccata. L’idea di dividere il film in “atti”, con la possibilità di leggere ciò che succede sulle pagine di un libro, è una chicca non da poco.
Consigliato? Assolutamente sì. Se aveste amato Moonrise Kingdom, questo sarebbe indubbiamente un must watch. E, poi, Gwyneth in sto film è tantissima roba.
Voto: 8,5

Per concludere, invece, un altro film di un regista italiano: This Must Be The Place di Paolo Sorrentino. Il film è, fondamentalmente, diviso in due parti: la prima parte ci mostra come una ex rock star, ormai in declino, continui la sua vita in maniera sempre uguale e noiosa. Per lui, le lancette dell’orologio sembrano essersi fermate al suo ritiro. Le uniche persone con cui riesce a rapportarsi serenamente sono la moglie e una ragazza (Mary) che, oltre ad essere una sua grande fan, è anche una sua grandissima amica. A strapparlo dalla noia e dalla vita consuetudinaria che lo stava soffocando, è il funerale del padre. Il padre, un ebreo deportato ad Auschwitz, con cui non aveva rapporti da quando aveva iniziato la sua carriera nel mondo della musica. Il cugino darà a Cheyenne (Sean Penn, il protagonista) i vecchi diari del padre e gli chiederà di trovare il nazista che aveva umiliato il defunto. Cheyenne, quindi, inizia un viaggio che lo poterà attraverso l’America, alla ricerca di questo nazista.
Il film, alla fine, non è altro che la metafora della maturazione del protagonista. Il viaggio, oltre che essere compiuto fisicamente, è anche compiuto spiritualmente. E sarà proprio durante questo viaggio che Cheyenne riuscirà ad affrontare i fantasmi del proprio passato (e del passato di suo padre). Durante il viaggio incontrerà molte persone e, nel bene o nel male, questi incontri cambieranno non solo la sua vita, ma anche quella degli altri. Una nota di merito a Sorrentino che è riuscito a rendere un film del genere molto introspettivo attraverso la lettura dei diari del padre. Da notare anche come, durante il film, si farà ricorso all’anafora “Prima dell’inferno” e che solo nel finale l’anafora cambierà diventando “Durante l’inferno”.
L’unica cosa che potrebbe far storcere il naso è la poca importanza data a quelli che, nella prima parte, erano personaggi fondamentali. Nonostante questo, rimane un capolavoro che chiunque dovrebbe vedere.
Consigliato? Assolutamente sì. Un altro capolavoro di Sorrentino che ha preso meno premi di quanto meritasse.
Voto: 8.75

Questo è quanto.

Cya.

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Citazioni #14

Look, I know I’m gonna be the bad guy on this one. But I just wanna say the last six days have been the best six days of probably my whole life.

Immediately after making this statement, Royal realized that it was true.

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25 Aprile

No, tranquilli, non parlerò di politica. Settimana scorsa ho scritto ben due post e ho voglia quanto voi di staccare dalle solite considerazioni che si leggono e sentono ovunque in televisione. E, nonostante il titolo, non mi soffermerò nemmeno troppo a lungo sulla celebrazione della Liberazione, dato che si corre sempre il rischio di cadere nel tranello della vuota retorica che non fa dire altro che banalità.

Stamane, nonostante la festività, la sveglia è suonata presto: alle sette e mezza ero in piedi, assonnato e con zero voglia di vivere. Per la prima volta, infatti, ho deciso (per motivi che non starò qui a spiegare) di partecipare alle manifestazioni organizzate dal comune per la commemorazione e le celebrazioni del 25 aprile. Il primo ritrovo è stato in una piazza del mio quartiere, dove la banda ha suonato l’inno d’Italia. C’era anche un prete che ha blaterato qualcosa (ammetto di essermi distratto, pensando al fatto che avrei preferito essere a letto).

Subito dopo ci siamo spostati al cimitero per commemorare i caduti. E lì, mi hanno incastrato a fare il fotografo con risultati più che discreti. Una volta entrati, ci siamo diretti ad una cappelletta dove prete e alcuni vecchietti si sono dedicati alle preghiere. Ho colto l’occasione per staccarmi dal gruppo e andare a porgere ossequi a qualcun altro.

Fortunatamente, subito dopo il cimitero, c’è stata una botta di vita sotto forma di cappuccio e briosche. Subito dopo, ci siamo spostati nella piazza di fronte al municipio, dove ho incrociato altre facce conosciute e mi sono fermato a chiacchierare per un po’. Col cambio di banda c’è stata una botta di vita che ci ha portato a cantare l’inno e “Bella Ciao”, attirandoci le occhiatacce di alcuni Ciellini.

Verso mezzogiorno, le manifestazioni si sono concluse lasciandomi con le gambe doloranti (e poi capirete il perché) e con la soddisfazione di aver partecipato ad una commemorazione che non si vedeva da troppo, troppo tempo nella mia città. Potrei aggiungere molte altre cose e provar a descrivere le sensazioni provate, mentre si svolgevano questi eventi ma, oltre a quanto detto sopra, rischierei di non riuscire a rendere come dovrei il tutto. Tra l’altro, anche se ne fossi capace, sono profondamente convinto che ognuno viva le celebrazioni di oggi in modo unico e personalissimo, qualora non lo vivesse in maniera passiva.

Detto ciò, passiamo a parlare tranquillamente di altro.

E la prima cosa di cui ho intenzione di dire è il motivo delle gambe doloranti: ebbene sì, dopo tanti proclami e altrettanti posticipi, ieri sono andato a correre per la prima volta dopo mesi. Le cose non sono andate poi così male, nonostante non abbia fatto il giro completo, ma abbia smesso qualche metro prima. Ora, tempo permettendo, conto di riuscire a replicare domenica mattina.

Dopodomani sarà una giornata pienissima in cui sperpererò una piccola parte dei miei averi: sabato mattina, infatti, farò l’usuale giro in fumetteria per svuotare la casella e dar da vivere al mio rivenditore per un altro mese. Coglierò l’occasione per rivedere un amico che avevo perso di vista e non sentivo da un po’. Sabato pomeriggio, invece, sarò a Milano per vedere Iron Man 3. Per il film non è che abbia sta grande attesa (non che non mi interessi, semplicemente negli ultimi mesi sono stato preso da altre cose), nonostante questo, la speranza è che sia un film che si confermi al livello dei predecessori. Le tinte prese dal film si sono avvicinate molto a quelle del Batman di Nolan, apparentemente. Bisognerebbe capire quanto sia un bene…E a breve lo farò.

In settimana, cazzeggiando, sono tornato a rileggere alcuni post e mi sono reso conto che in uno mi mancavano le uscite in compagnia. Ecco, passato qualche mese, la situazione è leggermente cambiata. Ho iniziato ad uscire con un gruppo di ragazzi che mi hanno coinvolto dopo il compleanno di un amico comune. Nonostante sia il più piccolo, devo dire che mi diverto abbastanza. Insomma, sto skillando anche in socialità.

A proposito di skillare, ha scaricato Team Fortress 2 ma non ho ancora avuto modo di giocarci. Devo ringraziare una cara amica per avermi rotto il cazzo fino ad avermi convinto.

Ho già interrotto il progetto di cui parlavo in “Appunti di Produzione #1”. Non ci ho scritto nemmanco una riga. Sono un Coso cattivo, ma c’era da aspettarselo. Per lo meno io e pochi altri sapevamo sarebbe finita così.

Come avrete notato, questa è stata una settimana abbastanza piatta e non è che abbia molto da raccontare, perciò…

Questo è quanto.

Cya.

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Sul Genere Horror

Nonostante l’attualità pulluli di fatti interessanti di cui scrivere, non ho alcuna intenzione di occuparmi di cose del genere (ma questo lo avrete già capito dal titolo). Ciò di cui voglio parlarvi è un argomento che avevo già trattato, seppur in maniera diversa, nell’articolo “L’Importanza di Pennywise“. Mentre in quel post analizzavo il rapporto stretto intercorrente tra uomo e paura, in questo cercherò invece di analizzare le varie forme in cui l’uomo ha rappresentato, per esorcizzare, l’orrore.

Il genere horror può contare su un illustre antenato: il “Romanzo Gotico” le cui tematiche riguardavano sia il Romanticismo, sia elementi misteriosi, spesso riguardanti il mondo sovrannaturale. Il primo romanzo ascrivibile, in senso stretto, al genere horror è, però, “Frankestein, o il Moderno Prometeo”. La storia penso la conosciate tutti, quindi sorvolerò su questo aspetto. Da dopo questo libro, della scrittrice Mary Shelley, ci sarà una vera esplosione del genere. Libri come “Dracula”, “Il Vampiro” (per riferirsi a famosi libri che furono le basi del genere) o a lavori più moderni del calibro di “Io sono Leggenda”, “L’Esorcista” e “IT”  hanno venduto in tutto il mondo milioni di copie e continuano a farlo tuttora.

Il motivo di questo successo è legato alla necessità dell’uomo di esorcizzare la paura in tutte le sue forme, e quale modo potrebbe essere migliore se non la finzione? I libri, improvvisamente, si popolano di mostri, creature demoniache e scienziati pazzi senza alcuna remora di sorta nel compiere anche il più sacrilego degli atti. Ma questi esseri sovrannaturali hanno, spesso, origine nelle credenze popolari. Basti pensare alla figura del vampiro o a quella del lupo mannaro, piuttosto che agli zombie. Quando, invece, non si fa riferimento ad elementi comuni delle culture popolari, si tende ad andare alla ricerca delle tenebrose meraviglie che l’ignoto ci offre (basti pensare a Lovecraft con il suo ciclo di Cthulhu).

È evidente, insomma, che qualunque cosa spaventi l’uomo ha ottenuto la sua rappresentazione sia su carta stampata (libri, fumetti) sia su pellicola. E, la mia analisi, non può che partire dal libro di genere probabilmente più conosciuto: Dracula di Bram Stoker. La prima cosa che si nota durante la lettura è come il Conte decida di spostarsi da un luogo ancora legato a credenze medioevali, con uno stile di vita semplice, al centro del mondo moderno dell’epoca: Londra. Il parallelismo tra antichità e nuovo sarà un elemento fondante di tutto il libro e culminerà con la sconfitta del vampiro per mano di Van Helsing (uomo di scienza per eccellenza) e degli altri uomini. In questo caso, una paura antica come quella del ritorno dei non morti, viene sconfitto dal sempre più rapido sviluppo della scienza e del progresso. L’uomo sembra non aver più spazio per tutti i timori antichi, legati a creature che ormai sono viste come frutti di un periodo di ignoranza di gran parte della popolazione. Nuovi mostri sono destinati a prendere il posto dei vecchi ed è quello che, pian piano avverrà. Secondo elemento che salta all’occhio è, di nuovo, un contrasto. Il contrasto tra lo stile di vita degli eroi e gli ambienti in cui Dracula pone le sue basi. Questi luoghi sono sporchi, puzzolenti e la scena dell’apertura della cripta, in cui i ratti scappano via, con quegli odori terribili che colpiscono il naso dei cacciatori e quasi anche quello nostro, che siamo lettori. Come dicevo sopra, però, Dracula rappresenta la fine delle vecchie paure, per dare il benvenuto a nuovi e terrificanti orrori.

E questi nuovi orrori scaturiscono, in primis, dalla penna di Howard Phillips Lovecraft. Le sue storie sono tra le più inquietanti che abbia mai letto. Notare bene che ho scritto inquietanti perché non sono impressionanti, non terrorizzano nemmeno, eppure hanno la capacità di lasciarti quel senso di irrequietezza che permane a lungo anche dopo che si è chiuso il libro. Esempi lampanti per confermare ciò che dico, potrebbero essere “I Topi nel Muro” (che vi consiglio di leggere) o l’intero “Ciclo di Cthulhu”. Ed è proprio su quest’ultima raccolta che vorrei soffermarmi. Nel “Ciclo di Cthulhu”, Lovecraft, ribalta abilmente la concezione della religione che abbiamo: le divinità non sono benevole, tutt’altro.  Le divinità lovecraftiane, infatti, sono brutali esseri alieni, il cui unico scopo è conquistare pianeti e devastarli. I fedeli che venerano queste entità (che dovrebbero rappresentare le regole e gli elementi presenti nell’universo, secondo alcuni) eseguono riti violenti, orribili e terrificanti, tramandando i miti dei loro signori, in attessa che giunga il momento. Il massimo in cui si può sperare è che la vita umana per loro sia qualcosa di totalmente insignificante e per questo potremmo essere ignorati. Proprio nel ciclo è possibile assistere alla prima commistione tra generi: ai classici elementi dell’horror si affiancano alcune peculiarità di stampo fantascientifico. Qualcosa di molto simile, sarà possibile osservarlo in “IT” di Stephen King dove la storia dalle tinte cupe, virerà lentamente verso il filone fantascientifico dando vita ad un’opera di rara bellezza evocativa.

Altri orrori però, sono nascosti proprio negli elementi che Stoker trovava rassicuranti: le scienze e la tecnologia. A partire dal secondo dopoguerra, infatti, la scena horror e gli archetipi che reggono il genere vengono resi moderni. Gli zombie non sono più evocati tramite riti voodo, ma ritornano in vita a causa delle radiazioni. Il primo film a sfruttare con successo questa idea fu “Dawn of the Dead” di George Romero (che risultava essere anche una lettura critica ed ironica della società dell’epoca). Da DotD, poi sono nati molti altri film di questo genere che però sono ascrivibili alla bellissima cerchia dei così detti “B-Movie”. Le radiazioni però, hanno anche la capacità di trasformare esseri di piccole dimensioni in enormi giganti assetati di sangue (spesso umano). Tra gli anni 50 e  gli anni 70, infatti, ci fu un’esplosione di film riguardanti insetti assassini. Uno degli ultimi esempi di questo genere di film è “Arac Attack – Mostri ad otto zampe”.

Altri elementi di novità sono i virus. È un virus in “Io sono Leggenda” a tramutare gli umani in vampiri dopo una guerra. È un virus a rendere le persone zombie in The Walking Dead (Fumetto/Serie TV) e nella saga cinematografica di “28 giorni dopo”, “28 settimane dopo”. Ed è sempre un virus a creare gli Zombie in World War Z (libro che consiglio di recuperare, anche in lingua originale, a tutti).

Accanto a tutto ciò, poi, entrano in scena elementi quali la psiche umana, la parapsicologia, i poteri paranormali e lo scontro stesso col maligno. La psiche umana e la parapsicologia sono elementi fondamentali del libro Shining di Stephen King, in cui il protagonista impazzisce a causa dell’influsso che l’essenza maligna dell’albergo ha sulla sua psiche. I poteri paranormali hanno un ruolo fondamentale nel libro “Carrie”, in cui la protagonista sfrutta i suoi poteri telecinetici per vendicarsi dei soprusi subiti dai compagni di scuola e anche nel libro “Il Cattivo Fratello”, la cui storia è troppo complicata (e bella) per essere spiegata qui di Koontz. Lo scontro col Maligno, invece, ha avuto una grande spinta dal libro “L’Esorcista” (da cui è stato tratto l’omonimo film, molto più famoso del libro, credo) in cui un prete e il demonio si contendono lo spirito e il corpo di una giovane ragazza. Altri film di questo genere è il famoso “L’Esorcismo di Emily Rose” o il più recente “Il Rito” e anche i film evento degli ultimi anni della serie “Paranormal Activity” hanno lo stesso leitmotiv.

Altro esempio interessante che però sfugge dalle logiche di catalogazione classiche è American Horror Story che, nella prima stagione, porta in scena le vicende di una famiglia che va ad abitare in una casa in cui sono stati compiuti svariati omicidi (si sprecano citazioni: dalla Dalia Nera al Massacro della Columbine, sino al film Omen con la nascita del figlio di Satana) mentre nella seconda stagione le vicende si svolgeranno in un manicomio (di più, per il momento non so). Lo scopo degli autori di questa serie è quello dichiarato di raccogliere le principali “leggende metropolitane orrorifiche” americane e trasporle su schermo.

Ovviamente, l’analisi qui presente, è incompleta e grezza sotto molti punti di vista. Molti argomenti non sono stati approfonditi come avrei voluto (e, forse, dovuto) ma mi riservo la possibilità di tornare a trattarli con maggiore calma in futuro, ma dato che non ho più voglia di scrivere (anzi riscrivere, visto che internet è crashato e WP mi aveva salvato la bozza a metà), l’ora è tarda e rischio di dilungarmi troppo, mi fermerò qui.

Ciò che presumo risulti evidente è il fatto che, per quante volte si possa essere in grado di rappresentare ciò che più ci spaventa, non la si riuscirà mai a cancellare. Anzi, alle vecchie “paure primordiali”, si affiancano nuove paure rappresentanti il lato oscuro del tempo in cui viviamo.

Presto o tardi, anche la luce che rischiara e scaccia la tenebra in cui le nostre paure ci hanno fatto precipitare, si spegnerà lasciandoci in un’oscurità ancora più profonda, dove vecchi e nuovi orrori ci tormenteranno, fino all’apparire di un nuovo fulgore.

Questo è quanto.

Cya.

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The Amazing Spider-man

Ho aspettato dieci giorni per scrivere questo articolo. Dieci giorni che mi sono serviti per poter riflettere a mente fredda sul film che ha dato inizio al reboot cinematografico della saga di Spidey dopo la pessima trilogia di Raimi (andando in crescendo nel diventare sempre più brutta).

Se qualcuno mi chiedesse quale fosse stata la cosa più bella del film, ci impiegherei meno di venti secondi a dare la seguente risposta: Emma Stone. Questo vuol dire che ASM sia stato un brutto film? No, ASM non è stato un “brutto film”, ma si presta (almeno per me) a due chiavi di lettura: quella del fan del fumetto e quella dello spettatore.

Come fan del fumetto, ASM è pessimo. Voglio dire, ci sono i lancia-ragnatele, c’è quella gran topa di Gwendolyne Stacy e gli zii non sono personaggi macchietta uber-stereotipati. Eppure…Eppure ci sono tanti piccoli (e grandi particolari) che differiscono tra versione cinematografica e versione cartacea. In primis, Peter Parker non era un fighetto che se la viaggia sullo skate. Mi spiace, ma è il tipico ragazzino occhialuto appassionato di scienza e sfigatello. Quello che viene preso per il culo dai bulli e si innamora della bella della scuola per prendersi, poi, un sonoro palo nel culo. Insomma, è il prototipo perfetto del Nerd quando ancora non si aveva una chiara connotazione di Nerd. Gwendolyne Stacy, la sua storica fidanzata, compare quando Peter va all’università e non alle superiori e, soprattutto, non scopre la sua cazzo di identità segreta. E, il capitano Stacy, muore in seguito ad uno scontro con il Doc Oc in cui, per salvare un bambino, viene sepolto dalle macerie e rivela a Spidey di sapere il suo segreto. Insomma, quanto visto nel film non c’entra un cazzo con tutto questo, a parte il fatto che entrambi (versione cinema/fumetto) muoiano.

Eppoi, c’è il giudizio dello spettatore (scevro dal conoscitore di fumetti) che si è trovato a vedere un film accettabile, con un buon ritmo e alcuni momenti d’azione davvero pregevole. Un mio amico (Il Cacciatore di Tonni) mi ha detto, dopo avermi consolato all’uscita del film, che comunque per lui che non conosceva il personaggio è stato un film godibile. E, a tutti gli effetti, non aveva tutti i torti. Chiaramente non è un capolavoro del cinema, ma per tutta la sua durata il film non annoia (quasi) mai e pone buone basi per un sequel (come prevedibile, annunciato con una scena dopo i titoli di coda) che potrebbe migliorare, a livello qualitativo.

Indubbiamente, lo scopo di questo film, è quello di far avvicinare più persone al personaggio Uomo Ragno, in modo tale da assicurarsi un aumento (o, per lo meno, un rinnovo) della fan-base (da leggere “all’inglese”) della Casa delle Idee. All’inizio, non lo ritenevo davvero necessario, ma mi sono reso conto che i bambini che oggi andranno a vedere il film, domani saranno (possibili) fruitori del fumetto (che è diverso e, ovviamente, migliore).

Questo film, alla fine, non è un capolavoro ma non è nemmeno da buttare via. È consigliato a chi voglia conoscere il personaggio Uomo Ragno ma non voglia (per il momento) comprarne i fumetti (e non sapete cosa vi perdete, srsly). Nel caso in cui, invece, seguiate i fumetti, risparmiate i soldi del biglietto e spendeteli per qualche albo del caro vecchio Tessiragnatele.

Questo è quanto.

Cya.

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