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Alcuni buoni motivi per non uscire dall’Euro

Chiunque guardi la televisione e senta parlare di economia, sicuramente almeno una volta avrà sentito questo o quel politico dire che per rilanciare l’economia in Italia, bisognerebbe uscire dall’Euro. I più coraggiosi (i leghisti*) diranno che l’Euro è una truffa e che bisognerebbe ad avere la propria sovranità monetaria per poter riprendersi. E, poi, aggiungeranno che lo dicono anche i premi Nobel per l’economia**.

E, contrariamente a quanto affermato dai suddetti tizi, io penso che uscire dall’Euro sia un errore madornale. Non solo non si rilancerebbe l’economia, ma si peggiorerebbe la situazione finanziaria (che già oggi non è che sia rosea, anzi….). Prima di elencare i buoni motivi, però, voglio fare un passo indietro e ricordare agli amici (e agli elettori) leghisti che quando l’Euro entrò in vigore, al Governo c’erano loro, AN*** e Forza Italia. E sarebbe meglio ricordare anche che non aver applicato politiche di congelamento del costo della vita e dei prezzi fu una precisa scelta di quel Governo.

E, per l’amor del cielo, qualcuno spieghi ai parlamentari pentastellati che la Costituzione prevede che non si possano fare referendum in materia di Trattati Internazionali e quindi di smetterla di bagnarsi al pensiero di uscire dall’Euro con un referendum del bobolo. Che cazzo hanno studiato a fare la Costituzione?

Detto ciò, passiamo al perché non si dovrebbe uscire dall’Euro.

A) L’Italia, sul mercato internazionale, con l’Euro ha visto una crescita continua, seppur lieve, delle esportazioni. Tornare alla Lira****, quindi, non avrebbe un grossissimo effetto. Tra le altre cose non è credibile che il Bel Paese riesca a competere con Cina, India che in campo di esportazioni, grazie anche al bassissimo costo del lavoro, sono tra i leader di settore. E hanno industrie che possono contare su molta più manodopera. E sono molto più produttivi.

B) Per quanto riguarda le importazioni, si tratterebbe di un vero e proprio suicidio. Ricordo che sia l’energia, sia le materie prime vengano tutte importate e, abbandonando una moneta forte come l’Euro, significherebbe salassarsi. Anche se ci fosse un aumento dei ricavi prodotti dalle esportazioni elevatissimo, il tutto verrebbe bruciato ampiamente nell’acquisto di praticamente tutti i beni necessari a produrre e vivere.

C) Non si rilancerebbe l’economia interna*****. Prendendo per buono il fatto che si potrebbe svalutare la moneta e pompare le esportazioni, i cittadini si troverebbero ad avere carta straccia nel portafoglio. Svalutare equivale ad una diminuzione del potere di acquisto dei cittadini. Avete presente quando in Tunisia c’era la gente che era in fila davanti ai panettieri con un sacco di banconote? A furia di svalutare, la situazione diventerebbe più o meno quella (in un periodo meno lungo di quanto si creda, secondo me).

D) I debiti contratti dovrebbero essere pagati comunque in Euro e, quindi, se non ci uccidessero le importazioni lo farebbe la quantità di debito che lo Stato si è accollato negli anni. Tenendo conto che, senza ombra di dubbio, la nuova moneta non sarebbe una moneta forte (altrimenti col cazzo che si esporterebbe), il cambio sarebbe inclemente e ci si avvicinerebbe allo strozzinaggio vero e proprio. Certo, si può fare come l’Islanda****** e dire “col cazzo che vi pago” e praticamente l’Italia sarebbe uno Stato fallito. Il primo del G8*******, non un primato di cui andare fieri…. Ma pur sempre un primato.

E) Se già adesso siamo ad un passo dai titoli spazzatura per le agenzie di rating, dopo diventeremmo direttamente composto organico. La situazione sarebbe come quella greca… Senza Euro. E con pochissimi margini di ripresa. E, ça va sans dire, la speculazione tornerebbe a colpirci. E stavolta non ci saranno governi tecnici che tengano o ci salvino.

Detto ciò, non voglio dire che nell’Euro sia tutto bello o tutto perfetto********, è ovvio che non si possa vivere di solo rigore e che sarebbe arrivato il momento di portare l’Unione Europea uno scalino oltre alla mera integrazione economica (per altro non riuscita, dato che l’Europa è spaccata in due). Ma dire che tutto si risolverà tornando indietro è al quanto sciocco e populista. Un po’ come i leghisti.

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* Vedasi Salvini e le sue bellissime uscite pubbliche
** Anche sull’attribuzione dei premi nobel più “politici” si potrebbe parlare per ore. Ma anche no.
*** VIVARDUCE e Fini (che si starà godendo la meritata pensione nella villa di Montecarlo. Beato lui, che sa cos’è la pensione)
**** Nome di comodo.
***** Che per rilanciare l’economia interna bisognerebbe tagliare sul cuneo fiscale, ma hanno già tolto IMU e congelato l’aumento dell’IVA e non si sa dove andranno a prendere i soldi per coprire le mancate entrate.
****** Che è sparita dai radar dell’economia internazionale, senza contare che la situazione è completamente diversa. In Islanda c’erano due banche. In Italia ci ritroveremmo con titoli tossici e carta straccia sui conti correnti.
******* L’Ammmmmmmeriga non conta, che tanto alla fine la salvano.
******** Che però, giustamente, se uno ha sempre avuto i conti a posto fa più fatica a voler pagare per chi i conti non li ha saputi tenere in ordine e ha fatto un lavoro di merda, mandando un paese sull’orlo del fallimento.

Ma, tanto, alla fine… È TUTTO UN GOMBLODDOH.

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Un paese a due velocità

L’articolo in questione lo stavo pensando già da un po’ di tempo ma vogliate per noia, vogliate perché me ne dimenticavo, non l’ho mai scritto. Ça va sans dire che il paese in questione è l’Italia. Italia che, come tutti ben saprete, ha da un lato una situazione economica stagnante e dall’altra una situazione politica frenetica ma inconcludente.

Mentre le tre principali forze del Parlamento non riescono a trovare un accordo per formare un governo a causa dei ripetuti veti incrociati, è possibile notare come ogni forza politica stia affrontando il dopo-elezioni in modo diverso. Il PdL se da una parte tende la mano al PD per un governo di unità nazionale, dall’altro lancia il guanto di sfida e si prepara ad una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Nel frattempo continuano, a porte chiuse, le trattative per l’elezione di un Presidente della Repubblica in comune. La strategia della carota e del bastone, oltre all’impegno in prima persona di Silvio Berlusconi, hanno un evidente effetto anche sui sondaggi che, ad oggi, è la prima forza in Italia circa due punti di vantaggio sui diretti competitors del Centro-Sinistra.

il MoVimento 5 Stelle, dopo la falsa partenza delle quirinarie, ha oggi presentato il proprio candidato Presidente della Repubblica. Si tratta di Milena Jole Gabanelli. Nel caso questa dovesse desistere, toccherebbe a Rodotà. Tra le altre cose è notizia recente che i deputati di M5S abbiano presentato due DdL per l’abolizione delle sovvenzioni statali ai giornali e l’abolizione  dell’ordine dei giornalisti. Nel frattempo, Grillo, continua a portare avanti la propria campagna contro la “casta”, ricordando come mentre loro continuino con le loro trattative la casa stia bruciando. Sbadatamente, forse, proprio Grillo si dimentica che la situazione di impasse è tanto colpa sua, quanto degli altri. Nei sondaggi, comunque, M5S è dato in calo di due punti percentuali.

Il PD, invece, ha la situazione più magmatica. Le molte correnti interne sono in aperto contrasto tra loro e una delle leadership più forte degli ultimi anni nel centro-sinistra è ormai incapace di controllare quanto sta accadendo. I bersaniani, infatti, continuano a dare il loro appoggio al segretario per un governo di minoranza e cercando di ricoinvolgere i giovani turchi, defilatisi progressivamente. I (demo)cristiani, dopo la bocciatura da parte di Renzi di Marini, minacciano la scissione e lo scontento trapela sempre di più. Franceschini, dopo non aver ottenuto la presidenza delle camere, è tornato a capo della corrente che a lui faceva riferimento. I renziani, invece, hanno avuto dei toni in crescendo che hanno portato proprio il Sindaco di Firenze a battibeccare via giornale con Bersani, dopo l’esclusione del primo dalla carica di Grande Elettore. A complicare ulteriormente tutto si aggiunge la discesa in campo di Barca che, con un documento di cinquantacinque pagine, afferma che il PD sia da riformare. Nel frattempo, la partita per il Colle è sempre aperta e il Partito Democratico si sta impegnando a trovare una rosa di nomi che possa permettere di eleggere un Presidente della Repubblica con la più ampia maggioranza possibile (l’ultimo nome trapelato è quello di Amato). Nonostante una situazione non proprio facile e comprensibile, il PD si trova a guadagnare un punto percentuale nei sondaggi, diventando così la seconda forza del paese.

Nel frattempo, nonostante siano stati sbloccati quaranta miliardi per pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende, più volte Confindustria ha lanciato un grido d’allarme riguardante le tematiche del lavoro. Negli ultimi mesi, infatti, mille aziende al giorno sono state chiuse e sempre di più hanno deciso di ricorrere alla cassa integrazione. Cassa integrazione che però, stando a quanto detto dalla Fornero, potrebbe non riuscire a coprire con i propri fondi la richiesta (si parla di un miliardo di euro).

La situazione d’emergenza è così grave che sia Confindustria sia i tre principali sindacati hanno detto di aver intenzione di dare vita ad un tavolo comune dove parlare del modo per affrontare la crisi dilagante e che anche per questo 2013 porterà ad una crescita negativa.

Nonostante l’incertezza politica, lo spread è calato e si mantiene su livelli più che accettabili e l’Europa ha riconosciuto l’ottimo lavoro dell’Italia che non è più un’osservata speciale. Accanto a queste buone notizie, però, c’è stato un monito riguardante il rischio contagio rappresentato dalla debolezza strutturale degli istituti finanziari.

È evidente che i tanti problemi (strutturali e non solo) che affliggono l’economia italiana possano essere risolti solo dalla politica. È evidente anche che il punto di rottura sta per essere raggiunto e che una delle priorità dovrebbe essere alleggerire il carico fiscale che grava su imprese e lavoratori ma, come potete notare tutti, in questo momento i partiti (e movimenti) si stanno occupando di tutt’altro.

Questi sono i dati di fatto. Di mio voglio solo aggiungere alcune cose a cui tenevo particolarmente.

È quanto meno curioso che il Movimento 5 Stelle abbia scelto una donna iscritta all’ordine dei giornalisti (che M5S vuole abolire) e dipendete della Rai (che deve essere abolita, stando al programma). Così come è curioso che i primi due DdL presentati, in questo momento, siano l’ultima delle priorità che il Parlamento dovrebbe avere.

Per quanto riguarda la dialettica interna al PD, mio malgrado, devo dar ragione a Renzi almeno su una cosa: Bersani sta mettendo davanti la propria “carriera” al bene del paese. È evidente che non abbia i numeri per governare, così come è evidente che l’unico modo per avere un governo sia quello di fare questo stramaledetto inciucio. È fuori dal mondo, poi, che Bersani dica che non si può mettere fretta per formare un esecutivo quando la realtà delle cose dimostra che, invece, ci dovrebbe essere tutta la fretta di questo mondo. D’altro canto, Renzi, non perde occasione per scatenare polemiche non rendendosi conto che in questa maniera non fa altro che danneggiare il partito e farsi terra bruciata intorno, cosa che non gli converrebbe dato che molto probabilmente alle prossime primarie sarà lui, il favorito.

L’ultima cosa che scriverò in questo post, è una riflessione nata negli ultimi tempi: piuttosto che governicchi deboli, saggi o quant’altro sarebbe meglio che le tre forze politiche principali in questo momento, si sedessero ad un tavolo e dessero vita ad una seconda Costituente. La seconda parte della Costituzione è completamente da rivedere, c’è la necessità che le forze politiche facciano una nuova legge elettorale (preferirei un maggioritario a doppio turno) e soprattutto prendano iniziative per il rilancio dell’occupazione e dell’economia. È questo il momento buono per farlo, mettendo da parte gli interessi personalistici per quello che si potrebbe definire “un bene superiore”. Potrebbe essere questa, la svolta politica tanto attesa e l’inizio della vera Terza Repubblica.

Questo è quanto

Cya.

Bonus (unreleated):

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Partiti e Crisi di Governo

Anche se avessi voluto, non avrei potuto esimermi dallo scrivere un post sull’attuale situazione della politica italiana. Tutti i telegiornali, negli ultimi giorni, si sono concentrati su due principali avvenimenti: la ricandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri e il venturo abbandono di Mario Monti della medesima carica. I due fatti sono strettamente collegati ed è già stato detto molto, quindi tentare di non essere ripetitivo non sarà facile, ma ci proverò.

E partiamo subito dalla crisi di Governo innescata dalle dichiarazioni di Angelino Alfano, Segretario del PdL, fatte il venerdì appena trascorso. In soldoni, il buon Angelino, ha dato la colpa dell’attuale situazione italiana al Governo tecnico e a Mario Monti, troppo legato al rigore richiesto dall’Europa. Monti, dopo questo attacco, essendosi reso conto che la maggioranza di governo si era dissolta, è salito immediatamente al Quirinale per un colloquio col Capo dello Stato. L’incontro ha avuto come risultato quello di rendere noto il periodo in cui questo Governo rassegnerà le dimissioni. Con molta probabilità, settimana prossima, dopo aver approvato la legge di stabilità si chiuderà la parentesi legislativa e, dopo i tempi tecnici necessari, si andrà al voto.

Le date più papabili per il voto sono due: la prima il 17 febbraio; la seconda il 24 dello stesso mese.

Prima di analizzare gli scenari legati ai diversi partiti (e movimenti), vorrei spendere due parole sul Governo Monti (cosa che, fino ad ora, mi ero ben guardato dal fare). Contrariamente a molti, sono convinto che l’esecutivo abbia fatto un lavoro discreto. Ha ridato smalto all’immagine italiana all’estero, offuscata dopo gli ultimi mesi del Governo Berlusconi, ed ha rivestito un ruolo centrale in una delle fasi più concitate della storia dell’UE. A livello nazionale, invece, ha preso delle decisioni impopolari ma, purtroppo, inevitabili. Sicuramente avrebbe potuto fare qualcosa di maggiormente equilibrato e che non martoriasse il ceto medio, sempre più indebolito (leggasi patrimoniale). Sicuramente, con una congiuntura del genere, avrebbe potuto ottenere molto di più sia dalle parti sociali, sia dai partiti. Sicuramente avrebbe potuto mettere mano in modo deciso ai costi della politica, eppure, nel medio-lungo periodo ci accorgeremo di come le riforme varate, abbiano avuto un effetto benefico sui conti del paese. Insomma, secondo me, il Governo Monti ha fatto quanto ha potuto senza portare ad una rottura della “strana maggioranza”, nonostante qualcuno (che gli ha lasciato in eredità questa situazione) abbia da dire il contrario.

Data per certa la fine di questo incarico, tutti gli attori politici non possono fare a meno di porsi questa domanda: cosa farà Mario Monti? Probabilmente, non uscirà dalla politica. La sua candidatura sarebbe ben vista sia dai mercati, sia a livello internazionale e, sostanzialmente, si andrebbe avanti seguendo la linea dell’attuale Governo. Un’altra ipotesi, vederebbe Monti al Quirinale al posto di Giorgio Napolitano. Secondo le indiscrezioni trapelate a mezzo stampa, però, la candidatura di Monti è sempre più probabile. Alle sue spalle avrebbe i moderati che vedono questa opzione come manna dal cielo. Sia Casini, sia Montezemolo, infatti, hanno sempre messo a disposizioni i loro partiti/movimenti per l’attuale premier (per quanto utilizzare il termine premier, sia sbagliato). Questo porterebbe ad avere un Centro piuttosto forte e compatto, intorno ad un leader che ha saputo guidare la “barca Italia” in un mare tempestoso. Potremmo assistere, dopo un ventennio circa, al ritorno di un Centro forte che catalizza la vita politica e ricopre un ruolo centrale al Governo, dopo i fasti della DC e lo scandalo di “Mani Pulite”.

Mentre si aspetta di vedere quali saranno le prossime mosse del Professore, passiamo ad occuparci del Popolo della Libertà. PdL che, negli ultimi tempi, è stato tormentato da svariate vicissitudini. Il primo spunto di riflessione riguarda le primarie cancellate. Queste primarie sono state fortemente volute dal Segretario di partito, Angelino Alfano. E, il fallimento di questo progetto, è innanzitutto una bocciatura di Alfano in quanto leader del PdL e, in secondo luogo, una grandissima perdita di credibilità dell’uomo politico. Eppure, il progetto alfaniano, non era per nulla sbagliato. L’idea delle primarie era supportata dai risultati ottenuti dal Centro-Sinistra ed era segno di una maggiore democratizzazione all’interno di un movimento che risentiva fin troppo del peso del suo fondatore, che ha spesso ricoperto anche il ruolo di padre-padrone, Silvio Berlusconi. Eppure, tutto è stato cancellato con un colpo di spugna. Il colpo di spugna in questione è la ricandidatura di Silvio Berlusconi. La motivazione ufficiale del suo ritorno sulla scena politica è da ritrovarsi nella situazione in cui versa l’Italia. I maliziosi, però, non possono fare a meno di notare come questa decisione si arrivata dopo la condanna in primo grado a quattro anni, per il reato di frode fiscale. La ricandidatura, stando alle parole dello stesso ex Presidente del Consiglio, è dovuta al fatto che non sia stata trovata nessuna altra personalità come il “Berlusconi del ’94”. Le prime uscite fatte dal suo passo avanti, ruotano soprattutto intorno alla pressoché nulla valenza dello Spread, una politica europea ed interna troppo condizionata dalla Germania e all’idea di cancellare l’IMU, appena riottenuta la presidenza del consiglio. Tutto ciò, all’interno del Partito, è stato accolto in modo differente. I fedelissimi hanno gioito ed esultato per questa scelta del Cavaliere, mentre i moderati, sono rimasti contrariati soprattutto a causa della mozione di sfiducia ufficiosa. Persino il capo gruppo al senato europeo Mauro, ha preso le distanze da questa mossa. E, a proposito di Europa, sulla scena internazionale la ricandidatura di B. è stata accolta relativamente male. Tutti i giornali stranieri hanno evidenziato come un suo ritorno in campo sia un pericolo sia per l’Italia, sia per l’Europa. Il PPE (Partito Popolare Europeo) ha duramente condannato il gesto di togliere la Fiducia al Governo, il presidente del Parlamento europeo (che già in passato aveva avuto un alterco con Berlusconi), ammette che lo scenario di un altro Governo Berlusconi sia preoccupante. Angela Merkel, invece, ha invitato il Cavaliere, seppur in modo indiretto, a non improntare la propria campagna elettorale sul politiche “anti-Germania”. Per quanto riguarda il partito, invece, pare che ci sia l’intenzione di tornare al vecchio nome “Forza Italia”. Questo comporterebbe la scissione degli ex di FI e gli ex AN, che confluirebbero in un nuovo movimento. L’alleanza più probabile è quella con la Lega Nord. Il prezzo per questa riunione, però, sarebbe la presidenza della Lombardia. La situazione, per il momento, si conferma molto caotica e non destinata a chiarirsi entro breve.

Dopo aver riportato i fatti nudi e crudi, però, non posso esimermi dal commentare quanto sta accadendo. Sia Berlusconi, sia Alfano ignorano volutamente il fatto che la situazione italiana attuale, sia figlia di un’irresponsabilità che si è protratta a lungo quando la crisi poteva essere per lo meno arginata. Penso che chiunque si ricordi le deliranti affermazioni fatte in quei giorni dagli esponenti della maggioranza (“I ristoranti sono pieni” – “sugli aerei non si trova un posto” – “La crisi in Italia non esiste”) e l’incapacità più assoluta di far fronte ad una situazione che peggiorava di giorno in giorno da parte del PdL. A portare alla “caduta” di Berlusconi, fu proprio lo spread che raggiunse quota 580 punti. Il fatto che il Cavaliere abbia detto che conti poco, non solo dimostra l’irresponsabilità dell’uomo politico, ma anche la pessima memoria, dato che fu proprio per lo spread che si dimise. Il malumore dei mercati e dei governi degli altri paesi europei (e non solo) è ben comprensibile, dato che come fatto nei passati diciotto anni di governo, appare evidente che l’unico motivo che abbia spinto Berlusconi a ricandidarsi sia non il senso di responsabilità (che non ha mostrato nemmeno quando fu obbligato a dimettersi da Napolitano) ma bensì la necessità di salvaguardare la sua persona dai procedimenti giudiziari a suo carico. La cosa davvero preoccupante è, però, il fatto che alla fine, nonostante non abbia i numeri per vincere, farà in modo che nessuno riesca ad ottenere una maggioranza in grado di governare, paralizzando un paese che non può permettersi questo lusso. Spero, almeno, che gli italiani siano davvero maturi come sento ripetere a più riprese da molti esperti e politici, nonostante ne dubiti fortemente.

Restiamo sempre a Destra per occuparci della Lega. Lega che ha visto i suoi consensi calare drasticamente nel corso del tempo e che dopo la “pulizia” interna, è sparita dai radar. In realtà, il principale obiettivo del Carroccio, è la Lombardia. Lombardia che potrebbe ottenere, come dicevo sopra, in cambio di un’alleanza a livello nazionale con la rinascente Forza Italia. Maroni e i suoi, infatti, non hanno abbandonato l’idea di una secessione del Nord o comunque di un aumento dei poteri in mano ai governatori. A conti fatti, però, è difficile capire quanto possa giovare tutto ciò al partito, dato che anche il PdL attualmente non sembrerebbe passarsela troppo bene.

Dopo aver analizzato i principali attori presenti a Destra, non ci restano che i due attori a Sinistra. Il PD e il MoVimento 5 Stelle.

E, per quanto riguarda il Partito Democratico, c’è relativamente poco da dire. Le Primarie sono state vinte largamente da Bersani che, ora, si trova a dover fare i conti con Berlusconi. Il vero avversario per il leader del PD, però, potrebbe rivelarsi proprio Mario Monti, nel caso decidesse di ricandidarsi. Lo scenario ideale, per il Centro-Sinistra, sarebbe Monti al Quirinale e Bersani a capo del governo. Il condizionale è però d’obbligo. È d’obbligo soprattutto a causa dei mal di pancia che Vendola ha quando si parla di Agenda Monti. Al leader di SEL, infatti, l’idea di proseguire su una strada di rigore come auspicabile, sembra proprio non andare giù, coerentemente con la linea politica perseguita fino ad ora. Bersani, tra le altre cose, è sempre stato attratto dall’idea di allearsi con i moderati del Centro, ma per far sì che ciò avvenga, Monti non dovrebbe candidarsi alla Presidenza del Consiglio. Altro grosso problema è quello riguardante i voti di Renzi che il Segretario, probabilmente, non è in grado di incanalare completamente da solo. Per rimediare a questo problema, più volte, si è sentito parlare di un ticket elettorale che però, per il momento, sembra non interessare il sindaco di Firenze. Oltre a questo, c’è da tenere conto che il programma del PD sembra essere mirato ad un alleggerimento delle pressioni sulle classi più colpite dalla crisi, attraverso manovre che colpiscano i redditi più elevati. In campo europeo, un governo di Centro-Sinistra sarebbe maggiormente accettato, per quanto il compito da svolgere non sarebbe affatto dei più semplici.

Per quanto riguarda il mio commento personale, vorrei soffermarmi rapidamente su alcuni punti: il 15% di vantaggio è un capitale che non si può e non si deve buttare via. Questa è un’occasione d’oro per il Centro-Sinistra e non può essere sprecata come accadde nel 2006. Un elemento di continuità rispetto al passato è il continuo ammiccare a forze di Centro che, tutto sommato, potrebbero portare relativamente pochi voti e si è rivelato deleterio nelle precedenti elezioni. Forze di Centro che, tra le altre cose, sperano nella discesa in campo del “Messia” Monti che sarebbe davvero il primo contendente alla presidenza del Consiglio per Bersani. Eviterei, per quanto possibile, di cedere troppo ai “capricci” di Vendola che è uscito molto ridimensionato dalle primarie ma sfrutterei le proposte che sono diventate i suoi punti di forza sul ceto medio e la classe operaia. Le buone intenzioni non bastano per salire al Governo. È ora che ci si applichi sul serio e si presenti agli elettori un programma chiaro e convincente. Bisogna offrire una valida alternativa al populismo sbandierato sia a Destra, sia a Sinistra ed è necessario anche mantenere inalterata la fiducia che l’UE e i mercati avevano nel nostro Stato, sotto la guida di Mario Monti. Le lancette dell’orologio si avvicinano sempre di più all’ora delle elezioni. Sta al PD farsi trovare pronto. Le basi da sole, non basteranno. Si spera che abbiano imparato dagli errori del passato e ne abbiano fatto tesoro, altrimenti, ancora una volta si troveranno impantanati in un mare di buone intenzioni e di proposte fini a sé stesse.

E, alla fine, non resta che il M5S. M5S che ha organizzato delle primarie sui generis, per poter eleggere chi si vorrebbe in Parlamento. I numeri sono stati modesti: 32.000 elettori che potevano esprimere tre preferenze. I voti totali sono stati 95.000 per 1.400 candidati. I voti per candidato sono stati circa una trentina e hanno suscitato perplessità sia all’interno del MoVimento, sia all’esterno (per quanto Bersani, sembra abbia intenzione di copiare la formula per decidere chi andrà in Parlamento). L’esperimento, a detta di molti, più che un esempio di democrazia diretta, è stato un modello di democrazia “chiusa”. Per riscattarsi da questo risultato, però, M5S ha dato modo a tutti gli attivisti di partecipare alla stesura del programma che porteranno in Parlamento. Un aspetto positivo è pero da riscontrarsi nel fatto che queste parlamentarie abbiano avuto una spesa pari a zero. Proprio oggi, però, Grillo si è scagliato contro i dissidenti e gli attivisti che non credono nella democraticità del M5S. Il video in questione ha scatenato una serie di polemiche sia all’interno del Movimento (se la gran parte dei “grillini” ha dato ragione al leader, sempre più persone gli hanno dato del fascista) sia all’esterno. Questo sfogo è prova del nervosismo che sempre più sta pervadendo l’intero gruppo ed è l’ennesimo episodio dopo le diverse “scomuniche” comminate da Grillo ad alcuni dei suoi, le dichiarazioni di Favia a LA7 in un fuori onda e la partecipazione della Salsi a Ballarò. Nonostante tutti questi problemi, però, il MoVimento si rivela essere la seconda forza politica nazionale e nei sondaggi di questa settimana, riguardanti la scorsa, era in crescita.

Occhei, anche di M5S non ho mai parlato apertamente qui (o non ricordo di averlo fatto). In generale, sul MoVimento sono sempre stato scettico, un po’ perché credo irrealizzabili le idee di democrazia diretta che propongono, un po’ perché gira che ti rigira, a me pare un movimento fascistoide. E a dare la conferma del fatto che ci sia tutto, fuorché democrazia, nel M5S lo dimostra proprio l’ultimo video di Grillo in cui, in soldoni, dice “Le cose stanno così, nel caso non siate d’accordo, levatevi dalle palle”. Altra cosa che mi lascia molto perplesso è il fatto che, a due mesi dalle elezioni, non si abbia in mano nulla di concreto a livello programmatico (per quanto Grillo sia un estremo sostenitore di o un euro debole o dell’uscita dell’Italia dalla Zona Euro, per seguire l’esempio islandese) e, soprattutto, non si abbia un candidato alla presidenza del consiglio. Tra le altre cose, la prorompente personalità di Grillo, rischierebbe di entrare in contrasto con un eventuale candidato a guidare il paese dato che il suo è, proprio come quello di B., un atteggiamento da padre/padrone. E se ci dovesse essere un contrasto tra il candidato premier e Grillo, cosa succederebbe? Se venisse scomunicato, si troverebbero in una pessima situazione. Vorrei spendere due parole sulle parlamentarie: sono state una trovata ridicola, messa su in fretta e furia ed hanno ottenuto dei risultati pessimi. Il fatto che quella, per loro, sia campagna elettorale mi lascia assai perplesso. La campagna elettorale non può essere ridotta a “curriculum – Clip di due minuti”. I Candidati avrebbero dovuto spendersi sul territorio, avrebbero dovuto avere un contatto con le persone che avrebbero potuto eleggerli e conoscere i problemi che affliggono, prima di tutto, i cittadini intorno a loro. Invece cosa hanno fatto? Video densi di banalità, generalisti e privi di proposte concrete. Altra perplessità riguarda la stesura del programma. A livello di tempistica, mi piacerebbe capire come pensano di elaborare un programma attuabile in due mesi. Per creare un programma che possa funzionare è necessario moltissimo tempo ed è un’altissima competenza tecnica sia per l’ammissibilità delle proposte, sia per la stesura dello stesso. E questo porta ad un altro elemento che non mi convince per nulla: il fatto che chiunque sia libero di fare proposte. Un po’ per il fatto che io sia sfiduciato nei confronti degli italiani, un po’ perché per fare un programma ci vogliono competenze che un cittadino medio non ha, siamo davvero sicuri di voler affidare un programma di governo a persone che non hanno nemmeno la più pallida idea che per fare una legge qualsiasi ci voglia copertura finanziaria? Siamo sicuri di voler far fare un programma a gente che propone Referendum sulla moneta unica quando la Costituzione vieta espressamente? Siamo sicuri di voler far stendere un programma a chi, di fronte all’obiezione di cui sopra, afferma che modificheranno la Costituzione senza sapere nemmeno tutto l’iter che ci sta dietro? Beh, io così tanto sicuro non lo sono.

Comunque, può ancora accadere di tutto. Indubbiamente, però, le prossime elezioni saranno fondamentali per il futuro di questo paese.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Discussioni

Tra ieri e oggi ho avuto modo di affrontare tre interessantissime discussioni che mi hanno permesso di sviluppare degli spunti di riflessione.

Discussioni che sono avvenute nell’arco temporale di quarantotto ore circa. La prima, riguardante le possibilità di una rivoluzione popolare, è avvenuta su un forum che frequento. Da questa è poi derivata la discussione fatta con la Fatina dei Boschi riguardo gli assolutismi (partendo inizialmente dalla figura centrale di Gandhi). La terza, invece, ha visto impegnati me e il Cacciatore di Tonni a discutere sull’attribuzione del Nobel per la Pace all’UE, il modo in cui è stato approvato il Trattato di Lisbona e le tendenze filo-occidentali/filo-orientali (oltre che filo-europeiste o avverse all’Unione). Le ultime due discussioni sono avvenute su G+.

Ma, andiamo al sodo, e occupiamoci della prima discussione: La rivoluzione popolare. E subito, devo fare una premessa doverosa: mentre il punto di vista del mio interlocutore era maggiormente “idealista”, il mio si è soffermato maggiormente sull’evidenza storica.

La tesi era la seguente: prima o poi si arriverà ad un punto di rottura (in Italia) che porterà il popolo a dare il via ad una rivolta per cambiare le cose. La mia antitesi è stata semplice e coincisa: come tutti (spero) saprete, ogni rivoluzione (non scientifico/tecnologica),  ha avuto inizio col desiderio di maggior potere da parte di una élite.

– Nella Rivoluzione Francese, per esempio, furono i Borghesi (l’Alta Borghesia) a guidare il popolo nella sovversione della monarchia. – In Cina, durante la Rivoluzione Culturale, furono Mao e i suoi fidatissimi seguaci a dare il via a tutto.
– In Russia, Lenin e i Bolscevichi fecero crollare l’impero dello Zar

Il popolo, insomma, senza una guida forte (Weber la definirebbe una guida carismatica) non sarebbe insorto in nessuno di quei casi. Per questo motivo, l’insurrezione popolare è difficilmente auspicabile in quanto, fino a quando una “classe” non avrà comodità gli interessi a farlo, lo status quo rimarrà inalterato. Insomma, l’evidenza storica dimostra come una rivoluzione popolare (in senso stretto) non sia ancora accaduta.

A questo punto, la risposta è stata la seguente:

Ottima osservazione quella di Coso e quindi ora mi domando:

il popolo o terzo stato non può creare una propria “classe” per insorgere? non abbiamo potere, soldi o militari ma siamo in gran numero…credo che non c’è stata mai una rivoluzione popolare perché il popolo non è stato mai unito e per un governo che adotta la politica “divide et impera” non è stato difficile tenere il terzo stato sotto controllo, cosa molto difficile da fare con le piccole ma potenti élite che Coso ha appena elencato.

Credo che il baluardo da passare per creare una rivoluzione popolare è la divisione, se si è uniti e si combatte per il buon senso comune c’è la possiamo fare, ma è anche vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

Ed il discorso, per quanto interessante possa sembrare, ha un’enorme falla logica. Qualora il “terzo stato” riuscisse a raggiungere anche una coesione stabile (cosa assai difficile data l’esistenza di interessi particolaristici sia dei singoli, sia dei piccoli gruppi), si troverebbe comunque a fronteggiare una mancanza di mezzi particolarmente importante.

È vero, il popolo può contare sul numero… Ma se anche duemila persone mal organizzate e mal armate si trovassero a dover affrontare cento persone ben armate e ben organizzate, il risultato sarebbe (molto probabilmente) favorevole ai secondi.

Tutti questi elementi, hanno riportato all’impossibilità effettiva di una rivoluzione popolare in mancanza di élite e i motivi di questa non fattibilità che ho trovato sono, principalmente questi:

– Mancanza di organizzazione
– Mancanza di mezzi
– Mancanza di una guida forte.

L’interlocutore, ha però detto che lui avrebbe voluto una rivoluzione pacifica come quella di Gandhi e questo è stato il preambolo della discussione con la Fatina dei Boschi. Per essere breve e coinciso, mi sono limitato a far notare quanto l’assolutismo della Non Violenza avesse provocato comunque un gran numero di vittime in India e di quanto, di per sé un ideale assoluto è una cosa assai pericolosa.

La discussione con lFdB verteva sul fatto che l’ideale di Gandhi, per quanto assoluto fosse, non avrebbe causato di per sé vittime. E la cosa, ad un primo acchito, può sembrare anche vera. D’altro canto, come giustamente mi ha fatto notare, l’ideale della non violenza non ha avuto, oltre Gandhi, nessun altro grande rappresentante e, gli unici casi assolutistici che ci vengono in mente sono quelli legati alle grandi dittature di inizio novecento.

Eppure, analizzando più attentamente il pensiero gandhiano, si potrà notare come lui, alla fin fine, non faceva altro che istigare le folle al suicidio. Questa affermazione potrebbe destare contestazioni, per questo mi ci soffermo per un secondo: quando Gandhi diede il via alla protesta non violenta disse ai suoi seguaci di non reagire in alcun caso. Il governo, ovviamente, per riportare l’ordine avrebbe fatto ricorso alle forze armate. I suoi “fedeli”, assecondando i suoi precetti, si sarebbero fatti colpire dalla polizia senza reagire. Ovviamente, questo atteggiamento passivo, questa non fuga causò molte vittime. Oltre a questo va aggiunto l’invito del Mahatma a digiunare e non bere fino anche alla morte pur di ottenere i propri obiettivi.

A questo, lFdB, ha ribattuto ponendo l’accento su una questione piuttosto interessante. E, per questo motivo, riporto le sue esatte parole:

Potrei argomentarti che erano tutte situazioni in cui un tot numero di vittime era necessario e altri (quasi tutti quelli citati) erano ideali i quali presupponevano loro stessi delle vittime.
Il problema potrebbe essere l’Ideale assolutista è sempre causa di vittime o solo un determinato tipo di “assolutismo” causa vittime?
Non è mi pare un problema banale, anzi.

E ha ragione. L’argomento tirato in ballo è molto interessante e ci si potrebbero passare giorni interi a discuterne, ma per me la risposta è stata pressoché immediata e semplice. Il mio prof di Filosofia Politica, infatti, soleva ripetere che qualsivoglia assolutismo sia una cosa negativa. Anche l’ideale migliore, se assolutistico, era un ideale da non seguire. Il motivo? Piuttosto semplice: di fronte all’assolutismo di un ideale, quanto può valere la singola vita umana? Di fronte ad un ideale assoluto, quanto possono valere milioni di vite umane? Sempre troppo poco.

Su questo si è basata la risposta a questa sua obiezione. Per rendere più immediata a tutti la comprensione (nel caso ce ne fosse bisogno) semplificherò al massimo:

Assoluto (il tutto) > Relativo (singolo).

L’assolutismo (che sia una dittatura, o che sia il pensiero di Gandhi o anche quello della Chiesa) si basa esattamente sul tutto che prevarica il singolo. Nessuna perdita sarà mai abbastanza da fermare coloro i quali lo perseguono, in qualunque forma sia.

La terza discussione, invece, fatta col Cacciatore di Tonni ruotava (inizialmente) intorno all’attribuzione del Premio Nobel all’UE. Apro una piccola parentesi: stando alle motivazioni date all’attribuzione, sono parzialmente d’accordo al conferire  questo premio all’Unione Europea, nonostante l’attività di pace sia più un premio a quanto fatto in passato (entro i confini europei) e abbia ignorato quanto avvenuto questa primavera con la Libia.

Il Cacciatore di Tonni, comunque, afferma che l’UE non meritasse il premio perché non si sarebbe spesa per i diritti fondamentali dell’uomo e, soprattutto, non si sarebbe spesa per la pace. Molto ironicamente, io ho scritto che fosse giusto così (ovvero che il Premio le fosse attribuito). Questo ci ha portato a discutere sul trattato di Lisbona e su una presunta mancanza di democrazia all’interno dell’Unione riguardante la stipulazione dello stesso.

Il Trattato di Lisbona, in Italia, è stato approvato dal Senato e promulgato dal Presidente della Repubblica. Il motivo per cui non si sia stato fatto il referendum (secondo il Cacciatore di Tonni, in questo caso segno di maggior di democrazia) è però da ricercarsi nel secondo comma dell’articolo 75 della costituzione

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].”

Oltre a questo, il Senato è un organo rappresentativo del popolo italiano che lo elegge tramite elezioni. Quindi l’accusa di mancata democrazia, a mio modesto parere, non sussiste.

Il discorso, però, si è fatto interessante quando il Cacciatore di Tonni ha sottolineato come nell’assegnazione di determinati premi (ma, più in generale, a livello culturale) si tenda ad essere filo-occidentali e si guardi con sospetto alle culture orientali (Giappone escluso). L’osservazione, però, è facilmente spiegabile.

La logica vuole che ci sia un diffuso filo-occidentalismo in Europa perché, a tutti gli effetti, la cultura occidentale è la nostra cultura e quindi c’è un maggior senso di appartenenza. In Cina, per esempio, ci sarà maggior filo-orientalismo perché quella è la loro cultura e si sentono maggiormente appartenenti ad essa.

Questo, inevitabilmente, porta ad avere posizioni ostili o sospetti reciproci nei confronti l’un dell’altro. La dimostrazione storica è stata fornita proprio dall’Europa durante la Guerra Fredda, col blocco occidentale schierato con gli Stati Uniti e il blocco orientale schierato con l’URSS.

Potrà non piacere, ma le cose non cambiano.

E con questo, penso di aver concluso.

Questo è quanto.

Cya.

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