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Sull’immigrazione

Il tema, come tutti potete immaginare, è ampio e molto delicato. Cercherò, nonostante questo, di essere breve e conciso. La questione legata all’immigrazione è tornata alle luci della ribalta in seguito agli incresciosi fatti avvenuti a Milano, nel quartiere Niguarda. La cronaca penso che la conosciate tutti e quindi non mi ci soffermerò, ma voglio porre alla vostra attenzione il fatto che l’atto di un folle sia stato strumentalizzato da un partito politico.

Il partito politico in questione ha, da sempre, portato avanti una crociata contro gli immigrati visti come ladri, assassini, stupratori oppure persone che rubano il lavoro agli italiani facendosi pagare di meno. Con i toni dei propri esponenti e con i loro modi, hanno fomentato spesso un odio inspiegabile verso quella che per una nazione come l’Italia dovrebbe, invece, essere una risorsa.

Tra tutte le accuse vengono mosse agli immigrati, ce n’è una che mi sta a cuore smontare: l’ultima. È vero, vengono pagati meno degli italiani. Molto spesso lavorano in nero e non pagano nemmeno le tasse. Ma è colpa loro? La risposta è, ovviamente, no. La colpa, più che degli immigrati, è da imputare a quegli imprenditori che per il loro tornaconto personale, decidono di sfruttare una situazione di disagio e difficoltà in cui si trovano queste persone. Se poi analizzassimo un attimino i lavori in cui gli immigrati sono impiegati, ci renderemmo conto che si tratta di lavori manuali (e faticosi) che molti giovani italiani, ormai, non vogliono più fare.

Insomma, imputare la mancanza di posti di lavoro alla presenza di stranieri in Italia, penso sia abbastanza ridicolo. Dirò di più: stando ai dati ufficiali di Confesercenti, mentre le aziende aperte da italiani sono in calo e quelle esistenti stanno chiudendo, le imprese di extracomunitari sono in crescita (nel secondo trimestre del 2012 si era ad un +6,6% rispetto all’anno precedente). Insomma, oltre a non portare via lavoro, ne creano dell’altro dando un impulso vitale ad un’economia che stenta a riprendersi.

Perché, vedete, l’immigrazione può essere vista in due modi: o come una minaccia o come una risorsa. Secondo me, dovrebbe prevalere la seconda visione. Come detto sopra, l’immigrazione, in Italia potrebbe dare quelle risorse che stanno venendo a mancare. Ovviamente, non si tratta di “aprire le porte a tutti, indiscriminatamente” quanto il non porre barriere (soprattutto ideologiche) che impediscono di fatto sia uno sviluppo economico, sia un’integrazione.

L’integrazione, infatti, è l’altro tema importante che riguarda l’immigrazione. Come ottenere una miglior integrazione per coloro che giungono nel nostro paese? Come fare in modo che non si ghettizzino e non vengano ghettizzati? Come renderli dei cittadini italiani a tutti gli effetti? Queste sono le domande che ci si dovrebbe porre e che, in Italia, ci si è posti poco e male. Le risposte a questi quesiti non sono mai arrivate e tutte le iniziative sono cadute nel dimenticatoio subito dopo aver visto la luce.

Per migliorare il sistema di integrazione, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’insegnamento sia della lingua, sia dell’educazione civica degli extracomunitari. In questo modo, si avrebbe una formazione che permetterebbe di bypassare il più grosso ostacolo, quello comunicativo, e ci sarebbe un primo inserimento (attraverso la conoscenza delle regole) nella realtà italiana.

Per favorire l’integrazione, poi, sarebbe meglio evitare che si creino quartieri in cui intere vie siano abitate solo da famiglie di extracomunitari: in questo modo si eviterebbe di assistere a quel fenomeno di auto-ghettizzazione a cui si sottopongono e che, inevitabilmente, va a fomentare la paura e la malafede degli italiani.

Altra idea che sarebbe applicabile in modo rapido e veloce sarebbe quello di concedere, ai figli di immigrati nati in Italia, la cittadinanza. Questo, oltre che dal punto di vista puramente demografico, darebbe un impulso a questo processo che sembra non essere mai iniziato.

Rifiutare un dato di fatto come il multiculturalismo presente in Italia e ignorare, con ostinazione e stupidità, la risorsa sfruttata in modo errato che rappresenta l’immigrazione, significherebbe commettere un errore di valutazione imperdonabile. Quelli che sono stranieri oggi, proseguendo con questa mentalità, non potranno mai diventare gli italiani di domani. E, in questo modo, a perdere saremmo tutti, italiani ed immigrati.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (not releated):

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Chiedo Scusa

Come da titolo, chiedo scusa. Avevo in mente un post fighissimo sulla fiera di Milano con tanto di materiale fotografico (nevvero, non c’era materiale fotografico) ma questa settimana, causa uscite matte e disparatissime (con conseguente dilapidazione del già misero patrimonio), non s’ha da fare.

Ovviamente, avrei scritto di come ho trovato sia il regalo per zio, sia per mamma e del fatto che abbia impiegato più tempo a trovare il regalo per il primo, rispetto a quello per la seconda. Potrei scrivere di come ho assoluto bisogno di respawnare il mio francese, perso nelle sabbie del tempo e della memoria (Come PoP con Alzheimer). Avrei anche scritto di come, alla fin fine, abbia quasi speso di più per mangiare che per i regali e avrei attaccato con un filotto sulla multiculturalità e i suoi pregi. Potrei raccontarvi anche della bellissima commessa ad uno stand di abbigliamento con la carnagione chiarissima, una treccia lunghissima, due occhi azzurri come il cielo e un corpo da paura ma, come detto sopra, niente di tutto questo verrà scritto. Non qui e non ora, per lo meno.

In compenso sono stato alla Sidreria in ottima compagnia (di amici, ovviamente) e abbiamo mangiato e bevuto assai e anche bene. Per chi fosse in zona Lambrate e volesse mangiare da qualche parte, quello è il posto che fa per voi (27 € a cranio, con bis su richiesta). Adatto a comitive (come la mia) o anche per mangiate di coppia. Se foste fortunati e avesse nevicato, la serata (innaffiata da sidro e limoncello) potrebbe concludersi con una battaglia a palle di neve dove non ci sono vincitori, ma solo vinti. Se foste molto fortunati, potreste voler ripete l’esperienza un’altra volta.

A questo punto, la domanda più che legittima è: “Perché non sei a dormire, a quest’ora?” e le risposte potrebbero essere svariate:

– Sto ancora digerendo
– Se dovessi coricarmi, rischierei di tirar su il caffè (che paradossalmente mi è risultato più indigesto di tutto il resto)
– Mi sono prefissato un obiettivo minimo da rispettare, e se non avessi scritto questo post, non l’avrei rispettato.
– Non ho voglia di andare a letto (Nevvero, voglio andare a letto)
– Voglio tediarvi
– Dovevo fare cose che, se non le avessi fatte ora, non le avrei fatte più (perché me le sarei dimenticate).

Insomma, un sacco di validissime ragioni.

Dato che questo post, in origine, doveva essere lungo tre righe, eviterei di dilungarmi oltre.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Sulla scuola

Sulla scuola ci sarebbero un sacco di cose da dire, me ne rendo conto. Ci sarebbe da dire cosa andrebbe cambiato, cosa vorremmo rimanesse uguale (ammesso e non concesso che qualcosa ci sia), le storie vissute tra i banchi di scuola e quant’altro. In questo post, ovviamente, mi soffermerò sul cosa cambierei del sistema scolastico italiano.

Questo post nasce in seguito ad una serie di discussioni avute la settimana appena trascorsa e questo pomeriggio. La prima era una comparazione (molto alla buona, dato che in trentasei minuti di treno non è che si possa fare chissà cosa, di prima mattina) tra sistema  scolastico americano e sistema scolastico italiano. La seconda, invece, aveva come oggetto la digitalizzazione dei libri di testo e i vantaggi e gli svantaggi derivante da una soluzione di questo tipo.

Per quanto le due discussioni fossero interessanti e meriterebbero un approfondimento molto maggiore, come dicevo questo pomeriggio alla Fatina dei Boschi, in principio sarebbe meglio affrontare l’argomento da un punto di vista maggiormente generalista e occuparsi dell’argomento principale: la scuola.

Tutti siamo stati studenti per un lasso di tempo più o meno lungo. E tutti, col passare del tempo, ci siamo fatti un’idea delle cose che ci andavano a genio e di quelle che non lo facevano. Ognuno di noi avrebbe voluto cambiare qualcosa dei programmi o del rapporto alunno/insegnante.

Ma, la prima cosa che personalmente cambierei, è proprio il modo in cui è predisposto il percorso scolastico dello studente. Attualmente, infatti, si fanno cinque anni di scuole elementari, tre anni di scuole medie e cinque anni di scuole superiori. Il problema di questo sistema è, fondamentalmente, quello che a tredici anni una persona difficilmente ha le idee chiare su quale percorso seguire una volta finite le scuole medie. La mia idea è, semplicemente, quella di fare cinque anni di scuole elementari, cinque anni di scuole medie e tre anni di scuole superiori.

L’organizzazione non cambierebbe di molto, a livello di materie didattiche. Alle scuole elementari verranno poste le basi generali come già è ad oggi, nei cinque anni di medie queste basi verranno rafforzate ed integrate preparando gli allievi ad un passaggio ad una scuola ancora più specialistica che permetterà di diplomarsi, nei restanti tre anni.

Le prime differenze, però, sorgono proprio in questi tre anni di scuole superiori. Nei precedenti dieci anni, infatti, le basi poste permetteranno l’abbandono delle materie non prettamente di indirizzo. Questo porterà ad una maggiore specializzazione degli ultimi tre anni che porranno le basi sia per un ingresso nel mondo del lavoro, sia per il proseguimento degli studi in un’università. La specializzazione avverrà tramite la perdita delle materie di cultura generale (o attraverso un loro drastico ridimensionamento) in favore delle materie principali (a seconda della scuola scelta, potrebbero essere l’economia/il diritto, le lingue, la matematica, la letteratura/latino/greco).

Per quanto riguarda i programmi scolastici, invece, si dovrebbe cercare di lasciare la maggior libertà possibile agli alunni con l’aumentare dell’età e della preparazione. Questo significa che, col passare degli anni scolastici, l’insegnante dovrebbe “limitarsi” a porre le basi per lasciare liberi gli studenti di approfondire gli aspetti degli argomenti che più trovano interessanti. Molti insegnanti, potrebbero storcere il naso inizialmente ed è comprensibile, dato che questo comporterebbe maggiori difficoltà per loro (avere programmi così eterogenei non sarebbe semplice, soprattutto per quelli abituati ad arrivare in classe e dettare gli appunti su cui poi verificare la preparazione degli alunni).

Con questo nuovo sistema, alle scuole elementari, non ci sarebbero praticamente differenze. I bambini imparerebbero a scrivere, a fare i calcoli e avrebbero programmi “rigidi”. Nei primi due anni di scuole medie, invece, inizierebbero ad esserci maggiori libertà. L’insegnante, su determinati argomenti, dovrebbe solo porre delle “linee guida” che lascerebbero libero lo studente di approfondire soprattutto ciò che più accende la sua curiosità (per esempio: nello studio dell’Impero Romano, uno studente potrebbe approfondire maggiormente le sue conoscenze sulle guerre puniche, mentre un altro potrebbe concentrarsi sull’ascesa e la caduta di Giulio Cesare). In questo modo, oltre agli elementi forniti tramite lezioni normali, in cui si delineano il quadro generale e alcune caratteristiche salienti che tutti dovrebbero sapere, il resto lo si lascia alla libera scelta degli studenti. Questo potrebbe portare a vivere la scuola non come un’imposizione, ma come una possibilità di approfondire ciò che più colpisce la nostra fantasia/curiosità/sete di conoscenza.

Con l’avanzare degli anni, le restrizioni diminuirebbero sempre di più sino ad avere una quasi indipendenza dello studente negli ultimi tre anni di scuola, in cui avrà i mezzi (se gli insegnanti saranno in grado di fornirli) per essere in grado di delineare la situazione generale per poi gettarsi nell’approfondimento di ciò che maggiormente gli interessa. Alle superiori, infatti, i professori dovrebbero fornire le informazioni salienti e dare modo allo studente di avere una vista d’insieme che integri ciò su cui l’alunno si è soffermato.

L’università, invece, tendenzialmente sarebbe il coronamento di un processo di emancipazione e preparazione culturale in cui i professori dovranno presentare la materia e lasciare spunti che lo studente dovrà cogliere e sviluppare in modo organico tale da permettergli di poter affrontare l’esame.

Ovviamente, in tutto questo, hanno un ruolo chiave gli insegnanti che dovrebbero allontanarsi dai vecchi schemi a cui tutti siamo abituati, per avvicinarsi di più alla figura del “mentore” che indirizza i suoi assistiti lungo dei percorsi da loro scelti senza vincolarli ad un programma statico e sempre uguale sia che si vada alle medie, sia che si vada alle superiori o, addirittura, all’università. Per fare una cosa del genere, quindi, dovrebbe prima essere formata una nuova classe docente in grado di svolgere questo ruolo. Per una riforma del genere, per quanto riguarda il corpo docente, sarebbe necessaria una profonda rivisitazione delle basi su cui si regge l’attuale pedagogia o comunque, un diverso approccio rispetto all’attuale.

Di fianco a riforme di tipo strutturali al sistema scolastico è, però, necessario anche un aggiornamento dei mezzi. Aggiornamento che non significa sostituzione completa delle care, vecchie “carta e penna” ma significa affiancare a questi elementi, strumenti multimediali. Strumenti che permetterebbero di approfondire in loco (a scuola), dove è presente anche l’insegnante, oltre che a casa. Per questo sarebbe necessario che ogni alunno fosse dotato di computer portatile (pagato in parte dalla scuola, in parte dalle famiglie, in base al reddito) oppure che le lezioni si svolgessero in aule dotate di computer fissi di proprietà della scuola con la possibilità di sfruttare quanto fatto in classe a casa, trasferendo i file su una chiavetta USB (economicamente alla portata di tutti). Questo permetterebbe, infatti, di affiancare alle classiche lezioni (che ci saranno, nonostante la grande libertà di svariare degli studenti) lezioni interattive.

Per fare una cosa del genere è, però, necessario che si decida di investire in modo forte e convinto sulla cultura e l’istruzione, con politiche chiare e che puntino a migliorare le condizioni. L’Istruzione non dovrebbe più essere uno tra i primi bacini da cui tagliare per risparmiare i fondi, ma anzi dovrebbe essere proprio la destinataria di maggiori introiti. Solo seguendo delle linee guida diverse dalle attuali (che non debbono essere per forza quelle che ho dettato in questo post), potremmo ottenere risultati convincenti e migliori rispetto agli attuali. Solo con una rivoluzione del sistema scolastico, potremmo vedere gli alunni tornare ad apprezzare la scuola, piuttosto che vederla come una noiosa costrizione, perché è anche da lì che vengono poste le basi per fare di noi le persone che un giorno saremo.

Per concludere cito una frase della Fatina dei Boschi con cui sono sostanzialmente d’accordo:

[…]Basterebbe fare l’unica cazzo di rivoluzione “copernicana” sensata di cui ha bisogno sta scuola: passare da

> Devi studiare perché ti interrogo
a
> Cristo, guarda, il mondo! Impara a conoscerlo!
Se la scuola fosse così, i professori non servirebbero, se non come guide per tracciare il percorso più efficace per lo studente che da solo si troverebbe spaesato. Non è che studio = annoiarsi (a differenza di quello che pensano anche alcuni prof)

Questo è quanto.

Cya.

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Conformismo, anticonformismo e libertà

Come da titolo, oggi si parla di “conformismo, anticonformismo e libertà”. Il tutto ha avuto origine su un forum che frequento, in cui, un utente poneva la seguente domanda: “L’anticonformismo è una forma di conformismo?”. Le risposte sono state le più svariate e sarebbero troppe, per essere riportate qui.

Ed io, parte mia, ho intenzione di rispondere al quesito, ma per farlo è necessario porre l’accento, in principio, su determinati aspetti che riguardano proprio conformismo e anticonformismo  (e di riflesso, si irradiano sulla libertà stessa). Per iniziare, è necessario porsi una domanda: rispetto a cosa si è conformisti? In genere, si può essere conformi ad un ordine sociale e culturale (con le sue proprie regole e tutto ciò che ne consegue). Il conformismo, dunque, non è altro che la piena adesioni ai principi, ai valori, agli ideali e alle regole fondanti della società e della cultura dominante. Inizialmente, essendo la presa di questi due elementi particolarmente forte, c’è una maggiore (se non assoluta) adesione all’ordine creatosi.

Col passare del tempo, però, la cultura dominante inizia a perdere presa sugli appartenenti al gruppo. Ed è in quel momento che, in alcuni, sorge un concetto nuovo di ordine (socio-culturale, culturale o sociale). Questo nuovo ordine, che non si conforma alla visione dominante, si rivela essere “alternativo” o “anticonformista”. Il nuovo ideale quindi può intraprendere, principalmente, due differenti percorsi: può rimanere a disposizione di pochi e quindi perdere la sua carica fortemente rivoluzionaria, finendo con l’estinguersi oppure può affermarsi sempre di più nella società, portando alla creazione di un “nuovo conformismo” che fa diretta concorrenza a quello dominante.

Se si dovesse verificare il secondo caso si assisterebbe prima ad uno “scontro generazionale” e poi ad un lento ma inesorabile “cambio generazionale”. L’organismo sociale si troverà ad avere al proprio interno due ordini “dominanti” in contrasto tra loro. Questo, inevitabilmente, porterà ad un’evoluzione dell’organismo sociale stesso che, per evitare di estinguersi, ingloberà le istanze principali del movimento anticonformista trasformando così l’ordine dominante. Rinnovandolo. Rinnovo che, inizialmente, affiancherà ai capisaldi vecchi quelli nuovi e maggiormente riconoscibili ad una società nel bel mezzo del cambiamento, una società che, però, non ha ancora recepito appieno le nuove istanze.

Quando la società sarà ormai evoluta e le nuove istanze saranno in fase di stabilizzazione, i primi (vecchi capisaldi) saranno soppiantati dai secondi.  Tutto ciò, non farà altro che alimentare un ciclo continuo in cui, dopo essersi affermato come “nuovo modello conformistico”, il vecchio modello anticonformista avrà perso tutta la sua carica rivoluzionaria; andando in contro ad un’inevitabile stabilizzazione. Stabilizzazione che condurrà alla creazione, in tempi più o meno brevi, di un nuovo modello anticonformista che seguirà il percorso del proprio “predecessore”.

Ovviamente, non sempre questo è stato possibile. Quando gli ideali nuovi sono in netto contrasto con quelli più antichi è inevitabile che l’ordine vincente (indistintamente dal fatto che sia vecchio o sia nuovo) spazzerà via l’ordine sconfitto. Questi casi, però, sono andati scemando sempre più nel tempo a favore di una “risoluzione pacifica”. Gli ultimi esempi, a livello temporale, di questo genere di casistica sono stati quelli legati all’instaurazione dei diversi “ismi” (soprattutto fascismo e nazismo) con la loro conseguente caduta e l’instaurazione di un ordine democratico.

In definitiva, la risposta alla domanda che ha originato questo post è questa: L’anticonformismo, al giorno d’oggi, è nella stragrande maggioranza dei casi una moda. Di persone con idee “rivoluzionarie” o “diverse” (e sensate) ce ne sono sempre meno, mentre le persone che si dichiarano anticonformiste perché “fa figo” sono sempre di più.

Il pensare “fuori dagli schemi”, non ha fatto altro che creare altri schemi a cui, col tempo, piano piano ci si è uniformati. Da un “vecchio” conformismo, si è passati ad uno “nuovo” (l’anticonformismo diffusosi). C’è stato, quindi, un passaggio di testimone da un modello di ragionamento/pensiero/azione ad un altro.

L’anticonformismo, alla fine, non è altro che un’istanza del cambiamento generazionale (basti pensare alla cultura Hippie e alla rivoluzione culturale che avrà il proprio culmine nel 1968) che porterà ad una nuova visione e dunque ad un nuovo sistema di valori. Una volta finita ed assorbita la propria carica “rivoluzionaria/anticonformista”, il nuovo modello dà il là a qualcosa che si unisce e/o modifica a quanto era esistente in precedenza.

Per fare un esempio pratico i V-Day di Grillo erano anticonformisti, ma poi con la creazione del M5S si è passati ad una conformazione col sistema già esistente e ad una modificazione dello stesso. È normale, quindi, che si crei un “alternativa” e che questa venga inglobata (parzialmente o totalmente) nella società. Meno normale è il fatto che la continua ricerca di alternative si sia svuotata di qualsivoglia significato.

Il motivo per cui dico che questa ricerca si sia svuotata di significato è da ricercarsi nel fatto che la “carica positiva” del cambiamento è andata sempre più scemando, col passare del tempo. Negli ultimi venti o trent’anni abbiamo assistito ad un declino e ad un tramonto dei grandi ideali (e dei grandi idealismi) e con essi è tramontata anche la “carica anticonformista” dell’alternativa. Questo declino, soprattutto in Italia (ma anche nel resto del mondo) è andato di pari passo con la diffusione di un benessere economico, ma non solo, che ci ha “stordito”, svuotando di qualunque significato i modelli non conformisti che si sono susseguiti nel tempo. Modelli che si sono trasformati in mode passeggere e nulla di più, destinate a scomparire nell’oblio appena vengono soppiantate.

E, tutto questo, come influisce sulla libertà? La risposta alla domanda è piuttosto semplice. L’uomo di per sé non è libero (per propria scelta). La libertà lo spaventa, lo spaesa. Ed è per affrontare la paura e lo spaesamento che egli crea artifici (istituzioni, miti, confini, e quant’altro) che gli permettano di sopravvivere in un mondo a lui ostile senza essere vittima dello spaesamento e del caos assolutamente naturale. Ed è per sfuggire a questo caos che gli artifici diventano fondanti di ordine. Ordine che, di volta in volta,  l’anticonformista crede di rifuggire per poter (ri)guadagnare una libertà che, di fatto, non ha mai avuto. E, a tutti gli effetti, guadagna quella libertà.

Libertà necessaria ad affrontare e sostenere l’incontro col caos senza perire. Incontro che non fa altro che ricordare all’uomo quanto per lui sia necessario l’ordine (suo massimo artificio). L’ordine necessario però, non può più essere quello vecchio, ma è bensì un nuovo ordine in grado di offrire nuovi approdi sicuri a cui legarsi per affrontare la sensazione di spaesamento e di ostilità che lo circondano, appena fuori dai confini che si è creato. Ordine nuovo che, inevitabilmente, renderà l’uomo di nuovo prigioniero di sé stesso in un ciclo che ricalcherà sempre quello di conformismo rispetto all’ordine dominante e anticonformismo che porterà alla creazione di un nuovo ordine dominante.

Questo è quanto.

Cya.

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Sulla Democrazia

Questo post prende spunto da una discussione avvenuta qualche tempo fa, su questo blog. Discussione nata tra me ed un paio di amici, ma in particolare, col Cacciatore di Tonni che riguardava la forma di governo democratica. So che quanto scriverò qui potrà sembrare strano, ma rispecchia l’andamento della Democrazia per lo meno in Italia.

Il regime democratico è riconosciuto universalmente come il miglior regime politico esistente, ma è davvero così? Se la risposta, in apparenza, potrebbe sembrare ovvia è necessario analizzare attentamente alcune caratteristiche tipiche di tutti i governi democratici moderni:

– Divisione dei poteri: sta alla base della democrazia. Raccogliere più poteri nelle mani di un solo soggetto o di una sola classe di soggetti (ri)porterebbe ad una situazione di instabilità. Quindi che legislativo, giudiziario ed esecutivo siano separati è, fondamentalmente, un bene.
– Carta Costituzionale: alla base dello Stato stesso, ancora prima che della democrazia, c’è la Carta Costituzionale (Costituzione, per gli amici). Sono le raccolte di norme fondamentali per la vita di uno Stato e contengono disposizioni riguardanti le libertà, i diritti fondamentali del cittadino e l’organizzazione dello Stato. Senza di questa, non ci sarebbe democrazia.
– Democrazia significa “Governo del Popolo”. Questo vuol dire che tutti gli elettori, raggiunta l’età minima per votare, (in Italia: 18 per la Camera e 25 per il Senato, mi sembra)  hanno, indipendentemente da cultura politica, cultura generale, conoscenza di ciò che si sta per fare, il medesimo peso elettorale.

Come vi sarà già apparso chiaro, il primo problema riscontrabile nella Democrazia, secondo me (ma non solo) è che, per l’appunto, tutti i voti abbiano lo stesso peso. Occhei, lo so, me ne rendo conto…Detta così sembra una fascistata pazzesca, ma soffermatevi a riflettere per un secondo sulle implicazioni: il voto di un idiota che non ha la più pallida idea di chi stia votando vale tanto quello di una persona informata. Il primo idiota che guarda il tiggì del Fu Emilio Fede, probabilmente, voterà PdL non tanto perché condivide gli ideali, quanto per il fatto che non avendo una propria idea si faccia plagiare dai mezzi mediatici che lo circondano. La persona informata che vota PdL, invece, probabilmente avrà delle valide motivazioni di fondo per compiere una scelta del genere (non so quali siano, però).

Come si potrebbe risolvere il problema “Il voto degli idioti vale quanto il tuo, persona informata”? Le idee uscite sono state svariate:

1) Diminuire il numero degli idioti. Come? Semplice. Investimento nell’istruzione. Più un paese è istruito, maggiore cultura c’è, più i cittadini hanno conoscenza e coscienza dei problemi che ci e li circondano. Questo, a tutti gli effetti, potrebbe portare ad un maggiore interesse per i programmi di chi entrerà nella “stanza dei bottoni” in nome e per conto loro.
2)Subito dopo la buona riuscita del punto 1, si potrebbe rendere il diritto di voto (che oltre ad essere un diritto, è un dovere civico) come il diritto di proprietà. Il diritto di proprietà, dopo tot. tempo che non viene fatto valere (per i beni immobili, mi pare sia di 20 anni), lo si perde su quel determinato oggetto. Benissimo, applichiamo lo stesso concetto al diritto di voto. Dopo tre elezioni nazionali di seguito a cui non si è partecipato, il diritto di voto viene perso. In questo modo, ci sarebbe un’ulteriore scrematura dell’elettorato e avremmo un aumento della partecipazione dei cittadini.

Altro problema della democrazia (come di qualunque altro regime) è quello della decadenza. Ogni regime assiste ad alcune fasi comuni: nascita/ascesa, stabilizzazione, declino. La nascita/ascesa è caratterizzata dalla stesura di norme fondamentali all’esistenza dello Stato democratico, le libertà fondamentali dei cittadini e l’organizzazione degli apparati statali. Nella stabilizzazione si assiste alla creazione e alla messa in pratica di quanto stabilito durante la fase di nascita/ascesa e termina quando tutto quello che doveva essere fatto è fatto e il regime democratico è ormai saldamente radicato. Per esempio, in Italia, la stabilizzazione de facto attraverso l’applicazione delle leggi si è avuta nel 1970 con l’istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario.

Da lì in poi, però, con i governi monocolore c’è stata un’accelerata verso la decadenza. Il poco ricambio, infatti, ha reso agonizzante la vita politica del paese e non ha dato modo di apportare cambiamenti a quanto fatto dai precedenti governi. Il tutto ci ha precipitato alla fase di declino che ha avuto inizio con il processo di “Mani Pulite”. Il sistema democratico, già allora, era minato e contaminato da i partiti necessari allo svolgimento dell’attività politica. Dopo questo scandalo, c’è stata la discesa in campo di Berlusconi e tutti sapete come è andata. Eppure, dopo la creazione delle Regioni, la macchina democratica non ha prodotto più nulla o quasi di rilevante. Ha pensato a mantenersi in vita e a riprodurre i suoi paradigmi fondamentali senza apportare nulla di concreto a quanto già fatto in passato. Anzi, molte volte, i governi hanno peggiorato quanto di buono era stato fatto in precedenza.

Ovviamente, il secondo problema evidenziato è assai più grave del primo. L’incapacità, di fatto, di migliorare quanto fatto di buono e colmare le lacune è un grosso limite del sistema democratico (che trova la massima espressione nei partiti politici), quindi pur mantenendo un regime democratico, per risolvere questa situazione si dovrebbe sfruttare un mezzo che sostituisca il “partito politico” a favore di figure (indubbiamente “politiche”, ma non legate al sistema partitocratico) e sia in grado di rispondere in modo più adeguato ai problemi odierni ancora insoluti.

Questo è quanto.

Cya.

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Sui manganelli e sulla società fallocentrica. (Da Freud a Sailor Moon: tutto ciò che volevate sapere sui manganelli e non avete mai osato chiedere)

Come da titolo oggi ci occuperemo dei manganelli e della società fallocentrica. Cosa c’entrano le due cose? È piuttosto semplice. Ma è necessario partire dal principio.

E in principio ci fu Sailor Moon. O quasi. Dirigendoci verso Pattini per fare colazione, infatti, io e L.C. abbiamo notato un notevole dispiegamento di forze dell’ordine intente a festeggiare qualcosa. Mentre parlavamo dei manganelli e della loro forma fallica (di cui vi accennerò dopo), è venuto in mente a me (ma anche al compare) di immaginare le forze armate vestite da Sailor Moon. Il risultato è stato ovviamente terribile. Allora, per legge transitiva, abbiamo applicato la divisa militaresca a Sailor Moon. Questo ha portato alla trasformazione del suo rinomato “Cristallo di Luna” in “Manganello di Luna”. Ciò è stato accompagnato da spassose immagini di un esercito di Sailor Moon armate di manganello che sfollavano i rompicoglioni che cercavano di fermarci per rifilarci questo o quel ninnolo. E quanto detto finora mi riporta alla mente un aneddoto capitatoci proprio durante il primo pomeriggio: stavamo andando a pranzare al Ciao in San Babila quando un tizio (tale Luca), ci ferma e prova a rifilarci un cartoncino in cambio di soldi per i bambini orfani. Davanti al nostro diniego questo Luca, dice a L.C. “Tagliati i capelli”. L.C., piuttosto seccato dalla supponenza del tizio, abbozza una reazione troncata dal sottoscritto sul nascere. Stroncata perché non valeva la pena di abbassarsi ad attaccar briga con la comune plebaglia, ovviamente. Le cose, però, sarebbero state diverse con dei bellissimi (e ultra-accessoriati) Manganelli di Luna.

E questo ci porta dritti, dritti al discorso sui manganelli e Freud. Il manganello è riconosciuto da tutti quale strumento di potere. Non importa che lo si guardi con ammirazione, disprezzo o indifferenza, tutti sappiamo che quel oggetto su di noi ha un potere. Questo riconoscimento oltre a derivare da un’associazione ovvia con le forze dell’ordine potrebbe avere anche fondamenta psicologiche. L’illuminazione (se così vogliamo definirla) mi ha colto mentre, tra una battuta e l’altra, è venuta fuori la lampante similitudine tra la forma fallica e la forma del manganello. Infatti, il manganello, non è altro che un enorme fallo (simbolo da ricollegare all’uomo e alla sua posizione sociale di spicco) per riportare all’ordine tutti coloro i quali si oppongono o portano disordine nella società (fallocratica e fallocentrica). La sottomissione avviene di fronte ad un’arma che ricorda un pene procrastinando e continuando, in questo modo, la tradizione maschilista caratterizzante tutte (o quasi) le società. Insomma, per farla breve, le forze dell’ordine (coloro le quali hanno il compito di far sì che sia mantenuta la calma ed è adibita a protezione della società) non fa altro che ribadire un concetto fondamentale socio-culturale: tutto gira intorno all’individuo di sesso maschile.

E questa mia considerazione è rafforzata dall’evidenza dei fatti. Nonostante una seconda ondata di “femminismo” forse più maturo e più “moderno” ed un’apertura alle stanze dei bottoni di vari ambienti alle donne, coloro i quali ricoprono posizioni di spicco in economia, politica e scienza sono uomini. Uomini che non hanno mai visto le loro posizioni veramente intaccate da questa “rivoluzione rosa” in una società dove i maggiori simboli di potere sono da riportare all’organo sessuale maschile.

Magari queste sono solo stronzate (e io in parte voto per questa opzione), magari c’è un fondo di verità (e voto anche per questa opzione), magari è tutto un gombloddoh massonico che è stato svelato. In qualsiasi caso, meditate gente. Meditate attentamente. E ricordatevi che i Manganelli di Luna sono protetti da Copyright nel momento stesso in cui compaiono su questo blog.

Questo è quanto.

Cya.

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Partecipazione (E altri piccoli problemi degli italiani)

Stamane, mentre mi facevo la doccia, anziché cantare come al solito, stavo riflettendo e mi sono accorto di una cosa fondamentale: gli articoli “seri” che dovrebbero e potrebbero dare spunti di discussione, non vengono minimamente presi in considerazione da chi legge. Questa mia affermazione si basa sull’evidenza dei fatti (vi inviterei a spulciare il blog per vedere coi vostri occhi) e sui numeri. Ora, mio malgrado, ho una media di venti/venticinque visite al giorno. Mi sono arrivati commenti ai post più disparati e assurdi, eppure…

Eppure quando si trattano argomenti di una certa rilevanza, semplicemente, chi potrebbe esserne interessato pare svanire nel nulla. E questo, fondamentalmente, è un problema che si rispecchia sia nelle piccole, sia nelle grandi cose. Questa mancanza di partecipazione oltre a caratterizzare una fase politica in cui l’astensione ha raggiunto picchi elevati, quasi da record, caratterizza anche la vita “normale” degli italiani.

Italiani che si sono sempre mostrati bravi ad evitare i problemi, a sperare che qualcun altro li risolvesse. E anche questo, ha portato alla situazione odierna. Troppo facile imputare tutte le colpe a Berlusconi (e di conseguenza chi lo ha eletto), troppo facile puntare il dito contro un Centro-Sinistra che quando ha avuto l’occasione di governare, si è suicidata con le sue stesse mani. Sarebbe una soluzione di comodo e poco onesta. Sarebbe un lavarsi le mani dagli errori commessi. Perché, in fondo, i problemi italiani arrivano sono facilmente collocabili in periodi storici precedenti a quelli del così detto “berlusconismo”.

Ma si sa, gli italiani si ricordano solo quello che vogliono ricordarsi, quando si ricordano qualcosa. E questo mi riporta direttamente all’argomento “principale”: la mancanza di partecipazione. Ieri sera si discuteva con alcuni colleghi di partito su come internet avesse permesso agli italiani (soprattutto ai più giovani) di informarsi e come questo potesse segnare un aumento della partecipazione (politica e non solo) alla vita di Stato e ai suoi problemi. Questa visione delle cose, però, mi pare un po’ troppo ottimistica e semplicistica. L’informarsi è solo il primo passo per “partecipare”. Sicuramente è meglio di niente, ma non è abbastanza. L’informarsi fine a se stesso è inconcludente quasi quanto il non informarsi affatto. Dico questo perché una persona per quanto informata sia, nel caso in cui decidesse di non partecipare attivamente alla vita culturale-politica del suo paese, sarebbe del tutto ininfluente.

A questo ragionamento mi si potrebbe opporre la tipica frase “Anche se partecipassi, non cambierebbe nulla”. Ed è qui, che secondo me c’è un errore di fondo. Partecipando c’è una presa di posizione che soltanto apparentemente è inutile. In realtà, attraverso la partecipazione avrete modo di confrontarvi con altri e discutere delle vostre idee e potreste essere d’esempio anche per altri “Informati che non partecipano”. Mi rendo conto che la partecipazione sia qualcosa di difficile e impegnativo, mi rendo conto di quanto sia complicato esporre le proprie idee ad altri e discuterne per cercare di raggiungere un obiettivo, eppure questa dimensione (la dimensione della dialettica e della partecipazione) è andata pian piano scomparendo.

È scomparsa a causa di una cultura che, purtroppo, si è involgarita e imbarbarita. È scomparsa perché faticosa. È scomparsa perché può parere inutile e retrograda. E il vuoto lasciato da cosa è stato colmato? Dai “Talk-show” (di cui si salvano solo pochissime e rare perle), dai “Reality-Show” e da programmi di questa risma. L’italiano ha barattato il suo diritto (diritto-dovere) di partecipare con il non fare fatica, con lo stare davanti alla televisione, col non affrontare i problemi e il delegare a qualcun altro, con il non esprimere una propria opinione.

E questo lo si vede nel uber-micro (questo blog) e nel macro (a livello nazionale). Non sarò di certo io a farvi la paternale, dato che tutti sapete quanto io sia culo-peso su quasi tutto. Eppure, nel mio piccolo, per quanto inutile possa sembrare, io partecipo. Partecipo perché le cose così, a me non vanno bene. E a voi? A voi vanno bene?

Questo è quanto.

Cya.

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