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Un racconto breve: Blu.

16 Marzo 1913

Ore 07.15

Stamane sono stato svegliato all’alba. È giunta una lettera per me. Quando l’ho aperta, ho pensato ad un errore. In tutta la mia vita non ricordo di avere mai incontrato nessun Sigmund. La lettera era essenziale. C’era scritto soltanto che questo Sigmund, chiunque fosse, è morto. Che ora sono rimasto solo io. Che sono io ad aver la chiave. Che devo recarmi a Monaco.
A cosa servirà, questa chiave?
E chi è Sigmund?

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Ore 17.00

Inizio… Inizio a ricordare. Ricordo Sigmund e il ricordo mi fa provare uno strano brivido che percorre la mia schiena. Le tenebre stanno calando e le ombre si stringono sempre più intorno a me. Ho acceso anche delle candele. Mia moglie mi guarda stranita. Lei non capisce. Non può capire. Non sa niente di Sigmund. Anche io fino a qualche ora fa non ricordavo nulla di lui eppure è come se un velo mi fosse stato tolto dagli occhi.
Non le ho detto nulla della chiave. Non saprei cosa dirle. E io ricordo così poco.
Mi par di sentire degli strani rumori. Distanti e indistinti.

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17 Marzo 1913

Ore 11.50

Quel rumore che sentivo ieri sera mi ha perseguitato tutta notte. Mia moglie ha dormito serenamente e mi ha assicurato di non aver udito nulla. È molto strano.
Stanotte ho fatto degli strani sogni. Non ricordo più di cosa si trattasse. Ricordo solo tenebra e terrore.
Ho preparato i bagagli. Mi aspetta un lungo viaggio e ho la sensazione che non possa aspettare.
Sarà anche un viaggio nel passato. Un passato che non avrei mai voluto ricordare.

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Ore 21.15

Sono solo nella mia cabina. Questa prima giornata di viaggio è stato un ottimo modo per distrarmi. Ho avuto modo di parlare con una vecchia conoscenza che da alcuni anni non vedevo. È stato piacevole.
Eppure, quando se n’è andato mi sono ricordato di un’altra persona che non vedo da molti anni.
Philippe. Un ragazzo francese. L’ho incontrato… Non ricordo come l’ho incontrato. Ricordo a malapena il suo volto.
Appena mi sono ricordato di questo Philippe, ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse fissando. Ma è impossibile. Fuori non ci sono altro che alberi e campagna.
Deve essere l’ansia per questo lungo viaggio e tutto ciò che comporta. Sarà sicuramente l’ansia.
Anche se….

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18 Marzo 1913

Ore 02.59

Mi ero appisolato, non so a che ora. Una pesantezza delle membra mi ha improvvisamente colto e sono crollato. È stato un sonno agitato e pieno di incubi. Tutte le immagini orrorifiche che ho veduto stanno però sbiadendo. È stato quel fastidioso ronzio, più forte della notte scorsa a svegliarmi.
E quando ho aperto gli occhi ho visto…. No, no… Mi è parso di vedere…
Ma non ha importanza.
Ora… Ora, però, ricordo Philippe. E ricordo anche che c’era qualcun altro. Ma non riesco a ricordare il suo volto o il suo nome.

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Ore 7.20

Non ho più chiuso occhio. Ogni volta che ho creduto che quel dannato rumore cessasse e ho abbassato le palpebre, il ronzio diventava più intenso. Ancora non riesco a capire cosa lo provochi, ma questa cosa mi sta turbando.
Ho pensato molto, in questa lunga veglia obbligata. Ho pensato a Sigmund.
Lo avevo conosciuto durante un viaggio di piacere in Svizzera. Era stato il mio ultimo anno di università e stavo per subentrare nella piccola azienda di famiglia.
Lo incontrai fuori da un negozio di antiquariato. Era solo. Un ragazzo alto e moro, con occhi scuri e brillanti di intelligenza e qualcosa d’altro.
Al momento non capii cosa potesse essere, ma più lo conoscevo più lo comprendevo. E comprendevo anche quanto fosse ambizioso.
Suo padre aveva una piccola bottega in Baviera e, con tanti sacrifici, lo aveva fatto divenire apprendista di un mastro orologiaio tra i più rinomati. La sua abilità e il suo impegno lo fecero diventare presto uno dei favoriti del mastro.
L’uomo, però, cadde in rovina inspiegabilmente. Aveva contratto enormi debiti col giuoco e non era in grado di pagarli. Per la vergogna, si suicidò.
Io e Sigmund stringemmo rapidamente amicizia e fu lui a presentarmi Philippe ma, di quel giorno, ancora non ho ricordi.
Ma stanno riemergendo, molto lentamente.

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Ore 15.03

C’è stata una breve sosta. Il controllore con cui ho parlato mi ha detto che saremo a Monaco tra due giorni.
Saranno due giorni molto lunghi, temo.
Non ho avuto più compagni di viaggio da ieri. Ho la sensazione che evitino questa cabina. So che è irrazionale. So che è paranoico ma la mancanza di sonno e l’età mi stanno giocando brutti scherzi.
È brutto invecchiare. Per quanto ricco tu possa essere, nulla può fermare l’avanzata del tempo. Quando tornerò dovrò farmi controllare le orecchie.
Mentre il treno ripartiva, m’è parso di sentir sussurrare il mio nome. Eppure, intorno a me, non c’era nessuno.
E… E so che sembrerà assurdo, lo è anche per me che sto scrivendo, ma mi è parso di vedere due occhi di bragia che mi fissavano, dalla carrozza dove sto. Ed erano gli stessi che avevo visto questa notte.
Temo di essere troppo stressato.

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Ore 23.32

Il sonno non vuole giungere. In compenso, ora… Ora ricordo.
Philippe mi fu presentato una sera, in un’osteria. Un posto comune, che non aveva nulla di particolare. Pareva un damerino e aveva un marcato accento francese. All’inizio, lo trovai odioso. Il suo continuo sorridere come se tutto celasse uno scherzo era insopportabile.
Indubbiamente aveva un certo charme e una personalità molto forte.
Col passare del tempo mi abituai ai suoi modi e iniziai ad apprezzare la sua compagnia. Riuscii a scoprire che sarebbe diventato dottore da lì a poco e che aveva conosciuto Sigmund anni prima, grazie alla riparazione di un orologio.
Mi disse anche che c’era un’altra persona che avrebbero voluto farmi conoscere ma che, stranamente, non era ancora giunto.
Per quanto mi sforzi di ricordare cosa accadde in seguito, però, ancora non riesco a rimembrare.
E non sono sicuro di volerlo fare.

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19 Marzo 1913

Ore 05.13

È stato… È stato terribile. Nonostante quel rumore continuasse e continui a perseguitarmi, alla fine sono stato vinto dal sonno.
Ho fatto un incubo. Doveva essere per forza un incubo. Non saprei come definirlo altrimenti.
C’era un corridoio buio e dal fondo proveniva lo stesso suono che tuttora mi perseguita.
Sentivo altri passi giungere da ogni direzione ma, guardandomi intorno, non riuscivo a vedere nulla. Continuavo a camminare e camminare mentre il rumore diventava più forte e chiaro. Sono riuscito anche a riconoscerlo, giusto per un momento.
E poi… E poi ho visto le mani. Mani appese alle pareti. Sagome di mani murate nelle pareti. Mani che tentavano di afferrarmi e poi… E poi di nuovo quegli occhi bestiali che mi scrutavano.
Mi sono svegliato tremante e sudato.
E ora ho paura di riaddormentarmi.

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Ore 22.30

Ho avuto più volte la tentazione di scrivere qui ma, ogni volta che pensavo fosse il momento giusto per farlo, qualcos’altro faceva capolino da quell’oscuro recesso della mia mente che sembra essersi risvegliato.
Ora… Ora ricordo. Ricordo chi fosse la persona che stavamo aspettando. Era Edward.
Arrivò due giorni dopo che mi avevano parlato di lui.
Era alto, aveva un aspetto distinto e sembrava molto più anziano di quanto in realtà non fosse.
Molto educato e cortese, si dimostrò subito una piacevole compagnia durante i lunghi vagabondaggi in attesa che Sigmund ci raggiungesse.
Ricordo che aveva iniziato a raccontarmi dei suo studi ma poi tutto torna vago e confuso.
E il ronzio non aiuta a concentrarmi… Fortunatamente domani dovrei arrivare a Monaco.

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20 Marzo 1913

Ore 21.00

La giornata è stata straziante. Non ho fatto altro che dormire quasi tutto il tempo e ogni volta ho sognato di nuovo quel corridoio e le mani che cercavano di afferrarmi. Intorno a me sentivo i passi di altre persone e dal fondo giungeva di nuovo quel rumore infernale. E di nuovo quegli occhi… Quegli occhi a fissarmi, crudeli e bramosi.
Stava per succedere qualcosa quando venni scosso da un controllore. Eravamo arrivati a Monaco.
Ho perso gran parte della giornata cercando un albergo e, una volta trovato, ho mangiato qualcosa di caldo e sono venuto qui, in camera.
Sto… Sto iniziando a ricordare cosa mi aveva raccontato Edward. Ma mi pare così assurdo.
E il ronzio sta diventando un po’ più forte, più comprensibile.
Mi si chiudono gli occhi.

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21 Marzo 1913

Ore 19.20

Durante la notte ho fatto un sogno. Non era il solito sogno che mi perseguitava… Era diverso. La chiave, oh santo cielo, la chiave…
La chiave aprirà una cassetta di sicurezza in una banca di Monaco. E, allora… Allora entrerò in possesso del contenuto di quella cassetta. Non so cosa ci sia dentro, ma ricordo.
Ricordo che, dopo aver fatto forgiare quattro cassette di sicurezza identiche, facemmo una sola copia della chiave.
Decidemmo che il primo a tenerla fosse Edward. Se gli fosse successo qualcosa, la chiave sarebbe passata Philippe, poi a Sigmund e infine a me.
Domani chiederò al notaio che mi ha spedito la lettera dove si trova la cassetta.
Cielo, quel rumore… Quel rumore sembra…

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31 Marzo 1913

Ore 6.30

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. Le mie forze, i miei desideri sono stati lentamente prosciugati. Sembrerei un uomo morto, se non fosse che lo sono già da molto tempo…
Mia moglie è sparita da quattro giorni. Temo di sapere cosa le sia successo. Sta per finire tutto quanto… Stanno arrivando. Stanno arrivando.
Posso sentirli. Sento che si avvicinano. Sento che vengono a reclamare ciò che è loro. Il brusio che prima era indistinto ora è chiaro e forte. Stanno arrivando. Ma prima della fine, è giusto che la verità venga scritta. Spero soltanto che qualcuno diffonda questo diario.

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Ore 08.15

Mia moglie… So dov’è mia moglie. È in quel corridoio oscuro. Ormai posso vederlo chiaramente, senza bisogno di chiudere gli occhi. Di sognarlo. È tanto reale quanto la penna che stringo o questo diario su cui sto scrivendo.
Le sue mani… Le sue mani sono appese ad una delle pareti.
Oddio! Oddio! Ora sento anche la sua voce!

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Ore 10.20

Prima che gli ultimi brandelli di ragione mi abbandonino, prima che loro arrivino, devo scrivere. Scrivere la verità.
Devo scrivere del Circolo, del patto, del Rituale, dell’origine delle nostre fortune e della maledizione che ci perseguita, come punizione per aver osato giungere dove nessun uomo dovrebbe mai arrivare.
Sigmund, Philippe, Edward ed io. Fummo quattro stupidi.
Ora ricordo vividamente la sera che segnò l’inizio di tutto. Era una notte lugubre e la pioggia batteva violentemente contro i venti. Il vento ululava. Sembrava di essere tornati nel cuore dell’inverno.
Eravamo a casa di Sigmund. Seduti intorno al camino, eravamo assorti nei nostri pensieri. I tre di tanto in tanto, si scambiavano sguardi preoccupati. Io non ci feci caso all’inizio.
Sigmund più volte sussurrò qualcosa all’orecchio di Edward e di Philippe. Io non capivo.
Le condizioni atmosferiche, intanto, erano peggiorate e il rombo dei tuoni vibrava nel soggiorno.
Sigmund mi disse di seguirli. Sentii crescere la preoccupazione ma feci come mi era stato detto.
Una porta sbarrata nella stanza accanto fu aperta e ci inoltrammo nello scantinato.
Fui fatto entrare in una stanza spoglia, sulle cui pareti erano disegnati strani simboli. Pensai fosse uno scherzo.
Sigmund mi disse che io ero il quarto. Ero la persona che stavano aspettando da anni.
Stanno… Stanno bussando alla porta. E le voci… Le voci non vogliono smetterla!

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Ore 12.13

Erano i carabinieri. Credo… Credo che pensino che sia stato io ad ucciderla. Avrei dovuto provare a fare un tentativo di dir loro la verità ma… Ma non mi avrebbero creduto. Loro… Loro non sentono ciò che sento io… Mi avrebbero preso per pazzo proprio come io presi per pazzo Sigmund, nella sua cantina.
Ma, forse, è meglio riprendere i fatti da dove mi ero interrotto.
In quello scantinato, mi disse che ero il quarto e che mi stavano aspettando da tempo. Convinto che fosse uno scherzo, decisi di rimanere al loro gioco e chiesi per cosa mi stavano aspettando. La storia che mi narrò era ancora più incredibile.
Loro tre facevano parte di un esclusiva loggia massonica interessata all’occulto: il Circolo Senza Nome.
Di loro, anche tra i confratelli, non si sapeva nulla. Era ritenuta una leggenda o materia da dicerie. Si mormorava che, durante le loro riunioni, consumassero sacrifici umani in onore del demonio. In realtà, era molto peggio.
All’epoca, però, ignoravo tutto questo.
Sigmund mi disse che tutto era iniziato con i ritrovamenti fatti da Edward e l’interesse dell’occulto per Philippe. Quando venne a sapere tutto questo, lui desiderò esserne parte e fu proprio la sua forte volontà a convincere gli altri due.
Quella sera, grazie a me, erano pronti ad entrare in contatto con “Loro”.
Chi fossero “Loro” non lo sapevano chiaramente nemmeno i tre uomini. Forse erano divinità, forse erano messi di qualcuno o qualcosa di più grande e potente.

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Ore 14.10

Queste pause… Sono necessarie. So che dovrei accelerare perché potrebbero giungere da un momento all’altro, ma non ce la faccio. Non riesco a… A rievocare tutto senza fermarmi e poi… E poi ci sono voci che mi sussurrano cose… Cose su di “Loro”.
“Loro”… Non riesco ancora a capire cosa siano. Dèi o Demoni? Oppure qualcosa di ancora peggiore? Qualcosa che non dovrebbe essere risvegliato per nessun motivo e che giace sopito, da qualche parte? Non lo so. Ciò che è certo è che quella sera compimmo qualcosa di abominevole.
Iniziai ad essere spaventato da quello che Sigmund mi diceva. Gli dissi di smetterla di scherzare. Gli dissi che non era affatto divertente. Poi… Poi lo vidi.
Era sopra ad un piedistallo di marmo su cui erano incisi gli stessi segni presenti sulle pareti. Era un cubo di dieci centimetri sia per altezza, sia per larghezza e lo spessore si approssimava intorno a quella misura. Era nero e sembrava esser fatto di metallo.
Sigmund mi disse che quello era l’unico modo per entrare in contatto con loro e che avremmo dovuto offrire qualcosa in cambio. Prima che le cose precipitassero ulteriormente, dissi che volevo andarmene e che non volevo saperne nulla.
Raggiunsi la porta e posai la mano sulla maniglia. Furono le parole di Edward a fermarmi.

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16.03

Edward… Edward mi disse che avrei potuto ottenere ciò che più bramavo al mondo, se fossi rimasto. C’era un piccolo prezzo da pagare, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrei dovuto abbassare la maniglia ed uscire. Invece mi voltai.
Tornai da loro e chiesi di nuovo se non fosse uno scherzo. L’espressione sui loro volti fu una risposta migliore di qualunque parola.
Durante i loro preparativi rimasi in disparte, sempre più affascinato dalla loro metodicità nelle operazioni. Fu quando indossammo tutti le tuniche nere che Edward tirò fuori un coltellaccio mentre Sigmund e Philippe trasportavano per le gambe e le braccia una giovane donna.
L’avevo vista un paio di volte in giro per la città ma non sapevo chi fosse. Per un secondo temetti che fosse morta, ma respirava ancora. Quando chiesi perché fosse qui con noi, non ottenni risposta.
Una volta finiti i preparativi, Edward si fece un taglio lungo il braccio e fece cadere del sangue sul cubo. Il sangue macchiò la superficie lucente per qualche istante e poi sparì.
Non credevo ai miei occhi. Philippe, Sigmund ed io facemmo la stessa cosa e, ogni volta, il sangue fu assorbito da quello strano oggetto.
Ci disponemmo intorno al piedistallo.
Edward iniziò a cantilenare una strana nenia mentre gli altri due sorreggevano la ragazza incosciente.
All’improvviso fu l’oscurità.

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Ore 23.10

Stanno arrivando! Stanno arrivando! Le candele che ho disseminato in tutta casa e le luci si stanno già spegnendo! stanno arrivando!
Si annidano nell’ombra e ti osservano. Ci osservano. Quegli occhi rossi che ti scrutano e studiano e aspettano…
L’ombra e l’oscurità come quelle del corridoio in cui ritrovammo all’improvviso. Non so come ci fossimo spostati. Prima eravamo in uno scantinato e poi eravamo in questo lungo corridoio oscuro.
L’aria era pesante e c’era un puzzo terribile. Sentivo solo i loro passi intorno a me e quello più strisciato della ragazza.
Più camminavamo più le tenebre diventavano spesse, quasi potessi toccarle.
Passammo di fronte a diverse stanze le cui soglie si aprivano su orrori senza fine. Se avessi guardato troppo a lungo, capii istintivamente, sarei diventato pazzo.
Eppure… Eppure ricordo che c’erano mani. Mani ovunque. Appese alle pareti, murate all’interno di esse o addirittura, alcune spuntavano dal pavimento e più ci avvicinavamo più il rumore che mi ha perseguitato e continua a perseguitarmi diventava forte.
Erano urla e risate.
Urla umane e risate di qualcosa di ben peggiore.
Giunti in fondo al corridoio, trovammo la prima porta. Era socchiusa.
Edward di nuovo iniziò a recitare una litania in quella strana lingua e la porta si aprì.
All’interno c’era un piedistallo uguale a quello che c’era nello scantinato di Sigmund.
I simboli erano ancora più fitti e sembravano essere stati scritti col sangue.
Sul piedistallo c’era il cubo. E fiotti di sangue uscivano da quell’oggetto dannato.
E all’improvviso apparve di fronte a noi una figura incappucciata. L’unica cosa ad intravedersi erano gli occhi, rossi e brillanti come le fiamme dell’inferno.
Lui ed Edward parlarono a lungo e, quando la loro discussione terminò, Edward indicò l’altare e disse di far sdraiare lì la ragazza.
Dopo averla riposta lì, ci allontanammo e le tenebre calarono su di lei. La luce nella stanza venne a mancare e udimmo solo le strazianti grida della fanciulla.
Non so per quanto tempo rimanemmo lì, immobili. So solo che quando la figura incappucciata ricomparve di fronte a noi, ebbi una visione.
Ero ricco, potente ed influente oltre ogni mia immaginazione. Una voce flebile mi sussurrò all’orecchio che avrei ottenuto tutto ciò. Che una parte del prezzo era stato pagata.
Quando mi ripresi, la figura incappucciata era scomparsa.
Uscimmo da lì.
Appena varcata la soglia, mi girai per assicurarmi che tutto fosse vero. E fu in quel momento che vidi la vera forma dell’ orrore. Un abominio era in quella stanza e ci stava fissando con sguardo pieno di brama. Mi sorrise e svenni.
Quando aprii gli occhi, eravamo di nuovo nello scantinato di Sigmund.
Edward ci spiegò quello che lui e la figura incappucciata si erano detti. Fintanto che uno di noi avesse avuto il possesso sul cubo, non avremmo avuto nulla da temere.
Decidemmo perciò di forgiare quattro cassette di sicurezza dove custodire il cubo e un’unica chiave. Qualora fosse capitato qualcosa a chi aveva la chiave, questi avrebbe dovuto inviarla ad un altro.
Decidemmo l’ordine in base all’entrata nel quartetto.
Decidemmo di non parlarne più e di evitare di vederci per quanto ci fosse possibile. Per siglare il nostro Patto infame usammo il nostro sangue.
Dopo quell’estate non ci vedemmo mai più. Ognuno ottenne ciò che desiderava e iniziammo a dimenticare…
Ma ora… Ora le luci si stanno spegnendo. Le candele sono quasi del tutto consumate e, tra poco, le campane batteranno la mezzanotte.
E io sento Sigmund, Philippe, Edward, la mia adorata moglie e molti altri ancora che mi chiamano. Mi chiamano e continuano a ripetere “Stanno arrivando! Sì! Stanno arrivando anche per te”. È giunto il momento di pagare l’altra parte del prezzo.
La mezzanotte è scoccata.
Sento degli strani rumori. Le luci ormai sono spente e l’ultima candela si sta consumando.
Li sento.
E vedo la tenebra che mi si stringe sempre più intorno.
Occhi rossi e pieni di brama.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.

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Così si conclude il diario del mio paziente. Da quanto qui scritto è evidente che la sua situazione psichica fosse andata peggiorando di pari passo con il peggioramento della sua situazione finanziaria.
Il soggetto ha sofferto di una forte forma di nevrastenia che è poi degenerata in schizofrenia. In questo modo si spiegherebbero i continui riferimenti a queste creature mostruose e alle voci che lo chiamavano.
Non stupisce nemmeno il fatto che abbia attribuito l’omicidio della moglie e il deturpamento del suo cadavere, in seguito all’amputazione delle mani, ad un parto della sua mente malata.
Il fatto che del paziente o del suo corpo non ci siano tracce, è preoccupante. Potrebbe essere ancora vivo e pericoloso.
In casa, oltre al diario e alle candele consumate, è stato trovato anche il misterioso cubo di cui parlava. La descrizione offerta è stata fedele. È la prima volta che vedo qualcosa fabbricato in questo modo.
Consulterò alcuni amici per scoprire maggiori informazioni riguardo a questo oggetto.

Fine

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) Che avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Anche in questo caso, sono soddisfatto del lavoro.

B) La scelta del colore “Blu” è voluta. In questo modo ho potuto continuare coi colori primi

C) Per l’idea del lento affiorare dei ricordi mi sono, nemmeno troppo velatamente, ispirato a Stephen King in IT. Il risultato non è lo stesso, ma ci ho provato.

D) Con questa storia ho voluto provare, nel mio piccolo, a scrivere un piccolo tributo a Poe e Lovecraft. Probabilmente si staranno rivoltando nella tomba, ma (come sopra) ci ho provato.

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Riflessioni a caso #9

Vado a correre. Mi dissanguo.

Ora, finalmente, ho capito: gli Dèi mi mandano messaggi minatori.

“Stai a casa e starai bene.”

Anche gli Dèi cospirano contro di me e i miei buoni intenti.

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Odio

Il titolo, già di per sé, dice tutto quello che c’è da dire sul tema dell’articolo. Eppure, vorrei non foste tratti in inganno e quindi generalizzaste su cosa io possa odiare, perché oggi il mio odio è focalizzato su un evento.

E, questo evento, è ovviamente Ferragosto. È un’antipatia antica, con radici profonde e ben radicate. A cosa è dovuto tutto questo? È semplice. Ferragosto è una festa assolutamente inutile. Inutile perché, fondamentalmente, non interrompe il lavoro. Si è già in vacanza il quindi di agosto, che utilità può avere un festa del genere? E, a questo punto, di solito le risposte sono (in ordine sparso): incontrare gli amici e passare del tempo insieme, divertirsi, abbuffarsi, spezzare la monotonia d’agosto. E, dato che sono uno zitellone acido che non scopa, vorrei analizzare un attimo le sopraccitate risposte per smontarle una ad una.

E si parte con “Incontrare gli amici” e “Divertirsi”. Santoddio, siccome normalmente non li vedreste è sicuramente questa festività a permettervi di farlo. D’altronde in estate (soprattutto ad agosto) si è talmente oberati di cose da fare che una sera sì e l’altra pure siete in un locale di tendenza a consumare litri e litri di alcool con quelle stesse persone. E lo stesso discorso, quindi, vale per il divertimento. Srlsy, si ha bisogno di incontrare i propri amici a ferragosto per divertirti? Non lo si fa già normalmente? Davvero, si ha bisogno di ferragosto per divertirsi con gli amici? I don’t think so.

Poi c’è l’abbuffarsi. Perché, inutile negarlo, chiunque a ferragosto ci dà dentro col cibo e lo può fare senza sentirsi in colpa perché, alla fin fine, è festa. E, come ogni festa che si rispetti, è necessario che si mangi come maiali all’ingrasso. E questo, soprattutto nella popolazione femminile, dovrebbe portare a galla il senso di colpa…Non fosse che, dato che è festa se ne strafottono del senso di colpa (a meno che non siano casi patologici e allora sticazzi) e s’abbuffano lo stesso. E questo è uno dei motivi minimamente condivisibili (non fosse che il sottoscritto s’abbuffa come un maiale lo stesso, anche quando non è festa). Eppure, mi sembra una motivazione flebile, che non spieghi il motivo per cui questa festa debba essere utile.

E, alla fine, c’è lo spezzare la monotonia di agosto. Ma, il ragionamento, non regge. Non regge perché se davvero si stesse festeggiando con gli amici più cari il ferragosto, significherebbe che non sono ancora partiti e quindi li hai potuti vedere per tutto il tempo che vuoi. Non regge perché, alla fin fine, già la sera stessa sei tornato a casa e ti stai rompendo di nuovo i coglioni. Non regge perché la monotonia d’agosto non la si può spezzare, finché si resta in città (la stessa città in cui vivi 365 giorni all’anno).

Ma, soprattutto, odio Ferragosto perché non ho dei vicini ma delle scimmie travestite da uomo che si ubriacano, gridano e ridono in modo sguaiato mentre io sto cercando di ritrovare l’equilibrio interiore perso per svariati motivi (l’anno scorso perché avevo dormito quattro ore, quest’anno perché il PC non voleva più funzionare e ho dovuto evocare tutti gli Dèi e i Grandi Antichi per farlo ripartire). Odio Ferragosto perché, ancora più che a capodanno, la gente che mi circonda si dimentica di essere circondata da casa e va avanti fino ad orari impossibili mantenendo musica e tono di voce oltre il limite del sopportabile. E, infine, odio Ferragosto perché fa caldo. Troppo caldo.

Insomma, spero si sia capito che odio Ferragosto.

Questo è quanto.

Cya.

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Biblioteca

Cosa si può scrivere su una biblioteca? A tutti gli effetti un’assoluta minchia però…Oggi sono stato nella nuova biblioteca di Meda che ha aperto i battenti quattro giorni fa. La prima impressione? Pheeeeeeegata.

Però, dopo la prima impressione, ne sono seguite anche altre che elencherò, dividendole in “pro” e “contro”.

PRO:

– La struttura è molto più spaziosa e meglio organizzata. Finalmente ogni piano ha uno spazio dove potersi fermare per sfogliare i libri o per studiare. Non è cosa da poco, dato che prima c’erano quattro tavoloni al piano superiore e basta.
– Si sono tecnologizzati. Non vuoi fare la coda? Nessun problema, puoi restituire e prendere i libri in completa autonomia grazie ad un lettore di codice a barre (quello della tessera) e uno scanner che ti riconosce i libri. Una volta fatto ritiri un pratico scontrino con scadenza e…Fatto. Puoi andartene coi tuoi libri.
– Una struttura più grande significa anche più libri. Più libri significa nuovi titoli. Nuovi titoli significa roba in più da leggere. Roba in più da leggere, per me che sono un topo di biblioteca significa, tantissima roba.

CONTRO:

– Per quanto meglio organizzata e più grande, la trovo fin troppo dispersiva. Quella di prima era più piccola ma “più accogliente”, questione di abitudine, comunque.
– La nuova disposizione dei libri mi ha fatto quasi invocare i Grandi Antichi e gli Dèi Esterni (If you know what I mean ) per cercare le sezioni in cui di solito ci sono i libri che mi interessano. Alla fine, per fortuna, sono giunto all’agognato scaffale…Per non trovare ciò che cercavo. Mi par giusto.
– Scaffali interi vuoti. È vero che col tempo si riempiranno (si dovranno riempire), però sono proprio bruttini da vedere. Cioè, santo cielo, metteteci qualcosa! Anche dei doppioni vanno bene, basta che non li lasciate vuoti.

Comunque, in definitiva, la nuova biblioteca mi ha impressionato positivamente. Voto 9.5.

Questo è quanto.

Cya.

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Momenti imbarazzanti

A tutti, durante il corso della propria vita, è capitato di avere momenti imbarazzanti. Ognuno li affronta in modo diverso: c’è chi non sa che pesci prendere, c’è chi si chiude in una cappa impenetrabile di mutismo finché non ha scampato il pericolo, c’è chi cerca di fare il brillante per uscirne bene (spesso e volentieri, peggiorando la situazione), c’è chi si mette a ridere e c’è anche chi incassa stoicamente, ammettendo d’aver fatto una figura di merda.

Il mio ultimo momento imbarazzante? C’è stato quest’oggi a pranzo. Eravamo Lui, Lei, io e l’Altro. Lei non parlava italiano e penso capisse molto poco di quanto dicevamo (e, per fortuna, abbiamo detto relativamente poco). Quando mancava Lui, sul tavolo è calato un lungo silenzio che, a parte qualche battuta (rigorosamente in italiano, dato che non avevo la minima voglia di esprimermi in inglese) fatta a l’Altro, si è sfruttato il tempo per dar fondo ad un quarto delle risorse idriche del tavolo. Con l’arrivo di Lui, le cose sono migliorate lievemente. Il vero imbarazzo era creato dalla barriera linguistica (a cui avevo accennato anche ieri) che separava me e l’Altro da Lei e che solo Lui poteva colmare. Di argomenti di cui discutere ce ne sono stati pochi e sono stati trattati relativamente in modo poco approfondito. Di certo è stato un evento andato ogni più rosea aspettativa, ma comunque imbarazzante.

Un altro evento imbarazzante? In quel di Milano, stavo andando verso Cadorna a piedi e nel mentre discutevo di fatti importanti con un amico e mi nutrivo con delle caramelle. Giunti al termine di Piazza dei Mercanti, prima dell’attraversamento pedonale, all’improvviso sbuca dal nulla un’individua con microfono e cameraman al seguito che, si piazza in mezzo alle palle, e con aria sbrigativa chiede “Ma voi guardate film porno?” (La risposta a tale domanda, sarebbe: ovviamente sì) solo che sul momento e nel bel mezzo di una conversazione piuttosto seria quella domanda mi fece scoppiare a ridere, tant’è che poco dopo dovetti allontanarmi perché rischiavo di soffocarmi con una caramella che proprio non ne voleva sapere di scendere, tra una risata e l’altra.

Un altro momento imbarazzante? Vacanze estive del 2010, completamente ubriaco, inizio ad elencare tutti i Cavalieri dello Zodiaco senza dimenticarne uno (a detta di chi, quella sera, era meno ubriaco di me) per poi caracollare in bagno e vomitare l’anima. Una volta ripresomi, ho rischiato di finire in mare e, per non farmi mancare nulla, ci provai spudoratamente con una tizia che, ovviamente, mi rifiutò (l’ubriaco ero io, non lei). Ne è valsa la pena? Assolutamente no. In compenso i postumi da sbornia sono stati “leggeri” il giorno dopo. Solo un leggerissimo mal di testa.

Altro e penultimo momento di imbarazzo è quello occorsomi quest’inverno, con un amico. Uno sciopero dei treni ci obbliga a prendere la metro e fare cinque o sei chilometri a piedi per vedere uno spettacolo. Arrivati sul luogo, con notevole ritardo, pago l’entrata e una moneta mi cade. La mia reazione, ovviamente, è un sano e salutare “Porco Dio” detto a voce abbastanza alta da essere sentito da chiunque anche nella stanza accanto. Il mio amico, inizialmente stupito, scoppia a ridere nonostante cerchi di contenersi e io lo seguo a ruota. La ragazza che m’ha dato il resto pare far finta di nulla e ci invita a fare il minimo rumore possibile (proprio mentre ridevamo come due cretini). Fortunatamente, il mio amico, qualche tempo dopo mi informò che la ragazza (probabilmente molto rincoglionita) non s’era accorta di nulla. Ma sul momento l’imbarazzo fu davvero tanto.

Ultimo momento di imbarazzo di cui vi narrerò è quello classico: Tutti dormono e rientri a casa cercando di essere silenzioso come un ninja, all’improvviso lo spigolo traditore ti colpisce e tu, imprecando contro i Nove divini, i Grandi Antichi e tutti gli Dèi noti e non, svegli tutta la famiglia che accorre a controllare quale terribile evento sia mai occorso al rientrante, per poi scoprire che in realtà avevi soltanto urtato con un mignolino uno spigolo. Lì, oltre all’imbarazzo, in casa mia partono gli insulti…Ma questi sono dettagli.

Mentre scrivevo il punto sopra m’è sovvenuto alla mente un altro momento imbarazzante, ovvero…Quando inizi a fare, involontariamente, doppi sensi sulla fidanzata di uno dei tuoi migliori amici che in quel momento è lì presente. Gli altri ridono di gusto (e pure io lo faccio) ma all’inizio ci resti di merda, indubbiamente. A me è capitato al mio ultimo compleanno che mi ha visto infilarne uno dietro a l’altro senza sosta per una decina di minuti buoni e, soprattutto, cercando di spiegare gli altri doppi sensi inguaiandomi ancora di più. Momenti esilaranti di cui, però, in quei momenti avrei fatto a meno.

Con questo chiudo davvero.

Cya gente.

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