Archivi tag: Difficoltà

Sull’immigrazione

Il tema, come tutti potete immaginare, è ampio e molto delicato. Cercherò, nonostante questo, di essere breve e conciso. La questione legata all’immigrazione è tornata alle luci della ribalta in seguito agli incresciosi fatti avvenuti a Milano, nel quartiere Niguarda. La cronaca penso che la conosciate tutti e quindi non mi ci soffermerò, ma voglio porre alla vostra attenzione il fatto che l’atto di un folle sia stato strumentalizzato da un partito politico.

Il partito politico in questione ha, da sempre, portato avanti una crociata contro gli immigrati visti come ladri, assassini, stupratori oppure persone che rubano il lavoro agli italiani facendosi pagare di meno. Con i toni dei propri esponenti e con i loro modi, hanno fomentato spesso un odio inspiegabile verso quella che per una nazione come l’Italia dovrebbe, invece, essere una risorsa.

Tra tutte le accuse vengono mosse agli immigrati, ce n’è una che mi sta a cuore smontare: l’ultima. È vero, vengono pagati meno degli italiani. Molto spesso lavorano in nero e non pagano nemmeno le tasse. Ma è colpa loro? La risposta è, ovviamente, no. La colpa, più che degli immigrati, è da imputare a quegli imprenditori che per il loro tornaconto personale, decidono di sfruttare una situazione di disagio e difficoltà in cui si trovano queste persone. Se poi analizzassimo un attimino i lavori in cui gli immigrati sono impiegati, ci renderemmo conto che si tratta di lavori manuali (e faticosi) che molti giovani italiani, ormai, non vogliono più fare.

Insomma, imputare la mancanza di posti di lavoro alla presenza di stranieri in Italia, penso sia abbastanza ridicolo. Dirò di più: stando ai dati ufficiali di Confesercenti, mentre le aziende aperte da italiani sono in calo e quelle esistenti stanno chiudendo, le imprese di extracomunitari sono in crescita (nel secondo trimestre del 2012 si era ad un +6,6% rispetto all’anno precedente). Insomma, oltre a non portare via lavoro, ne creano dell’altro dando un impulso vitale ad un’economia che stenta a riprendersi.

Perché, vedete, l’immigrazione può essere vista in due modi: o come una minaccia o come una risorsa. Secondo me, dovrebbe prevalere la seconda visione. Come detto sopra, l’immigrazione, in Italia potrebbe dare quelle risorse che stanno venendo a mancare. Ovviamente, non si tratta di “aprire le porte a tutti, indiscriminatamente” quanto il non porre barriere (soprattutto ideologiche) che impediscono di fatto sia uno sviluppo economico, sia un’integrazione.

L’integrazione, infatti, è l’altro tema importante che riguarda l’immigrazione. Come ottenere una miglior integrazione per coloro che giungono nel nostro paese? Come fare in modo che non si ghettizzino e non vengano ghettizzati? Come renderli dei cittadini italiani a tutti gli effetti? Queste sono le domande che ci si dovrebbe porre e che, in Italia, ci si è posti poco e male. Le risposte a questi quesiti non sono mai arrivate e tutte le iniziative sono cadute nel dimenticatoio subito dopo aver visto la luce.

Per migliorare il sistema di integrazione, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’insegnamento sia della lingua, sia dell’educazione civica degli extracomunitari. In questo modo, si avrebbe una formazione che permetterebbe di bypassare il più grosso ostacolo, quello comunicativo, e ci sarebbe un primo inserimento (attraverso la conoscenza delle regole) nella realtà italiana.

Per favorire l’integrazione, poi, sarebbe meglio evitare che si creino quartieri in cui intere vie siano abitate solo da famiglie di extracomunitari: in questo modo si eviterebbe di assistere a quel fenomeno di auto-ghettizzazione a cui si sottopongono e che, inevitabilmente, va a fomentare la paura e la malafede degli italiani.

Altra idea che sarebbe applicabile in modo rapido e veloce sarebbe quello di concedere, ai figli di immigrati nati in Italia, la cittadinanza. Questo, oltre che dal punto di vista puramente demografico, darebbe un impulso a questo processo che sembra non essere mai iniziato.

Rifiutare un dato di fatto come il multiculturalismo presente in Italia e ignorare, con ostinazione e stupidità, la risorsa sfruttata in modo errato che rappresenta l’immigrazione, significherebbe commettere un errore di valutazione imperdonabile. Quelli che sono stranieri oggi, proseguendo con questa mentalità, non potranno mai diventare gli italiani di domani. E, in questo modo, a perdere saremmo tutti, italiani ed immigrati.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (not releated):

Annunci

12 commenti

Archiviato in Politica & Società

Bilanci (E la loro conclamata inutilità)

Ieri discutevo con un amico blogger sul prossimo post che avrei pubblicato. Purtroppo, nonostante i piani prevedessero qualcosa di molto più interessante, data la mancanza di tempo (necessario) per scrivere ciò che avevo in mente, vi beccate sto articolo.

La prima cosa a cui si pensa, quando si legge la parola bilancio è l’economia. E per chi ha un’infarinatura generale di economia, non si può fare a meno di pensare al bellissimo bilancio di fine esercizio e all’odiatissimo bilancio riclassificato ma, tranquilli, non voglio parlare di quello. I bilanci a cui faccio riferimento sono quelli che in modo più o meno improprio, tracciamo durante la nostra vita.

A tutti, più volte nella vita, è capitato (e capiterà) di arrivare ad un punto in cui è necessario “tirare le somme”. Di solito, questo avviene a fronte di cambiamenti importanti come la chiusura di un vecchio capitolo della propria vita, in favore di uno nuovo. Il primo “bilancio”, seppur non del tutto autonomo e con molte meno implicazioni psicologiche, lo si ha al passaggio tra le scuole medie e le superiori. Dopo aver capito quali sono i nostri punti di forza, quali sono i nostri punti deboli e tenuto conto delle varie incognite (orario/vicinanza da casa/mezzi di trasporto), compiamo una scelta che si ripercuoterà in modo decisivo sul nostro futuro.

Cinque anni dopo, ci troviamo di nuovo a dover tirare un bilancio della nostra vita. Un bilancio più “completo” e “maturo”, con risvolti ed implicazioni molto più psicoattitudinali rispetto al primo. Ci si trova davanti alla scelta tra il mondo del lavoro e l’università. Un po’ come per la scelta delle scuole superiori, ci si ritrova a dover fare i conti con ciò che siamo (o non siamo) in grado di fare. Ciò che vorremmo raggiungere e tutte le più svariate incognite (infinitamente maggiori). Una volta finito di valutare i pro e i contro di entrambe le possibilità, si prenderà una decisione.

In questi due casi sopra elencati (e in pochi altri), fare un bilancio è l’unico modo sensato per prendere una decisione. Non si scappa e non ci sono vie di fuga. Probabilmente, in questi casi è inevitabile utilizzare questo strumento.

Ma, sempre più spesso, quando si è in una fase di monotonia o si attraversano momenti problematici, c’è la tentazione di fare un bilancio di tutto ciò che è stato fatto fino a quel momento per cercare un modo di auto-rassicurarsi. Dobbiamo assolutamente dimostrare a noi (e, spesso, anche agli altri) che durante la nostra vita fino a quel punto le cose fatte siano per la maggior parte cose buone/giuste/positive. La cosa sciocca (e che rende inutile tutto quanto) è il fatto che, a meno che non si sia in punto di morte, si starebbe facendo un bilancio parziale e incompleto.

Per spiegarne il motivo della stupidità e dell’inutilità dei bilanci, rientrerò per un attimo nel campo economico. Se un’azienda facesse un bilancio d’esercizio dopo solo due/quattro/sei mesi dall’inizio dell’esercizio, indubbiamente, potrebbe ottenere delle indicazioni sul (breve) periodo, che però (quasi sicuramente) si riveleranno del tutto inutili e completamente sbagliate, giunti alla fine dello stesso. Ecco, fare un bilancio a (per esempio) venti e o trent’anni è più o meno fare la stessa cosa. Solo che ha risultati molto più negativi ed è molto più stressante.

E stress e risultati negativi non sono altro che le conseguenze di tutti quei fallimenti, di tutte quelle mancanze che si sono susseguiti nel corso del tempo e che rappresenterebbero le voci passive del nostro bilancio. E, spesso, non si ha abbastanza distacco per poter valutare (nel bene e nel male) i fatti che più recenti in modo distaccato ed obiettivo. Si va alla ricerca di una visione di insieme che ancora si focalizza troppo su alcuni particolari, per ignorarne altri. Una visione di insieme che per forza di cose, in quel momento non potrà essere completa ed obiettiva come lo sarà anni dopo.

Quindi, cercate di evitare per quanto vi è possibile, di cercare di trarre bilanci superflui e inutili. Non state facendo altro che un sacco di lavoro per nulla, perché tanto passato del tempo, vedrete tutto sotto un’ottica diversa. Darete più o meno importanza a questi fatti, in favore d’altri. I bilanci, lasciateveli per quando sarete vecchi e rugosi, al circolino con gli altri nonnetti a giocare a carte. (La versione femminile è davanti al televisore con un programma di gossip/al parco con la dirimpettaia per parlare della vostra prole e della prole della vostra prole).

Questo è quanto.

Cya.

4 commenti

Archiviato in Diario, Riflessioni