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Citazioni #21

[…] Così torniamo al catastrofismo. È utile, il catastrofismo. Serve da canale di scolo dell’angoscia, ossia della paura che ci abita in silenzio, senza che sia dato di riconoscerne l’oggetto. Siamo inquieti? Temiamo d’esser travolti nel Maelstrom d’una esistenza che non dà sosta? L’alternativa è considerare che questa sia la condizione oggettiva di tutto quel che vive, oppure chiudere gli occhi e immaginare che si tratti solo d’una contingenza, d’un momento particolare che ci siamo meritati come castigo altrettanto contingente e particolare. […]

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Dialogo Surreale #9

– […] Ma, se mi dai il permesso, gli dirò tutta la verità
– E quale sarebbe tutta la verità?
– Ancora non l’ho ben capito. Inventerò.

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Sulle relazioni

Complice il fatto che oggi la depressione cosmica mi sia calata addosso con tutto il suo peso (vuoi un po’ perché non avessi un cazzo da fare, vuoi un po’ perché il non avere un cazzo da fare mi porti a farmi seghe mentali) mi sono ritrovato qui a scrivere questo post. Post completamente scollegato alla depressione cosmica o alle motivazioni che mi hanno abbattuto.

Fondamentalmente l’uomo è un animale sociale e, in quanto tale, intesse relazioni su più livelli. Livelli che molto spesso hanno confini nebulosi e non ben definiti. Confini che possono rivelarsi (quasi) inesistenti. Questi livelli non sono altro che le cerchie relazionali che ognuno di noi può avere a disposizione. Possiamo contare, per esempio, su una cerchia affettiva (che comprende famiglia e partner); o su una cerchia (o più) di amicizie; su una o più cerchie di conoscenze; sulla cerchia di chi ci sta sul cazzo e così via.

Tutte le cerchie hanno sia caratteristiche peculiari, sia caratteristiche comuni alle altre. Una delle caratteristiche che più si differenzia è, probabilmente, quella del linguaggio. Infatti, a seconda di chi si ha di fronte, si può attingere ad un determinato gergo piuttosto che ad un altro. Nel dettaglio, la cerchia affettiva e la cerchia dell’amicizia ne hanno uno piuttosto simile. Le differenze sono paragonabili a sfumature, note di colori appena accentuate. Coi conoscenti (così come coi colleghi di lavoro) invece, il gergo, per quanto confidenziale sia, tende ad essere differente. L’uomo è dotato, per fortuna, di un’ottima flessibilità che gli permette di intraprendere ogni relazione, indipendentemente dalla cerchia con la quale si è allacciato il rapporto, in modo tale da poter comprendere e rispondere alle sollecitazioni nel modo corretto.

Ovviamente, quando parlo di linguaggio, non mi riferisco al solo parlato ma anche al linguaggio del corpo. Linguaggio del corpo che, a tutti gli effetti, è molto più comunicativo e permette di comprendere meglio (in linea di massima) ciò che il nostro interlocutore ci vuole trasmettere.

Alla luce di quanto detto sopra, in teoria, saremmo dotati di tutti gli elementi per comprendere ciò che ci vogliono comunicare e il modo più adatto con cui rispondere. Guardando alla realtà, però, ci si accorge che non è propriamente così. E, a metterci in crisi, non sono tanto i cambi radicali che caratterizzano i rapporti con le diverse cerchie, quanto le piccole differenze interne alle stesse. Sono proprio le sfumature del linguaggio, difficilmente percettibili ed interpretabili, a metterci in crisi e a traviarci (a meno che tu non sia Cal Lightman, ma manco lui è infallibile).

E di questo ne stavo discutendo, con altri termini, oggi con la Fatina dei Boschi. La nostra “discussione” verteva sul fatto che io non abbia sviluppato il linguaggio necessario alla cerchia affettiva a livello non famigliare. Per dirla in modo chiaro: quando una cosa mi riguarda e c’entra una donna, sono talmente tardo che le offerte (anche quelle indecenti) le capisco con un ritardo medio di un anno e mezzo/due (storia assolutissimamente vera). Le motivazioni di questo mio esser tardo sono le più svariate e riguardano elementi endogeni ed  esogeni (scarsa autostima, paura del rifiuto, aspetto fisico terrrrrribbbbbbile, pretese troppo elevate, mancanza di “ragazze interessanti”, un po’ di scottature in giovanissima età, il fatto che di mio ritenga incomprensibile il linguaggio femminile in determinate situazioni, eccetera eccetera…) sono comunque dovuti alla mia scarsa attitudine nel capire o meno i messaggi lanciati da chi mi sta di fronte.

La cosa curiosa è che tutte le difficoltà in casi “normali” sorgono proprio in queste situazioni borderline tra amore ed amicizia. Ciò che per chi sta fuori dal rapporto pare ovvio o facilmente intuibile, per chi è coinvolto è qualcosa di difficilmente capibile e risolvibile. E quindi inizia, inevitabilmente, un “gioco delle parti” che si concluderà solo quando uno dei due, farà il primo passo. E, notate bene, non farà il primo passo perché ha capito quello che l’altro gli/le sta comunicando. Assolutamente no. Potrebbe avere dei “sospetti” o averlo intuito (con la vocina interna che gli/le dice, infingarda, cose del genere “Mannò, tanto è un palo nel culo” oppure “E se poi non gli/le piaccio? Ci faccio una figura di merda”). Lo fa perché, semplicemente, la situazione è diventata “insostenibile”, perché deve sapere. E questa è quella situazione che la Fatina dei Boschi risolverebbe con “la Teoria dello Strappo”.

Cos’è la “Teoria dello Strappo”? Ti stai facendo la ceretta (o hai un cerotto da togliere). Sai che prima o poi dovrai togliertela e, sia che tu strappi, sia che tu vada piano, soffrirai. Dunque che fare? Ovviamente si opterà per la cosa più ovvia: uno strappo secco, rapido che ti lasci appena il tempo per capire cosa sia successo. Quando un rapporto giunge a questo punto, non ti resta che fare una cosa: buttarti e toglierti il pensiero. Ti farà male per un po’, ma almeno avrai posto fine ad una situazione sgradevole.

Ovviamente, “la Teoria dello Strappo”, descritta in questo modo, può apparire estrema. Ma è davvero così? In fondo, in queste situazioni, non si tende sempre a “buttarsi”? Il pensiero che vi spinge ad agire (perché io col cazzo che agisco) non è proprio “O la va, o la spacca”? Una volta che avete agito, non vi sentite sollevati per esservi tolti il dente su cui la lingua batteva?

In qualsiasi caso, si arriverà ad una risoluzione della situazione non grazie al linguaggio relazionale che ci ha messo in sto casino, ma bensì grazie all’insostenibilità della relazione stessa.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: La “Teoria dello Strappo” non è sicuro al cento per cento che sia della Fatina dei Boschi.
P.P.S.: Se il finale vi dovesse sembrare pessimo, sentitevi liberi di sostituirlo con questo: “Dato che dopo tutte ‘ste domande non so come cazzo concludere, questo è quanto.”

Bonus:

 

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Riflessioni?

Proprio ieri mi lamentavo del fatto che non avessi nulla da scrivere con un’amica. Attualmente, non credo che le cose siano cambiate poi molto. Continuo a non avere nulla da dire…Di interessante.

Quella di quest’anno è stata un’estate non esaltante, ma nemmeno da dimenticare, che volge lentamente verso la sua inevitabile ed inesorabile conclusione. Avrei voluto scrivere una sorta di diario di quanto accaduto se non durante tutta l’estate, almeno, durante la settimana e mezza passata in montagna. Ovviamente, alla fine, come troppe volte, i buoni propositi sono andati a farsi benedire e, quindi, per vostra fortuna, non ho nessun diario di alcun tipo.

In compenso, però, posso offrire un paio di spunti di riflessione che mi sono stati offerti negli ultimi tempi. Credo faranno riflettere solo me, ma poco male.
In questa torrida estate, tra un attacco di epistassi e l’altro, ho avuto modo di conoscere diverse persone interessanti. Per conoscere intendo sia il fatto di averle incontrate dal vivo sia su alcuni social network. Se, nel primo caso, tutto è andato come era prevedibile (due giornate pressoché perfette), il secondo è quello che però mi dà più spunti di riflessione.

Ma andiamo con ordine, un piccolo passo indietro ci riporta al giorno 30/08/2011. Penultimo giorno d’agosto. Nell’afoso pomeriggio sevesino, cazzeggiando su feisbug, mi capita di incappare in uno status di una pagina gestita da un’amica. Dopo aver cliccato rapidamente sui tre tag presenti nello status, la domanda che mi sorge spontanea è: “Come mai, dopo le pagine troll, quelle di black humor, quelle in cui chiunque sapeva mettere due righe di senso quasi compiuto si credeva uno scrittore, è scoppiata la moda delle pagine di citazioni?”. Posta la domanda in toni diversi, per ovvi motivi, ho avuto modo di dibattere a lungo (e, ovviamente, inutilmente) con un admin di una pagina di citazioni. Nonostante la si pensasse in modo diverso, alla fine, tra mille titubanze, mi sono convinto (anche se è più corretto dire che mi sono e mi hanno convinto) ad approfondire la conoscenza con lei.

Fin qui, tutto normale direte voi (e lo dico pure io, tranquilli). Parlando con l’admin in questione, una ragazza, si entra inevitabilmente nella fase dello studio reciproco volgarmente detta conoscenza. Studio reciproco che va avanti “tranquillamente” (per quanto possa essere tranquillo parlare col sottoscritto) fino a quando, non so se per colpa di una mia battuta di spirito non captata oppure per qualcosa di sbagliato che ho detto (piccolo e breve inciso: escludo categoricamente la seconda opzione), la discussione improvvisamente diventa seria e impegnata (forse un po’ troppo, dopo aver visto Dogma). Comunque, arrivando al sodo, le consiglio di abbassare le mura che ha eretto per evitare altre delusioni.

Ciò che mi chiedo (e non le ho chiesto) è, però: Perché reagire così? Non ci sono altre soluzioni? Se fossi stato in lei e avessi avuto i suoi trascorsi, con molta probabilità avrei reagito allo stesso modo. Anzi, l’ho fatto per un po’ di tempo. Eppure…Eppure, non è una soluzione utile e valida. Il difendersi sempre e comunque, per quanto sia una reazione naturale, tende ad estraniarti dai rapporti interpersonali e a renderti più diffidente, facendoti poi cadere in un circolo vizioso in cui conosci qualcuno di nuovo, potrebbe interessarti, ma non approfondisci per paura che ti ferisca. D’altro canto, è anche vero che “il tentar non nuoce” quando si parla di sentimenti non è la cosa migliore da applicare. In definitiva, una soluzione univoca non c’è. Fosse per me, cercherei di capire chi ho davanti e poi deciderei se vale la pena o meno rischiare. Non una chiusura totale, non un’apertura scellerata a chiunque.

Un altro spunto di riflessione mi è stato fornito dallo “sciopero” dei calciatori. Interessante notare come tutti i telegiornali (escluso il tg di la7) abbiano dato grande risonanza a questa notizia mentre, nel silenzio, una già pessima manovra economica diventava qualcosa di ridicolo ed inefficace. Le poche proposte decenti, improvvisamente, scompaiono. Le mancanze della manovra non offrono sicurezza e stabilità ai mercati ed il rischio speculazione aumenta di nuovo. Sarebbe facile puntare il dito solo su una maggioranza di governo inadatta a guidare il paese. La verità è che, nonostante alcune buone proposte delle opposizioni, quando si tratta di toccare i privilegi castali di una ristretta cerchia di persone, il tutto si arena. Eliminato il contributo di solidarietà, eliminata la riduzione degli enti locali, a pagare (come sempre) sono le classi meno abbienti e con più difficoltà ad arrivare alla fine del mese.
Sempre la manovra economica ha previsto un innalzamento dell’età pensionabile. Come si può pretendere che i giovani trovino lavoro, se persone in età pensionabile sono “costrette” a lavorare occupando posti in un mercato già saturo e con poche prospettive? Ci si lamenta dei bamboccioni, ma, il vero problema di questi bamboccioni è l’assenza di un posto di lavoro e la sicurezza di uno stipendio che può permettere loro di raggiungere a tutti gli effetti un’indipendenza non solo nominale ma anche effettiva.
Ci fosse stato un altro governo? La situazione, comunque, non sarebbe cambiata.

E con questo, passo e chiudo. Cya.

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