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Riflessioni a Caso #42

Solo perché non ti spedisco a farmi un panino ogni volta che ti parlo, non significa che non ti consideri donna. Cazzo… Posso farmeli da solo, i miei panini.

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Riflessioni a Caso #26

Ricorda giovane Padawan che in bocca ad una metterlo devi, se un pompino vuoi fatto. E ringraziare devi che con un morso tranci non te lo.

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Riflessioni A Caso #25

Nessuna donna legge libri di Lovecraft

(Corollario alla Prima Legge di Lovecraft)

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Riflessioni a Caso #24

Nessuna donna di bell’aspetto legge i libri di Lovecraft

(Prima legge di Lovecraft)

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Riflessioni a Caso #23

Non esistono donne brutte. Sono solo uomini

(Terza legge del Craneloi)

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Citazioni #11

“Hey… Frequento una donna fantastica, geneticamente modificata e che controlla i feromoni. Mica sono morto”

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Di tutto, niente

E poi ti rendi conto che se non sfruttassi il martedì sera (o quel che ne resta) per scrivere qui sopra, non ne avresti il tempo. E quindi eccomi qui. Il titolo mi sembra emblematico: parlerò di cose assolutamente slegate tra loro e in ordine completamente casuale. Sì, mi rendo conto che sia il terzo (o quarto) post di fila in cui non parlo di politica un po’ perché ho perso di vista il livello nazionale, un po’ perché ho una serie di validi motivi che non starò qui ad elencare.

Ne resterà soltanto uno…E non è lui. Anche volendo, non si potrebbe non iniziare parlando della morte di Giulio Andreotti. Si è spento ieri all’età di novantaquattro anni. Cresciuto politicamente sotto l’ala di Alcide De Gasperi, si è dimostrato uno dei più grandi statisti italiani (e chi dice il contrario,  non è obiettivo), con la sua presenza ha caratterizzato gran parte della vita della Prima Repubblica. Accanto all’abilità da statista, però, ci sono le molte ombre: dall’assoluzione per prescrizione dall’accusa di associazione a delinquere, ai rapporti coi Servizi Segreti e la gestione degli Anni di Piombo e del caso Moro. La sua figura è paragonabile a quella della Thatcher in Inghilterra, per la controversa reputazione di cui gode. Con la sua morte, comunque, si assiste alla fine vera e propria di una stagione politica e svanisce anche l’unica possibilità di saperne di più sui tanti misteri italiani ancora insoluti, attraverso la narrazione diretta di uno dei protagonisti. Alla fine, di padre della Costituzione, n’è rimasto solo uno e non si tratta di lui.

Incapacità Congenita. Ché poi, io, con le donne non ci so fare. E non è nemmeno questione di non applicarsi o di non provarci. È proprio incapacità congenita. Giustamente, voi non capite di cosa sto parlando, perciò credo sia meglio cercare di rendervi un po’ più partecipi: Ieri stavo parlando di rapporti di coppia. Con chi? Eh, è un segreto (forse di Pulcinella, ma pur sempre un segreto). Perché? Eh, questa è una bella domanda. Diciamo che in questo discorso mi ci sia infilato da solo, con un’affermazione infelice. Ché poi, a voler esser pignoli, io delle dinamiche dei rapporti di coppia non è che ci abbia mai capito un cazzo. O meglio, quando si tratta di quelli degli altri, mi sembra tutto estremamente facile, quando si tratta di me… Beh, il problema non si pone… Ma sto digredendo. Dicevo che mi ci sono infilato da solo, facendo un’affermazione a metà strada tra il serio e il faceto. Resta il fatto che una cosa ha tirato l’altra, si è giunti alla fatidica conclusione: “Non vedo perché dovrei accontentarmi, quando si tratta di scegliere una persona con cui passare una parte della mia vita”. Col “si è giunti” intendo che l’affermazione in realtà è mia. Comunque, non so se sia stata questa la frase colpevole a qualcosa a cui ho dato meno peso, comunque la persona con cui parlavo (una donna, sì) s’è sentita urtata. Ora, il problema non è tanto farsi perdonare (che già, comunque, potrebbe esser difficile), quanto il fatto che in una situazione del genere mi ci sia infilato da solo. È un po’ come aver votato PD (e, sì, per la cronaca ho fatto anche questo).

Addio Fb. Ci risiamo. Per l’ennesima volta ho cancellato l’account farlocco da feisbug. La decisione è stata presa non ricordo quando (forse settimana scorsa oppure due settimane fa) senza nessuna ragione apparente. La verità è che a me viene a noia facilmente, quello stupido social network di serie B. Ovviamente la mia decisione non è stata indolore: sono stato pesantemente insultato (nevvero, in fondo non erano così pesanti, gli insulti) perché ho rotto i coglioni con questo “compari e scompari” che ogni tanto faccio. Da questa esperienza, però, ho tratto due conclusioni. La prima è piuttosto semplice: se tutto andrà come ho previsto, entro la fine del mese sarò libero di cancellare pure il profilo “vero” da fb. La seconda, invece, è una certezza che si è cementata ancor di più col passare del tempo: gente, G+ è milioni di volte avanti rispetto a feisbug. E ha il vantaggio che non lo usi praticamente nessuno. Gioia e gaudio per la parte hipster (che disprezzo) in me.

And the winner is… Una cosa che ancora non capisco (No, ovviamente non è “solo una cosa” che non capisco, ma se andassimo a vederle tutte faremmo notte…Del otto aprile duemilasedici), nonostante i quasi quattro anni da blogger pirla qui sopra, sono i premi dati dagli scribacchini ad altri scribacchini. La perplessità, nata circa un anno fa, ancora non si è sopita. Ogni volta che vedo qualcuno linkare/scrivere “Mh, sto pensando di candidarti al premio per il cicisbeo più cicisbeo che esista” una vocina interiore leva la sua voce con un indignato “Perché?“. Qual è l’utilità di tutto ciò? Essere incoronato vincitore di una gara a cui non voglio partecipare? Beh, bello.  Bello soprattutto perché chi mi premia, in fondo, in fondo, potrebbe pensare pure che “50 sfumature di Grigio” sia un bel libro e che Palahniuk sia un bravo autore e non un Fabio Volo che scrive in modo volgare (e se la prima cosa la tengono ben nascosta, la seconda fanno in modo di sbandierarla in ogni modo). E poi, diciamocelo, del fatto che piaccia o meno ai lettori ciò che scriviamo, non ce ne frega un cazzo, in realtà. Non è un’insulsa catena di Sant’Antonio (perché poi, il funzionamento è quello) a farmi pensare d’esser bravo  (anche perché non lo sono). Non lo sono nemmeno le mille mila visite in un mese a farmelo pensare. Potrò dire di essere un bravo blogger solo quando arriverò a scrivere sul Fatto Quotidiano, con Travaglio. Checcazzo. Fortunatamente, però, questi premi sono cose che non mi competono.

Messaggio per te, che ormai sei in fissa sull’About Me. Tu, lettore ignoto che sei in fissa con la scheda About Me, palesati in qualche modo. Sei davvero inquietante. Passi che cerchi le foto dei fighini postati qua da qualche parte per fapparti selvaggiamente, passi anche che tu dia un’occhiata ai Must Read. Va bene anche il fatto che cerchi spunti per i tuoi temi scolastici ma, per favore, davvero…Smettila di stalkerarmi. C’è già la secsdonna che ogni tanto se ne esce con frasi tratte da quella descrizione. Non sono certo di poter sopportare due guardoni. Sono veramente inquietato. E, tra l’altro, spero che non sia tu il visitatore islandese. Che poi mi chiedo come cazzo sia stato possibile che un islandese sia arrivato fino a qui. Vabbè, ceste (cit.)

Il mio peggior nemico. La fine si avvicina sempre di più. Dopo i sogni nefasti, ieri ho avuto un faccia a faccia con un pagliaccio. Ho avuto veramente paura ma l’ho affrontato come un vero uomo… Ovvero, mi sono nascosto dietro al banchetto e ho continuato a bisbigliare ai presenti “Mandatelo via! Ho paura!” oppure “Mi fa impressione, quello stupido clown. Cacciatelo!”. La cosa bella, però, era che io avevo i palloncini. Palloncini che ho rifilato ad un sacco di marmocchi. Ed è stato bello vedere il mio skillare nel corso della fiera: domenica mattina i bambini scappavano via come se avessero visto Pennywise, lunedì sera (in chiusura) tutti venivano lì da me per prendere il palloncino, snobbando gli altri. Il mio nemico mortale non so dove sia finito ma nel dubbio, ora, prima di salire in macchina controllo che non ci sia nessun passeggero indesiderato.

Questo è quanto.

Cya.

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Coso Lettore

No, lo so, non è l’articolo serio a cui avevo accennato settimana scorsa ma in questo periodo, un po’ per il fatto che dovrei studiare per gli esami, un po’ per il fatto che abbia da fare per i più svariati motivi, un po’ perché sono sfigato e ogni tre per due mi capita un imprevisto, non ho né la testa, né la voglia di scrivere qualcosa che si avvicini anche lontanamente ad un post intelligente o utile, quindi beccatevi l’articolo abbastanza cazzaro.

Articolo cazzaro che non si riferisce alle mie ultime letture in ambito cartaceo (per quanto un’idea del genere non sarebbe malvagia e giustificherebbe l’esistenza della categoria “Rubriche”) ma, bensì, ai blog. Se l’ultima volta mi ero scagliato contro i blogger da “blogger”, questa volta lo farò da lettore. Prima di iniziare la filippica contro di loro è, però, necessario sottolineare una cosa molto importante: il Coso lettore odia intensamente il Coso blogger. E, presto, capirete anche il perché.

Nell’ultimo anno ho avuto modo di accorgermi di come ci sia stata, sull’interlink, l’esplosione di una nuova pandemia: l’apertura del blog. Chiunque, per i più svariati motivi, ha almeno valutato di aprirne uno e molti, moltissimi, dopo aver fatto valutazioni più o meno approfondite, sono passati dall’idea alla pratica. Voi vi starete chiedendo cosa c’è di male (N.B.: non importa che ve lo stiate chiedendo davvero o meno) legittimamente e io, altrettanto legittimamente, vi spiegherò perché lo Straniero avrebbe dovuto portarne molti con sé.

Il vero problema, come dicevo sopra, non è tanto il proliferare dei blog quanto il fatto che, come lettore, io abbia un palato piuttosto raffinato. Palato che, puntualmente, viene maltrattato da dubbi blogger con dubbie capacità. Dubbie capacità che si esprimono con post che vanno dal “Mamma mia, quanto ho riso” al “Perché lo Straniero non ha portato via me?”.

Chiunque sapesse chi è lo Straniero, si chiederebbe perché io possa avere una reazione del genere ed il motivo è presto detto: gli articoli che ho avuto il dispiacere di leggere nel corso del tempo erano qualitativamente infimi e, in alcuni casi, non avevano nemmeno un senso logico. Erano un mucchio di parole prese e scritte a caso. E, a meno che non siate dei futuristi (e, cazzo, fidatevi: non lo siete), fate solo la figura dei pirla (e, indubbiamente, fate presa su tutti coloro che cercano lo scrittore maledetto o vanno filosofeggiando su pezzi che non vogliono dire un cazzo).

Ma, tralasciando il puro discorso stilistico (a cui si potrebbe aggiungere l’uso dell’italiano in modo osceno e una punteggiatura o troppo presente o, peggio ancora, inesistente), passiamo agli argomenti che vengono trattati. Gli argomenti sono sempre un punto dolente. Ogni volta che si inizia a scrivere di qualcosa, si sa già che altri lo hanno trattato (probabilmente in modo migliore), ma ciò non autorizza chiunque voglia scrivere al dare il via alla sagra delle banalità o dire cose che non stanno né in cielo, né in terra.

La regola del buon scrittore/scribacchino/blogger/Salcazzoché è quella di informarsi, prima di scrivere. E informarsi vuol dire avere almeno un’idea generale della tesi che si vuole portare avanti e degli argomenti che la sostengono. Un lettore, in mancanza di questi elementi, non solo troverà difficoltosa la lettura, ma non ci capirà una beneamata minchia.

Un’altra cosa che mi irrita è da imputare a coloro che si limitano a fare il copia/incolla da un altro sito internet (spesso Kiwipedia) senza poi aggiungere nulla di proprio. Se volessi leggere una cosa del genere, perché dovrei venire sul tuo blog quando posso consultare il sito citato tra parentesi? Misteri della fede.

C’è un’altra cosa che fatico a capire (ma, probabilmente, è un limite mio): chi si ostina a pubblicare post con la stessa frequenza con cui una persona caga. Già è difficile scrivere roba interessante una volta ogni morte di Sommo Septon, figurarsi cosa potrebbe risultare, ad un lettore, vedere una persona che pubblica tanti brani senza senso a distanza di qualche ora l’uno dall’altro. Non è una questione di quantità, ma è una questione di qualità (o una formalità, non ricordo più bene)

Il vero grosso, grossissimo problema però non sono tanto gli scrittori, quanto i lettori stessi. Non possiamo pretendere che un lettore che legga “50 sfumature di marrone” e lo apprezzi, poi vada su internet a cercare blog in cui si trattano argomenti di un certo spessore. Non possiamo pretendere che la ragazzina che legge i libri di Fabio Volo, poi apprezzi di più un post con dei contenuti piuttosto che le solite quattro cazzate trite e ritrite (anche se i parallelismi donne/arcipelago e donne/dinosauri penso li abbia fatti solo lui). Non possiamo pretendere che chi abbia amato Twilight, possa apprezzare poi un blog in cui Twilight viene smontato punto su punto a causa delle evidenti lacune logiche (come cazzo faceva il tizio sbarluccicante a non azzannare la tizia quando aveva le sue cose, ad esempio? Me lo sono sempre chiesto, ma oltre al tipico “esigenze narrative” non è che mi venisse in mente altro). E potrei andare avanti all’infinito, con questi esempi. Ma mi sono rotto il cazzo di scrivere, quindi mi avvio verso la conclusione.

Conclusione che non può essere altro che il prendere atto di come lo spirito critico del lettore medio (e anche di molti critici per lavoro) sia stato livellato verso il basso negli ultimi anni. E, questo trend, si è spostato dal cartaceo al digitale.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: stigrancazzi quanto ho scritto, solo per lamentarmi.
P.P.S.: Spero abbiate colto almeno una delle tante citazioni colte inserite in sto post, senza l’aiuto di wikipedia.

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Constatazioni e considerazioni

Avviso ai naviganti: non so cosa salterà fuori da sto post dato che non ci sarà una linea guida (e se ci sarà, mentre sto scrivendo l’introduzione, non ce l’ho ancora in mente). Questo cosa significa? Probabilmente che sarà un post sconclusionato. Più del solito, per lo meno.

E, la prima constatazione che faccio la devo ad un amico che qui ha espresso un concetto che, tutto sommato, condivido più o meno per gli stessi motivi. In fondo, ci dovrà pur essere un valido motivo se alla veneranda età di ventuno anni abbia un’esperienza in fatto di relazioni pari a zero. E quando dico un motivo, intendo un motivo oltre ai soliti noti (bruttitudine, culopesaggine, incapacità di comprendere le donne, incapacità di agire quando dovrei e cose carine del genere). Di cosa si tratta? Fondamentalmente ho delle aspettative troppo alte. La mia asticella dopo essere stata piazzata, non si è più mossa. E questo, alla fine, è sempre stato il centro del dibattito con l’amico che ha scritto quel post. Dibattito che gira intorno al concetto “Beh, se hai pretese troppo alte non ti resta che abbassarle”. Il ragionamento, di per sé, non fa una piega. Però…C’è un però. Però vorrebbe dirsi accontentarsi. E, purtroppo, tra i tanti difetti che ho, sono uno che non si accontenta quando non è obbligato a farlo. E, anzi, il doversi accontentare non è altro che una sconfitta. E, siccome perdere è come ingoiare della merda e a nessuno, tranne a loro  e a lui, piace ingoiare merda, non vedo perché dovrei farlo io.

Eppure, una soluzione la si dovrà pur trovare a questo problema. Il serpente non potrà  continuare a mangiarsi la coda all’infinito (o forse sì?). E, dunque, che fare? Se lo sapessi, non sarei qui a scrivere un post. O, meglio ancora, scriverei un post sulla soluzione e non sul problema. Ma sto divagando. Dicevo, non sapendo che fare in questa situazione, in me si è fatta largo una consapevolezza: la consapevolezza che rimarrò solo ancora a lungo. E, no, non si tratta di un “Hurr durr fa l’emo che si fa seghe mentali”, è più che altro una sensazione. Un po’ come quando cambia il tempo e l’osso rotto (risanatosi) inizia a dolere. Ecco, meglio di così non so spiegarla. Spero abbiate capito cosa intendo, altrimenti cazzi vostri.

E, a proposito di solitudine, mi sono reso conto che i rapporti con gli amici del “Tempo che Fu” siano ormai deteriorati quasi del tutto. E, la cosa, non riguarda solo loro. Ma, per capire cosa sto dicendo, è necessario un piccolo e breve (o almeno spero) preambolo: un giorno di settimana scorsa (ho rimosso quale dì fosse), ho abbattuto i ponti che mi permettevano di comunicare con una ragazza. Chi sia è del tutto inutile ai fini di ciò che voglio dire, vi basti sapere che ha giocato un ruolo molto importante nella mia (molto poco Cosesca) adolescenza. I ponti sono stati abbattuti perché, fondamentalmente, il rapporto ormai si trascinava agonizzante. L’ultima volta che avevamo avuto una discussione seria, fatico a ricordarla. Solitamente io la cercavo, lei mi chiedeva “Come va? Cosa mi racconti?” e, io, che non avevo un cazzo da raccontare non rispondevo o rispondevo in modo scazzato. Insomma, gli argomenti di cui discutere erano finiti da un bel pezzo e, probabilmente, lo era finito anche il rapporto d’amicizia e l’affetto che ci legava. Il chiudere con lei ha segnato (simbolicamente) una svolta. Svolta verso un futuro ancora molto incerto e nebuloso, ma libero da alcune delle catene che mi ancoravano al passato.

E oggi, dopo averla rimossa dalle cerchie di G+ (giusto perché mi sta in culo che gente con cui non ho a che fare si faccia i cazzi miei), ho avuto modo di riflettere con attenzione sulla mia vita sociale, tracciandone un bilancio non proprio roseo. Le persone con cui ho un rapporto più stretto le conosco da tre anni (mese più, mese meno). Con loro si può parlare praticamente di tutto. Sono (quasi) dei tuttologi con cui si possono avere discussioni interessanti sia in Sempione mentre mangi, sia alla Feltrinelli mentre si cerca un libro, sia mentre si sta camminando con quaranta gradi e si è circondati da graziose fanciulle più nude che vestite (anche se, in questo caso, ci sono spesso lunghe pause). Oltre a loro, coi compagni d’università non è che abbia stretto legami che vanno oltre la semplice conoscenza mentre coi compagni di scuola, ho sistematicamente perso il contatto (non sempre volontariamente). E poi, poi ci sono loro. Gli “amici del tempo che fu”. E qui la situazione è ancora più scabrosa.

Scabrosa perché, a conti fatti, anche con loro i contatti sono andati irrimediabilmente perduti. Due sono completamente spariti dai radar da dopo il mio compleanno. Un altro tra lavoro, scuola e fidanzata è praticamente scomparso. L’ho visto domenica a Milano (perché, ormai, esco solo lì complice l’abbonamento mensile che mi è scaduto ieri l’altro) e, alla fine, ne rimane uno con cui fortunatamente ho più spesso contatti. Forse un po’ stupidamente, ero convinto che il rapporto di amicizia che ci legava da anni, non si sarebbe dissolto così ma, ancora una volta, mi sbagliavo. Interessi diversi, orari diversi e impegni diversi hanno portato un gruppo molto unito a disgregarsi e, senza rendercene quasi conto, ci siamo allontanati. Forse definitivamente.

Cambiando tema, mi soffermerò su una discussione nata tra me e la Fatina dei Boschi. Discussione vertente sul fatto che il sottoscritto manchi di qualsiasi idealismo e che tenda ad osservare e analizzare le cose da un punto di vista troppo pratico ed efficientistico. E, probabilmente, ha ragione. E questo mi porta a considerare la faccenda da due punti di vista che, probabilmente, sono diametralmente opposti. Da un lato penso che sia un bene non avere ideali e, quindi, riuscire a leggere la realtà che mi circonda “nuda e cruda”. E penso che sia un bene perché, in determinate situazioni, un’ideale potrebbe essere una zavorra per il percorso intrapreso. Dall’altro lato, però, mi rendo conto che la mancanza di ideali lasci un vuoto difficilmente colmabile. E che, comunque, la zavorra che rappresenta ci serve per ricordare che, oltre a determinati limiti, non si deve andare. La soluzione ideale, sarebbe quella di trovare la giusta sintesi tra la prima parte e la seconda. Ma dato che l’ideale è spesso utopico, per il momento, non mi resta che cercare di controllare il lato materialistico che, sempre di più, sta prendendo il sopravvento.

Un’altra considerazione (e penso sia una delle ultime, dato che è quella filosofica e, indubbiamente, sarebbe il finale quasi perfetto per un post del genere) è quella riguardante le differenze. Il concetto di diverso è sempre stata una discriminante fondamentale per l’uomo. In ogni società è sempre esistito un “diverso”. Diverso che veniva (e viene) osteggiato, perseguitato, additato e discriminato. Il diverso, molte volte, è stato usato per compattare un fronte interno che si andava sgretolando, è stato usato per giustificare l’andar male delle cose. E questo, lo ha costretto a nascondere le sue diversità per essere accettato. Diversità che, invece di essere un ostacolo, avrebbero potuto essere una risorsa in più, da sfruttare per migliorare le cose. Eppure, questo potenziale di miglioramento, non è mai stato preso in considerazione, non è mai stato visto. E tutto questo è dovuto alla paura che rende ciechi. Paura provocata dall’ignoranza e dall’incapacità di rinunciare alla sicurezza che sta nel “Noi contro gli altri” (dove per altri, si intende il diverso), paura di scoprire che in fondo le differenze tra noi e l’altro non sono altro che minime e non così importanti come ci apparivano all’inizio e che tutto il nostro odio era ingiustificato, e si basava su un gioco di specchi in cui si vede, riflesso nel diverso, ciò che temiamo in noi. Paura, insomma, di scoprire che l’altro è una persona con la sua cultura, le sue idee, i suoi pregi e i suoi difetti. Una persona come noi.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: il link dell’articolo vi reindirizza al blog della Fatina dei Boschi.

Bonus (a proposito di ragazza ideale):

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