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Alcuni buoni motivi per non uscire dall’Euro

Chiunque guardi la televisione e senta parlare di economia, sicuramente almeno una volta avrà sentito questo o quel politico dire che per rilanciare l’economia in Italia, bisognerebbe uscire dall’Euro. I più coraggiosi (i leghisti*) diranno che l’Euro è una truffa e che bisognerebbe ad avere la propria sovranità monetaria per poter riprendersi. E, poi, aggiungeranno che lo dicono anche i premi Nobel per l’economia**.

E, contrariamente a quanto affermato dai suddetti tizi, io penso che uscire dall’Euro sia un errore madornale. Non solo non si rilancerebbe l’economia, ma si peggiorerebbe la situazione finanziaria (che già oggi non è che sia rosea, anzi….). Prima di elencare i buoni motivi, però, voglio fare un passo indietro e ricordare agli amici (e agli elettori) leghisti che quando l’Euro entrò in vigore, al Governo c’erano loro, AN*** e Forza Italia. E sarebbe meglio ricordare anche che non aver applicato politiche di congelamento del costo della vita e dei prezzi fu una precisa scelta di quel Governo.

E, per l’amor del cielo, qualcuno spieghi ai parlamentari pentastellati che la Costituzione prevede che non si possano fare referendum in materia di Trattati Internazionali e quindi di smetterla di bagnarsi al pensiero di uscire dall’Euro con un referendum del bobolo. Che cazzo hanno studiato a fare la Costituzione?

Detto ciò, passiamo al perché non si dovrebbe uscire dall’Euro.

A) L’Italia, sul mercato internazionale, con l’Euro ha visto una crescita continua, seppur lieve, delle esportazioni. Tornare alla Lira****, quindi, non avrebbe un grossissimo effetto. Tra le altre cose non è credibile che il Bel Paese riesca a competere con Cina, India che in campo di esportazioni, grazie anche al bassissimo costo del lavoro, sono tra i leader di settore. E hanno industrie che possono contare su molta più manodopera. E sono molto più produttivi.

B) Per quanto riguarda le importazioni, si tratterebbe di un vero e proprio suicidio. Ricordo che sia l’energia, sia le materie prime vengano tutte importate e, abbandonando una moneta forte come l’Euro, significherebbe salassarsi. Anche se ci fosse un aumento dei ricavi prodotti dalle esportazioni elevatissimo, il tutto verrebbe bruciato ampiamente nell’acquisto di praticamente tutti i beni necessari a produrre e vivere.

C) Non si rilancerebbe l’economia interna*****. Prendendo per buono il fatto che si potrebbe svalutare la moneta e pompare le esportazioni, i cittadini si troverebbero ad avere carta straccia nel portafoglio. Svalutare equivale ad una diminuzione del potere di acquisto dei cittadini. Avete presente quando in Tunisia c’era la gente che era in fila davanti ai panettieri con un sacco di banconote? A furia di svalutare, la situazione diventerebbe più o meno quella (in un periodo meno lungo di quanto si creda, secondo me).

D) I debiti contratti dovrebbero essere pagati comunque in Euro e, quindi, se non ci uccidessero le importazioni lo farebbe la quantità di debito che lo Stato si è accollato negli anni. Tenendo conto che, senza ombra di dubbio, la nuova moneta non sarebbe una moneta forte (altrimenti col cazzo che si esporterebbe), il cambio sarebbe inclemente e ci si avvicinerebbe allo strozzinaggio vero e proprio. Certo, si può fare come l’Islanda****** e dire “col cazzo che vi pago” e praticamente l’Italia sarebbe uno Stato fallito. Il primo del G8*******, non un primato di cui andare fieri…. Ma pur sempre un primato.

E) Se già adesso siamo ad un passo dai titoli spazzatura per le agenzie di rating, dopo diventeremmo direttamente composto organico. La situazione sarebbe come quella greca… Senza Euro. E con pochissimi margini di ripresa. E, ça va sans dire, la speculazione tornerebbe a colpirci. E stavolta non ci saranno governi tecnici che tengano o ci salvino.

Detto ciò, non voglio dire che nell’Euro sia tutto bello o tutto perfetto********, è ovvio che non si possa vivere di solo rigore e che sarebbe arrivato il momento di portare l’Unione Europea uno scalino oltre alla mera integrazione economica (per altro non riuscita, dato che l’Europa è spaccata in due). Ma dire che tutto si risolverà tornando indietro è al quanto sciocco e populista. Un po’ come i leghisti.

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* Vedasi Salvini e le sue bellissime uscite pubbliche
** Anche sull’attribuzione dei premi nobel più “politici” si potrebbe parlare per ore. Ma anche no.
*** VIVARDUCE e Fini (che si starà godendo la meritata pensione nella villa di Montecarlo. Beato lui, che sa cos’è la pensione)
**** Nome di comodo.
***** Che per rilanciare l’economia interna bisognerebbe tagliare sul cuneo fiscale, ma hanno già tolto IMU e congelato l’aumento dell’IVA e non si sa dove andranno a prendere i soldi per coprire le mancate entrate.
****** Che è sparita dai radar dell’economia internazionale, senza contare che la situazione è completamente diversa. In Islanda c’erano due banche. In Italia ci ritroveremmo con titoli tossici e carta straccia sui conti correnti.
******* L’Ammmmmmmeriga non conta, che tanto alla fine la salvano.
******** Che però, giustamente, se uno ha sempre avuto i conti a posto fa più fatica a voler pagare per chi i conti non li ha saputi tenere in ordine e ha fatto un lavoro di merda, mandando un paese sull’orlo del fallimento.

Ma, tanto, alla fine… È TUTTO UN GOMBLODDOH.

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Il fallimento della Politica italiana

Le consultazioni sono finite con un risultato che chiunque si sarebbe potuto aspettare: Bersani non riuscirà a dar vita ad un governo dopo il rifiuto da parte dei grillini di concedere il voto di fiducia su quei famosi otto punti. In serata, Alfano, ha chiuso la porta ad un appoggio al PD a meno che non ci sia una completa inversione di rotta.

Nel frattempo l’esecutivo uscente, in carica per l’ordinaria amministrazione, viene travolto dalle polemiche per l’ennesima volta: le dimissioni del Ministro Terzi (stando ad una dichiarazione di Monti, in procinto di passare tra le fila del PdL) rassegnate non in Consiglio dei Ministri, ma in Parlamento hanno suscitato un certo fastidio sia nel Presidente della Repubblica Napolitano, sia in Monti stesso (oggi fortemente contestato da alcuni deputati del centro-destra).

Domani, a meno che non ci siano clamorose sorprese, Napolitano non darà l’incarico a Bersani e darà vita ad un nuovo giro di consultazioni, alla ricerca di una persona che possa dar vita ad un governo di breve durata che si occupi di fare una nuova legge elettorale, garantire la stabilità economica italiana, tagliare i costi della politica e fare una legge degna di tal nome sul legittimo impedimento.

Il PD, dopo il fallimento di Bersani, potrebbe decidere di ripiegare su Renzi come uomo simbolo. Il Sindaco di Firenze è quello che ha fatto le proposte che più si avvicinano a quelle di M5S sui tagli agli sprechi ed è in grado di raccogliere anche i consensi di una parte del centro-destra. Renzi si è detto più volte pronto a fare il Presidente del Consiglio ed è uno degli eventuali leader con il gradimento più elevato (seguito a ruota da Beppe Grillo).

Il PDL, il cui vero scopo è quello di eleggere un Presidente della Repubblica amico, ha ribadito più volte che al di fuori di un governo di coalizione, l’unica strada è il voto. Stando agli ultimi sondaggi, tra l’altro, avrebbe una risicata maggioranza sia alla Camera, sia in Senato. I dubbi sulle loro proposte, però, sono legati al fatto che negli ultimi venti anni circa abbiano governato proprio loro senza risolvere in alcun modo i tanti problemi strutturali ed istituzionali che affliggevano l’Italia. Sarebbe utile anche ricordare che prima di Mario Monti, alla guida del paese c’era il centro-destra il cui governo fu (di fatto) commissariato dall’Europa. Insomma, non sembrerebbero proprio loro quelli in grado di guidare il paese in acque così tempestose. Non sembrano nemmeno la forza più adatta al cambiamento e al rinnovamento.

Movimento 5 Stelle, come già detto più e più volte, non darà sostegno ad un governo che non sia composto da membri della loro forza politica. Il loro no è inquadrabile perfettamente in una strategia di massimizzazione del profitto che deriverebbe da un eventuale inciucio tra PdL e PD. Le perplessità, però, sono molte e su svariati argomenti. Fino ad ora le proposte fatte sono generiche e non adatte ad una situazione come quella attuale. La sensazione è però quella che M5S stia cercando di sfuggire alle proprie responsabilità barricandosi dietro ad un ostracismo e ad una lotta alla vecchia politica. Ulteriori dubbi poi sorgono quando richiedono commissioni di inchiesta per la TAV e continuano a teorizzare la decrescita felice, parlano di un reddito minimo garantito che non ha copertura o affermano con convinzione che tornando alla lira si rilancerebbe l’economia (quando l’esportazione, nel 2012, ha segnato un +2.2 miliardi a dicembre) senza rendersi conto che la concorrenza con Cina e altri paesi sarebbe comunque impari e porterebbe ad un’ulteriore depressione economica interna.

Mentre le forze politiche si contendono lo scettro del comando, però, ci si rende sempre più conto di come gli italiani e l’Italia siano sempre più sull’orlo del baratro. Squinzi ha ribadito più volte che a causa della lentezza con cui la Pubblica Amministrazione paga i debiti contratti e a causa di una crisi la cui fine sembra allontanarsi sempre di più, le industrie italiane sono in “debito di ossigeno”. I dati della produzione, dei consumi e degli ordini segnano un -3% su base annua. La disoccupazione è in crescita di un punto percentuale su base annua, nonostante la recente riforma Fornero. Lo Spread è di nuovo salito a quota 350, soprattutto a causa del clima di incertezza politica e Standard & Poor’s ha annunciato che monitorerà con maggiore attenzione la situazione italiana: il rischio è quello dell’ennesimo downgrading che avvicinerebbe di un altro passo i Titoli di Stato italiani ai così detti “Titoli Junks”.

E, come dicevo sopra, la politica si contende lo scettro del potere senza rendersi conto che i problemi sono arrivati ad un livello tale e ad un punto tale che sarebbe meglio mettere da parte i loro interessi e i loro conflitti per affrontare una crisi economica, istituzionale e politica con senso di responsabilità.

Eppure il richiamo alla responsabilità più volte fatto, anche da Napolitano, deve scontrarsi con una radicalizzazione delle differenze tra le forze politiche: il PD non potrebbe allearsi col PDL perché ci sono differenze troppo grandi e profonde che li separano. Differenze che, a più riprese, sono emerse durante la campagna elettorale appena chiusasi. M5S non potrebbe appoggiare nessuna forza perché è nato proprio per spazzare via le vecchie forze partitiche. L’unica soluzione possibile, quindi, apparirebbe quella di un altro governo guidato da una persona terza.

Un’ipotesi del genere, dopo un anno e mezzo circa di governo tecnico, non potrebbe significare altro che il completo fallimento della Politica (con la “P” maiuscola) italiana. Un fallimento che riguarda sia le forze partitiche classiche, troppo lontane ideologicamente e troppo contrastanti tra loro, sia per le forze politiche nuove incapaci di prendersi le responsabilità che gli competono e di concentrarsi sui veri problemi che oggi affliggono gli italiani.

Italiani che, dal canto loro, non sono immuni da colpe. La situazione politica odierna, infatti, incarna tutte le contraddizioni di un paese vecchio e incapace di cambiare. Un paese fatto da elettori che vivono la politica come il calcio viene vissuto dai tifosi. Elettori che dagli errori commessi in passato non hanno imparato niente. Elettori che hanno perduto il loro senso critico e la loro memoria storica di fatti, di fronte alle promesse che ogni volta gli vengono rivolte.

Forse, oltre ai politici, anche noi elettori dovremmo fare un passo indietro.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (Totally Unreleated):

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Primarie

È notizia recente che, dopo il passo indietro di Berlusconi, anche nel PdL si farà ricorso alle primarie. La data è già stata fissata: il 16 dicembre.

Per il Centro-Destra ed i suoi elettori, questa è una novità assoluta che rende maggiormente democratico un partito che, per lungo tempo, è rimasto legato alla figura del suo fondatore. La scelta delle primarie è, probabilmente, un tentativo di riavvicinare il popolo del Centro-Destra ad un partito che ha visto, in modo crescente, un’emorragia di consensi che è culminata con l’ennesimo tonfo sotto quota 20%. Per molti, il raggiungimento di questo poco invidiabile traguardo, significava la fine di un partito abbandonato dal proprio leader e fondatore. Per altri, invece, era il segno di un’inevitabile necessità di rinnovamento.

Rinnovamento che sta, appunto, nel meccanismo delle primarie. Certo, a vedere chi si è candidato è difficile pensare che le cose cambino in modo drastico eppure, per la prima volta, potremmo vedere un Centro-Destra diverso, magari più vicino alle altre Destre europee (N.B.: Non si parla degli estremismi ma dei partiti con ideali di Destra in senso prettamente democratico), con un programma meglio articolato e che non giri intorno agli interessi di uno solo.

La situazione è ancora in divenire, ovviamente, ma l’unica nota “stonata” è la tempistica con cui il tutto si dovrebbe organizzare. Al 16 dicembre manca poco più di un mese ed iniziare una campagna elettorale in così breve tempo, ha le proprie difficoltà. Tenendo conto,  soprattutto, del fatto che i programmi dei candidati ancora non si siano visti e delle difficoltà di coinvolgere, in così poco tempo, i cittadini ormai disaffezionati a questo partito.

Un passo nella direzione giusta è stato fatto, vedremo come saranno quelli che seguiranno in futuro.

Dopo aver analizzato la situazione nel Centro-Destra è bene analizzare anche quella del Centro-Sinistra, più abituata all’uso di questo mezzo, e già in piena campagna elettorale.

Le primarie del Centro-Sinistra si svolgeranno con il doppio turno. Il primo turno sarà il giorno 25 novembre e, nel caso in cui nessun candidato raggiungesse la maggioranza del 50% più uno, il secondo turno sarebbe il 2 dicembre.

I candidati più accreditati per la vittoria sono Bersani e Renzi, più staccato c’è Vendola (su cui però pende il rischio di una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione che, stando alle sue recenti affermazioni, significherebbe la fine della sua carriera politica) e, ancora più dietro, ci sono i vari outsiders.

Bersani ha fatto del suo cavallo di battaglia un rilancio della situazione stagnante in Italia attraverso dieci punti programmatici (che potrete trovare sul suo sito, nel caso foste interessati) che vanno dalla visione del ruolo italiano in Europa sino all’Istruzione che andrebbe maggiormente finanziata (Non mi dilungo sui programmi, perché appena li avrò in mano tutti, farò un articolo dove li comparerò)

Renzi, invece, ha fatto della Rottamazione un marchio. Ha già ottenuto i primi risultati ottenendo una non candidatura di Veltroni e del “compagno” D’Alema. Oltre a questo, come il rivale, si concentra soprattutto su un rilancio dell’economia dello Stato e uno snellimento dei costi della politica in varie forme.

Come credo sappiate tutti, il dibattito è già entrato nel vivo da molto tempo e, praticamente ogni giorno, sia sui principali giornali, sia nei principali telegiornali è possibile assistere al modo in cui i due si rifilino colpi bassi o battute acide. L’ultimo atto è stato quello riguardante il mondo della finanza e delle uscite forti dell’attuale segretario contro quel mondo che si rifugia nei paradisi fiscali. Lo scontro è aspro e la posta in palio è alta.

I contendenti infatti, si stanno giocando la possibilità di avere un governo di Centro-Sinistra con un programma che non sia puramente anti-berlusconiano. Il più grosso dubbio, però, riguarda la tenuta di un eventuale Governo che rischia di raccogliere troppe anime differenti al suo interno.

Una piccola curiosità, prima di concludere: mentre prima erano le Sinistre a fare programmi contro Berlusconi, ora è il Centro-Destra che non studia programmi per il rilancio, ma bensì per non consegnare l’Italia nelle mani delle Sinistre. Un ribaltamento di ruoli molto interessante.

Questo è quanto.

Cya

Errata Corrige: il buffone si ricandida.

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Festeggiamenti

Ebbene sì, ci sono due cose per cui Coso e il suo alter ego hanno da gioire. Nulla di sensazionale, sia chiaro (quindi no, non ho scopato). Ma è qualcosa riguardante il blog.

La prima cosa da festeggiare è indubbiamente la pubblicazione dell’articolo numero 100. Un bel traguardo per uno che quando aveva aperto questo blog (con titolo e nome utente differente) non sapeva quanto lontano si sarebbe spinto. In questi cento articoli si è parlato un po’ di tutto: politica, cazzate, economia, cazzate, letteratura, cazzate, fumetti, cazzate, riflessioni, cazzate, eventi quotidiani, cazzate. E le persone che li leggevano (e tuttora li leggono) sono aumentate a dismisura col tempo (rendendomi uber-mainstream) dandomi un “pubblico” quanto mai vasto e inatteso. Quindi, se non fosse che non mi capacito di questo improvviso boom, vi ringrazierei.

E il secondo evento è strettamente legato al primo, infatti, per la seconda volta da quando scrivo qui, lo faccio per nove mesi di fila. L’ultima volta che “abbandonai” il blog, ero convinto che ci sarei tornato appena avessi avuto qualcosa da dire…Ma poi, ovviamente, mi sono completamente scordato della sua esistenza, preso da altro. Finché, un giorno, ricapitando qui e avendo qualcosa da dire (nevvero, non avevo un cazzo da dire ma mi sentivo schifosamente in colpa per aver abbandonato la mia creatura) ho ripreso a scrivere. All’inizio pensavo fosse una cosa una tantum. Poi, le cose da dire (per quanto fossero stronzate) sono arrivate e con loro è tornata la voglia di cazzeggiare allegramente qui sopra, buttando giù due righe (figurate) su quello che mi passava per la testa, prendendoci gusto e soprattutto divertendomi o sfogandomici [perché, in primis, scrivo per me. Così, un giorno, potrò dirmi: “Guarda che coglione che eri” (della serie “Volemose bene”)]. Il fatto di aver avuto un paio di persone che, indirettamente, mi spronavano a continuare, poi, ha sopperito alla mia culopesaggine. Ed ora, eccomi qui, al nono mese consecutivo (praticamente un parto o un anno di scuola, a voi la scelta).

Insomma, sperando che le cose vadano avanti così, colgo l’occasione per ringraziare un po’ di persone che mi hanno “sostenuto” (leggasi: preso per il culo, detto che sono uber-mainstream,  spronato ad andare avanti):

– La Fatina dei Boschi. Vorresti avere tu le hipsterine, eh?
– Il Cacciatore di Tonni. Non commenta ma legge, poco male.
– Martina. È sparita, ma è stato anche grazie a lei che ho continuato.
– Ella. È stata la sostituta di Martina finché non ho imparato a “camminare con le mie zampette”

E poi, boh, altra gente che mi sarò dimenticato.

Questo è quanto.

Cya.

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Europa

Oggi, mi spiace, ma vi tocca l’articolo serio. Un articolo serio in cui darò una mia (assolutamente personale) visione del futuro dell’Europa per poi concentrarsi sui fatti di casa nostra.

La Grecia è tuttora in una situazione politica instabile. Instabilità che si riflette e ripercuote sui mercati di tutta Europa. Arrivati a questo punto, l’uscita dall’Euro della Grecia non è più così improbabile come sembrava soltanto qualche mese fa. La speculazione non si ferma e continua a colpire un paese martoriato e indebitato gravemente. Un paese che non riuscirà a rilanciarsi in ottica estera e che potrebbe addirittura fallire, nonostante gli sforzi dell’intera Unione. Una soluzione possibile, resta l’accompagnamento al di fuori dell’Euro con un ritorno alla Dracma che, però, significherebbe rinunciare a tutti i soldi finora prestati o, per lo meno, di riottenerli in tempi molto più lunghi.  A complicare la situazione si aggiunge il pericoloso picco raggiunto da partiti neo-fascisti che, cavalcando il malcontento estremamente diffuso e la situazione di disagio, hanno sempre più probabilità di salire al potere. In questa situazione di grande incertezza è molto probabile che, entro la fine del 2012, la Grecia potrebbe non essere più uno Stato Membro.

Una volta che la Grecia fosse uscita, la nube speculativa si getterebbe a capofitto sulla nuova ultima ruota del carro: la Spagna. La Spagna ormai è paralizzata da lungo tempo e il malcontento della popolazione non è stato placato nemmeno dalle nuove elezioni. La situazione spagnola vede un tasso di disoccupazione elevatissimo e la necessità di riforme strutturali atte a ripianare un bilancio irrimediabilmente in rosso. Dopo l’eventuale fallimento della U.E. con il salvataggio greco potremmo assistere ad un secondo tentativo oppure potrebbero decidere immediatamente di ricorrere ad un accompagnamento al di fuori dell’Euro. La cosa, però, sarebbe di difficile digestione sia per l’economia mondiale, sia per l’Unione Europea che subirebbe un altro bruttissimo colpo e anche per gli spagnoli stessi che si ritroverebbero ad avere un cambio forzato di moneta e un’economia da riassettare, col problema di trovare finanziatori esteri.

E dopo la Spagna ci sarebbe l’Italia. L’Italia, nonostante le manovre del “rigore”, non riesce ad uscire da una situazione finanziario-economica negativa. Si assiste sempre di più ad un collasso depressivo dell’economia e alla mancanza di nuova linfa che possa aiutare ad invertire il trend. I problemi italiani sono da ricercarsi nel corso della storia dell’intero paese e sono riassumibili nei seguenti punti:

– La mal gestione della res pubblica
– La mal gestione politica del paese
– L’incapacità degli italiani di rispettare regole e il loro continuo cercare scappatoie
– Il non affrontare seriamente i problemi che si sono creati nel corso del tempo.
– L’incapacità di adattarsi ad un’economia internazionale valorizzando i propri mezzi.
– L’incapacità di sanare una profonda frattura tra Nord e Sud del paese sin dagli albori dello stato.

Ovviamente quanto qui elencato non si è venuto a creare negli ultimi vent’anni (come a molti piace credere) ma ha radici ben più profonde e radicate. Radici che non sono mai state estirpate e hanno fatto crescere una malerba asfissiante, tossica per il nostro paese e per chi ci vive. Se anche l’Italia, alla fine, dovesse capitolare ed uscire dall’Euro, difficilmente l’Unione Europea riuscirebbe a resistere ad un colpo del genere.

Gli elementi sopra descritti, poi, mi portano a fare un’analisi storico-politica più generalizzata. Nei periodi di grave crisi come quello che stiamo attraversando attualmente, le forze politiche più moderate non riescono più a soddisfare e rispondere ai bisogni e ai problemi di una società esasperata. È in questi momenti che lo spettro del totalitarismo ricompare: il parallelo che vi invito a fare è quello tra l’Italia post Prima Guerra Mondiale e la Germania post Prima Guerra Mondiale con alcuni dei paesi più disastrati attualmente. Il malcontento popolare aveva raggiunto una soglia non più sopportabile, l’economia fragile avevano reso possibile l’affermarsi di uomini rappresentati le ideologie totalitariste in grado di rispondere agli input derivanti dalla crisi in cui versava il proprio stato attraverso una politica dittatoriale e ad un pieno controllo della società in ogni suo aspetto. Mi sembrerebbe stupido non tenere in conto la possibilità che, se le situazioni dovessero non cambiare ancora a lungo o addirittura dovessero peggiorare, si ripresentasse una situazione simile a quella degli anni 20/30 del 900.

La storia ci insegna, sta a noi imparare.

Questo è quanto.

Cya.

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