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Primo pomeriggio di primavera

“Che fretta c’era maledetta primavera?”

Oggi, primo giorno di primavera,  ho in mente questo motivetto che ritmicamente mi rimbalza da un angolo all’altro della testa, in questo momento completamente svuotata.

Il cielo grigio e la pioggerellina che cade continuamente non rappresentano certo il tipico clima primaverile. Anzi, sembra che la stagione della risveglio se la stia prendendo con molta calma.

Ciò che non posso fare a meno di chiedermi è se questa primavera sarà stagione di risveglio e di sviluppo anche per me.

Risveglio e sviluppo necessari a modificare e, possibilmente, migliorare la mia personalità e quindi ogni possibile elemento della stessa, umore compreso.

Umore che sempre più spesso mi da problemi di instabilità. Instabilità che comporta picchi di ottimo umore seguiti da picchi di pessimo umore che si susseguono lungo l’arco dell’intera giornata, rendendo difficoltoso il mio rapporto con gli altri e anche l’equilibrio che tanto faticosamente e vanamente cerco di costruirmi.

Equilibrio che potrebbe esistere solo se non avessi rapporti con gli altri e vivessi in uno stato di completo ascetismo. Ascetismo che mi però mi è impossibile praticare, semplicemente perché vivo.

La mia vita, volente o nolente, mi costringe ad incrociare la strada di altre persone. La mia famiglia, i miei compagni di classe e i miei amici. Spesso ho desiderato prendere e scappare via, ma sono ben conscio che anche la solitudine e la fuga che la precede non sono una soluzione valida.

Fondamentalmente credo che il problema sia io. E’ come se avessi paura di aprirmi ad un mondo che spesso, forse troppo, mi ha ferito nei modi più disparati.  Penso anche di essere spaventato dalla possibilità di essere felice, nonostante la felicità sia una delle cose che brami di più non posso fare altro che ritenerla qualcosa di utopico e irraggiungibile.

Qualcuno ha detto su di me (e cito): “Sei tragico, un fottuto tragico.”. Non nego che possa essere così e a volte possa risultare anche esasperante nel mio pessimistico modo di vedere le cose.

C’era un periodo in cui spensieratamente guardavo al mondo e a tutto ciò che mi circondava con immotivata e innocente fiducia, ma quel periodo ormai è rilegato in un passato che sembra quasi non mi appartenga nemmeno.

E ora, invece? Ora vedo tutto con cinismo e con un sottile velo di malinconica e nostalgica ironia. La fiducia che prima avevo ora è del tutto svanita, con le illusioni che mi accompagnarono in “giovane età”.

E con le illusioni anche le speranze sono state spezzate e spazzate via. Ogni qualvolta mi permetto di sperare in qualcosa, puntualmente vengo deluso. Per questo motivo, sempre più spesso, indosso i panni del boia e affogo le mie speranze, siano esse fondate o meno.

Nel frattempo sento germogliare una sorta di misantropia malsana che ben si accorda con la maniacale e ossessiva necessità di solitudine di cui scrivevo sopra. Misantropia che nasce dalla mia indifferenza e insofferenza nei confronti del resto del mondo, un resto del mondo che ogni giorno di più mi fa schifo. Così come mi fanno schifo gli uomini, incapaci di preservare ciò che li circonda e sempre troppo occupati dei propri problemi per rendersi conto che anche gli altri ne hanno.

L’indifferenza nasce anche dalla mancanza di interessi che realmente mi permettano di distrarmi o che mi interessino.

Vivo una vita monotona, che non è in grado di stupirmi. In realtà, ora, mi accorgo che probabilmente non è mai stata in grado di farlo.

Definirei la mia vita solamente in questo modo: inconcludente.

Tutto ciò che ho iniziato non è stato portato a termine. E’ stato così per lo sport, per la chitarra, per i rapporti con le altre persone, per i miei progetti di scrittura. Per ogni cosa che non ero obbligato a fare.

E per ogni progetto interrotto ce ne sono stati almeno il triplo lasciati intentati.

E mentre io mi rendo conto della pressoché totale inutilità della mia vita, mentre i miei rapporti interpersonali già scarsi iniziano a deteriorarsi, mentre le mie certezze vengono distrutte, mentre il conflitto interiore che è in atto in me mi spossa e distrugge lentamente il tempo passa.

Ed infine, nel silenzio e nel grigiore, è arrivata un’altra maledetta primavera.

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Malinconia e Riflessioni

E in un uggioso pomeriggio di pioggia, classico delle zone del milanese, che inspiegabilmente il mio buon umore è andato man mano deteriorandosi, portandomi in una condizione d’animo malinconica.

Malinconia che non so da cosa nasca.  Sarà la morbosa sensibilità e la facilità con cui muto umore che mi caratterizzano oppure c’è qualcos’altro? Provare a capirlo non è facile, ci sono miriadi di variabili che potrebbero sfuggirmi.

Comunque dopo una rapida analisi della mia situazione negli ultimi giorni (settimane?) per giustificare questo senso di malinconia di cose ce ne sono e non poche.

Si parte dalla notte del 24 in cui mi è scappato il cane, che ancora non è tornato e di cui ormai non crediamo vi sia un ritorno. Dopo quattro giorni di pace, il 29 rompo con  la mia “ragazza”. Il primo gennaio ho una discussione sempre con lei. Discussione che segnerà l’allontanamento definitivo tra noi. Aggiungiamo l’accidia dovuta all’imminente ritorno a scuola e completiamo il quadro dell’attuale situazione.

A  questo va aggiunto come detto prima la mia morbosa sensibilità (artistica e non) e la facilità con cui cambio umore. Umore in questi ultimi giorni quanto mai instabile, con picchi di buon umore accompagnati da momenti di cattivo umore o indifferenza.

Indifferenza che è un grande problema che mi affligge oramai da tempo immemore. E’ un rifugio per non soffrire, è compagna della noia derivata dalla mancanza di stimoli e mi rende distaccato, freddo nei confronti degli altri.

Distacco e freddezza che effettivamente, già senza indifferenza, mi appartengono in modo spiccato dopo anni e anni di duro lavoro e allenamento.

Ma come ogni altra singola volta a rendermi malinconico sono ancora i ricordi. Una canzone, una strada, un pensiero ramingo ed eccomi a riflettere e a pensare al passato.

Passato a cui forse sono ancora troppo ancorato, ma che è indiscutibilmente qualcosa di fondamentale per me perché, infondo, è il passato che mi ha reso la persona che sono. Sia chiaro che “non vivo nel passato” come si sarebbe portati a pensare ma comunque lo tengo ben presente in mente per non commettere gli stessi errori.

Paradossalmente è il passato a darmi preoccupazioni o pensieri nonostante in futuro abbia non poche “difficoltà” da affrontare. Difficoltà che non mi spaventano e che so di poter superare senza problemi.

E il presente? Beh, il presente è nebuloso, poco chiaro.  Tanti punti di domanda che si susseguono. Ricerca di un equilibrio che per il momento è precario. Scegliere la strada che dovrò percorrere in futuro, finite le superiori. Capire se i limiti che ho possano essere superati o risulteranno ancora una volta invalicabile. Insomma tutti questi pensieri affollano la mia mente e sgomitano per ricevere l’attenzione tanto agognata.

Qualcuno mi disse: “Tu pensi troppo, vivi l’età che hai”, forse aveva ragione. E’ vero io penso molto e ogni giorno le mie certezze sono sottoposte a pesanti pressioni e vengono valiate attentamente. Quante volte le mie certezze si sono rivelate erronee? Molte, forse troppe. Probabilmente è stato questo a farmi giungere alla seguente conclusione:  “le certezze umane non sono altro che castelli di carta esposti al vento”.

Castelli di carta che mi trovo ogni volta a smontare e rimontare nei più disparati modi. Ma un castello di carta può davvero resistere imperituro al forte vento? Sinceramente non so. Perché infondo i castelli siamo noi a costruirli così come siamo noi a permettere che il vento del dubbio soffi.

Ma come sempre non ci sono solo cose negative o dubbi. Semplicemente ci è più naturale soffermarci su questi aspetti. O per lo meno è così per me.

Volendo essere sinceri le cose positive forse non le apprezzo abbastanza o non do loro il giusto peso. Infondo sono circondato da persone che stimo e che credo mi stimino, ho tutto quello che posso desiderare (o quasi), a scuola vado bene e fortunatamente so ragionare con la mia testa, nel bene e nel male.

Per concludere questo post citerò Marge che disse a Lisa:  “Lisa, sei troppo intelligente per vivere felice.” La felicità diviene un’utopia man mano che l’intelligenza aumenta oppure felicità e intelligenza possono convivere? Oppure, ancora, una persona “troppo” intelligente è destinata alla malinconia, a causa dell’intelligenza?

Domande, queste, a cui ancora non so rispondere con sicurezza.

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