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Un paese a due velocità

L’articolo in questione lo stavo pensando già da un po’ di tempo ma vogliate per noia, vogliate perché me ne dimenticavo, non l’ho mai scritto. Ça va sans dire che il paese in questione è l’Italia. Italia che, come tutti ben saprete, ha da un lato una situazione economica stagnante e dall’altra una situazione politica frenetica ma inconcludente.

Mentre le tre principali forze del Parlamento non riescono a trovare un accordo per formare un governo a causa dei ripetuti veti incrociati, è possibile notare come ogni forza politica stia affrontando il dopo-elezioni in modo diverso. Il PdL se da una parte tende la mano al PD per un governo di unità nazionale, dall’altro lancia il guanto di sfida e si prepara ad una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Nel frattempo continuano, a porte chiuse, le trattative per l’elezione di un Presidente della Repubblica in comune. La strategia della carota e del bastone, oltre all’impegno in prima persona di Silvio Berlusconi, hanno un evidente effetto anche sui sondaggi che, ad oggi, è la prima forza in Italia circa due punti di vantaggio sui diretti competitors del Centro-Sinistra.

il MoVimento 5 Stelle, dopo la falsa partenza delle quirinarie, ha oggi presentato il proprio candidato Presidente della Repubblica. Si tratta di Milena Jole Gabanelli. Nel caso questa dovesse desistere, toccherebbe a Rodotà. Tra le altre cose è notizia recente che i deputati di M5S abbiano presentato due DdL per l’abolizione delle sovvenzioni statali ai giornali e l’abolizione  dell’ordine dei giornalisti. Nel frattempo, Grillo, continua a portare avanti la propria campagna contro la “casta”, ricordando come mentre loro continuino con le loro trattative la casa stia bruciando. Sbadatamente, forse, proprio Grillo si dimentica che la situazione di impasse è tanto colpa sua, quanto degli altri. Nei sondaggi, comunque, M5S è dato in calo di due punti percentuali.

Il PD, invece, ha la situazione più magmatica. Le molte correnti interne sono in aperto contrasto tra loro e una delle leadership più forte degli ultimi anni nel centro-sinistra è ormai incapace di controllare quanto sta accadendo. I bersaniani, infatti, continuano a dare il loro appoggio al segretario per un governo di minoranza e cercando di ricoinvolgere i giovani turchi, defilatisi progressivamente. I (demo)cristiani, dopo la bocciatura da parte di Renzi di Marini, minacciano la scissione e lo scontento trapela sempre di più. Franceschini, dopo non aver ottenuto la presidenza delle camere, è tornato a capo della corrente che a lui faceva riferimento. I renziani, invece, hanno avuto dei toni in crescendo che hanno portato proprio il Sindaco di Firenze a battibeccare via giornale con Bersani, dopo l’esclusione del primo dalla carica di Grande Elettore. A complicare ulteriormente tutto si aggiunge la discesa in campo di Barca che, con un documento di cinquantacinque pagine, afferma che il PD sia da riformare. Nel frattempo, la partita per il Colle è sempre aperta e il Partito Democratico si sta impegnando a trovare una rosa di nomi che possa permettere di eleggere un Presidente della Repubblica con la più ampia maggioranza possibile (l’ultimo nome trapelato è quello di Amato). Nonostante una situazione non proprio facile e comprensibile, il PD si trova a guadagnare un punto percentuale nei sondaggi, diventando così la seconda forza del paese.

Nel frattempo, nonostante siano stati sbloccati quaranta miliardi per pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende, più volte Confindustria ha lanciato un grido d’allarme riguardante le tematiche del lavoro. Negli ultimi mesi, infatti, mille aziende al giorno sono state chiuse e sempre di più hanno deciso di ricorrere alla cassa integrazione. Cassa integrazione che però, stando a quanto detto dalla Fornero, potrebbe non riuscire a coprire con i propri fondi la richiesta (si parla di un miliardo di euro).

La situazione d’emergenza è così grave che sia Confindustria sia i tre principali sindacati hanno detto di aver intenzione di dare vita ad un tavolo comune dove parlare del modo per affrontare la crisi dilagante e che anche per questo 2013 porterà ad una crescita negativa.

Nonostante l’incertezza politica, lo spread è calato e si mantiene su livelli più che accettabili e l’Europa ha riconosciuto l’ottimo lavoro dell’Italia che non è più un’osservata speciale. Accanto a queste buone notizie, però, c’è stato un monito riguardante il rischio contagio rappresentato dalla debolezza strutturale degli istituti finanziari.

È evidente che i tanti problemi (strutturali e non solo) che affliggono l’economia italiana possano essere risolti solo dalla politica. È evidente anche che il punto di rottura sta per essere raggiunto e che una delle priorità dovrebbe essere alleggerire il carico fiscale che grava su imprese e lavoratori ma, come potete notare tutti, in questo momento i partiti (e movimenti) si stanno occupando di tutt’altro.

Questi sono i dati di fatto. Di mio voglio solo aggiungere alcune cose a cui tenevo particolarmente.

È quanto meno curioso che il Movimento 5 Stelle abbia scelto una donna iscritta all’ordine dei giornalisti (che M5S vuole abolire) e dipendete della Rai (che deve essere abolita, stando al programma). Così come è curioso che i primi due DdL presentati, in questo momento, siano l’ultima delle priorità che il Parlamento dovrebbe avere.

Per quanto riguarda la dialettica interna al PD, mio malgrado, devo dar ragione a Renzi almeno su una cosa: Bersani sta mettendo davanti la propria “carriera” al bene del paese. È evidente che non abbia i numeri per governare, così come è evidente che l’unico modo per avere un governo sia quello di fare questo stramaledetto inciucio. È fuori dal mondo, poi, che Bersani dica che non si può mettere fretta per formare un esecutivo quando la realtà delle cose dimostra che, invece, ci dovrebbe essere tutta la fretta di questo mondo. D’altro canto, Renzi, non perde occasione per scatenare polemiche non rendendosi conto che in questa maniera non fa altro che danneggiare il partito e farsi terra bruciata intorno, cosa che non gli converrebbe dato che molto probabilmente alle prossime primarie sarà lui, il favorito.

L’ultima cosa che scriverò in questo post, è una riflessione nata negli ultimi tempi: piuttosto che governicchi deboli, saggi o quant’altro sarebbe meglio che le tre forze politiche principali in questo momento, si sedessero ad un tavolo e dessero vita ad una seconda Costituente. La seconda parte della Costituzione è completamente da rivedere, c’è la necessità che le forze politiche facciano una nuova legge elettorale (preferirei un maggioritario a doppio turno) e soprattutto prendano iniziative per il rilancio dell’occupazione e dell’economia. È questo il momento buono per farlo, mettendo da parte gli interessi personalistici per quello che si potrebbe definire “un bene superiore”. Potrebbe essere questa, la svolta politica tanto attesa e l’inizio della vera Terza Repubblica.

Questo è quanto

Cya.

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Il fallimento della Politica italiana

Le consultazioni sono finite con un risultato che chiunque si sarebbe potuto aspettare: Bersani non riuscirà a dar vita ad un governo dopo il rifiuto da parte dei grillini di concedere il voto di fiducia su quei famosi otto punti. In serata, Alfano, ha chiuso la porta ad un appoggio al PD a meno che non ci sia una completa inversione di rotta.

Nel frattempo l’esecutivo uscente, in carica per l’ordinaria amministrazione, viene travolto dalle polemiche per l’ennesima volta: le dimissioni del Ministro Terzi (stando ad una dichiarazione di Monti, in procinto di passare tra le fila del PdL) rassegnate non in Consiglio dei Ministri, ma in Parlamento hanno suscitato un certo fastidio sia nel Presidente della Repubblica Napolitano, sia in Monti stesso (oggi fortemente contestato da alcuni deputati del centro-destra).

Domani, a meno che non ci siano clamorose sorprese, Napolitano non darà l’incarico a Bersani e darà vita ad un nuovo giro di consultazioni, alla ricerca di una persona che possa dar vita ad un governo di breve durata che si occupi di fare una nuova legge elettorale, garantire la stabilità economica italiana, tagliare i costi della politica e fare una legge degna di tal nome sul legittimo impedimento.

Il PD, dopo il fallimento di Bersani, potrebbe decidere di ripiegare su Renzi come uomo simbolo. Il Sindaco di Firenze è quello che ha fatto le proposte che più si avvicinano a quelle di M5S sui tagli agli sprechi ed è in grado di raccogliere anche i consensi di una parte del centro-destra. Renzi si è detto più volte pronto a fare il Presidente del Consiglio ed è uno degli eventuali leader con il gradimento più elevato (seguito a ruota da Beppe Grillo).

Il PDL, il cui vero scopo è quello di eleggere un Presidente della Repubblica amico, ha ribadito più volte che al di fuori di un governo di coalizione, l’unica strada è il voto. Stando agli ultimi sondaggi, tra l’altro, avrebbe una risicata maggioranza sia alla Camera, sia in Senato. I dubbi sulle loro proposte, però, sono legati al fatto che negli ultimi venti anni circa abbiano governato proprio loro senza risolvere in alcun modo i tanti problemi strutturali ed istituzionali che affliggevano l’Italia. Sarebbe utile anche ricordare che prima di Mario Monti, alla guida del paese c’era il centro-destra il cui governo fu (di fatto) commissariato dall’Europa. Insomma, non sembrerebbero proprio loro quelli in grado di guidare il paese in acque così tempestose. Non sembrano nemmeno la forza più adatta al cambiamento e al rinnovamento.

Movimento 5 Stelle, come già detto più e più volte, non darà sostegno ad un governo che non sia composto da membri della loro forza politica. Il loro no è inquadrabile perfettamente in una strategia di massimizzazione del profitto che deriverebbe da un eventuale inciucio tra PdL e PD. Le perplessità, però, sono molte e su svariati argomenti. Fino ad ora le proposte fatte sono generiche e non adatte ad una situazione come quella attuale. La sensazione è però quella che M5S stia cercando di sfuggire alle proprie responsabilità barricandosi dietro ad un ostracismo e ad una lotta alla vecchia politica. Ulteriori dubbi poi sorgono quando richiedono commissioni di inchiesta per la TAV e continuano a teorizzare la decrescita felice, parlano di un reddito minimo garantito che non ha copertura o affermano con convinzione che tornando alla lira si rilancerebbe l’economia (quando l’esportazione, nel 2012, ha segnato un +2.2 miliardi a dicembre) senza rendersi conto che la concorrenza con Cina e altri paesi sarebbe comunque impari e porterebbe ad un’ulteriore depressione economica interna.

Mentre le forze politiche si contendono lo scettro del comando, però, ci si rende sempre più conto di come gli italiani e l’Italia siano sempre più sull’orlo del baratro. Squinzi ha ribadito più volte che a causa della lentezza con cui la Pubblica Amministrazione paga i debiti contratti e a causa di una crisi la cui fine sembra allontanarsi sempre di più, le industrie italiane sono in “debito di ossigeno”. I dati della produzione, dei consumi e degli ordini segnano un -3% su base annua. La disoccupazione è in crescita di un punto percentuale su base annua, nonostante la recente riforma Fornero. Lo Spread è di nuovo salito a quota 350, soprattutto a causa del clima di incertezza politica e Standard & Poor’s ha annunciato che monitorerà con maggiore attenzione la situazione italiana: il rischio è quello dell’ennesimo downgrading che avvicinerebbe di un altro passo i Titoli di Stato italiani ai così detti “Titoli Junks”.

E, come dicevo sopra, la politica si contende lo scettro del potere senza rendersi conto che i problemi sono arrivati ad un livello tale e ad un punto tale che sarebbe meglio mettere da parte i loro interessi e i loro conflitti per affrontare una crisi economica, istituzionale e politica con senso di responsabilità.

Eppure il richiamo alla responsabilità più volte fatto, anche da Napolitano, deve scontrarsi con una radicalizzazione delle differenze tra le forze politiche: il PD non potrebbe allearsi col PDL perché ci sono differenze troppo grandi e profonde che li separano. Differenze che, a più riprese, sono emerse durante la campagna elettorale appena chiusasi. M5S non potrebbe appoggiare nessuna forza perché è nato proprio per spazzare via le vecchie forze partitiche. L’unica soluzione possibile, quindi, apparirebbe quella di un altro governo guidato da una persona terza.

Un’ipotesi del genere, dopo un anno e mezzo circa di governo tecnico, non potrebbe significare altro che il completo fallimento della Politica (con la “P” maiuscola) italiana. Un fallimento che riguarda sia le forze partitiche classiche, troppo lontane ideologicamente e troppo contrastanti tra loro, sia per le forze politiche nuove incapaci di prendersi le responsabilità che gli competono e di concentrarsi sui veri problemi che oggi affliggono gli italiani.

Italiani che, dal canto loro, non sono immuni da colpe. La situazione politica odierna, infatti, incarna tutte le contraddizioni di un paese vecchio e incapace di cambiare. Un paese fatto da elettori che vivono la politica come il calcio viene vissuto dai tifosi. Elettori che dagli errori commessi in passato non hanno imparato niente. Elettori che hanno perduto il loro senso critico e la loro memoria storica di fatti, di fronte alle promesse che ogni volta gli vengono rivolte.

Forse, oltre ai politici, anche noi elettori dovremmo fare un passo indietro.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (Totally Unreleated):

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Le primavere arabe

Le primavere arabe sono state una delle principali notizie dell’anno appena trascorso. Da qualche tempo a questa parte, però, non si sente più parlare di quei paesi né in televisione, né nei principali giornali italiani. La giustificazione di questa mancanza di informazioni può essere spiegata dai problemi di casa nostra con una campagna elettorale fatta di roboanti (e inapplicabili) proclami e i problemi di quei paesi sono una faccenda che non ci riguarda, una volta salvati gli accordi economici precedentemente vigenti.

Eppure, se ci soffermassimo un attimo sui paesi di cui si è più sentito parlare (Egitto, Libia e Siria) ci renderemmo conto che il processo di “democratizzazione” appena iniziato, in realtà è pressoché inesistente. Inesistente perché per quanto ci siano stati governi provvisori o addirittura governi eletti, le contestazioni non si sono mai fermate.

Mubarak, dopo anni di governo, è stato costretto a lasciare il governo del paese in mano al Consiglio supremo delle forze armate che ha traghettato il paese alle elezioni di dicembre 2012. Contrariamente a quanto avvenuto in Europa, però, questa rivoluzione si è rivelata fallimentare per i più svariati motivi. Se da un lato è vero che si è assistito ad una supposta democratizzazione del paese, dall’altro si può registrare come le forze armate abbiano spesso soppresso col sangue le proteste dei giovani che non hanno mai abbandonato le piazze di Il Cairo. Nemmeno il presidente Morsi è riuscito a calmare una situazione che tuttora è instabile sia all’interno dei confini egiziani, sia all’esterno.

Mubarak, infatti, con l’appoggio degli Stati Uniti era stato uno stabilizzatore della difficile situazione in quell’area geografica. Con la sua caduta, ci sono stati svariati cambiamenti in fatto di politica estera. Il principale è, indubbiamente, il riconoscimento delle pretese palestinesi nei confronti di Israele. Questo ha segnato una prima crepatura nei rapporti diplomatici tra U.S.A ed Egitto.

Dalla prospettiva americana, infatti, la caduta di Mubarak è stato un duro colpo. Era un appoggio affidabile sia nella lotta al terrorismo, sia per il controllo dell’area mediorientale. Ora quella sicurezza è venuta meno, nonostante il tentativo fallito di pilotare questo passaggio da un regime agli altri da parte degli americani.

Caso ancora più spinoso è quello libico. Libia che, dopo aver stretto accordi economici coi governi europei ed avere ottenuto man forte sul piano militare, sono stati abbandonati a gestire una situazione socio-politica disastrosa. Nonostante la fine ufficiale della guerra con la vittoria da parte dei ribelli, infatti, la guerriglia è continuata. Alcune sacche di resistenza permangono in determinate aree del paese e gli scontri si susseguono ininterrottamente. Oltre a questo, le tribù sono divise e il nuovo governo si trova a dover trovare un accordo con queste. Accordo che si rivela complicato dal fatto che le tribù filo-gheddafiane non vedano di buon occhio l’attuale governo e per cui le trattative procedono a rilento.

Un fattore comune sia per Libia, sia per l’Egitto è che ci sia stato un radicalismo religioso che si è trovato alla guida di paesi che, per quanto dittatoriali, avevano una linea moderata dal punto di vista fideistico. Gli obiettivi americani ed europei di avere un’area più democratica hanno finito col contrastare con la necessità di combattere il fondamentalismo radicato nei partiti di matrice religiosa fondamentalista.

Caso del tutto diverso, e a mio modesto parere più grave, è quello della Siria. La guerra civile è in corso ormai da lungo tempo e sembra che non ci siano soluzioni. Le forze in campo si equivalgono ma l’attuale governo ha il vantaggio di ottenere l’appoggio degli Stati vicini mentre i ribelli, almeno non apertamente, non ottengono appoggi da nessuno. Questa cosa se da un lato è in linea con la scelta degli Stati Uniti di non intervenire se non necessario, dall’altra è molto curiosa: la Siria è sempre stata una spina nel fianco per gli americani in quella zona ed è strano che, proprio ora che potrebbero riuscire nell’intento di togliere la spina, lascino perdere in questo modo.

L’unico risultato ottenuto da questi movimenti per la democratizzazione dei paesi arabi, non è stato altro se non quello di destabilizzare maggiormente un contesto già instabile. Focolai hanno iniziato (o meglio, rincominciato) a bruciare nelle aree vicine e sono giunte sino all’Africa Centrale che, dalla fine del colonialismo in avanti, è stata divorata da conflitti tra stati oppure da guerre civili.

Quella che aveva le premesse per essere un’occasione di emancipazione per quei paesi è stato ridotta in breve tempo nell’ennesimo contesto di guerra civile che ricorda, fin troppo bene, la situazione attuale in Iraq e Afghanistan.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus

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Primarie

È notizia recente che, dopo il passo indietro di Berlusconi, anche nel PdL si farà ricorso alle primarie. La data è già stata fissata: il 16 dicembre.

Per il Centro-Destra ed i suoi elettori, questa è una novità assoluta che rende maggiormente democratico un partito che, per lungo tempo, è rimasto legato alla figura del suo fondatore. La scelta delle primarie è, probabilmente, un tentativo di riavvicinare il popolo del Centro-Destra ad un partito che ha visto, in modo crescente, un’emorragia di consensi che è culminata con l’ennesimo tonfo sotto quota 20%. Per molti, il raggiungimento di questo poco invidiabile traguardo, significava la fine di un partito abbandonato dal proprio leader e fondatore. Per altri, invece, era il segno di un’inevitabile necessità di rinnovamento.

Rinnovamento che sta, appunto, nel meccanismo delle primarie. Certo, a vedere chi si è candidato è difficile pensare che le cose cambino in modo drastico eppure, per la prima volta, potremmo vedere un Centro-Destra diverso, magari più vicino alle altre Destre europee (N.B.: Non si parla degli estremismi ma dei partiti con ideali di Destra in senso prettamente democratico), con un programma meglio articolato e che non giri intorno agli interessi di uno solo.

La situazione è ancora in divenire, ovviamente, ma l’unica nota “stonata” è la tempistica con cui il tutto si dovrebbe organizzare. Al 16 dicembre manca poco più di un mese ed iniziare una campagna elettorale in così breve tempo, ha le proprie difficoltà. Tenendo conto,  soprattutto, del fatto che i programmi dei candidati ancora non si siano visti e delle difficoltà di coinvolgere, in così poco tempo, i cittadini ormai disaffezionati a questo partito.

Un passo nella direzione giusta è stato fatto, vedremo come saranno quelli che seguiranno in futuro.

Dopo aver analizzato la situazione nel Centro-Destra è bene analizzare anche quella del Centro-Sinistra, più abituata all’uso di questo mezzo, e già in piena campagna elettorale.

Le primarie del Centro-Sinistra si svolgeranno con il doppio turno. Il primo turno sarà il giorno 25 novembre e, nel caso in cui nessun candidato raggiungesse la maggioranza del 50% più uno, il secondo turno sarebbe il 2 dicembre.

I candidati più accreditati per la vittoria sono Bersani e Renzi, più staccato c’è Vendola (su cui però pende il rischio di una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione che, stando alle sue recenti affermazioni, significherebbe la fine della sua carriera politica) e, ancora più dietro, ci sono i vari outsiders.

Bersani ha fatto del suo cavallo di battaglia un rilancio della situazione stagnante in Italia attraverso dieci punti programmatici (che potrete trovare sul suo sito, nel caso foste interessati) che vanno dalla visione del ruolo italiano in Europa sino all’Istruzione che andrebbe maggiormente finanziata (Non mi dilungo sui programmi, perché appena li avrò in mano tutti, farò un articolo dove li comparerò)

Renzi, invece, ha fatto della Rottamazione un marchio. Ha già ottenuto i primi risultati ottenendo una non candidatura di Veltroni e del “compagno” D’Alema. Oltre a questo, come il rivale, si concentra soprattutto su un rilancio dell’economia dello Stato e uno snellimento dei costi della politica in varie forme.

Come credo sappiate tutti, il dibattito è già entrato nel vivo da molto tempo e, praticamente ogni giorno, sia sui principali giornali, sia nei principali telegiornali è possibile assistere al modo in cui i due si rifilino colpi bassi o battute acide. L’ultimo atto è stato quello riguardante il mondo della finanza e delle uscite forti dell’attuale segretario contro quel mondo che si rifugia nei paradisi fiscali. Lo scontro è aspro e la posta in palio è alta.

I contendenti infatti, si stanno giocando la possibilità di avere un governo di Centro-Sinistra con un programma che non sia puramente anti-berlusconiano. Il più grosso dubbio, però, riguarda la tenuta di un eventuale Governo che rischia di raccogliere troppe anime differenti al suo interno.

Una piccola curiosità, prima di concludere: mentre prima erano le Sinistre a fare programmi contro Berlusconi, ora è il Centro-Destra che non studia programmi per il rilancio, ma bensì per non consegnare l’Italia nelle mani delle Sinistre. Un ribaltamento di ruoli molto interessante.

Questo è quanto.

Cya

Errata Corrige: il buffone si ricandida.

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Discussioni

Tra ieri e oggi ho avuto modo di affrontare tre interessantissime discussioni che mi hanno permesso di sviluppare degli spunti di riflessione.

Discussioni che sono avvenute nell’arco temporale di quarantotto ore circa. La prima, riguardante le possibilità di una rivoluzione popolare, è avvenuta su un forum che frequento. Da questa è poi derivata la discussione fatta con la Fatina dei Boschi riguardo gli assolutismi (partendo inizialmente dalla figura centrale di Gandhi). La terza, invece, ha visto impegnati me e il Cacciatore di Tonni a discutere sull’attribuzione del Nobel per la Pace all’UE, il modo in cui è stato approvato il Trattato di Lisbona e le tendenze filo-occidentali/filo-orientali (oltre che filo-europeiste o avverse all’Unione). Le ultime due discussioni sono avvenute su G+.

Ma, andiamo al sodo, e occupiamoci della prima discussione: La rivoluzione popolare. E subito, devo fare una premessa doverosa: mentre il punto di vista del mio interlocutore era maggiormente “idealista”, il mio si è soffermato maggiormente sull’evidenza storica.

La tesi era la seguente: prima o poi si arriverà ad un punto di rottura (in Italia) che porterà il popolo a dare il via ad una rivolta per cambiare le cose. La mia antitesi è stata semplice e coincisa: come tutti (spero) saprete, ogni rivoluzione (non scientifico/tecnologica),  ha avuto inizio col desiderio di maggior potere da parte di una élite.

– Nella Rivoluzione Francese, per esempio, furono i Borghesi (l’Alta Borghesia) a guidare il popolo nella sovversione della monarchia. – In Cina, durante la Rivoluzione Culturale, furono Mao e i suoi fidatissimi seguaci a dare il via a tutto.
– In Russia, Lenin e i Bolscevichi fecero crollare l’impero dello Zar

Il popolo, insomma, senza una guida forte (Weber la definirebbe una guida carismatica) non sarebbe insorto in nessuno di quei casi. Per questo motivo, l’insurrezione popolare è difficilmente auspicabile in quanto, fino a quando una “classe” non avrà comodità gli interessi a farlo, lo status quo rimarrà inalterato. Insomma, l’evidenza storica dimostra come una rivoluzione popolare (in senso stretto) non sia ancora accaduta.

A questo punto, la risposta è stata la seguente:

Ottima osservazione quella di Coso e quindi ora mi domando:

il popolo o terzo stato non può creare una propria “classe” per insorgere? non abbiamo potere, soldi o militari ma siamo in gran numero…credo che non c’è stata mai una rivoluzione popolare perché il popolo non è stato mai unito e per un governo che adotta la politica “divide et impera” non è stato difficile tenere il terzo stato sotto controllo, cosa molto difficile da fare con le piccole ma potenti élite che Coso ha appena elencato.

Credo che il baluardo da passare per creare una rivoluzione popolare è la divisione, se si è uniti e si combatte per il buon senso comune c’è la possiamo fare, ma è anche vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

Ed il discorso, per quanto interessante possa sembrare, ha un’enorme falla logica. Qualora il “terzo stato” riuscisse a raggiungere anche una coesione stabile (cosa assai difficile data l’esistenza di interessi particolaristici sia dei singoli, sia dei piccoli gruppi), si troverebbe comunque a fronteggiare una mancanza di mezzi particolarmente importante.

È vero, il popolo può contare sul numero… Ma se anche duemila persone mal organizzate e mal armate si trovassero a dover affrontare cento persone ben armate e ben organizzate, il risultato sarebbe (molto probabilmente) favorevole ai secondi.

Tutti questi elementi, hanno riportato all’impossibilità effettiva di una rivoluzione popolare in mancanza di élite e i motivi di questa non fattibilità che ho trovato sono, principalmente questi:

– Mancanza di organizzazione
– Mancanza di mezzi
– Mancanza di una guida forte.

L’interlocutore, ha però detto che lui avrebbe voluto una rivoluzione pacifica come quella di Gandhi e questo è stato il preambolo della discussione con la Fatina dei Boschi. Per essere breve e coinciso, mi sono limitato a far notare quanto l’assolutismo della Non Violenza avesse provocato comunque un gran numero di vittime in India e di quanto, di per sé un ideale assoluto è una cosa assai pericolosa.

La discussione con lFdB verteva sul fatto che l’ideale di Gandhi, per quanto assoluto fosse, non avrebbe causato di per sé vittime. E la cosa, ad un primo acchito, può sembrare anche vera. D’altro canto, come giustamente mi ha fatto notare, l’ideale della non violenza non ha avuto, oltre Gandhi, nessun altro grande rappresentante e, gli unici casi assolutistici che ci vengono in mente sono quelli legati alle grandi dittature di inizio novecento.

Eppure, analizzando più attentamente il pensiero gandhiano, si potrà notare come lui, alla fin fine, non faceva altro che istigare le folle al suicidio. Questa affermazione potrebbe destare contestazioni, per questo mi ci soffermo per un secondo: quando Gandhi diede il via alla protesta non violenta disse ai suoi seguaci di non reagire in alcun caso. Il governo, ovviamente, per riportare l’ordine avrebbe fatto ricorso alle forze armate. I suoi “fedeli”, assecondando i suoi precetti, si sarebbero fatti colpire dalla polizia senza reagire. Ovviamente, questo atteggiamento passivo, questa non fuga causò molte vittime. Oltre a questo va aggiunto l’invito del Mahatma a digiunare e non bere fino anche alla morte pur di ottenere i propri obiettivi.

A questo, lFdB, ha ribattuto ponendo l’accento su una questione piuttosto interessante. E, per questo motivo, riporto le sue esatte parole:

Potrei argomentarti che erano tutte situazioni in cui un tot numero di vittime era necessario e altri (quasi tutti quelli citati) erano ideali i quali presupponevano loro stessi delle vittime.
Il problema potrebbe essere l’Ideale assolutista è sempre causa di vittime o solo un determinato tipo di “assolutismo” causa vittime?
Non è mi pare un problema banale, anzi.

E ha ragione. L’argomento tirato in ballo è molto interessante e ci si potrebbero passare giorni interi a discuterne, ma per me la risposta è stata pressoché immediata e semplice. Il mio prof di Filosofia Politica, infatti, soleva ripetere che qualsivoglia assolutismo sia una cosa negativa. Anche l’ideale migliore, se assolutistico, era un ideale da non seguire. Il motivo? Piuttosto semplice: di fronte all’assolutismo di un ideale, quanto può valere la singola vita umana? Di fronte ad un ideale assoluto, quanto possono valere milioni di vite umane? Sempre troppo poco.

Su questo si è basata la risposta a questa sua obiezione. Per rendere più immediata a tutti la comprensione (nel caso ce ne fosse bisogno) semplificherò al massimo:

Assoluto (il tutto) > Relativo (singolo).

L’assolutismo (che sia una dittatura, o che sia il pensiero di Gandhi o anche quello della Chiesa) si basa esattamente sul tutto che prevarica il singolo. Nessuna perdita sarà mai abbastanza da fermare coloro i quali lo perseguono, in qualunque forma sia.

La terza discussione, invece, fatta col Cacciatore di Tonni ruotava (inizialmente) intorno all’attribuzione del Premio Nobel all’UE. Apro una piccola parentesi: stando alle motivazioni date all’attribuzione, sono parzialmente d’accordo al conferire  questo premio all’Unione Europea, nonostante l’attività di pace sia più un premio a quanto fatto in passato (entro i confini europei) e abbia ignorato quanto avvenuto questa primavera con la Libia.

Il Cacciatore di Tonni, comunque, afferma che l’UE non meritasse il premio perché non si sarebbe spesa per i diritti fondamentali dell’uomo e, soprattutto, non si sarebbe spesa per la pace. Molto ironicamente, io ho scritto che fosse giusto così (ovvero che il Premio le fosse attribuito). Questo ci ha portato a discutere sul trattato di Lisbona e su una presunta mancanza di democrazia all’interno dell’Unione riguardante la stipulazione dello stesso.

Il Trattato di Lisbona, in Italia, è stato approvato dal Senato e promulgato dal Presidente della Repubblica. Il motivo per cui non si sia stato fatto il referendum (secondo il Cacciatore di Tonni, in questo caso segno di maggior di democrazia) è però da ricercarsi nel secondo comma dell’articolo 75 della costituzione

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].”

Oltre a questo, il Senato è un organo rappresentativo del popolo italiano che lo elegge tramite elezioni. Quindi l’accusa di mancata democrazia, a mio modesto parere, non sussiste.

Il discorso, però, si è fatto interessante quando il Cacciatore di Tonni ha sottolineato come nell’assegnazione di determinati premi (ma, più in generale, a livello culturale) si tenda ad essere filo-occidentali e si guardi con sospetto alle culture orientali (Giappone escluso). L’osservazione, però, è facilmente spiegabile.

La logica vuole che ci sia un diffuso filo-occidentalismo in Europa perché, a tutti gli effetti, la cultura occidentale è la nostra cultura e quindi c’è un maggior senso di appartenenza. In Cina, per esempio, ci sarà maggior filo-orientalismo perché quella è la loro cultura e si sentono maggiormente appartenenti ad essa.

Questo, inevitabilmente, porta ad avere posizioni ostili o sospetti reciproci nei confronti l’un dell’altro. La dimostrazione storica è stata fornita proprio dall’Europa durante la Guerra Fredda, col blocco occidentale schierato con gli Stati Uniti e il blocco orientale schierato con l’URSS.

Potrà non piacere, ma le cose non cambiano.

E con questo, penso di aver concluso.

Questo è quanto.

Cya.

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Unione Europea

E, alla fine, eccoci qui con l’articolo serio di cui parlavo nell’ultimo post. L’avevo promesso e per la vostra gioia, ho finalmente finito.

Euro sì o Euro no? Restare nell’Unione Europea oppure uscirne? O, ancora, creare un’Europa debole e crearne una forte? Queste sono le domande che molti esperti (o supposti tali) e altrettanti politici si sono posti da quando è iniziata questa crisi. In questo articolo, quindi, scriverò il mio punto di vista sull’Unione Europea, su ciò che c’è stato di sbagliato e su come si dovrebbe sviluppare in futuro.

E ho deciso di partire con ciò che di sbagliato è stato fatto, a mio modesto parere. E, indubbiamente, in prima posizione non può che esserci la decisione di utilizzare una Moneta Unica in presenza di diverse politiche economiche e finanziarie. Gli Stati mediterranei, infatti, hanno avuto politiche meno accorte rispetto agli Stati del Nord Europa e le differenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre la Germania (per citare un tra i paesi membri più forti) va a mille, Italia, Spagna e Grecia arrancano e o hanno avuto bisogno di aiuti o li chiederanno presto. Un altro errore, riguarda la questione greca. Questione greca di cui tutti i paesi erano consapevoli sin dal 2008 e per cui non è stato fatto nulla, convinti che si sarebbero salvati da soli. Questa previsione errata ha poi portato alla situazione odierna e all’ondata speculativa che ha colpito l’Europa in modo più o meno consistente.

Ovviamente, oltre a questi aspetti negativi, ci sono anche quelli positivi. Molti Stati all’interno dell’UE, se non ne facessero parte sarebbero falliti da molto tempo (su tutti Spagna e Grecia, ma anche l’Italia probabilmente). Gli aiuti stanziati però, hanno permesso di resistere ad una crisi di dimensioni globali in modo discreto. I paesi che ad oggi soffrono di una situazione complicata, devono questo momento non tanto ad una colpa dell’Euro, quanto a problemi interni ingigantitesi ad un livello tale da dover richiedere aiuti ai paesi esteri. Indubbiamente, gli aiuti avranno il loro prezzo e in Grecia si sono visti e si stanno vedendo i risultati.

Arrivati a questo punto, però, non si può tornare indietro. O meglio, si potrebbe farlo a costo di enormi sacrifici. Sacrifici che pochi stati (probabilmente, giusto un paio) riuscirebbero a sostenere e non senza danni nell’immediato. Per questo motivo, ritengo che il processo che ha portato alla nascita dell’Unione Europea sia irreversibile e, anzi, dopo l’unione monetaria sarebbe necessario l’imbastimento di un’unione politica che sarebbe dovuta essere stata fatta ancora prima di quella monetaria. Con unione politica non mi riferisco soltanto a politiche monetarie, economiche o finanziarie ma alla politica in senso stretto.

L’unione politica, una volta raggiunta, si baserebbe su solide fondamenta democratiche tali da evitare che alcuni paesi prevarichino con le proprie posizioni gli altri.

I momenti elettivi previsti sono due. Nel primo si eleggerà il Parlamento Europeo mentre nel secondo si eleggerà il Governo Europeo. Il Parlamento Europeo verrà eletto da tutti i cittadini dei paesi membri. Lo Stato nazionale, raggiunta l’unione politica, diverrà uno Stato-Regione. Ogni Stato-Regione avrà diritto ad un numero di rappresentanti proporzionali alla propria popolazione (Molto simile al modello statunitense, tanto per intenderci). Ovviamente, per evitare squilibri legati alla sola quantità della popolazione, verranno create fasce in modo tale che, all’interno della medesima fascia, i paesi abbiano lo stesso peso  politico.

Tanto per chiarire meglio il concetto, la suddivisione dovrebbe ricalcare la seguente (N.B.: I numeri dei parlamentari sono ovviamente indicativi)

Fascia uno: fino a 25 milioni di abitanti: 3 rappresentanti
Fascia due:  da 25 a 40 milioni di abitanti: 4 rappresentanti
Fascia tre: da 40 a 55 milioni di abitanti: 5 rappresentanti
Fascia quattro: da 55 a 70 milioni di abitanti: 6 rappresentanti
Fascia cinque: oltre i 70 milioni di abitanti: 7 rappresentanti.

Con questa suddivisione, i giochi di potere dovrebbero essere più difficili da attuare e ci sarebbe una maggiore possibilità che paesi densamente abitati non abbiano posizioni predominanti grazie alla presenza di altri Stati-Regione in grado di confrontarsi con loro. Questo metodo elettivo, però, sarà adottato soltanto per la Camera (che, per comodità, chiamerò Camera dei Deputati Europea). Il suffragio sarà universale e verrà riconosciuta la possibilità a qualunque cittadino, indipendentemente dalla propria nazionalità, di votare un candidato qualunque (Per esempio: Un italiano potrebbe votare un candidato spagnolo. Uno tedesco potrebbe votare un candidato olandese e così via).

La seconda Camera (che chiamerò Senato Europeo) verrà eletta in modo diverso. Innanzitutto gli Stati-Regione, indipendentemente dalla popolazione, avranno lo stesso numero di senatori. Ogni cittadino avrà la possibilità di votare candidati appartenenti solo ed esclusivamente al proprio Stato-Regione.

Ovviamente, il sistema parlamentare potrà godere del così detto “Bicameralismo imperfetto” (due Camere aventi poteri e funzioni differenti). La Camera dei Deputati Europea prenderà decisioni macroscopiche e si occuperà della legislazione dell’intera Unione Europa. Il Senato Europeo, invece, si occuperà dei problemi e delle necessità degli Stati-Regioni e prenderà decisioni legate maggiormente ai singoli Stati-Regione.

La durata dei mandati delle due camere sarà di cinque anni.

Per quanto riguarda il Governo Europeo, invece, la popolazione andrebbe ad elezioni dirette nel seguente modo: ogni Stato-Regione proporrà un proprio candidato alla Premiership. Da questa rosa di nomi verranno scelti i quattro candidati che riuscirebbero ad ottenere la maggioranza più ampia in Parlamento. Una volta ristretta la rosa dei candidati e trovati i fatidici quattro, la popolazione sarà chiamata ad esprimere, attraverso il voto, la propria preferenza tra i quattro nominativi disponibili. Il vincitore potrà essere eletto per due mandati della durata di cinque anni (la ricandidatura del premier sarà “automatica”). Il nuovo Premier sarà poi chiamato ad assegnare i Ministeri ai Ministri proveniente dai vari Stati-Regione da lui scelte. L’unico limite alle nomine è quello che il Premier non potrà scegliere un Ministro proveniente dal suo stesso Stato.

Per chiarire questo passaggio, un eventuale Premier sarebbe scelto e formerebbe un governo in questo modo:

Scelta del Premier:

Candidato A: Belga
Candidato B: Francese
Candidato C: Olandese
Candidato D: Portoghese

Dopo le elezioni:

– Presidente del Consiglio: Belga
– Ministro Economia: Tedesco
– Ministro Istruzione: Olandese
– Ministro Welfare: Italiano
– Ministro Agricoltura: Francese
– Ministro Difesa: Austiraco

E così via dicendo.

Al termine della prima legislatura, il Premier uscente si troverà a dover affrontare tre nuovi avversari provenienti da tre Stati-Nazioni. Nel caso in cui vincesse, procederebbe con la propria legislatura. Nel caso in cui perdesse, invece, dovrà aspettare nuovamente che il suo nominativo venga scelto in un’altra tornata elettorale.

Per chiarire:

Premier Uscente: Belga
Candidato 1: Spagnolo
Candidato 2: Italiano
Candidato 3: Tedesco

In questo modo ci si assicurerebbe una continua rotazione del Premier e tutti gli Stati-Regione sarebbero chiamati ad avere come Premier dell’UE un proprio rappresentante.

Le iniziative del Premier, prima di diventare legge, dovranno ottenere il via libera da parte della Camera dei Deputati Europea per quanto riguarda eventuali leggi di carattere “generale” (dove per “generale” si intende riguardanti l’intera UE) mentre, per quanto riguarda le leggi legate ai singoli territori (Leggi “Speciali”), dovrà ottenere il nullaosta da parte del Senato Europeo.

Per quanto riguarda gli Stati-Regione, invece, ci sarà un Governo avente la caratteristica di essere in possesso di poteri “limitati”. Il compito di un Governo dello Stato-Regione è quello di amministrare sul territorio e mettere in pratica le indicazioni derivanti dallo Stato Federale (l’Unione Europea) attraverso leggi speciali che si adattino nel miglior modo possibile al territorio su cui verranno applicate. A capo di questi Governi ci sarà un Senatore Europeo precedentemente eletto dal popolo. La durata del mandato sarà, ovviamente, di cinque anni. A livello “locale” si assisterebbe all’abolizione di Regioni e Provincie. Abolizione legata al fatto che lo Stato-Regione non sarà altro che una macro-Regione facente parte di un organismo più grande. L’abolizione, quindi, lascerà in vita solo i Comuni. Comuni che potrebbero essere organizzati in macro-aree in cui, per esempio, il comune di Milano comprenda tutta la Brianza, rendendo di fatto i vari Paesi solo frazioni. Ci sarà un solo Consiglio Comunale in cui ogni frazione sarà rappresentata da un consigliere comunale che esporrà problemi e proporrà mozioni riguardanti il territorio di appartenenza. All’elezione del Sindaco parteciperanno i membri di tutte le frazioni che compongono il Comune.

Esempio chiarificatore:

Comune di Milano sarebbe così strutturato:

– Comune di Milano
– Comune di Milano: Frazione Meda —-> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Seveso –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cesano –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cormano -> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cusano —> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Arese —–> Un consigliere

Eccetera, eccetera.

Piccola digressione sui Partiti Politici: a livello di Unione Europea esistono già partiti politici comparabili (più o meno) ai vari partiti di Destra/Centro/Sinistra presenti in Italia e negli altri paesi europei.

Per quanto riguarda il sistema giuridico, tecnici altamente specializzati, si occuperanno di estrapolare le migliori leggi sulle varie materie per crearne un nuovo che faccia da base per le implementazioni necessarie con lo svilupparsi della vita del nuovo Stato. Le leggi selezionate verranno presentate con largo anticipo a tutti i cittadini, in modo tale da rendere il cambiamento il più comprensibile possibile per tutti. Finito il periodo di transazioni il nuovo sistema giuridico sarà valido per tutti gli Stati-Regione.

Culturalmente, invece, i più grandi cambiamenti deriveranno dalla componente linguistica. La prima lingua per tutti, a livello scolastico diventerebbe l’inglese. Inglese che dovrebbe essere parlato anche nella vita di tutti i giorni, in modo tale che diventi a tutti gli effetti “prima lingua”. Le lingue nazionali diventerebbero dialetti/seconde lingue e ci sarà la possibilità che lo studente impari una terza lingua a scelta

Tanto per capirci:

– Prima lingua obbligatoria: Inglese
– Seconda lingua obbligatoria: Lingua Stato-Regione (Italiano)
– Terza lingua facoltativa: Francese.

Ecco, come dovrebbe evolversi l’Unione Europea secondo me. Per alcuni quanto qui letto non risulterà nuovo perché avevo già accennato ad una bozza di idea (che è stata confermata in gran parte ed implementata in alcuni punti) su G+. Per gli altri, probabilmente questo articolo sarà solo una rottura di coglioni. Ma chissene.

Questo è quanto.

Cya.

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Piccoli passi

In questo post, tendenzialmente, narrerò gli eventi accaduti in data 27/07. La data sarebbe dovuta essere legata al primo “Meet Coso”, ma non è andata così e, col senno di poi, forse è stato un bene. Ma capirete tutto a lettura inoltrata.

Martedì 27 è iniziato in maniera diversa. Diversa perché, nonostante sia in vacanza, le due sveglie (cellulare + sveglia) sono squillate alle sette spaccate. Con solo sei ore di sonno (circa) mi sono preparato per la lunga giornata milanese, ancora inconscio di quello che sarebbe successo. Ovviamente una giornata non è definibile “diversa” solo per l’orario della sveglia…E, infatti, c’è stato qualcos’altro.

Questo qualcosa è avvenuto in un momento e in un posto ben preciso: In viaggio sul treno che portava da Seveso a Milano Cadorna tra le 8.01 e le 8.37. Con le cuffie nelle orecchie e canzoni tra di loro totalmente unreleated, ho preso posto accanto al finestrino come mio solito. Per le prime due o tre fermate, i tre sedili che mi circondavano sono rimasti liberi. Ovviamente ero conscio che la cosa non sarebbe potuta durare a lungo e, quindi, non potevo far altro che sperare che uno di quei tre posti venisse occupato da una bella figliola. Naturalmente, le mie speranze sono state disattese. Di fronte e di fianco a me, si sono sedute due amiche. Normalmente, avere il loro ciarlare come sottofondo alla musica mi avrebbe irritato e non poco, portandomi ad invocare la mia ascia sia mentalmente, sia tramite sms alla Fatina dei Boschi. Ma, questa volta, non è andata così. Il loro ciarlare di argomenti frivoli e vuoti, il loro scambio di battute non ha scalfito minimamente la pace in cui ero immerso. Voi direte “E stigrancazzi no, eh?”, ma non potete capire…Davvero.

Una volta arrivato in Cadorna, causa mancata coincidenza d’orari, ho aspettato che arrivassero la Fatina dei Boschi e il Cacciatore di Tonni. Per ingannare l’attesa, mi sono messo a leggere “Hitler e il Nazismo magico” (Sì, ancora. L’ho rincominciato perché avevo perso il filo, dato che mi ero dedicato ad altre letture). L’attesa è stata tutto sommato breve e mi ha permesso di trarre spunti per un articolo futuro (ma non troppo). Una volta raggiunto dai due prodi e baldi giovini, abbiamo deciso di andare a fare colazione.

Vedete, la colazione milanese, è una sorta di rituale con cui si ingrana la giusta marcia per la giornata. È da qui che iniziano gli scambi di battute preliminari che porteranno, verso l’ora di pranzo, a fare discussioni molto serie su ciò che dovrebbe essere e ciò che è (ne parlerò qui sotto, comunque). E, come ogni rituale, c’è una prassi da rispettare. Abitualmente la prassi consiste nel dirigersi da Marinoni, mettersi in coda alla cassa con le idee abbastanza chiare su cosa si berrà e senza la più pallida idea di che briosche prendere. Anche stavolta è andata così…Solo che, in cassa, ci hanno chiesto che tipo di briosche volevamo mangiare e, quindi, siamo stati obbligati ad improvvisare. Le ordinazioni (fisse) che vengono fatte sono: Marocchino e Briosche (cioccolato o marmellata) dal sottoscritto, Cappuccio e Briosche (crema o cioccolata) dal Cacciatore di Tonni e Cappuccio e Briosche (cioccolato) dalla Fatina. Ma dato che il 27 è stato un giorno particolare, quella brutta merdaccia della Fatina s’è limitata solo al cappuccio, dato che colazione l’aveva fatta già a casa.

Una volta finita la colazione rituale, ci siamo lanciati a passo normale (quindi un passo veloce ovunque, ma non a Milano) lungo la stradina portatrice di ispirazione. Questa volta, però, non è successo nulla di rilevante e quindi siamo giunti davanti alla Feltrinelli. Feltrinelli che, però, era ancora chiusa. Stupiti da questo evento, abbiamo deciso di farci un giro per il centro, dato che il Cacciatore è a caccia di un regalo per la fidanzata. Senza aver trovato nulla e dopo aver visto un’adorabile fanciulla dai capelli rossi (e un fisico da mozzare il fiato) che, involontariamente, ci ha distratti da discorsi non così importanti, siamo tornati alla Feltrinelli.

Una volta entrati, come al solito, ci siamo lanciati nel reparto dedicato ai dischi. L’unico ad aver fatto acquisti (per sé) è stato il Cacciatore. Una volta finiti gli acquisti in quel reparto, abbiamo chiesto dove fossero i CD di musica classica. Una volta ottenute le preziose indicazioni, abbiamo raggiunto il primo piano elevato della Feltrinelli. E l’impatto è stato indubbiamente piacevole. In filodiffusione, infatti, c’era il Don Giovanni di Mozart che, dopo aver visto lo spettacolo di apertura della stagione lirica del teatro “La Scala”, è risultato subito familiare alle mie orecchie. Sia io, sia il Cacciatore, abbiamo iniziato a cercare alcuni CD. La sua ricerca, purtroppo, è stata infruttifera. La mia, invece, ha avuto un risultato migliore…Non fosse stato per il prezzo eccessivo per il DVD dell’opera che stavano trasmettendo. Fortuna ha voluto, però, che abbia trovato un CD di Paganini a 6,90. Fiutato l’affare, ho deciso di acquistarlo e, la sera stessa, mentre scrivevo un post ho avuto il piacere di ascoltarlo. Ottimo acquisto, indubbiamente.

Una volta finito il viaggio esplorativo nel mondo della musica, siamo passati alla libreria. Inizialmente, tutti sembravamo interessati a comprar qualcosa. Parecchi viaggi avanti e indietro di fronte ai grandi autori (e il fatto che tra tutti e tre si formi una biblioteca invidiabile) siamo giunti alla conclusione che, piuttosto che spendere soldi, ci sarà uno scambio di prestiti. Scambio che, in realtà, era già partito quella mattina. Una volta notato che tutti i posti a sedere erano occupati e non sembravano destinati a liberarsi, abbiamo preso la savia decisione di sederci su una panchina in Piazza dei Mercanti, di fronte alla Camera di Commercio di Milano.

Qui è iniziata una prima discussione sull’ultima fatica letteraria della Fatina e sul fatto che fosse densa di citazioni. Il tutto, alla fine, si è risolto in un nulla di fatto. Dato il via vai di gente, non è stato difficile perdere più volte il filo del discorso a favore di un bel sed…Visino che ci passava di fronte. E qui, cari lettori, sono costretto ad aprire una breve digressione: i vestiti di taluni elementi. Va da sé che io e la moda stiamo su piani dimensionali completamente differenti ma, c’è un limite a tutto. Limite che, ovviamente, viene oltrepassato da gente che si veste al buio, facendo abbinamenti di colori che vanno dal viola/giallo  all’azzurro/arancione hanno portato me e gli altri due a desiderare più volte che ci venissero cavati gli occhi. Per favore, per favore…Non vestitevi al buio, e che cazzo.

Comunque, tornando IT, dopo aver recuperato dalle fatiche mattutine, abbiamo deciso di trasferirci al Ciao in San Babila. Durante il pranzo o, per meglio dire, a cavallo tra la fine del pranzo e l’inizio della digestione è iniziata un’interessante discussione. Discussione che riguardava il sistema economico, il sistema politico, le problematiche mondiali e la cornice storica in cui tutto si inseriva. Il tutto è nato da un discorso sull’Eurozona in cui stavo spiegando (non mi ricordo per quale motivo) che la causa della crisi attuale fosse da imputarsi ad un errore di valutazione tedesco sulla situazione greca, prima dello scoppio di questa grande crisi. Da qui si è passati alla discussione su quali fossero le industrie più redditizie (abbiamo concluso che fossero: quella delle armi in primis, quella bancaria poi) e sulle conseguenze che avesse il mercato delle armi, così come il mercato bancario, sugli individui. E, proprio su questi argomenti, è nato un vivace dibattito, tra me e il Cacciatore di Tonni, sulla necessità o meno delle armi e su chi pagasse i danni prodotti dai grandi crack bancari. La discussione è stata più o meno questa (riporterò i concetti, non affidatevi del tutto alle parole. Nel caso verrò corretto dal Cacciatore)

Io: “Il mercato delle armi è uno di quelli più redditizi e che non risente la crisi perché è insito nella natura dell’uomo, l’istinto alla guerra”
Cacciatore: “Beh, ma se tu vietassi l’esportazione di armi, ridurresti la loro circolazione e quindi si ridurrebbe anche la violenza”
Io: “Certo, ma così facendo rovineresti alcuni settori economici in modo irreversibile, dando vita anche ad un mercato nero”
C: “Beh, ma prendi l’esempio del Giappone…Loro, nella loro Costituzione, hanno un articolo che gli vieta di esportare armi e, col mercato nero, il numero delle armi vendute diminuirebbe”
Io: “Certo, ma il Giappone può contare (come voce di bilancio – N.d.C.) sulle esportazioni in campo tecnologico, mentre l’Italia invece ha un grande guadagno sull’esportazione di armi. È qualcosa di assurdamente anti-economico. Nessun imprenditore lo farebbe mai”
[…]
Io: “Comunque, insomma, dire che il settore bancario sia sinonimo di guadagno mi sembra quanto meno azzardato…I primi a perderci, in caso di queste crisi, sono proprio i proprietari”
C: “Ah, quindi il proprietario che va a farsi la bella vita in un paradiso fiscale con i soldi che ha rubato/messo da parte, ci rimetterebbe quanto il normale cittadino?”
[…]
Io: “Sì. Ovviamente, dal suo punto di vista (del proprietario/imprenditore) c’è un enorme perdita. Lui se ne fotte del morto di fame che non riesce più ad arrivare a fine mese, a lui rode il culo perché se prima aveva 100, adesso ha 50. E ci ha perso 50, mentre il suo obiettivo era guadagnare…”
[…]
Io “Le cose stanno così, o ti adatti o ti estingui”
C: “Cioè, quindi dato che il sistema ti lascia solo queste scelte, tu lo accetti e non tenti di cambiarlo? Ma che merda, io in un mondo del genere non ci voglio vivere”
Io: “Ma non è che non si faccia nulla. Il sistema ti dà l’opportunità di fare o non fare determinate cose. Sta al singolo individuo, in base ai propri valori e a ciò che pensa sia o non sia giusto, fare o non fare quella determinata cosa. Il sistema ti dà degli strumenti, sta a te doverli sfruttare”
[…]
Io: “Il tuo problema, Fra, è che tendi a pensare più a quello che “dovrebbe essere” mentre io tendo a cercare di muovermi in quello “che è”
C: “Diciamo che io la prendo dal lato più filosofico”

Ovviamente, quanto qui sopra riportato è solo un estratto e non rende la complessità e l’attenzione con cui abbiamo trattato questi temi, tant’è che una volta calata la “tensione” rivolgendomi sia al Cacciatore, sia alla Fatina ho detto “Cazzo, dovremmo scriverle ste cose, ci verrebbero fuori dei post interessanti”. Alla fine, la Fatina (che è stato un ascoltatore attento) s’è offerto di fare da stenografo. Ovviamente, durante il pasto, non si è parlato solo di questi argomenti ma anche della possibilità di portarci i panini da casa (risparmiando i soldi del pranzo) per poter passare l’intera giornata in Sempione.

Finita “la pausa pranzo”, ci siamo diretti in stazione, giusto per dire che avevo fatto il mio dovere e mi ero presentato all’appuntamento nonostante sapessi che nessuno si sarebbe presentato. Alle tre meno dieci, alla fine, abbiamo deciso di andare in Sempione e, dopo aver scelto la nostra base di stazionamento, ci siamo accomodati e abbiamo iniziato a giocare a Solo. Come d’abitudine siamo stati attorniati da coppie più o meno vestite. Ad un certo punto, due fanciulle si siedono a qualche metro da noi e lì…Lì succede l’inenarrabile. La Fatina mi invita ad andar da loro e chiedergli di giocare. Un po’ titubante aspetto qualche secondo e prendo tempo con la scusa di finire la partita. Dato che, ovviamente, il tutto si stava protraendo per le lunghe, con uno scatto di coraggio inaspettato, lancio le carte al Cacciatore e gli dico “Fai il mazzo, che io vado”. Avvicinatomi, sfrutto una pausa nel loro discorso e le invito a giocare. Ovviamente, mi dicono “No, grazie”. Quando mi volto vedo la Fatina che sorride mentre io levo i due pollici alzati e sorrido con faccia da idiota (una scena epica, insomma). Avvicinatomi, con molta nonchalance, mi tolgo di nuovo le scarpe (rischiando di cappottarmi) e gli dico “eh, vabbè, ho preso un palo nel culo” (Il no, in genere è un palo nel culo).

Dunque, quanto appena descritto in maniera abbastanza di merda, è per me un grande passo avanti. Normalmente, col cazzo che avrei fatto una cosa del genere. Con una scusa avrei rimandato o evitato il tutto (e, nell’inventare scuse, sono uber-skillato). E, invece, non so bene per quale follia, ho deciso di fare il famoso passo che mancava. Quel piccolo passo nel vuoto, che mi ha portato ad “espormi” e a “rischiare”. Questo piccolo passo, però, non dovrà essere una cosa a sé stante. No. Dovrà essere seguito da tanti altri piccoli passi su una strada lastricata che mi porterà a guadagnare sempre più maggiore sicurezza e autostima. Una strada che, in passato, è stata spesso infida e scivolosa ma che da quel momento mi spaventa un po’ meno. Una strada che, ad ogni passo, sarà sempre meno insidiosa.

In fondo, è tutta una questione “di testa”. Tutti i limiti, tutti i “E se” e i “E ma”, non sono altro che catene che, col tempo, ho imparato a crearmi per non affrontare un cammino che ho già rimandato per troppo tempo. Un cammino che adesso ho iniziato ad affrontare.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Ovviamente il pomeriggio è andato avanti ed è stato piuttosto spassoso. La Fatina dei Boschi ha dimostrato di avere il genio strategico di una lontra morta e, sulla via del ritorno, si è iniziati a discutere di una nuova forma di monopoli con annessi banchieri, bolle, speculazioni, venditori di armi e quant’altro. Il progetto è ancora in fase meno che embrionale, ma prometto molto bene.

Questo è quanto (per davvero)

Ciauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu (cit.)

Cya

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