Archivi tag: Fallimento

Riflessioni a Caso #28

Sono ancora talmente complessato che, per la seconda volta in un mio sogno, vengo respinto da una ragazza.

ZOMG, manco nei sogni ci riesco.

Lascia un commento

Archiviato in Riflessioni, Rubriche

Crisi Politica

Ebbene sì, rieccomi di nuovo qui a parlare di politica dopo non so bene quanto tempo (troppo poco, probabilmente). D’altronde è difficile fare li gnorri quando vedi cosa è successo in quest’ultimo periodo (per inciso, ieri) in Parlamento.

La politica nostrana, ormai, si trascina come un malato terminale sin dagli anni ’80. La fine della “Prima Repubblica”, travolta dallo scandalo di Mani Pulite, e l’ascesa della “Seconda Repubblica”, costellata da scandali riguardanti la persona di Silvio Berlusconi, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione che col passare del tempo si è fatta sempre più critica.

Dovessimo guardare ai risultati, ci renderemmo conto che negli ultimi anni l’unico vero successo sia stato l’ingresso nell’Euro. E possiamo fermarci lì, dato che da quando è stata adottata sono stati commessi errori evidenti che non starò qui ad approfondire perché non mi basterebbero due giorni, per approfondire. Comunque sia, escluso l’ingresso nell’Eurozona, di risultati positivi non ce ne sono.

In compenso, nonostante fino al 2010 ne venisse negata l’esistenza, l’Italia attraversa una crisi recessiva che ha riportato le lancette indietro al 1997 (con una lira debolissima, un’inflazione alta e i consumi dimezzati) e la situazione non sembra migliorare. La ripresa è prevista per la fine dell’anno ma, come in tutte le previsioni, ci sono troppi se e troppi ma. Tenendo conto che la ripresa si sarebbe già dovuta vedere all’inizio di quest’anno, la fiducia è bassa. La fiducia è così bassa che il Bel Paese ha subito un altro downgrade ed è diventato una tripla B, con un outlock negativo. Per chi non ne capisse di economia (o guardasse solo Studio Aperto) questo vuol dire che il debito dello Stato italiano (venutosi a creare tramite l’emissione di titoli di Stato per autofinanziarsi) è sceso di un gradino, avvicinandosi ancora di più ad un livello di pericolo: in caso di un ulteriore declassamento (da BBB a BB), i titoli sarebbero acquistati per scopi speculativi e basta.

Sul fronte interno, inoltre, va registrata l’immobilità del mercato del lavoro a causa della congiuntura economica negativa, il carico fiscale troppo elevato per le imprese, forme contrattuali inadeguate e mancanza di incentivi. Le riforme fatte finora si sono rilevate inefficaci e sono state (o dovrebbero essere) immediatamente cambiate dall’attuale governo.

Governo che vede, per la prima volta (ufficialmente, si intende), un’insolita alleanza: quella tra PD e PdL/Forza Italia. I risultati di questo governo, per il momento sono nulli. Nonostante sia in carica da marzo, nonostante siano arrivate rassicurazioni di ogni sorta, l’immobilismo regna sovrano.

A scuotere la vita politica e pubblica del paese, infatti, non sono le iniziative messe in atto contro la crisi ma, bensì, i guai finanziari di uno dei protagonisti della vita politica negli ultimi vent’anni. Ieri, infatti, il Parlamento si è concesso di non lavorare per una giornata (c’era il rischio che le giornate fossero tre) perché i membri del PdL, raccolti intorno al capezzale del padre/padrone, erano impegnati a fare piani “di guerra” contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dalla Cassazione. La sospensione è arrivata anche grazie all’aiuto del PD che ha votato a favore dell’interruzione dei lavori, salvo poi oggi scrivere una lettera in cui si dice che una cosa del genere non sarà più tollerata. Che, a voler ben vedere, è l’ennesima dichiarazione a cui non faranno seguito i fatti.

Comunque sia, in questo quadro è possibile vedere come la politica italiana e gli uomini che la rappresentano siano inadeguati ed incapaci. Così come è evidente che le alternative non siano molto meglio.

Il PdL/Forza Italia, tolto Berlusconi, non ha un leader in grado di guidarlo. Nonostante la presenza del grande leader, però, in sedici anni di governo non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi che il Cavaliere si era prefissato, con la sua discesa in politica nel 1994. Della tanto attesa rivoluzione liberale non c’è traccia. Le uniche cose che i governi di centro-destra si sono lasciati dietro sono state una sfilza di leggi ad personam (alcune bocciate dalla Corte Costituzionale), un debito pubblico enorme e una crisi economica fermamente ignorata sino all’entrata in carica del governo Monti. Altra cosa che ha caratterizzato queste forze politiche è stata la velocità nella mobilitazione ogni volta che il Divin Silvio veniva accusato di qualcosa dalle Toghe Rosse o dai Comunisti. La più grande maggioranza di sempre in Parlamento è servita per votare il fatto che Ruby (marocchina) fosse la nipote di Mubarak (egiziano). Tornando a parlare di eventuali successori, i nomi che spiccano sono quelli di Angelino Alfano, Renato Brunetta o Daniela Santanché. Il primo si è dimostrato un segretario di partito mediocre e incapace di reggere da solo un partito che stava crollando a pezzi, dubito che sarebbe in grado di governare in Italia. Il secondo vanta la laurea in economia e insiste con la possibilità di un’uscita dall’Euro per rilanciare l’economia, ignorando il fatto che se anche potessimo svalutare la moneta, dovremmo comunque far fronte alla concorrenza di colossi quali Cina e India che ci massacrerebbero. La terza, invece, non si capisce come abbia fatto ad arrivare così in alto. Il fatto che non sappia esprimere concetti che non siano stati prima detti da Berlusconi, però, dovrebbe farci capire lo spessore politico di questa donna.

Il PD, come già detto più e più volte, è nato come un aborto. Lo spettro della presenza di Berlusconi e l’anti-berlusconismo usato come argomento politico, non ha mai dato i suoi frutti. Eppure, è stato un cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali. L’incapacità di rinnovarsi e di comunicare, inoltre, ha trasformato un partito giovane (anagraficamente) in un partito vecchio, fatto da persone vecchie. Persone vecchie che si portano dietro alcuni peccati originali come la caduta dei governi Prodi e l’inciucio fatto con Berlusconi, grazie alla bicamerale. Andassimo a vedere i quadri dirigenziali, avremmo a che fare con i vari Veltroni, D’Alema, Rosy Bindi, Bersani che, quando hanno avuto l’occasione, non sono riusciti a rimanere coesi nonostante i risultati dei governi che sostenevano, fossero stati buoni (abbassamento del debito pubblico e della spesa pubblica, liberalizzazioni e l’entrata nell’euro sono tutti risultati dovuti al lavoro di governi tecnici o di centro-sinistra). Mancanza di coesione che, tra l’altro, per il PD è rispuntata recentemente, durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Elezioni che sono costati una figura barbina ai parlamentari di questa forza politica e hanno creato sdegno nell’elettorato. Non solo non hanno votato Rodotà, uomo vicino al Partito messo in campo provocatoriamente da M5S, per spaccare il partito (riuscendoci). Non solo non sono riusciti a rinsaldarsi per votare Prodi, nonostante in assemblea tutti avessero dato il nulla osta a quella nomina, spaccandosi ancora di più e facendo una figura di merda di proporzioni colossali, ma addirittura sono andati al governo con la persona che più a lungo hanno “combattuto”, esprimendo come presidente del consiglio Gianni Letta. Gianni Letta che prima di allora era famoso per… Beh, per niente. Lo stesso Gianni Letta che ha il carisma di un procione. Morto. Da trent’anni.
Tutto da buttare? Quasi. Nonostante a livello nazionale, l’elettorato di centro-sinistra sia disgustato, stanco e incredulo per le scelte fatte dal partito, dei barlumi di speranza sono arrivati dalle elezioni amministrative appena passate in cui il PD ha vinto quasi ovunque. La vittoria è dovuta al simbolo? Manco per le palle.
Altro barlume è quello del congresso in cui le cose potrebbero cambiare a seconda di chi sarà eletto segretario (e personalmente, io un’idea su chi vorrei ce l’ho e l’ho già espressa).
Nonostante questi due elementi, però, tutto l’ottimismo è soffocato da una classe dirigente vecchia e ben salda sulla propria poltroncina, senza alcuna intenzione di farsi da parte per dar spazio a gente più giovane.

E, alla fine, c’è il Movimento 5 Stelle. Entrati in parlamento per ribaltarlo come una scatoletta di tonno, delle loro attività non ci giunge notizia alcuna. Alla cronaca sono sempre passati per ciò che con il loro lavoro, aveva poco o nulla a che fare. Prima è stata l’occupazione delle Camere per leggere la Costituzione. Subito dopo ci sono stati i problemi riguardanti la diaria e la troppo ingombrante figura di Grillo. Poi ci sono state le espulsioni. Unica notizia positiva è quella del Restituition Day, col quale M5S ha restituito allo Stato un milione e mezzo di euro. Proprio quando le acque sembravano essersi calmate, però, si è creata una bufera mediatica (immotivata) intorno a Grillo. Il comico (ex comico?), dopo aver chiesto e ottenuto un incontro col Presidente della Repubblica, lo ha fatto rinviare per poter andare in vacanza con la sua famiglia. L’incontro, tenutosi ieri, sembra essere stato utile per ribadire le cose che va ripetendo ossessivamente dall’inizio della legislatura: Il paese è sull’orlo del fallimento, Napolitano lo dica ai cittadini e poi sciolga le camere, rimandandoci ad elezioni. Sicuramente, tutto questo, è davvero poco. Poco per un Movimento che si era proposto come salvatore dei cittadini, poco per chi aveva fatto tante promesse e dichiarazioni altisonanti, salvo poi trovarsi all’opposizione, incapace di concludere alcunché di davvero importante. Doveroso è anche da sottolineare come i risultati, a livello amministrativo, siano stati ben al di sotto delle aspettative con solo due città importanti vinte in Sicilia, mentre nel resto di Italia si è assistita ad una debacle, proprio nelle elezioni in cui M5S avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua forza.
Restano, tra l’altro, le molte perplessità sia sull’eccessivo peso di Grillo e sulla scarsa partecipazione degli attivisti alla vita interna del Movimento (basti pensare che per l’espulsione di un’attivista aveva partecipato solo il 41% degli aventi diritto), così come restano i dubbi su chi possa farsi carico di M5S e raccogliere l’eredità di Grillo, dando visibilità e risonanza al simbolo e alle idee del Movimento.

Insomma, è evidente che al momento, le tre principali forze politiche siano incapaci e inadatte di affrontare questa situazione e che il futuro non sembra possa riservare grandi speranze. Quali potrebbero essere le soluzioni? Alcune idee potrebbero essere: una nuova cultura politica, volta ad una migliore amministrazione e ad un miglior governo della cosa pubblica. Un numero limitato di mandati sia all’interno di un partito, sia per quanto riguarda le cariche istituzionali, stipendi in base ai risultati ottenuti: chi si dimostra capace guadagnerà di più di chi non fa nulla. Una diversa visione della politica: non più un modo di arricchirsi, ma un lavoro di importanza e responsabilità.

Negli altri paesi, questi elementi sono già presenti. Si tratta solo di adeguarsi ai migliori modelli europei.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

Lascia un commento

Archiviato in Politica & Società

Riflessioni a Caso #2

Ci ho provato… Ed ho sempre fallito.

4 commenti

Archiviato in Riflessioni, Rubriche

Un partito in frantumi

Non posso dire che non ci sia amarezza per come siano andate le cose in questi due giorni, ma cercherò di analizzare con freddezza e obiettività il difficile momento che sta passando il Partito Democratico.

Già in tempi non sospetti, subito dopo le elezioni, avevo ventilato la possibilità che il partito potesse spaccarsi a causa delle correnti al suo interno. Un mese e mezzo dopo, questa funesta previsione (che allora ritenevo comunque improbabile) si è rivelata anticipatrice degli eventi.

D’altronde, alla vigilia del voto in Parlamento, i presupposti non erano dei migliori. Il partito arrivava lacerato dallo scontro aperto tra Bersani e Renzi. Scontro condotto sui giornali e in televisione e che si è acuito quando il Sindaco di Firenze è stato escluso dalla rosa dei grandi elettori. Anche i nomi circolati non facevano presagire nulla di buono: l’ipotesi dell’inciucio diveniva sempre più consistente fino all’ufficialità del nome di Marini.

Ecco, forse è proprio col nome di Marini che inizia l’implosione del partito. Il nome non piace agli elettori per quello che potrebbe rappresentare e non piace nemmeno a molti dei politici chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Nonostante questo, per il primo turno, viene presentato comunque il nome di Marini. Alcuni attivisti del partito vengono inquadrati mentre bruciano le tessere in segno di dissenso.

A complicare ulteriormente le cose, c’è la presenza di Rodotà come candidato di M5S. Ed è proprio questo nome che provoca la più grande sfaldatura all’interno del partito. Molti dei Grandi Elettori, infatti, convogliano le loro preferenze su di lui. La stessa cosa fanno gli alleati di coalizione di SEL. M5S esce rinsaldato da quanto successo. Il PdL, dal canto suo, grida allo scandalo perché il PD non ha mantenuto i patti presi in precedenza e non è stata in grado di eleggere un Presidente di larghe intese a causa di alcuni “franchi tiratori”.

In serata tutto lo stato maggiore si riunisce e tutte le correnti paiono convergere sul nome di Romano Prodi. I giochi sembrano fatti, lo schieramento che componeva la coalizione “Italia: Bene Comune” pare di nuovo salda. L’illusione, però, dura mezza giornata. Al termine della quarta elezione (la prima a maggioranza assoluta) a Prodi mancano ben cento voti della coalizione. Subito dopo, il caos.

Prodi rinuncia alla candidatura lanciando una frecciatina avvelenata a Bersani. La Bindi decide di dimettersi dalla presidenza e, a distanza di circa un’ora, Bersani annuncia che una volta trovato un Presidente della Repubblica si dimetterà dalla segreteria del Partito. Per la quinta tornata, il PD dovrebbe votare scheda bianca.

Nell’aria c’è confusione mista a consapevolezza che il Partito Democratico in questo momento è sull’orlo di un burrone, in frantumi. Come ci sia arrivato lì, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte l’insensata insistenza di Bersani nel formare a tutti i costi un governo, dall’altra le tante correnti che tiravano tutte in direzioni diverse, hanno spezzato un partito uscito già molto indebolito dalle elezioni nazionali.

In questo momento regna l’anarchia. Provare ad immaginare cosa potrebbe succedere da qui a domani è complicato. Fare pronostici a lungo termine pare quasi impossibile. Eppure, la sensazione è quella che una fase del PD sia conclusa. Il futuro, per quanto incerto, potrebbe presentarsi come uno dei tre scenari che mi appresto a descrivere.

Il primo, quello maggiormente inutile, sarebbe quello di estromettere solo poche persone senza dar vita ad un vero rinnovamento quanto mai necessario. Dare tutta la colpa a Bersani e al suo “Tortello magico” sarebbe fin troppo facile e semplicistico: in questi ultimi mesi, sin da dopo le primarie, errori sono stati commessi da tutta la dirigenza del PD. Molti dirigenti, essendo capo-correnti, hanno badato più a ciò che per loro era meglio, piuttosto che al bene del partito. La dimostrazione la si è avuta, in particolar modo, oggi. Continuando in questo modo, nonostante la probabile discesa in campo di Renzi, le cose saranno destinate a non variare. In un momento del genere con un Movimento 5 Stelle che sta logorando con successo un centro-sinistra non esente da colpe, con una base che chiede a gran voce il rinnovamento dei vertici (la dimostrazione la si ha con i molti favori che incontra Rodotà), non agire sarebbe un ulteriore vilipendio al cadavere, già troppo deturpato, della Sinistra italiana.

Il secondo, invece, è la dissoluzione del PD è la nascita di due/tre partiti che vadano a coprire l’area del centro-sinistra. Perché, come ho illustrato qui, la Sinistra ha sempre avuto in sé il germe della deflagrazione, soprattutto quando le cose vanno male. D’altro canto, in questo momento, sembra che le varie correnti remino tutte in direzioni diverse per perseguire i propri obiettivi, qualunque essi siano. Ovviamente, sul piano elettorale, significherebbe consegnare il paese al centro-destra e a Movimento Cinque Stelle, con una dispersione di voti di dimensioni enormi. Se davvero il Partito Democratico dovesse sciogliersi, si assisterebbe alla fine peggiore per un progetto ambizioso volto ad unire tutte le anime di un centro-sinistra forse troppo diviso.

Il terzo scenario è, forse, quello più auspicabile: un rinnovamento del PD fattuale e non solo teorico. Accanto ad un Renzi, futuro probabile candidato alla Presidenza del Consiglio, potremmo avere nelle, vesti di segretario del partito, Barca. I due non si escludono e, anzi, sotto molti punti di vista sono complementari. Mentre il Sindaco di Firenze è in grado di rivolgersi ad un pubblico trasversale, Barca potrebbe cementare il radicamento con la base colmando le antipatie che Renzi si è attirato e si attirerà. Altro nome papabile per la segreteria è quello di Pippo Civati, un volto nuovo e una persona capace, perfetta per un rinnovamento tanto invocato e sempre disatteso. La cosa fondamentale, però, è che la vecchia dirigenza, fallimentare sotto tutti i punti di vista, venga rimpiazzata da una nuova generazione capace (forse) di abbandonare i vecchi ragionamenti correntisti in favare di una visione maggiormente unitaria.

Il progetto PD è (era?) molto ambizioso, forse troppo per gli uomini visti finora. Non ci resta che attendere e, come sempre fanno gli elettori di Sinistra, aspettare che quel qualcosa in più, quegli uomini validi che da troppo tempo mancano, si facciano avanti e non ci facciano vergognare di dire “Sì, sono un elettore di centro-sinistra e ne sono fiero”. Aspettare quegli uomini validi che non si lascino e non ci lascino un partito a pezzi, come il PD di oggi.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

7 commenti

Archiviato in Politica & Società

L’ennesimo fallimento

Nota Bene: il titolo avrebbe potuto anche benissimo essere “Sulle elezioni 2013” “I Risultati delle elezioni 2013” o “La fine della Seconda Repubblica?”. Ho scelto invece di intitolarlo così perché, per lo meno parzialmente, svestirò i panni di “Coso Politologo” per lasciar spazio al “Coso attivista politico”.

Vorrei evitare, in questo post, una misera e arida cronaca dei fatti che sono noti a tutti per concentrarmi sull’ennesimo fallimento del Centro-Sinistra. Fallimento che non è ascrivibile solo alla reiterata stupidità degli elettori italiani, ma è legata anche ad una serie di errori che sono stati fatti durante la campagna elettorale e che hanno radici ben più profonde.

Il primo errore è come stato sottovalutare Movimento 5 Stelle e la sua esplosione. Una sottovalutazione che ha origine tanto nel direttivo del partito, quanto nella base. Più volte, durante questa campagna elettorale, ho espresso ai miei compagni le preoccupazioni riguardanti la possibilità di avere M5S tra il 20 e il 25%. Mi è sempre stato detto che ero troppo pessimista e che la gente, arrivata in cabina elettorale, non li avrebbe votati. Questa visione delle cose, fin troppo semplicistica, porta inevitabilmente alla luce un altro errore.

L’errore in questione è stata la mancata percezione dello spostamento di voti (il 6%)  avvenuto negli ultimi giorni della campagna elettorale. Il PD, infatti, pur avendo un’organizzazione capillare sul territorio e pur avendo contatti continui dei Comuni con il partito delle Provincie, non ha avuto il minimo sentore di un così forte calo dei consensi. Probabilmente ad alterare la percezione c’erano sia i sondaggi, sia la quasi matematica certezza di aver già vinto.

Un altro elemento da rivedere è, indubbiamente, la gestione di Renzi. Renzi, per quanto non sia il mio politico ideale, è in grado di raccogliere i favori delle persone indipendentemente dal loro schieramento. È un gran comunicatore che può fare la differenza ed è stato sfruttato poco e male. La sua entrata in gioco è avvenuta con un colpevole e inspiegabile ritardo e, questo, indubbiamente ha molto influito sui favori di cui avrebbe potuto godere il Centro-Sinistra.

E questo conduce immediatamente ad un altro grosso problema: la campagna elettorale. Sia chiaro: sono convinto che in qualsiasi altro paese, una campagna elettorale come quella del PD sarebbe stata molto meglio accolta. In Italia, però, mantenere toni bassi e concentrarsi poco sulla bagarre televisiva non paga e se n’è avuta ripetutamente la dimostrazione in questi anni. Il primo errore è stato quello di non giocare mai d’attacco, di non aggredire eccessivamente gli avversari. Il secondo errore fatto in campagna elettorale è stata la poca copertura nei mass-media delle pubblicità elettorali che ho visto per caso (e raramente) solo su alcune televisioni locali. È mancata una fase di promozione immediatamente prima del voto, insomma. Il terzo errore è stato fare poco affidamento sul duo Bersani/Renzi. Nell’appuntamento più importante della campagna, quello di Milano, sarebbe stato molto meglio avere Pisapia, Tabacci, Renzi, Ambrosoli e Bersani piuttosto che Prodi, capace di scaldare il cuore dei vecchi affezionati, ma non delle nuove leve.

Parlando di nuove leve, non si può non sottolineare come un processo parzialmente riuscito, con le “parlamentarie,” di rinnovamento del partito debba giungere a naturale conclusione. Non si riuscirà mai ad aver presa sui giovani con gente come Letta, la Bindi o D’Alema candidati in Parlamento o come papabili ministri.

Altra nota dolente è stata la presentazione del programma. Per quanto, obiettivamente, il Centro-Sinistra avesse il programma più valido, ai cittadini non è arrivato quasi nulla. Questo è ascrivibile sia ad una strategia comunicativa sbagliata, sia al fatto che gli incontri sul territorio siano stati pubblicizzati poco e male. Più di una persona mi ha detto che, da quanto sentito in televisione, i punti del programma parevano poco chiari e poco approfonditi. Una cosa del genere, purtroppo, affosserebbe chiunque e i risultati sono stati quelli che abbiamo visto tutti.

È, però, innegabile che oltre ad un fallimento (netto, evidente e fuori discussione) del Centro-Sinistra, ci sia stato un fallimento degli italiani. Mi rendo conto che l’Italia sia il tipico paese conservatore tendenzialmente di Centro-Destra in cui i partiti di Sinistra hanno sempre stentato ad imporsi per svariati motivi, eppure…

Eppure si è persa l’occasione di chiudere una parentesi squallida della vita della Repubblica Italiana che prende il nome di “Seconda Repubblica”. Si è persa l’occasione di voltare le sozze pagine del berlusconismo demagogico e populista che ci ha portato in questa situazione. Si è persa l’occasione di dimostrare la maturità degli elettori italiani. Si è persa l’occasione di dimostrare che le promesse ridicole (la restituzione dell’IMU e la sua abolizione) non fanno più presa su un popolo stanco, tartassato dalla crisi, da un sistema tributario nebuloso e poco efficiente, sempre più senza lavoro. Si è, insomma, persa l’occasione di emanciparci e di rendere l’Italia un posto migliore. E questo, signori miei, è stato un grossissimo fallimento per ogni singolo cittadino italiano, indipendentemente dal colore politico.

È evidente, insomma, che chi esca veramente sconfitto dalle urne è il popolo italiano. E lo dico senza alcun tipo di retorica o falso moralismo, data la situazione creatasi nel Paese.

E, per concludere, non posso far altro che parlare della mia regione: la Lombardia.

Partiamo dai dati: quasi cinque punti di distacco tra Maroni e Ambrosoli. Il dato, però, è secondo me inficiato dalla presenza di Albertini candidato della coalizione di Centro che ha portato via quattro punti al Centro-Sinistra. La sconfitta ci sarebbe stata ma sarebbe stata assai diversa da quella patita in questo modo.

La Lombardia proposta da Ambrosoli sarebbe stata una Lombardia diversa, probabilmente migliore. Sarebbe stato un segno di discontinuità rispetto ai vent’anni di governo del Celeste, travolto dagli scandali così come tutta la giunta del Pirellone. Sarebbe stata un tipo di politica diversa da quella a cui eravamo abituati.

Eppure, nonostante questo, alla fine ha prevalso la Lega. La stessa Lega che in Lombardia ha negato l’esistenza delle mafie, salvo poi ritrovarsi comuni commissariati con indagini per infiltrazione mafiosa. La stessa Lega che si è trovata ad essere coinvolta negli scandali per i rimborsi e per contatti con il crimine organizzato. La stessa Lega che sogna una Macroregione del Nord mentre moltissimi abitanti del Nord Italia sognano di essere cittadini europei.

Ed è demotivante vedere che i primi che si riempiono la bocca con le parole “Nuova politica” e continuino a lamentarsi della mancanza del “buon governo” siano stati proprio quelli che poi hanno votato Maroni.

Prendo spunto da questo articolo per poter aggiungere una serie di riflessioni di carattere generale.

Il PD, nonostante la sconfitta sia stata un duro colpo e nonostante sia necessario un riassestamento interno, sono certo che non scomparirà. I motivi sono vari e facili da cogliere: è il partito maggiormente radicato sul territorio ed è relativamente giovane. Inoltre, il processo di rinnovamento e ringiovanimento era già iniziato con le primarie per il Parlamento e con la discesa in campo di Renzi. Ora, i così detti “rottamatori”, avranno anche un argomento forte che è il fallimentare risultato di queste elezioni.

Come giustamente fatto notare nell’articolo linkato sopra, tra l’altro, si può sottolineare come candidato allo Segreteria del Partito ci sia un giovane. Il giovane in questione è Pippo Civati che ha, tra i tanti meriti, quello di essersi sempre speso in prima persona su tutto il territorio di origine (Monza e Brianza). Avendo avuto modo di conoscerlo e di parlarci più volte, personalmente sono convinto che puntando su di lui, il Partito Democratico non potrà che fare bene.

M5S, invece, ha iniziato ad avere i primi problemi. Inevitabilmente, l’apertura di Bersani, ha dato vita ad una serie di reazioni che si sono ripercosse su tutto il web. Nonostante molti siano favorevoli a questa apertura (anche se solo a breve termine), molti altri invece sono perplessi al riguardo.

Indubbiamente, M5S, è quello che rischia di perdere di più. Dopo l’exploit di queste elezioni, infatti, accettare un’alleanza formale potrebbe costargli una parte dei consensi provenienti dal bacino di voti del Centro-Destra.

D’altro canto, indipendentemente dalla voglia di potere di Grillo, la strategia più intelligente per il Movimento sarebbe quella di spingere Bersani tra le braccia di Berlusconi per far sì che lo scontento aumenti nell’elettorato di entrambi i partiti e guadagnare così altri voti.

Personalmente, però, ritengo che un punto di incontro tra PD e M5S sia trovabile. La maggioranza in parlamento, ovviamente, sarà a breve termine e dovrà fare in modo di cambiare la legge elettorale e dare il via ad un primo taglio dei costi della politica, per poi tornare ad elezioni il più presto possibile.

Un punto su cui dissento nell’analisi del mio amico è il fatto che ci sia qualcuno che abbia votato il Movimento “tappandosi il naso”. Il voto di protesta non è un voto fatto tappandosi il naso, ma un voto che segnala un disagio e la necessità di una nuova politica (potremmo discutere per ore e ore sul fatto che la nuova politica di M5S si basi su buoni propositi, alcune buone idee e altre completamente campate per aria).

Per quanto riguarda la Nuova Democrazia Cristiana non si può non parlare di flop clamoroso. I risultati sia alla Camera, sia al Senato sono stati a dir poco deludenti. La campagna elettorale casiniana ha avuto i suoi effetti negativi e ha portato all’esclusione eccellente di Fini che, con FLI, ha sorpassato di poco l’1%.

Lo stesso Monti è andato perdendo credibilità di settimana in settimana dopo la sua “salita” in politica e si è rivelata davvero la forza modesta che aveva previsto Berlusconi. L’ininfluenza al Senato ha, tra l’altro, stravolto i piani del PD che ora si ritrova a non avere alcun alleato.

Del PdL e di Berlusconi vorrei non parlare, ma è inevitabile farlo.

Berlusconi, ad oggi, è a capo della seconda coalizione nel paese. Grazie alle roboanti promesse è riuscito in un’impresa quasi impossibile (la rimonta) e ora mentre lui usa i guanti per invogliare il PD ad intavolare una trattativa per un “governissimo”, manda avanti Alfano a fare il lavoro sporco.

Spero vivamente (e sono abbastanza convinto) che alla fine questo matrimonio non s’abbia da fa. Una cosa del genere sarebbe controproducente sia per il PDL, sia per il PD e finirebbe con l’avvantaggiare solo ed esclusivamente Grillo che, in un caso limite del genere, prenderebbe anche il mio voto.

Per concludere, personalmente, sono uno di quelli che spera si torni a votare a breve con una legge elettorale diversa. È vero, c’è bisogno di un Governo stabile, ma ad oggi le condizioni non ci sono e difficilmente si avranno per un lungo periodo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Alfano chiede che i voti siano ricontati. Manco lui riesce a credere che gli italiani siano così stupidi. #Elezioni2013 (l’unica battuta che mi è venuta bene)

Bonus:

12 commenti

Archiviato in Politica & Società, Riflessioni

Questione di…

Dato che tra ieri e oggi ho avuto parecchio tempo per pensare mentre imbiancavo casa, mi sono soffermato a pensare ad alcune cose che mi riguardano. Le conclusioni, alla fine, sono sempre stata le stesse. Ma testé, riporterò qui tutto, come ulteriore monito a me, sulla mia culopesaggine (e non solo).

Il primo spunto di riflessione è stata la mia scarsa voglia di fare le cose. Tutto noioso. Tutto già visto. Tutto già fatto. Eppure, dietro a questo atteggiamento, non ci può solo essere del culopesismo (che, per l’amor degli Dèi, è un’ottima scusa) ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Di più forte. E questo qualcosa è la paura di mettersi in gioco. Una paura che non riguarda solo il fare/non fare le cose (tant’è che raramente mi sia mai buttato di mia iniziativa), ma anche la vita di tutti i giorni. Si può passare dall’esempio banale: il fatto di non azzardare un balletto difficile tanto quanto lo stare in piedi, sino al non provare a portare a termine un progetto per la paura di “non farcela”, per la paura che il risultato finale non sia degno delle aspettative costituitesi mentre ci lavoravo sopra. E da questo spunto marginale a spunti ben più “centrali” (in questo momento), il salto è stato breve.

Infatti, il mio non volersi mettere in gioco, si rispecchia anche nelle relazioni con gli altri. Relazioni, che escluse pochissime persone, solitamente non vanno al di là di un rapporto di cortesia, non approfondito. E, anche in questo caso, c’è una scusa (che di fatto, tanto scusa non è): A me non piacciono le persone. Mi irritano. Vedo qualcuno sulla metro e ascoltandolo parlare, nel 97% dei casi, mi sale un odio viscerale. Ma, chiaramente, questo è un altro problema. Dicevo che, il mio non volersi mettere in gioco anche nelle relazioni è sintomatico della mia paura nel fallire. Fallire con un amico, fallire nell’abbordaggio con dolci e bellerrime fanciulle, fallire con la mia famiglia.

E, in fondo, la paura del fallimento credo sia normale. Tutti hanno paura di fallire eppure non si fanno bloccare. Io, invece, non riesco a fare il famoso “passo in più”. Tra l’altro, il non riuscire, è sintomatico di un non volere. Non voler rischiare, perché in fondo così me la cavo, non voler provare perché tanto “so già che andrà male”, non voler fare una cosa perché “tanto non serve a niente”. E per quanto le (poche) persone di cui mi fido mi spronino a buttarmi e tentino di convincermi, il desiderio di cambiamento dovrebbe partire da me. Cosa lo farà scattare? Sinceramente, non lo so. Non ho un’idea che sia una al riguardo.

Perché, fondamentalmente, lo so: è solo questione di mettersi in gioco, questione di affrontare la paura del fallimento. Eppure, nonostante la consapevolezza sia un primo passo, oltre a questo non riesco andare.

Anche per oggi, ho chiuso.

Questo è quanto.

Cya.

 

15 commenti

Archiviato in Riflessioni

Una giornata in nove battute

Coso: ho appena visto una fanciulla semplicemente divina
L: I know that feeling
C: Mi sono innamorato
L: Chiedile il numero
C: Ha l’anello
L: Mozzicale il dito
C: Sono a casa ormai
L: Gli Déi si burlano di noi.
C: Esatto.

Perché, in fondo, è questo scambio di messaggi, il nucleo centrale di quest’oggi. Non il fatto che abbia fatto due ore di interessantissima lezione, non il fatto che abbia comprato due libri e abbia preso un muretto con la macchina graffiando la portiera ma bensì il fatto che mi sia innamorato di una perfetta sconosciuta.

Una sconosciuta che non rivedrò mai più e che non si è nemmeno accorta di me, non fosse per il fatto che abbiamo fatto le scale fianco a fianco mentre canticchiavo “Lift me up, lift me up Higher now I’m upper Lift me up, lift me up Higher now I’m upper” (sì, lo so è una canzone di merda ma sulla mia mente ha lo stesso effetto virale di questa). E, allora, mentre riflettevo sul fatto che se non avesse avuto l’anello, comunque, non avrei fatto un cazzo se non apprezzare in silenzio e tirar dritto per la mia strada mi sono ritrovato a pensare (di nuovo) alla viltà che da sempre mi contraddistingue in questo campo.

Viltà che mi porta a non provare nemmeno ad abbordare una per la semplice (quanto atavica) paura del rifiuto che mi ha contraddistinto da…Sempre. Per quanto, ogni volta, mi dica di provarci che tanto non ho nulla da perdere, alla fine, c’è sempre questa paura che mi fa abbandonare le “buone” intenzioni per rifugiarmi nel tranquillo territorio dell’ignavia, del non tentare. Perché, in fondo, mi è comodo non provarci pensando “tanto sono un botolo brutto, ringhiante e non faccio una bella impressione…Quindi non ne vale la pena”. Mi sento giustificato da un atteggiamento che si riproduce in continuazione, in campo affettivo.

Atteggiamento che poi diventa una giustificazione, un alibi per il mio culopesismo cavalcante e mai domo. Un alibi per non riconoscere che più che il rifiuto in sé, è il fallimento a spaventarmi. Ed è a questo punto che subentra l’invidia (anche se, forse, è più corretto chiamarla “ammirazione”) per L (che dopo sto articolo, indubbiamente, o già nei commenti qui sotto o in privato mi tirerà il culo a morte) che, piuttosto di restare col dubbio, piuttosto che lasciare intentata qualsiasi mossa, ha il coraggio di gettarsi. Di fare un passo nel vuoto, brancolando nel buio.

Ha, insomma, il coraggio di fare quello che io non riesco (ma com’è evidente da quanto scritto finora è più un “non voglio”) fare. Essere conscio di queste cose, però, non mi è di alcun aiuto. Il culopesismo di cui parlavo sopra, si fa sentire anche in queste cose e crea un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire che è più o meno riassumibile così: Mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti , mi giustifico, cerco di auto-convincermi che la prossima volta farò qualcosa, mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti, mi giustifico e così via, in un continuo girotondo.

E per quanto possa dire “oh, non lo farò più” oppure “la prossima volta andrà diversamente”, lo so io come lo sapete voi che, alla fine, non cambierà assolutamente nulla e, quando incrocerò la prossima stupenda fanciulla sconosciuta, saremo punto e a capo.

Questo è quanto.

Cya.

38 commenti

Archiviato in Diario, Riflessioni, Varie ed Eventuali