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Un racconto breve: Blu.

16 Marzo 1913

Ore 07.15

Stamane sono stato svegliato all’alba. È giunta una lettera per me. Quando l’ho aperta, ho pensato ad un errore. In tutta la mia vita non ricordo di avere mai incontrato nessun Sigmund. La lettera era essenziale. C’era scritto soltanto che questo Sigmund, chiunque fosse, è morto. Che ora sono rimasto solo io. Che sono io ad aver la chiave. Che devo recarmi a Monaco.
A cosa servirà, questa chiave?
E chi è Sigmund?

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Ore 17.00

Inizio… Inizio a ricordare. Ricordo Sigmund e il ricordo mi fa provare uno strano brivido che percorre la mia schiena. Le tenebre stanno calando e le ombre si stringono sempre più intorno a me. Ho acceso anche delle candele. Mia moglie mi guarda stranita. Lei non capisce. Non può capire. Non sa niente di Sigmund. Anche io fino a qualche ora fa non ricordavo nulla di lui eppure è come se un velo mi fosse stato tolto dagli occhi.
Non le ho detto nulla della chiave. Non saprei cosa dirle. E io ricordo così poco.
Mi par di sentire degli strani rumori. Distanti e indistinti.

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17 Marzo 1913

Ore 11.50

Quel rumore che sentivo ieri sera mi ha perseguitato tutta notte. Mia moglie ha dormito serenamente e mi ha assicurato di non aver udito nulla. È molto strano.
Stanotte ho fatto degli strani sogni. Non ricordo più di cosa si trattasse. Ricordo solo tenebra e terrore.
Ho preparato i bagagli. Mi aspetta un lungo viaggio e ho la sensazione che non possa aspettare.
Sarà anche un viaggio nel passato. Un passato che non avrei mai voluto ricordare.

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Ore 21.15

Sono solo nella mia cabina. Questa prima giornata di viaggio è stato un ottimo modo per distrarmi. Ho avuto modo di parlare con una vecchia conoscenza che da alcuni anni non vedevo. È stato piacevole.
Eppure, quando se n’è andato mi sono ricordato di un’altra persona che non vedo da molti anni.
Philippe. Un ragazzo francese. L’ho incontrato… Non ricordo come l’ho incontrato. Ricordo a malapena il suo volto.
Appena mi sono ricordato di questo Philippe, ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse fissando. Ma è impossibile. Fuori non ci sono altro che alberi e campagna.
Deve essere l’ansia per questo lungo viaggio e tutto ciò che comporta. Sarà sicuramente l’ansia.
Anche se….

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18 Marzo 1913

Ore 02.59

Mi ero appisolato, non so a che ora. Una pesantezza delle membra mi ha improvvisamente colto e sono crollato. È stato un sonno agitato e pieno di incubi. Tutte le immagini orrorifiche che ho veduto stanno però sbiadendo. È stato quel fastidioso ronzio, più forte della notte scorsa a svegliarmi.
E quando ho aperto gli occhi ho visto…. No, no… Mi è parso di vedere…
Ma non ha importanza.
Ora… Ora, però, ricordo Philippe. E ricordo anche che c’era qualcun altro. Ma non riesco a ricordare il suo volto o il suo nome.

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Ore 7.20

Non ho più chiuso occhio. Ogni volta che ho creduto che quel dannato rumore cessasse e ho abbassato le palpebre, il ronzio diventava più intenso. Ancora non riesco a capire cosa lo provochi, ma questa cosa mi sta turbando.
Ho pensato molto, in questa lunga veglia obbligata. Ho pensato a Sigmund.
Lo avevo conosciuto durante un viaggio di piacere in Svizzera. Era stato il mio ultimo anno di università e stavo per subentrare nella piccola azienda di famiglia.
Lo incontrai fuori da un negozio di antiquariato. Era solo. Un ragazzo alto e moro, con occhi scuri e brillanti di intelligenza e qualcosa d’altro.
Al momento non capii cosa potesse essere, ma più lo conoscevo più lo comprendevo. E comprendevo anche quanto fosse ambizioso.
Suo padre aveva una piccola bottega in Baviera e, con tanti sacrifici, lo aveva fatto divenire apprendista di un mastro orologiaio tra i più rinomati. La sua abilità e il suo impegno lo fecero diventare presto uno dei favoriti del mastro.
L’uomo, però, cadde in rovina inspiegabilmente. Aveva contratto enormi debiti col giuoco e non era in grado di pagarli. Per la vergogna, si suicidò.
Io e Sigmund stringemmo rapidamente amicizia e fu lui a presentarmi Philippe ma, di quel giorno, ancora non ho ricordi.
Ma stanno riemergendo, molto lentamente.

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Ore 15.03

C’è stata una breve sosta. Il controllore con cui ho parlato mi ha detto che saremo a Monaco tra due giorni.
Saranno due giorni molto lunghi, temo.
Non ho avuto più compagni di viaggio da ieri. Ho la sensazione che evitino questa cabina. So che è irrazionale. So che è paranoico ma la mancanza di sonno e l’età mi stanno giocando brutti scherzi.
È brutto invecchiare. Per quanto ricco tu possa essere, nulla può fermare l’avanzata del tempo. Quando tornerò dovrò farmi controllare le orecchie.
Mentre il treno ripartiva, m’è parso di sentir sussurrare il mio nome. Eppure, intorno a me, non c’era nessuno.
E… E so che sembrerà assurdo, lo è anche per me che sto scrivendo, ma mi è parso di vedere due occhi di bragia che mi fissavano, dalla carrozza dove sto. Ed erano gli stessi che avevo visto questa notte.
Temo di essere troppo stressato.

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Ore 23.32

Il sonno non vuole giungere. In compenso, ora… Ora ricordo.
Philippe mi fu presentato una sera, in un’osteria. Un posto comune, che non aveva nulla di particolare. Pareva un damerino e aveva un marcato accento francese. All’inizio, lo trovai odioso. Il suo continuo sorridere come se tutto celasse uno scherzo era insopportabile.
Indubbiamente aveva un certo charme e una personalità molto forte.
Col passare del tempo mi abituai ai suoi modi e iniziai ad apprezzare la sua compagnia. Riuscii a scoprire che sarebbe diventato dottore da lì a poco e che aveva conosciuto Sigmund anni prima, grazie alla riparazione di un orologio.
Mi disse anche che c’era un’altra persona che avrebbero voluto farmi conoscere ma che, stranamente, non era ancora giunto.
Per quanto mi sforzi di ricordare cosa accadde in seguito, però, ancora non riesco a rimembrare.
E non sono sicuro di volerlo fare.

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19 Marzo 1913

Ore 05.13

È stato… È stato terribile. Nonostante quel rumore continuasse e continui a perseguitarmi, alla fine sono stato vinto dal sonno.
Ho fatto un incubo. Doveva essere per forza un incubo. Non saprei come definirlo altrimenti.
C’era un corridoio buio e dal fondo proveniva lo stesso suono che tuttora mi perseguita.
Sentivo altri passi giungere da ogni direzione ma, guardandomi intorno, non riuscivo a vedere nulla. Continuavo a camminare e camminare mentre il rumore diventava più forte e chiaro. Sono riuscito anche a riconoscerlo, giusto per un momento.
E poi… E poi ho visto le mani. Mani appese alle pareti. Sagome di mani murate nelle pareti. Mani che tentavano di afferrarmi e poi… E poi di nuovo quegli occhi bestiali che mi scrutavano.
Mi sono svegliato tremante e sudato.
E ora ho paura di riaddormentarmi.

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Ore 22.30

Ho avuto più volte la tentazione di scrivere qui ma, ogni volta che pensavo fosse il momento giusto per farlo, qualcos’altro faceva capolino da quell’oscuro recesso della mia mente che sembra essersi risvegliato.
Ora… Ora ricordo. Ricordo chi fosse la persona che stavamo aspettando. Era Edward.
Arrivò due giorni dopo che mi avevano parlato di lui.
Era alto, aveva un aspetto distinto e sembrava molto più anziano di quanto in realtà non fosse.
Molto educato e cortese, si dimostrò subito una piacevole compagnia durante i lunghi vagabondaggi in attesa che Sigmund ci raggiungesse.
Ricordo che aveva iniziato a raccontarmi dei suo studi ma poi tutto torna vago e confuso.
E il ronzio non aiuta a concentrarmi… Fortunatamente domani dovrei arrivare a Monaco.

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20 Marzo 1913

Ore 21.00

La giornata è stata straziante. Non ho fatto altro che dormire quasi tutto il tempo e ogni volta ho sognato di nuovo quel corridoio e le mani che cercavano di afferrarmi. Intorno a me sentivo i passi di altre persone e dal fondo giungeva di nuovo quel rumore infernale. E di nuovo quegli occhi… Quegli occhi a fissarmi, crudeli e bramosi.
Stava per succedere qualcosa quando venni scosso da un controllore. Eravamo arrivati a Monaco.
Ho perso gran parte della giornata cercando un albergo e, una volta trovato, ho mangiato qualcosa di caldo e sono venuto qui, in camera.
Sto… Sto iniziando a ricordare cosa mi aveva raccontato Edward. Ma mi pare così assurdo.
E il ronzio sta diventando un po’ più forte, più comprensibile.
Mi si chiudono gli occhi.

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21 Marzo 1913

Ore 19.20

Durante la notte ho fatto un sogno. Non era il solito sogno che mi perseguitava… Era diverso. La chiave, oh santo cielo, la chiave…
La chiave aprirà una cassetta di sicurezza in una banca di Monaco. E, allora… Allora entrerò in possesso del contenuto di quella cassetta. Non so cosa ci sia dentro, ma ricordo.
Ricordo che, dopo aver fatto forgiare quattro cassette di sicurezza identiche, facemmo una sola copia della chiave.
Decidemmo che il primo a tenerla fosse Edward. Se gli fosse successo qualcosa, la chiave sarebbe passata Philippe, poi a Sigmund e infine a me.
Domani chiederò al notaio che mi ha spedito la lettera dove si trova la cassetta.
Cielo, quel rumore… Quel rumore sembra…

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31 Marzo 1913

Ore 6.30

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. Le mie forze, i miei desideri sono stati lentamente prosciugati. Sembrerei un uomo morto, se non fosse che lo sono già da molto tempo…
Mia moglie è sparita da quattro giorni. Temo di sapere cosa le sia successo. Sta per finire tutto quanto… Stanno arrivando. Stanno arrivando.
Posso sentirli. Sento che si avvicinano. Sento che vengono a reclamare ciò che è loro. Il brusio che prima era indistinto ora è chiaro e forte. Stanno arrivando. Ma prima della fine, è giusto che la verità venga scritta. Spero soltanto che qualcuno diffonda questo diario.

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Ore 08.15

Mia moglie… So dov’è mia moglie. È in quel corridoio oscuro. Ormai posso vederlo chiaramente, senza bisogno di chiudere gli occhi. Di sognarlo. È tanto reale quanto la penna che stringo o questo diario su cui sto scrivendo.
Le sue mani… Le sue mani sono appese ad una delle pareti.
Oddio! Oddio! Ora sento anche la sua voce!

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Ore 10.20

Prima che gli ultimi brandelli di ragione mi abbandonino, prima che loro arrivino, devo scrivere. Scrivere la verità.
Devo scrivere del Circolo, del patto, del Rituale, dell’origine delle nostre fortune e della maledizione che ci perseguita, come punizione per aver osato giungere dove nessun uomo dovrebbe mai arrivare.
Sigmund, Philippe, Edward ed io. Fummo quattro stupidi.
Ora ricordo vividamente la sera che segnò l’inizio di tutto. Era una notte lugubre e la pioggia batteva violentemente contro i venti. Il vento ululava. Sembrava di essere tornati nel cuore dell’inverno.
Eravamo a casa di Sigmund. Seduti intorno al camino, eravamo assorti nei nostri pensieri. I tre di tanto in tanto, si scambiavano sguardi preoccupati. Io non ci feci caso all’inizio.
Sigmund più volte sussurrò qualcosa all’orecchio di Edward e di Philippe. Io non capivo.
Le condizioni atmosferiche, intanto, erano peggiorate e il rombo dei tuoni vibrava nel soggiorno.
Sigmund mi disse di seguirli. Sentii crescere la preoccupazione ma feci come mi era stato detto.
Una porta sbarrata nella stanza accanto fu aperta e ci inoltrammo nello scantinato.
Fui fatto entrare in una stanza spoglia, sulle cui pareti erano disegnati strani simboli. Pensai fosse uno scherzo.
Sigmund mi disse che io ero il quarto. Ero la persona che stavano aspettando da anni.
Stanno… Stanno bussando alla porta. E le voci… Le voci non vogliono smetterla!

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Ore 12.13

Erano i carabinieri. Credo… Credo che pensino che sia stato io ad ucciderla. Avrei dovuto provare a fare un tentativo di dir loro la verità ma… Ma non mi avrebbero creduto. Loro… Loro non sentono ciò che sento io… Mi avrebbero preso per pazzo proprio come io presi per pazzo Sigmund, nella sua cantina.
Ma, forse, è meglio riprendere i fatti da dove mi ero interrotto.
In quello scantinato, mi disse che ero il quarto e che mi stavano aspettando da tempo. Convinto che fosse uno scherzo, decisi di rimanere al loro gioco e chiesi per cosa mi stavano aspettando. La storia che mi narrò era ancora più incredibile.
Loro tre facevano parte di un esclusiva loggia massonica interessata all’occulto: il Circolo Senza Nome.
Di loro, anche tra i confratelli, non si sapeva nulla. Era ritenuta una leggenda o materia da dicerie. Si mormorava che, durante le loro riunioni, consumassero sacrifici umani in onore del demonio. In realtà, era molto peggio.
All’epoca, però, ignoravo tutto questo.
Sigmund mi disse che tutto era iniziato con i ritrovamenti fatti da Edward e l’interesse dell’occulto per Philippe. Quando venne a sapere tutto questo, lui desiderò esserne parte e fu proprio la sua forte volontà a convincere gli altri due.
Quella sera, grazie a me, erano pronti ad entrare in contatto con “Loro”.
Chi fossero “Loro” non lo sapevano chiaramente nemmeno i tre uomini. Forse erano divinità, forse erano messi di qualcuno o qualcosa di più grande e potente.

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Ore 14.10

Queste pause… Sono necessarie. So che dovrei accelerare perché potrebbero giungere da un momento all’altro, ma non ce la faccio. Non riesco a… A rievocare tutto senza fermarmi e poi… E poi ci sono voci che mi sussurrano cose… Cose su di “Loro”.
“Loro”… Non riesco ancora a capire cosa siano. Dèi o Demoni? Oppure qualcosa di ancora peggiore? Qualcosa che non dovrebbe essere risvegliato per nessun motivo e che giace sopito, da qualche parte? Non lo so. Ciò che è certo è che quella sera compimmo qualcosa di abominevole.
Iniziai ad essere spaventato da quello che Sigmund mi diceva. Gli dissi di smetterla di scherzare. Gli dissi che non era affatto divertente. Poi… Poi lo vidi.
Era sopra ad un piedistallo di marmo su cui erano incisi gli stessi segni presenti sulle pareti. Era un cubo di dieci centimetri sia per altezza, sia per larghezza e lo spessore si approssimava intorno a quella misura. Era nero e sembrava esser fatto di metallo.
Sigmund mi disse che quello era l’unico modo per entrare in contatto con loro e che avremmo dovuto offrire qualcosa in cambio. Prima che le cose precipitassero ulteriormente, dissi che volevo andarmene e che non volevo saperne nulla.
Raggiunsi la porta e posai la mano sulla maniglia. Furono le parole di Edward a fermarmi.

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16.03

Edward… Edward mi disse che avrei potuto ottenere ciò che più bramavo al mondo, se fossi rimasto. C’era un piccolo prezzo da pagare, ma ne sarebbe valsa la pena. Avrei dovuto abbassare la maniglia ed uscire. Invece mi voltai.
Tornai da loro e chiesi di nuovo se non fosse uno scherzo. L’espressione sui loro volti fu una risposta migliore di qualunque parola.
Durante i loro preparativi rimasi in disparte, sempre più affascinato dalla loro metodicità nelle operazioni. Fu quando indossammo tutti le tuniche nere che Edward tirò fuori un coltellaccio mentre Sigmund e Philippe trasportavano per le gambe e le braccia una giovane donna.
L’avevo vista un paio di volte in giro per la città ma non sapevo chi fosse. Per un secondo temetti che fosse morta, ma respirava ancora. Quando chiesi perché fosse qui con noi, non ottenni risposta.
Una volta finiti i preparativi, Edward si fece un taglio lungo il braccio e fece cadere del sangue sul cubo. Il sangue macchiò la superficie lucente per qualche istante e poi sparì.
Non credevo ai miei occhi. Philippe, Sigmund ed io facemmo la stessa cosa e, ogni volta, il sangue fu assorbito da quello strano oggetto.
Ci disponemmo intorno al piedistallo.
Edward iniziò a cantilenare una strana nenia mentre gli altri due sorreggevano la ragazza incosciente.
All’improvviso fu l’oscurità.

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Ore 23.10

Stanno arrivando! Stanno arrivando! Le candele che ho disseminato in tutta casa e le luci si stanno già spegnendo! stanno arrivando!
Si annidano nell’ombra e ti osservano. Ci osservano. Quegli occhi rossi che ti scrutano e studiano e aspettano…
L’ombra e l’oscurità come quelle del corridoio in cui ritrovammo all’improvviso. Non so come ci fossimo spostati. Prima eravamo in uno scantinato e poi eravamo in questo lungo corridoio oscuro.
L’aria era pesante e c’era un puzzo terribile. Sentivo solo i loro passi intorno a me e quello più strisciato della ragazza.
Più camminavamo più le tenebre diventavano spesse, quasi potessi toccarle.
Passammo di fronte a diverse stanze le cui soglie si aprivano su orrori senza fine. Se avessi guardato troppo a lungo, capii istintivamente, sarei diventato pazzo.
Eppure… Eppure ricordo che c’erano mani. Mani ovunque. Appese alle pareti, murate all’interno di esse o addirittura, alcune spuntavano dal pavimento e più ci avvicinavamo più il rumore che mi ha perseguitato e continua a perseguitarmi diventava forte.
Erano urla e risate.
Urla umane e risate di qualcosa di ben peggiore.
Giunti in fondo al corridoio, trovammo la prima porta. Era socchiusa.
Edward di nuovo iniziò a recitare una litania in quella strana lingua e la porta si aprì.
All’interno c’era un piedistallo uguale a quello che c’era nello scantinato di Sigmund.
I simboli erano ancora più fitti e sembravano essere stati scritti col sangue.
Sul piedistallo c’era il cubo. E fiotti di sangue uscivano da quell’oggetto dannato.
E all’improvviso apparve di fronte a noi una figura incappucciata. L’unica cosa ad intravedersi erano gli occhi, rossi e brillanti come le fiamme dell’inferno.
Lui ed Edward parlarono a lungo e, quando la loro discussione terminò, Edward indicò l’altare e disse di far sdraiare lì la ragazza.
Dopo averla riposta lì, ci allontanammo e le tenebre calarono su di lei. La luce nella stanza venne a mancare e udimmo solo le strazianti grida della fanciulla.
Non so per quanto tempo rimanemmo lì, immobili. So solo che quando la figura incappucciata ricomparve di fronte a noi, ebbi una visione.
Ero ricco, potente ed influente oltre ogni mia immaginazione. Una voce flebile mi sussurrò all’orecchio che avrei ottenuto tutto ciò. Che una parte del prezzo era stato pagata.
Quando mi ripresi, la figura incappucciata era scomparsa.
Uscimmo da lì.
Appena varcata la soglia, mi girai per assicurarmi che tutto fosse vero. E fu in quel momento che vidi la vera forma dell’ orrore. Un abominio era in quella stanza e ci stava fissando con sguardo pieno di brama. Mi sorrise e svenni.
Quando aprii gli occhi, eravamo di nuovo nello scantinato di Sigmund.
Edward ci spiegò quello che lui e la figura incappucciata si erano detti. Fintanto che uno di noi avesse avuto il possesso sul cubo, non avremmo avuto nulla da temere.
Decidemmo perciò di forgiare quattro cassette di sicurezza dove custodire il cubo e un’unica chiave. Qualora fosse capitato qualcosa a chi aveva la chiave, questi avrebbe dovuto inviarla ad un altro.
Decidemmo l’ordine in base all’entrata nel quartetto.
Decidemmo di non parlarne più e di evitare di vederci per quanto ci fosse possibile. Per siglare il nostro Patto infame usammo il nostro sangue.
Dopo quell’estate non ci vedemmo mai più. Ognuno ottenne ciò che desiderava e iniziammo a dimenticare…
Ma ora… Ora le luci si stanno spegnendo. Le candele sono quasi del tutto consumate e, tra poco, le campane batteranno la mezzanotte.
E io sento Sigmund, Philippe, Edward, la mia adorata moglie e molti altri ancora che mi chiamano. Mi chiamano e continuano a ripetere “Stanno arrivando! Sì! Stanno arrivando anche per te”. È giunto il momento di pagare l’altra parte del prezzo.
La mezzanotte è scoccata.
Sento degli strani rumori. Le luci ormai sono spente e l’ultima candela si sta consumando.
Li sento.
E vedo la tenebra che mi si stringe sempre più intorno.
Occhi rossi e pieni di brama.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.
Stanno arrivando.

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Così si conclude il diario del mio paziente. Da quanto qui scritto è evidente che la sua situazione psichica fosse andata peggiorando di pari passo con il peggioramento della sua situazione finanziaria.
Il soggetto ha sofferto di una forte forma di nevrastenia che è poi degenerata in schizofrenia. In questo modo si spiegherebbero i continui riferimenti a queste creature mostruose e alle voci che lo chiamavano.
Non stupisce nemmeno il fatto che abbia attribuito l’omicidio della moglie e il deturpamento del suo cadavere, in seguito all’amputazione delle mani, ad un parto della sua mente malata.
Il fatto che del paziente o del suo corpo non ci siano tracce, è preoccupante. Potrebbe essere ancora vivo e pericoloso.
In casa, oltre al diario e alle candele consumate, è stato trovato anche il misterioso cubo di cui parlava. La descrizione offerta è stata fedele. È la prima volta che vedo qualcosa fabbricato in questo modo.
Consulterò alcuni amici per scoprire maggiori informazioni riguardo a questo oggetto.

Fine

NdC:

A) Prima che qualcuno se ne esca dicendo:

1) La storia è banale e scritta male
2) Che avreste saputo e potuto fare di meglio

Sappiate che lo so (e non me ne frega niente). Anche in questo caso, sono soddisfatto del lavoro.

B) La scelta del colore “Blu” è voluta. In questo modo ho potuto continuare coi colori primi

C) Per l’idea del lento affiorare dei ricordi mi sono, nemmeno troppo velatamente, ispirato a Stephen King in IT. Il risultato non è lo stesso, ma ci ho provato.

D) Con questa storia ho voluto provare, nel mio piccolo, a scrivere un piccolo tributo a Poe e Lovecraft. Probabilmente si staranno rivoltando nella tomba, ma (come sopra) ci ho provato.

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I giorni che saranno

Dopo aver tratto lungamente dei “Giorni che Sono” e aver accennato qualcosa dei “Giorni che Furono”, temo sia immancabile parlare dei  “Giorni che Saranno”.

E, tra i tanti punti interrogativi e i tanti “mi piacerebbe…”, c’è una certezza. Una certezza che riguarda lo studio: compito che assorbirà gran parte del mio tempo e delle mie energie. Tra esami parziali, esami da recuperare ed esami dell’anno, avrò parecchio da fare e poco tempo da dedicare ad altro. Lo studio, infatti, in questi ultimi anni è stato scostante e poco fruttuoso e ora devo recuperare il tempo perduto senza se e senza ma. Il dispendio di tempo e di energia, però, mi porterà a concentrarmi di meno su altre cose e, soprattutto, avere meno tempo da dedicare all’adorato cazzeggio.

E la mancanza di tempo da dedicare al cazzeggio mi porta ad affrontare un argomento delicato. Nei “Giorni che Saranno” non vedo molto spazio per il Coso blogger. Cosa vuol dire questo? Ancora non lo so. Le possibilità sono molteplici e oscillano dal “mollare il blog fino a tempi più rosei” al “quando ho cinque minuti di tempo e voglia, scrivere un post”. Sicuramente, gli articoli saranno più discontinui e avranno una frequenza molto minore rispetto a quanto successo fino ad agosto/settembre di quest’anno. Quindi, per la gioia di molti, è probabile che dopo quasi un anno di pubblicazioni ininterrotte, possa arrivare il momento di staccare anche da qui.

E, probabilmente, ci saranno anche altri distacchi in futuro. Distacchi più radicali e legati a me in quanto persona. È dalla quarta superiore che paleso il desiderio di volermi trasferire all’estero per studiarci almeno un anno. Una volta che mi sarò sistemato con tutti gli esami e, dopo aver dato la laurea triennale, potrebbe essere la volta buona per realizzare questo mio desiderio. Il fattore linguistico, mi spingerebbe a trasferirmi in una nazione anglofona europea e l’obiettivo è già stato designato (no, non è l’Inghilterra). Altre alternative sono rappresentate dalla Germania o dall’Olanda. Questo, ovviamente, implicherà corsi di lingua prima della partenza ma poco male. L’unico grande ostacolo (oltre alla mia situazione universitaria) è il fatto che il Progetto Erasmus sia ormai a secco e rischi di finire i fondi entro novembre di quest’anno.

Dal punto di vista sentimentale, preferisco non esprimermi. In questo momento, dato il piattume sentimentale ed emotivo che mi porto dietro da lungo tempo, non vedo come le cose possano cambiare. Insomma, nei “Giorni che Saranno” non mi vedo fidanzato. Ma non mi vedo nemmeno singolo. È una cosa che mi interessa relativamente (nonostante sia la causa del 85% delle volte in cui Sad Coso is Sad”.

Un’altra sicurezza è che prossimamente, ci sarà un Coso più magro. Dopo aver rimandato, la dieta è rincominciata. Non che la cosa mi faccia impazzire, anzi… Epperò, sotto la ferrea guida della genitrice, un paio di compromessi e il mio straordinario impegno (straordinario peddavvero), si avanza lentamente. Prima o poi forse saprete anche com’è andata, o forse no.

Ultimo punto per questo post non può non riguardare il “Coso lavoratore”. Spero, infatti, di trovare un lavoro entro brevissimo per poter finalmente raggiungere un’indipendenza economica quanto mai agognata. Mettendo da parte i soldi, se gli Dèi saranno misericordiosi, potrei pure fare la vacanza all’estero con gli amici che da lungo tempo si progetta per poi cancellare per mancanza fondi.

Questo è quanto.

Cya.

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Piccoli passi

In questo post, tendenzialmente, narrerò gli eventi accaduti in data 27/07. La data sarebbe dovuta essere legata al primo “Meet Coso”, ma non è andata così e, col senno di poi, forse è stato un bene. Ma capirete tutto a lettura inoltrata.

Martedì 27 è iniziato in maniera diversa. Diversa perché, nonostante sia in vacanza, le due sveglie (cellulare + sveglia) sono squillate alle sette spaccate. Con solo sei ore di sonno (circa) mi sono preparato per la lunga giornata milanese, ancora inconscio di quello che sarebbe successo. Ovviamente una giornata non è definibile “diversa” solo per l’orario della sveglia…E, infatti, c’è stato qualcos’altro.

Questo qualcosa è avvenuto in un momento e in un posto ben preciso: In viaggio sul treno che portava da Seveso a Milano Cadorna tra le 8.01 e le 8.37. Con le cuffie nelle orecchie e canzoni tra di loro totalmente unreleated, ho preso posto accanto al finestrino come mio solito. Per le prime due o tre fermate, i tre sedili che mi circondavano sono rimasti liberi. Ovviamente ero conscio che la cosa non sarebbe potuta durare a lungo e, quindi, non potevo far altro che sperare che uno di quei tre posti venisse occupato da una bella figliola. Naturalmente, le mie speranze sono state disattese. Di fronte e di fianco a me, si sono sedute due amiche. Normalmente, avere il loro ciarlare come sottofondo alla musica mi avrebbe irritato e non poco, portandomi ad invocare la mia ascia sia mentalmente, sia tramite sms alla Fatina dei Boschi. Ma, questa volta, non è andata così. Il loro ciarlare di argomenti frivoli e vuoti, il loro scambio di battute non ha scalfito minimamente la pace in cui ero immerso. Voi direte “E stigrancazzi no, eh?”, ma non potete capire…Davvero.

Una volta arrivato in Cadorna, causa mancata coincidenza d’orari, ho aspettato che arrivassero la Fatina dei Boschi e il Cacciatore di Tonni. Per ingannare l’attesa, mi sono messo a leggere “Hitler e il Nazismo magico” (Sì, ancora. L’ho rincominciato perché avevo perso il filo, dato che mi ero dedicato ad altre letture). L’attesa è stata tutto sommato breve e mi ha permesso di trarre spunti per un articolo futuro (ma non troppo). Una volta raggiunto dai due prodi e baldi giovini, abbiamo deciso di andare a fare colazione.

Vedete, la colazione milanese, è una sorta di rituale con cui si ingrana la giusta marcia per la giornata. È da qui che iniziano gli scambi di battute preliminari che porteranno, verso l’ora di pranzo, a fare discussioni molto serie su ciò che dovrebbe essere e ciò che è (ne parlerò qui sotto, comunque). E, come ogni rituale, c’è una prassi da rispettare. Abitualmente la prassi consiste nel dirigersi da Marinoni, mettersi in coda alla cassa con le idee abbastanza chiare su cosa si berrà e senza la più pallida idea di che briosche prendere. Anche stavolta è andata così…Solo che, in cassa, ci hanno chiesto che tipo di briosche volevamo mangiare e, quindi, siamo stati obbligati ad improvvisare. Le ordinazioni (fisse) che vengono fatte sono: Marocchino e Briosche (cioccolato o marmellata) dal sottoscritto, Cappuccio e Briosche (crema o cioccolata) dal Cacciatore di Tonni e Cappuccio e Briosche (cioccolato) dalla Fatina. Ma dato che il 27 è stato un giorno particolare, quella brutta merdaccia della Fatina s’è limitata solo al cappuccio, dato che colazione l’aveva fatta già a casa.

Una volta finita la colazione rituale, ci siamo lanciati a passo normale (quindi un passo veloce ovunque, ma non a Milano) lungo la stradina portatrice di ispirazione. Questa volta, però, non è successo nulla di rilevante e quindi siamo giunti davanti alla Feltrinelli. Feltrinelli che, però, era ancora chiusa. Stupiti da questo evento, abbiamo deciso di farci un giro per il centro, dato che il Cacciatore è a caccia di un regalo per la fidanzata. Senza aver trovato nulla e dopo aver visto un’adorabile fanciulla dai capelli rossi (e un fisico da mozzare il fiato) che, involontariamente, ci ha distratti da discorsi non così importanti, siamo tornati alla Feltrinelli.

Una volta entrati, come al solito, ci siamo lanciati nel reparto dedicato ai dischi. L’unico ad aver fatto acquisti (per sé) è stato il Cacciatore. Una volta finiti gli acquisti in quel reparto, abbiamo chiesto dove fossero i CD di musica classica. Una volta ottenute le preziose indicazioni, abbiamo raggiunto il primo piano elevato della Feltrinelli. E l’impatto è stato indubbiamente piacevole. In filodiffusione, infatti, c’era il Don Giovanni di Mozart che, dopo aver visto lo spettacolo di apertura della stagione lirica del teatro “La Scala”, è risultato subito familiare alle mie orecchie. Sia io, sia il Cacciatore, abbiamo iniziato a cercare alcuni CD. La sua ricerca, purtroppo, è stata infruttifera. La mia, invece, ha avuto un risultato migliore…Non fosse stato per il prezzo eccessivo per il DVD dell’opera che stavano trasmettendo. Fortuna ha voluto, però, che abbia trovato un CD di Paganini a 6,90. Fiutato l’affare, ho deciso di acquistarlo e, la sera stessa, mentre scrivevo un post ho avuto il piacere di ascoltarlo. Ottimo acquisto, indubbiamente.

Una volta finito il viaggio esplorativo nel mondo della musica, siamo passati alla libreria. Inizialmente, tutti sembravamo interessati a comprar qualcosa. Parecchi viaggi avanti e indietro di fronte ai grandi autori (e il fatto che tra tutti e tre si formi una biblioteca invidiabile) siamo giunti alla conclusione che, piuttosto che spendere soldi, ci sarà uno scambio di prestiti. Scambio che, in realtà, era già partito quella mattina. Una volta notato che tutti i posti a sedere erano occupati e non sembravano destinati a liberarsi, abbiamo preso la savia decisione di sederci su una panchina in Piazza dei Mercanti, di fronte alla Camera di Commercio di Milano.

Qui è iniziata una prima discussione sull’ultima fatica letteraria della Fatina e sul fatto che fosse densa di citazioni. Il tutto, alla fine, si è risolto in un nulla di fatto. Dato il via vai di gente, non è stato difficile perdere più volte il filo del discorso a favore di un bel sed…Visino che ci passava di fronte. E qui, cari lettori, sono costretto ad aprire una breve digressione: i vestiti di taluni elementi. Va da sé che io e la moda stiamo su piani dimensionali completamente differenti ma, c’è un limite a tutto. Limite che, ovviamente, viene oltrepassato da gente che si veste al buio, facendo abbinamenti di colori che vanno dal viola/giallo  all’azzurro/arancione hanno portato me e gli altri due a desiderare più volte che ci venissero cavati gli occhi. Per favore, per favore…Non vestitevi al buio, e che cazzo.

Comunque, tornando IT, dopo aver recuperato dalle fatiche mattutine, abbiamo deciso di trasferirci al Ciao in San Babila. Durante il pranzo o, per meglio dire, a cavallo tra la fine del pranzo e l’inizio della digestione è iniziata un’interessante discussione. Discussione che riguardava il sistema economico, il sistema politico, le problematiche mondiali e la cornice storica in cui tutto si inseriva. Il tutto è nato da un discorso sull’Eurozona in cui stavo spiegando (non mi ricordo per quale motivo) che la causa della crisi attuale fosse da imputarsi ad un errore di valutazione tedesco sulla situazione greca, prima dello scoppio di questa grande crisi. Da qui si è passati alla discussione su quali fossero le industrie più redditizie (abbiamo concluso che fossero: quella delle armi in primis, quella bancaria poi) e sulle conseguenze che avesse il mercato delle armi, così come il mercato bancario, sugli individui. E, proprio su questi argomenti, è nato un vivace dibattito, tra me e il Cacciatore di Tonni, sulla necessità o meno delle armi e su chi pagasse i danni prodotti dai grandi crack bancari. La discussione è stata più o meno questa (riporterò i concetti, non affidatevi del tutto alle parole. Nel caso verrò corretto dal Cacciatore)

Io: “Il mercato delle armi è uno di quelli più redditizi e che non risente la crisi perché è insito nella natura dell’uomo, l’istinto alla guerra”
Cacciatore: “Beh, ma se tu vietassi l’esportazione di armi, ridurresti la loro circolazione e quindi si ridurrebbe anche la violenza”
Io: “Certo, ma così facendo rovineresti alcuni settori economici in modo irreversibile, dando vita anche ad un mercato nero”
C: “Beh, ma prendi l’esempio del Giappone…Loro, nella loro Costituzione, hanno un articolo che gli vieta di esportare armi e, col mercato nero, il numero delle armi vendute diminuirebbe”
Io: “Certo, ma il Giappone può contare (come voce di bilancio – N.d.C.) sulle esportazioni in campo tecnologico, mentre l’Italia invece ha un grande guadagno sull’esportazione di armi. È qualcosa di assurdamente anti-economico. Nessun imprenditore lo farebbe mai”
[…]
Io: “Comunque, insomma, dire che il settore bancario sia sinonimo di guadagno mi sembra quanto meno azzardato…I primi a perderci, in caso di queste crisi, sono proprio i proprietari”
C: “Ah, quindi il proprietario che va a farsi la bella vita in un paradiso fiscale con i soldi che ha rubato/messo da parte, ci rimetterebbe quanto il normale cittadino?”
[…]
Io: “Sì. Ovviamente, dal suo punto di vista (del proprietario/imprenditore) c’è un enorme perdita. Lui se ne fotte del morto di fame che non riesce più ad arrivare a fine mese, a lui rode il culo perché se prima aveva 100, adesso ha 50. E ci ha perso 50, mentre il suo obiettivo era guadagnare…”
[…]
Io “Le cose stanno così, o ti adatti o ti estingui”
C: “Cioè, quindi dato che il sistema ti lascia solo queste scelte, tu lo accetti e non tenti di cambiarlo? Ma che merda, io in un mondo del genere non ci voglio vivere”
Io: “Ma non è che non si faccia nulla. Il sistema ti dà l’opportunità di fare o non fare determinate cose. Sta al singolo individuo, in base ai propri valori e a ciò che pensa sia o non sia giusto, fare o non fare quella determinata cosa. Il sistema ti dà degli strumenti, sta a te doverli sfruttare”
[…]
Io: “Il tuo problema, Fra, è che tendi a pensare più a quello che “dovrebbe essere” mentre io tendo a cercare di muovermi in quello “che è”
C: “Diciamo che io la prendo dal lato più filosofico”

Ovviamente, quanto qui sopra riportato è solo un estratto e non rende la complessità e l’attenzione con cui abbiamo trattato questi temi, tant’è che una volta calata la “tensione” rivolgendomi sia al Cacciatore, sia alla Fatina ho detto “Cazzo, dovremmo scriverle ste cose, ci verrebbero fuori dei post interessanti”. Alla fine, la Fatina (che è stato un ascoltatore attento) s’è offerto di fare da stenografo. Ovviamente, durante il pasto, non si è parlato solo di questi argomenti ma anche della possibilità di portarci i panini da casa (risparmiando i soldi del pranzo) per poter passare l’intera giornata in Sempione.

Finita “la pausa pranzo”, ci siamo diretti in stazione, giusto per dire che avevo fatto il mio dovere e mi ero presentato all’appuntamento nonostante sapessi che nessuno si sarebbe presentato. Alle tre meno dieci, alla fine, abbiamo deciso di andare in Sempione e, dopo aver scelto la nostra base di stazionamento, ci siamo accomodati e abbiamo iniziato a giocare a Solo. Come d’abitudine siamo stati attorniati da coppie più o meno vestite. Ad un certo punto, due fanciulle si siedono a qualche metro da noi e lì…Lì succede l’inenarrabile. La Fatina mi invita ad andar da loro e chiedergli di giocare. Un po’ titubante aspetto qualche secondo e prendo tempo con la scusa di finire la partita. Dato che, ovviamente, il tutto si stava protraendo per le lunghe, con uno scatto di coraggio inaspettato, lancio le carte al Cacciatore e gli dico “Fai il mazzo, che io vado”. Avvicinatomi, sfrutto una pausa nel loro discorso e le invito a giocare. Ovviamente, mi dicono “No, grazie”. Quando mi volto vedo la Fatina che sorride mentre io levo i due pollici alzati e sorrido con faccia da idiota (una scena epica, insomma). Avvicinatomi, con molta nonchalance, mi tolgo di nuovo le scarpe (rischiando di cappottarmi) e gli dico “eh, vabbè, ho preso un palo nel culo” (Il no, in genere è un palo nel culo).

Dunque, quanto appena descritto in maniera abbastanza di merda, è per me un grande passo avanti. Normalmente, col cazzo che avrei fatto una cosa del genere. Con una scusa avrei rimandato o evitato il tutto (e, nell’inventare scuse, sono uber-skillato). E, invece, non so bene per quale follia, ho deciso di fare il famoso passo che mancava. Quel piccolo passo nel vuoto, che mi ha portato ad “espormi” e a “rischiare”. Questo piccolo passo, però, non dovrà essere una cosa a sé stante. No. Dovrà essere seguito da tanti altri piccoli passi su una strada lastricata che mi porterà a guadagnare sempre più maggiore sicurezza e autostima. Una strada che, in passato, è stata spesso infida e scivolosa ma che da quel momento mi spaventa un po’ meno. Una strada che, ad ogni passo, sarà sempre meno insidiosa.

In fondo, è tutta una questione “di testa”. Tutti i limiti, tutti i “E se” e i “E ma”, non sono altro che catene che, col tempo, ho imparato a crearmi per non affrontare un cammino che ho già rimandato per troppo tempo. Un cammino che adesso ho iniziato ad affrontare.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Ovviamente il pomeriggio è andato avanti ed è stato piuttosto spassoso. La Fatina dei Boschi ha dimostrato di avere il genio strategico di una lontra morta e, sulla via del ritorno, si è iniziati a discutere di una nuova forma di monopoli con annessi banchieri, bolle, speculazioni, venditori di armi e quant’altro. Il progetto è ancora in fase meno che embrionale, ma prometto molto bene.

Questo è quanto (per davvero)

Ciauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu (cit.)

Cya

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