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Questione di…

Dato che tra ieri e oggi ho avuto parecchio tempo per pensare mentre imbiancavo casa, mi sono soffermato a pensare ad alcune cose che mi riguardano. Le conclusioni, alla fine, sono sempre stata le stesse. Ma testé, riporterò qui tutto, come ulteriore monito a me, sulla mia culopesaggine (e non solo).

Il primo spunto di riflessione è stata la mia scarsa voglia di fare le cose. Tutto noioso. Tutto già visto. Tutto già fatto. Eppure, dietro a questo atteggiamento, non ci può solo essere del culopesismo (che, per l’amor degli Dèi, è un’ottima scusa) ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Di più forte. E questo qualcosa è la paura di mettersi in gioco. Una paura che non riguarda solo il fare/non fare le cose (tant’è che raramente mi sia mai buttato di mia iniziativa), ma anche la vita di tutti i giorni. Si può passare dall’esempio banale: il fatto di non azzardare un balletto difficile tanto quanto lo stare in piedi, sino al non provare a portare a termine un progetto per la paura di “non farcela”, per la paura che il risultato finale non sia degno delle aspettative costituitesi mentre ci lavoravo sopra. E da questo spunto marginale a spunti ben più “centrali” (in questo momento), il salto è stato breve.

Infatti, il mio non volersi mettere in gioco, si rispecchia anche nelle relazioni con gli altri. Relazioni, che escluse pochissime persone, solitamente non vanno al di là di un rapporto di cortesia, non approfondito. E, anche in questo caso, c’è una scusa (che di fatto, tanto scusa non è): A me non piacciono le persone. Mi irritano. Vedo qualcuno sulla metro e ascoltandolo parlare, nel 97% dei casi, mi sale un odio viscerale. Ma, chiaramente, questo è un altro problema. Dicevo che, il mio non volersi mettere in gioco anche nelle relazioni è sintomatico della mia paura nel fallire. Fallire con un amico, fallire nell’abbordaggio con dolci e bellerrime fanciulle, fallire con la mia famiglia.

E, in fondo, la paura del fallimento credo sia normale. Tutti hanno paura di fallire eppure non si fanno bloccare. Io, invece, non riesco a fare il famoso “passo in più”. Tra l’altro, il non riuscire, è sintomatico di un non volere. Non voler rischiare, perché in fondo così me la cavo, non voler provare perché tanto “so già che andrà male”, non voler fare una cosa perché “tanto non serve a niente”. E per quanto le (poche) persone di cui mi fido mi spronino a buttarmi e tentino di convincermi, il desiderio di cambiamento dovrebbe partire da me. Cosa lo farà scattare? Sinceramente, non lo so. Non ho un’idea che sia una al riguardo.

Perché, fondamentalmente, lo so: è solo questione di mettersi in gioco, questione di affrontare la paura del fallimento. Eppure, nonostante la consapevolezza sia un primo passo, oltre a questo non riesco andare.

Anche per oggi, ho chiuso.

Questo è quanto.

Cya.

 

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