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Nota Politica

E, nonostante avessi detto che di politica per un po’ non ne avrei parlato, rieccomi qui. Gli ultimi avvenimenti mi “costringono” ad occuparmi di quanto succede nel Bel Paese dopo le elezioni di febbraio.

Perché, nonostante non ci sia stato un vincitore, nonostante le scene da psicodramma a cui abbiamo assistito durante le elezioni del Presidente della Repubblica, un governo ce l’abbiamo. Il Governo Letta non è altro che la naturale continuazione del governo Monti. La strana maggioranza, infatti, si è ritrovata sotto un unico vessillo per traghettare il paese fuori dalla crisi. Dopo alcuni giorni passati in monastero (da cui però, purtroppo, poi sono usciti) i membri del governo si sono messi subito al lavoro per affrontare alcuni degli argomenti che al momento sembrano ricoprire un ruolo centrale: l’Imu. Imu che, stando al PdL, avrebbe dovuto essere ridata ai cittadini che l’avevano pagata. L’ovvia impossibilità di farlo, però, non li ha fermati. Per questo motivo, nonostante i Comuni abbiano più bisogno che mai dell’entrate derivanti dall’imposta sugli immobili, sono riusciti a far congelare il pagamento dell’imposta sulla prima casa. Oltre a questo, il Governo, sta cercando il modo di evitare l’aumento di un punto dell’IVA (dal 21% al 22%). Il problema, però, resta sempre quello della copertura. È molto probabile che si assisterà ad altri tagli oppure verranno introdotte nuove tasse per finanziare la copertura. Di tagli alle spese della politica, di riforma elettorale e di riforma costituzionale non si sente più parlare da parecchio tempo. Tutti i buoni propositi mostrati in campagna elettorale sono completamente svaniti, nonostante almeno la riforma elettorale credo sia fortemente necessaria.  L’impegno governativo è, per il momento, concentrato sul mondo del lavoro. Hanno dato vita ad una serie di meeting a livello europeo ed internazionale sul mondo del lavoro e i giovani. A tutto questo parlare, però, non sono seguiti i fatti. La situazione è in continua evoluzione e quindi non ci resta che stare a vedere. Per onore della cronaca va anche detto che grazie al lavoro del governo Monti, l’Italia non è più sotto osservazione dato che il rapporto Deficit/PIL è calato sotto il 3%.

Nel frattempo il PD, dopo l’exploit alle amministrative, ha già mosso i primi passi verso il congresso che si terrà ad ottobre. Questo congresso potrebbe segnare la svolta tanto attesa dagli elettori del Partito Democratico, nato male e cresciuto anche peggio (guardando i risultati a livello nazionale). Per il momento, l’unico candidato ufficiale è Pippo Civati. Ex consigliere di Regione Lombardia e nuovo parlamentare, Civati rappresenta una delle tante facce nuove arrivate in Parlamento. Tempo addietro diceva che nel PD c’era il terrore di utilizzare la parola “Sinistra” e che l’utilizzo e i valori legati a quella parola andassero riscoperti. Altro probabile contendente è Matteo Renzi. Il Sindaco di Firenze, uscito sconfitto dalle primarie del 2012, si è detto pronto ad assumersi la responsabilità di guidare il partito, ricoprendo la carica di segretario. Ha anche esplicitato che lui non crede che la carica di sindaco sia incompatibile con la segreteria del partito. Le strade di Civati e Renzi, tornano ad incrociarsi: i due, infatti, hanno dato vita al movimento dei rottamatori prima di prendere strade diverse. Terzo probabile candidato è Guglielmo Epifani. L’attuale segretario ad interim, infatti, sembra esser riuscito a ricompattare le fila del partito e a condurlo di nuovo in acque tranquille. Probabilmente sarebbe un outsider, ma non mi sento di escludere che alla fine il suo nome compaia davvero. Personalmente, sosterrò la candidatura di Pippo Civati, avendo avuto la fortuna di incontrarlo e parlarci più volte. Nel PD che vorrei, Civati sarebbe Segretario e Renzi candidato Presidente del Consiglio.

Il PdL, invece, è scosso dalla condanna a sette anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi, in seguito alla sentenza del processo Ruby. Nonostante questo, gli uomini di governo del partito, continuano ad assicurare che non c’è nulla da temere sulla tenuta del governo. E, questa volta, c’è da credergli. Il PdL, infatti, sta facendo la parte del leone in questo momento avendo ottenuto, almeno in parte, quanto previsto da loro in materia fiscale (leggasi sopra). Inoltre, andare alle elezioni non potendo contare sulla presenza di Berlusconi potrebbe essere un rischio per l’intero partito che, da quando il fondatore era sparito, aveva mostrato segni di sofferenza. D’altro canto, proprio la minaccia di elezioni potrebbe spingere il PD (non pronto alle elezioni) a decidere di cercar di correre in aiuto del Cavaliere. Tra l’altro, come i più attenti osservatori avranno notato, Berlusconi si divide tra uomo di “lotta”, con toni da campagna elettorale, e uomo di “governo” assicurando la stabilità dell’esecutivo targato Letta. Importante sottolineare anche come il centro-destra nelle recenti amministrative sia stato annichilito ovunque dal centro-sinistra.

E, in ultimo, mi soffermo brevemente su M5S. La mia antipatia nei confronti del Movimento è ormai cosa nota e risaputa e quanto avvenuto da quando si è formato il nuovo Parlamento non ha fatto altro che confermare le mie perplessità e i miei dubbi. Dopo le altisonanti dichiarazioni di Grillo in campagna elettorale, infatti, ci troviamo a parlare del Movimento non per quanto fatto in Aula, ma per quanto lo sta travolgendo fuori. Il caso diaria e il caso Gambaro, infatti, sono i segni di una lotta intestina che vede i fedelissimi scontrarsi con quelli che potremmo definire “eretici” o “rivoluzionari”. Una situazione già non facile è stata ulteriormente complicata dal fallimento del Movimento alle amministrative (un solo capoluogo vinto). Grillo pare aver perso la presa sul Movimento o su una parte di esso e, per quanto queste tensioni per il momento siano culminate solo con alcuni abbandoni, è indubbio che ci saranno strascichi che si trascineranno a lungo. Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente (e la cosa non mi sembra così improbabile) potremmo assistere a quanto accaduto al PD durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Ammesso e non concesso che qualche parlamentare riesca ad evitare l’espulsione. Non si può fare a meno, però, di chiedersi se la strategia del “no a tutto e a tutti” abbia portato ai risultati sperati oppure anche in Grillo si stia facendo strada l’idea di aver buttato l’occasione di avere un governo diverso che avrebbe potuto provare sul serio a cambiare le cose.

D’altronde, coi se coi ma non si fa la storia.

Questo è quanto.

Cya

Bonus (unreleated):

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Giovani e Disoccupazione

Oggi, articolo serio.

Mentre il Governo Monti si prepara a varare una nuova riforma del lavoro supportato dai tre principali partiti italiani, nel tema della maturità di quest’anno è stato trattato il tema della disoccupazione giovanile, la sua diffusione nel Mezzogiorno e si sono chieste possibili soluzioni. Proverò anch’io, in breve, a trattare questo argomento che già trattai qualche tempo fa.

Il problema della disoccupazione giovanile, in Italia, è riscontrabile molto prima della crisi e fu provocato da un sistema contrattuale inefficiente che oggi ci ha portato in questa situazione. Ad oggi esistono diverse forme contrattuali, le più diffuse sono: Apprendistato, Co.co.pro, contratto a tempo determinato e (anche se non è così diffuso) il contratto di lavoro a tempo indeterminato. I giovani, però, vengono assunti soprattutto con co.co.pro e contratto di lavoro a tempo determinato. Questi contratti hanno favorito una politica aziendale atta ad avere il maggior ricambio di personale possibile (con elevato risparmio sui costi del lavoro) nei settori dove non ci sia richiesta una specifica specializzazione. Ciò a portato ad avere giovani con un lavoro per 3/6 mesi con stipendi relativamente bassi che producono quanto produrrebbe (se non di più) una persona con contratto di lavoro a tempo indeterminato con quasi il doppio dei costi. Insomma, in questo modo si è penalizzato il lavoratore, favorendo le aziende.

In origine, questi contratti, dovevano essere fatti per “invogliare” le aziende ad assumere giovani ma avrebbero dovuto avere un utilizzo limitato e diverso da quello attuale. Questi strumenti, infatti, dovevano servire per inserire il giovane nella realtà aziendale permettendogli di avere orari “flessibili” e le aziende erano incentivate ad assumere proprio grazie ai costi minori. Ovviamente, la legge era stata tratta da una bozza di legge del Dottor Biagi (ucciso dalle BR) e quindi incompleta. È possibile notare infatti come sia nel caso del co.co.pro, sia nel caso del contratto a tempo determinato non siano stati inserite limitazioni sull’utilizzo. Limitazioni che avrebbero potuto essere le seguenti:

1) Al termine del primo contratto possibilità di rinnovare per una sola volta la formula, prima di passare ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Certo, questo probabilmente non avrebbe risolto il problema ma per lo meno, se un giovane si fosse distinto per la sua bravura/preparazione/capacità avrebbe avuto l’occasione di avere un lavoro a tempo indeterminato dopo due contratti a termine.
2) Incentivare le aziende ad assumere i giovani con sgravi fiscali, dopo averli assunti con contratti a tempo determinato. Se le aziende avessero avuto incentivi ad assumere giovani a tempo indeterminato, in questo momento la situazione sarebbe stata diversa. Lo Stato avrebbe dovuto scegliere aziende strettamente legate al territorio e permettere una compenetrazione di lavoro giovanile affianco di persone già esperte nel settore (Iniziando, ad esempio, con i contratti di apprendistato più che con i contratti a progetto).
3) Favorire, come dicevo sopra, il contratto di apprendistato. In questo modo i giovani avrebbero avuto l’opportunità di imparare il lavoro affiancati da persone di esperienza e, con un costo relativamente basso, le aziende si sarebbero trovate “in casa” giovani già pronti a sostituire il personale pronto ad andare in pensione.

Ovviamente, queste soluzioni temo non siano nemmeno mai state pensate dai governi che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni e, purtroppo, anche questo Governo sembra intenzionato a percorrere una strada diversa.  Ma quale può essere una soluzione a questi problemi? La risposta è abbastanza semplice e coincisa: andrebbero ridotte le forme contrattuali riguardanti i giovani. Si dovrebbero mantenere l’apprendistato, una forma contrattuale a tempo determinato che dopo massimo due rinnovi passerebbe a contratto di lavoro a tempo indeterminato e, per l’appunto, il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ovviamente, mi rendo conto, che il mercato del lavoro di oggi è un mercato che richiede flessibilità e che, per questo motivo, il contratto di lavoro a tempo indeterminato sia quasi (mi spiace dirlo) anacronistico. Per questo motivo si potrebbe offrire una quarta opzione, oltre a quelle sopra elencate.

Si potrebbe anche lasciare un contratto di lavoro a tempo determinato senza limitazioni o vincoli di sorta per quanto riguarda i rinnovi. Questo andrebbe incontro alle istanze di flessibilità del mercato del lavoro moderno e permetterebbe ai giovani di fare esperienze in più campi (come già accennavo in un articolo sul tema) e alle aziende di continuare con la loro politica di ricambio di personale. L’unica condizione necessaria sarebbe quella di aumentare gli stipendi in modo che, una volta terminati i contratti, i giovani disoccupati possano mantenersi finché non trovino un altro posto di lavoro.

Nel Mezzogiorno, la questione, è ancora più complicata per il semplice motivo che le fabbriche lì non investono come e quanto dovrebbero e l’economia locale è fiaccata da diversi fattori (Criminalità organizzata, aziende spesso retrograde, incapacità di adattamento al nuovo mercato del lavoro, concorrenza estera) e questo porta ad avere un tasso di disoccupazione elevatissimo a livello giovanile. Giovani che sono costretti ad emigrare al nord o all’estero per cercare di lavorare. In questo caso, per favorire il lavoro giovanile (e le attività produttive più in generale) andrebbe stanziato un fondo controllato a disposizione delle aziende più meritevoli per assumere i migliori giovani e avvicinarli al mondo del lavoro. Per permettere questo, l’industria/impresa più indicata sarebbe la piccola/media impresa che difficilmente può dislocarsi su altri territori e che quindi è una “certezza”, non avendo l’arma di ricatto della chiusura di stabilimenti con conseguente smobilitazione verso i paesi esteri. In questo modo, oltre a rilanciare il settore giovanile, si darà nuova linfa ad una parte del settore fortemente in crisi. Tra l’altro, premiando in modo consistente le piccole/medie imprese, si dà modo di competere in modo reale ed effettivo con le altre realtà e si toglie alla criminalità organizzata una possibilità di ripulire i propri soldi sporchi.

Insomma, una cosa è certa: il mercato del lavoro va rivisto completamente e l’assunzione di giovani deve essere incentivata con contratti in grado di dar loro una certa stabilità.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

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