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Riflessione dell’ultima ora 4#

E penso che per un po’ sparirò, lontano da tutto e tutti

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Primo pomeriggio di primavera

“Che fretta c’era maledetta primavera?”

Oggi, primo giorno di primavera,  ho in mente questo motivetto che ritmicamente mi rimbalza da un angolo all’altro della testa, in questo momento completamente svuotata.

Il cielo grigio e la pioggerellina che cade continuamente non rappresentano certo il tipico clima primaverile. Anzi, sembra che la stagione della risveglio se la stia prendendo con molta calma.

Ciò che non posso fare a meno di chiedermi è se questa primavera sarà stagione di risveglio e di sviluppo anche per me.

Risveglio e sviluppo necessari a modificare e, possibilmente, migliorare la mia personalità e quindi ogni possibile elemento della stessa, umore compreso.

Umore che sempre più spesso mi da problemi di instabilità. Instabilità che comporta picchi di ottimo umore seguiti da picchi di pessimo umore che si susseguono lungo l’arco dell’intera giornata, rendendo difficoltoso il mio rapporto con gli altri e anche l’equilibrio che tanto faticosamente e vanamente cerco di costruirmi.

Equilibrio che potrebbe esistere solo se non avessi rapporti con gli altri e vivessi in uno stato di completo ascetismo. Ascetismo che mi però mi è impossibile praticare, semplicemente perché vivo.

La mia vita, volente o nolente, mi costringe ad incrociare la strada di altre persone. La mia famiglia, i miei compagni di classe e i miei amici. Spesso ho desiderato prendere e scappare via, ma sono ben conscio che anche la solitudine e la fuga che la precede non sono una soluzione valida.

Fondamentalmente credo che il problema sia io. E’ come se avessi paura di aprirmi ad un mondo che spesso, forse troppo, mi ha ferito nei modi più disparati.  Penso anche di essere spaventato dalla possibilità di essere felice, nonostante la felicità sia una delle cose che brami di più non posso fare altro che ritenerla qualcosa di utopico e irraggiungibile.

Qualcuno ha detto su di me (e cito): “Sei tragico, un fottuto tragico.”. Non nego che possa essere così e a volte possa risultare anche esasperante nel mio pessimistico modo di vedere le cose.

C’era un periodo in cui spensieratamente guardavo al mondo e a tutto ciò che mi circondava con immotivata e innocente fiducia, ma quel periodo ormai è rilegato in un passato che sembra quasi non mi appartenga nemmeno.

E ora, invece? Ora vedo tutto con cinismo e con un sottile velo di malinconica e nostalgica ironia. La fiducia che prima avevo ora è del tutto svanita, con le illusioni che mi accompagnarono in “giovane età”.

E con le illusioni anche le speranze sono state spezzate e spazzate via. Ogni qualvolta mi permetto di sperare in qualcosa, puntualmente vengo deluso. Per questo motivo, sempre più spesso, indosso i panni del boia e affogo le mie speranze, siano esse fondate o meno.

Nel frattempo sento germogliare una sorta di misantropia malsana che ben si accorda con la maniacale e ossessiva necessità di solitudine di cui scrivevo sopra. Misantropia che nasce dalla mia indifferenza e insofferenza nei confronti del resto del mondo, un resto del mondo che ogni giorno di più mi fa schifo. Così come mi fanno schifo gli uomini, incapaci di preservare ciò che li circonda e sempre troppo occupati dei propri problemi per rendersi conto che anche gli altri ne hanno.

L’indifferenza nasce anche dalla mancanza di interessi che realmente mi permettano di distrarmi o che mi interessino.

Vivo una vita monotona, che non è in grado di stupirmi. In realtà, ora, mi accorgo che probabilmente non è mai stata in grado di farlo.

Definirei la mia vita solamente in questo modo: inconcludente.

Tutto ciò che ho iniziato non è stato portato a termine. E’ stato così per lo sport, per la chitarra, per i rapporti con le altre persone, per i miei progetti di scrittura. Per ogni cosa che non ero obbligato a fare.

E per ogni progetto interrotto ce ne sono stati almeno il triplo lasciati intentati.

E mentre io mi rendo conto della pressoché totale inutilità della mia vita, mentre i miei rapporti interpersonali già scarsi iniziano a deteriorarsi, mentre le mie certezze vengono distrutte, mentre il conflitto interiore che è in atto in me mi spossa e distrugge lentamente il tempo passa.

Ed infine, nel silenzio e nel grigiore, è arrivata un’altra maledetta primavera.

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18 anni quasi conclusi e variazioni sul tema

Ebbene tra due giorni compirò 19 anni. Ormai il traguardo più importante è stato tagliato e sta per essere portato a compimento. Il diciottesimo anno, un anno che ti cambia la vita, o almeno dovrebbe farlo, nel bene e nel male.

Cosa ho concluso in questo diciottesimo anno? Assolutamente nulla, non sono bravo a concludere, tant’è che qualcuno mi definisce Moveless, per questo motivo.

Le prospettive che mi ero figurato un anno fa, in questo periodo, sono state pienamente rispettate. In fondo, la mia, è una vita monotona, difficile immaginare qualcosa che stravolga in modo più o meno netto le mie previsioni.

Non tutto, però, è andato come previsto. Infatti se il “tema” è stato rispettato le variazioni si sono rivelate particolari.

La prima variazione riguarda gli amici: Ci sono ancora? sì. Li vedo con la stessa assiduità? Ni. Il gruppo ha subito un ulteriore frattura, sanabile, che per il momento però permane. Mentre in due continuano ad uscire con il “gruppone”, io ed un altro, da bravi scissionisti quali siamo, abbiamo iniziato ad uscire per conto nostro. Bene o male però ci si sente con regolarità e ci si vede quando si può, dunque, nulla di stravolgente.

La seconda variazione riguarda l’amore: Sono innamorato? Non ancora. Qualcuna mi interessa? Sì, e l’interesse è ricambiato. Ed il tutto è nato per caso, proprio quando ero profondamente demotivato dalla relazione con un’altra ragazza. Conosciuta su un sito ormai chiuso, lei, s’è dimostrata subito un’ottima amica e poi è diventata, non senza peripezie, qualcosa di più. Devo dare atto a chi mi diceva che l’amore arriva quando meno te lo aspetti e a chi me lo disse offrirò da bere, un giorno.

La Terza variazione riguarda il futuro: Ho già deciso cosa fare dopo la maturità? Sì, vorrei continuare gli studi. Cosa farò? E’ qui che c’è la variazione più interessante, se fino a poco tempo fa (gennaio) ero assolutamente convinto di fare giurisprudenza ora, invece, l’affascinante mondo della psicologia/psichiatria mi richiama come il canto delle sirene richiamava gli uomini di Ulisse. La scelta tra le due facoltà è dura, deciderò all’ultimo momento come al solito.

E mentre scrivevo nella mia testa, risuonava, lenta ed inesorabilmente fastidiosa la canzone “Happy Birthday to you”…

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Damnation And A Day

Dio mi odia. Ormai ne sono certo.

Da quando mi ha cacciato via dal paradiso con i miei fratelli non ho fatto altro che fuggire. Perseguitato dalla sua ira.

Sono stato scacciato perché ho osato sfidare il suo volere, ho provato a sostituirlo. E ora…Ora sono senza la mia vera casa, senza un luogo tranquillo dove poter finalmente riposare, perseguitato e scacciato dai miei stessi fratelli, per il Suo volere.

In fondo non è così misericordioso come vuole far credere, Dio, non è in grado di perdonare qualunque cosa e chiunque. In fondo anche Dio è umano. Quando si è sentito messo in pericolo dalla mia fulgente ascesa mi ha scacciato. Scacciato me, il suo prediletto, il Portatore di Luce. Lucifero.

Tra gli angeli ero il più bello, il più forte, il più vicino a Lui e quando ho provato a divenire, almeno, un suo pari ha scatenato quella sanguinosa guerra.

Una guerra in cui gli schieramenti si fronteggiarono orgogliosi e fieri. Gli Arcangeli, i Troni, i Serafini, i Cherubini e gli Archai si scontrarono a lungo. Io stesso guidai tutti gli assalti in prima linea.

I miei fedeli compagni si lanciarono in attacchi furiosi e nonostante fossero in numero nettamente inferiore cercavano di far collassare il fronte nemico ove pareva più debole.

Risuonavano ovunque, nel paradiso, gli echi della battaglia. Il clangore delle spade, le urla degli angeli che mortalmente feriti cadevano, le urla di incitazione da parte dei membri di una parte e dell’altra.

Mentre il suolo, l’acqua e il cielo si coloravano del purpureo sangue dei suoi figli, Egli era seduto sul suo trono impassibile, come se la cosa non gli importasse.

Dopo lunghissimo tempo, finalmente, io e miei migliori compagni riuscimmo ad aprirci un varco tra le linee nemiche ed avanzammo falciando quanti più avversari potevamo, chiunque si parasse davanti a noi inesorabilmente cadeva.

A fronteggiarci venne Michele, alle sue spalle tra gli altri vi erano anche Gabriele e Raffaele. Caricammo la formazione pronti a tutto pur di raggiungere il Celeste Trono, e quando arrivammo al contatto la mia Portatrice di Luce incrociò Israele, la spada di Michele.

In tutti gli assalti, Michele e Israele si erano frapposti tra me e Dio. Michele era l’unico in grado di tenermi testa tra gli angeli e finora ogni battaglia era finita senza un vincitore, ma entrambi sapevamo che quello era l’ultimo scontro. Quello decisivo.

Le due spade entrarono in contatto e le scintille provocate dal collidere delle due lame illuminarono il cielo. Michele roteò rapidamente Israele cercando di colpire il mio cranio, ma fui rapido e schivai il colpo. Tentai di contrattaccare mirando al cuore, ma con lo scudo, il capo delle schiere celesti dopo il mio tradimento, riuscì a deviare il colpo. Lo scudo fu scalfito in profondità e reso completamente inutilizzabile.

Se ne liberò lanciandomelo addosso. Per evitarlo mi distrassi e per poco ciò non mi fu fatale. Israele era diretta verso il mio cuore ma all’ultimo momento riuscii a scansarmi e la spada mi trafisse l’ala sinistra. Il dolore per un attimo mi accecò, poi mi resi conto che Israele era bloccata tra l’armatura che proteggeva le ali e l’ala stessa.

Michele non se ne avvide e questo errore gli fu fatale. Tentò di estrarre la spada ma non ci riuscì ed io, con un rapido scatto, gli andai in contro, trafiggendogli il petto con la mia Portatrice. Improvvisamente tutto il fragore provocato dalla battaglia cessò.

Gli occhi di tutti erano puntati su me e Michele. Dalla bocca dell’angelo uscì un fiotto di sangue rosso, denso. Poi estrassi la spada dal suo petto e lo guardai cadere, quasi in stato catatonico.

Fui ridestato dalle urla di trionfo dei miei compagni, gioiosi e rinvigoriti dalla caduta di uno dei più forti avversari. L’altro schieramento si era fermato, scioccato dall’avvenimento. Alcuni Serafini si precipitarono per prendere il corpo di Michele prima che toccasse il suolo.

Quell’attimo di distrazione fu per loro fatale, la mia spada si levò verso il cielo, brillando di un rosso cupo. Il sangue del nemico appena abbattuto colava lungo la lunga lama.

Chiamai a raccolta tutti i miei uomini con un grido ferino e iniziammo a massacrare chiunque fosse troppo lento nel capire cosa stesse succedendo. Ormai convinti dell’imminente vittoria ci dirigemmo verso il Celeste Trono dove Egli sedeva.

Quando arrivammo a poche centinaia di metri da Lui lo vedemmo ergersi orgogliosamente in piedi. Era immenso, possente. Emanava una forza illimitata, selvaggia e brandiva la sua spada.

Era una spada enorme, screziata da migliaia di colori, era l’arma che solo Lui poteva impugnare. Era la Giudizio Universale.

Nonostante questo il nostro volo non si interruppe. Avanzammo per pochi metri ancora. Poi vedemmo solo un suo piccolo gesto con la spada e il suo giudizio si abbatte su di noi.

Un forte vento ci spazzò via, dividendo lo schieramento. In molti non riuscirono più a rialzarsi dopo quel semplice gesto. Io invece ripresi il volo e mi avventai contro di Lui, accecato dall’ira e troppo orgoglioso per capire che la nostra sconfitta, la MIA sconfitta, fosse così vicina.

Il suo sguardo non era sereno come eravamo abituati a vederlo, ma anzi, su quel volto così perfetto ed eterno era adombrato, pareva quasi addolorato. Ciò che mi stupii profondamente è che sul suo viso non vi fosse traccia di odio.

Mi chiese solo una cosa, prima di colpirmi con la sua Giudizio Universale:

– Perché? -.

Tutto ciò che avvenne dopo quella domanda e il suo colpo è qualcosa di confuso e sfocato nella mia mente.

Tornai pienamente cosciente molto dopo e mi vidi circondato da tutti i miei valorosi compagni, sconfitti.

La loro lucente bellezza s’era offuscata, quasi scomparsa. I loro corpi erano coperti di ferite e cicatrici. Il loro sguardo era basso e nel loro animo regnavano sovrani la disperazione e lo sconforto che avevano preso il posto dell’illusoria gioia che la vittoria quasi sfiorata aveva fatto sorgere in loro.

Mi alzai, o almeno provai a farlo, ma le gambe non obbedirono. Mi sorressi sulla Portatrice di Luce e mi accorsi che le mie mani erano diverse, così come era diversa la mia spada.

Quella che in passato era stata  una stupenda spada dal colore cangiante, ora era nera con screzi rossi lungo tutta la lama. La mano che la stringeva non era più graziosa e diafana, ma si concludeva con una serie di lunghi artigli. Distolsi lo sguardo disgustato.

Mi voltai a guardare l’intero paesaggio intorno a me. L’unica cosa che si vedeva era un’infinita landa desolata, rossa e arida. Non vi erano forme di vita. In lontananza si scorgeva un corso d’acqua rosso, da cui effluvi tossici risalivano lentamente disperdendosi nell’aria.

Portai di nuovo lo sguardo sui miei compagni e mi accorsi con maggiore chiarezza che anche loro erano mutati come me nell’aspetto.

Proprio in quel momento uno di loro, Mephistotele, si accorse di me e richiamò l’attenzione di tutti. I loro occhi erano fissi su di me e mi guardavano pieni di un rinnovato timore e rispetto. Io dissi loro:

– Non siate tristi, avete a combattuto a lungo e al massimo delle vostre forze, nonostante fossero in una condizione di superiorità soverchiante per sconfiggerci è dovuto intervenire proprio Lui – mi interruppi dopo aver proferito tale parola e sputai per terra, poi ripresi: – Siate orgogliosi di ciò che avete fatto, tutti tremeranno al sentir pronunciare i nostri nomi. Noi siamo coloro che hanno portato la guerra in paradiso, coloro che hanno abbattuto Michele e gli angeli più forti. Siate fieri di ciò che avete fatto e affinate le vostre abilità, perché un giorno ci sarà un’altra guerra e l’esito sarà completamente diverso. –

Detto questo le migliaia di angeli caduti con me lanciarono grida di esultanza e approvazione. Poi ripresi la parola:

– Questo da oggi in poi sarà il nostro regno, la nostra patria, il nostro paradiso ed  io ribattezzo la mia spada e questo paradiso col nome di Inferno. Voi sarete la mia diabolica legione, da oggi in poi sarete demoni. Rinnegate le vostre origini angeliche e accogliete questa nuova e terribile natura. E ricordate tutti: è meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. –

Durante i primi anni tutti si impegnarono nella costruzione di un enorme maniero in cui avremmo dimorato. Il castello era dello stesso colore sanguigno del suolo, inespugnabile. Al centro di questo castello era stato posto un trono enorme, oscuro su cui mi sedetti quale nuovo sovrano.

Qualche tempo dopo venni a sapere che Dio aveva dato vita ad una nuova razza prediletta, l’essere umano, e il mio odio nei suoi confronti mi spinse a cercare di corrompere la sua ultima creazione.

Dopo molti tentativi alla fine vi riuscii e anche essi furono cacciati dal paradiso e da allora, seduto sul mio oscuro trono, nel mio desolato regno io tramo per provocare ai Suoi prediletti la stessa sofferenza che provai io. In attesa di tornare in paradiso. Nel mio paradiso perduto.

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“Definire è limitare”

L’uomo, sin dai primordi della specie, ha cercato di trovare un modo per definire ciò che lo circondava. Dopo migliaia e migliaia di anni tutto ha un nome. Un nome statico, che difficilmente cambierà.

Questa mania di definire, con nomi statici, cose dinamiche ha portato ad una situazione anomala, almeno dal mio punto di vista. Come può una rosa essere identica all’altra e quindi avere lo stesso nome? Come può, un cane, essere chiamato in tal modo se differisce completamente da un altro esemplare della medesima razza? Soprattutto, come può una persona con infinite sfaccettature essere limitata con un nome così statico come il proprio?

Le ragioni per cui l’uomo è ricorso a questa castrante catalogazione attraverso i nomi sono evidenti: la necessità di comunicare con qualcuno in modo da comprendersi l’un l’altro e, in misura ancora maggiore, la paura per ciò che non riesce a definire e dunque limitare. Ma è davvero così corretta tale catalogazione?

Per le cose potrebbe anche esserlo, non tenendo conto delle molteplici differenze tra un oggetto e l’altro della medesima specie, ma per gli animali e, soprattutto, le persone certamente non lo è.

Secondo la corrente filosofica del Panta Rei ogni cosa, anche se pare uguale, in realtà ha subito molteplici cambiamenti. A volte percettibili e altre volte impercettibili, ma comunque esistenti.

Tutti i giorni, in ogni momento, una persona è soggetta a cambiamenti in modo più o meno consapevole. Cambiamenti, questi, che si riflettono sul proprio essere e sul proprio io.  L’essere soggetti a questi cambiamenti ci rende dinamici, mentre, il nostro nome resterà sempre e comunque lo stesso.

In qualsiasi momento della mia vita, io, sarò Luca, anche quando con Luca non avrò nulla a che fare. La questione che oggi sto ponendo alla vostra attenzione, non è così lontana da quella pirandelliana nel libro “Uno, Nessuno e Centomila” e anzi la rispecchia, facendomi giungere alla medesima conclusione.

Anche io, come Vitangelo Moscarda, sono convinto che per vivere di vera vita e cogliere tutte le sfaccettatura di una persona non sia necessario un nome e che, anzi, quest’ultimo ci sia soltanto di intralcio. Il non avere un nome non soltanto ci permetterebbe di cogliere in modo maggiore le sfaccettature nostre e altrui, ma ci renderebbe maggiormente liberi.

Tutto questo potrebbe risultare folle, certamente è utopico e altrettanto sicuramente impossibile, ma provate a fermarvi un attimo e riflettete su tutte le volte che vi siete sentiti limitati dalla definizione che un’altra persona vi ha affibbiato. Il non avere un nome ci renderebbe liberi da un’identità, una definizione, che potremmo non sentire nostra, impostaci con la nascita. Liberi di essere ciò che realmente siamo in modo del tutto naturale, senza preoccuparsi di ciò che gli altri penseranno di noi in quanto Luca, Simone, Anna o Sara.

E non trovo modo migliore di concludere questo post se non così, con questa frase tratta sempre da “Uno, nessuno e centomila”:

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude.”

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La Gande Caccia

La neve continua a cadere, gli ululati dei suoi fratelli risuonano tra gli alberi della foresta come un lugubre coro. Lui è l’unico a non unirsi a loro. Ha fiutato l’odore di una preda. I muscoli sono tesi, pronti a scattare, le orecchie ben ritte per percepire ogni minimo suono.

Con un basso ringhio fa tacere tutto il branco. Sono molto affamati, tutti. Le femmine sono in attesa dei cuccioli e hanno bisogno di cibo. E’ da un paio di giorni che non mangiano. Anche un altro paio di giovani maschi ha fiutato l’odore della preda.  Se non si muovono in fretta rischiano di perderne le traccie.

Gli elementi più esperti, forti, robusti e veloci si staccano dalle femmine e dai giovani ancora inesperti e seguono l’odore della preda tra gli alberi. Si muovono tra la neve alta senza difficola alcuna, e più corrono più l’odore diventa forte.

Nel frattempo dall’altra parte della foresta, vicino ad un piccolo ruscello, un branco di alci ha sentito il lungo ululato portatore di morte spegnersi lentamente. L’intero branco guidato dagli esemplari più vecchi decide di muoversi e allontanarsi. L’unico ad essere rimasto indietro è un giovane esemplare nel pieno delle forze. Non sembra preoccupato dall’arrivo dei predatori. E’ convinto della propria forza e crede che i vecchi del branco siano solo dei codardi.

Nel frattempo tutti i membri della formazione hanno rallentato. La preda è ormai vicina. I meccanismi per la caccia ormai sono conosciuti e tutti prendono la loro posizione.

Il giovane maschio d’alce percepisce l’odore ferale dei lupi ma ormai è troppo tardi. Vede uscire dalla foresta un maschio con le zanne snudate e può udire nitidamente il basso ringhiare minaccioso. La paura lo invade.

Lui esce dal fitto del bosco con le zanne snudate emettendo un cupo ringhio che è una minaccia per la preda e un segnale per i suoi fratelli. Il resto del branco lasciato indietro si avvicina sempre più. L’alce è spaesata, spaventata, lui avanza ancora ringhiando e guardandolo con circospezione. Dal lato esce un suo fratello per chiudergli la via di fuga data dal ruscello.

In breve tempo l’alce è circondato e non ha più vie di fuga. A testa bassa decide di provare a sfondare il fronte nemico ma lascia scoperti i fianchi dove viene prontamente attaccato da un paio dei predatori.

Il gruppo ha ormai circondato la preda con due elementi per ogni lato e appena la vedono caricare verso il centro gli altri lupi scattano verso di lui e in breve tempo gli sono addosso.

Il giovane alce è stato attaccato e ferito, la gamba posteriore non lo regge più, cerca di incornare qualcuno dei suoi assalitori ma le energie iniziano ad essere sempre meno presenti.

Tutto il gruppo di predatori è ormai addosso alla preda, lui si avvicina e azzanna la giugulare dell’alce ormai senza forze. La preda muore in breve tempo.

Nel frattempo tutto il branco è giunto, ogni membro si fa da parte per far sfamare le femmine che attendono i cuccioli.

Subito dopo di loro il grande maschio si avvicina alla preda e affonda il muso nella carcassa.

Una volta sfamatosi alza il muso grondante di sangue. La pelliccia candida, così come la neve,  è ora macchiata di rosso. Gli occhi color ambra sono accessi dal desiderio provocato dall’odore metallico che il suo olfatto finissimo percepisce nettamente sopra ogni altro.

Si allontana dalla carcassa per far si che anche gli altri mangino e , soddisfatto dalla grande caccia portata a termine il grande lupo a capo di questo branco, si accovaccia affianco della sua compagna.

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