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Riflessione dell’ultima ora 4#

E penso che per un po’ sparirò, lontano da tutto e tutti

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Primo pomeriggio di primavera

“Che fretta c’era maledetta primavera?”

Oggi, primo giorno di primavera,  ho in mente questo motivetto che ritmicamente mi rimbalza da un angolo all’altro della testa, in questo momento completamente svuotata.

Il cielo grigio e la pioggerellina che cade continuamente non rappresentano certo il tipico clima primaverile. Anzi, sembra che la stagione della risveglio se la stia prendendo con molta calma.

Ciò che non posso fare a meno di chiedermi è se questa primavera sarà stagione di risveglio e di sviluppo anche per me.

Risveglio e sviluppo necessari a modificare e, possibilmente, migliorare la mia personalità e quindi ogni possibile elemento della stessa, umore compreso.

Umore che sempre più spesso mi da problemi di instabilità. Instabilità che comporta picchi di ottimo umore seguiti da picchi di pessimo umore che si susseguono lungo l’arco dell’intera giornata, rendendo difficoltoso il mio rapporto con gli altri e anche l’equilibrio che tanto faticosamente e vanamente cerco di costruirmi.

Equilibrio che potrebbe esistere solo se non avessi rapporti con gli altri e vivessi in uno stato di completo ascetismo. Ascetismo che mi però mi è impossibile praticare, semplicemente perché vivo.

La mia vita, volente o nolente, mi costringe ad incrociare la strada di altre persone. La mia famiglia, i miei compagni di classe e i miei amici. Spesso ho desiderato prendere e scappare via, ma sono ben conscio che anche la solitudine e la fuga che la precede non sono una soluzione valida.

Fondamentalmente credo che il problema sia io. E’ come se avessi paura di aprirmi ad un mondo che spesso, forse troppo, mi ha ferito nei modi più disparati.  Penso anche di essere spaventato dalla possibilità di essere felice, nonostante la felicità sia una delle cose che brami di più non posso fare altro che ritenerla qualcosa di utopico e irraggiungibile.

Qualcuno ha detto su di me (e cito): “Sei tragico, un fottuto tragico.”. Non nego che possa essere così e a volte possa risultare anche esasperante nel mio pessimistico modo di vedere le cose.

C’era un periodo in cui spensieratamente guardavo al mondo e a tutto ciò che mi circondava con immotivata e innocente fiducia, ma quel periodo ormai è rilegato in un passato che sembra quasi non mi appartenga nemmeno.

E ora, invece? Ora vedo tutto con cinismo e con un sottile velo di malinconica e nostalgica ironia. La fiducia che prima avevo ora è del tutto svanita, con le illusioni che mi accompagnarono in “giovane età”.

E con le illusioni anche le speranze sono state spezzate e spazzate via. Ogni qualvolta mi permetto di sperare in qualcosa, puntualmente vengo deluso. Per questo motivo, sempre più spesso, indosso i panni del boia e affogo le mie speranze, siano esse fondate o meno.

Nel frattempo sento germogliare una sorta di misantropia malsana che ben si accorda con la maniacale e ossessiva necessità di solitudine di cui scrivevo sopra. Misantropia che nasce dalla mia indifferenza e insofferenza nei confronti del resto del mondo, un resto del mondo che ogni giorno di più mi fa schifo. Così come mi fanno schifo gli uomini, incapaci di preservare ciò che li circonda e sempre troppo occupati dei propri problemi per rendersi conto che anche gli altri ne hanno.

L’indifferenza nasce anche dalla mancanza di interessi che realmente mi permettano di distrarmi o che mi interessino.

Vivo una vita monotona, che non è in grado di stupirmi. In realtà, ora, mi accorgo che probabilmente non è mai stata in grado di farlo.

Definirei la mia vita solamente in questo modo: inconcludente.

Tutto ciò che ho iniziato non è stato portato a termine. E’ stato così per lo sport, per la chitarra, per i rapporti con le altre persone, per i miei progetti di scrittura. Per ogni cosa che non ero obbligato a fare.

E per ogni progetto interrotto ce ne sono stati almeno il triplo lasciati intentati.

E mentre io mi rendo conto della pressoché totale inutilità della mia vita, mentre i miei rapporti interpersonali già scarsi iniziano a deteriorarsi, mentre le mie certezze vengono distrutte, mentre il conflitto interiore che è in atto in me mi spossa e distrugge lentamente il tempo passa.

Ed infine, nel silenzio e nel grigiore, è arrivata un’altra maledetta primavera.

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18 anni quasi conclusi e variazioni sul tema

Ebbene tra due giorni compirò 19 anni. Ormai il traguardo più importante è stato tagliato e sta per essere portato a compimento. Il diciottesimo anno, un anno che ti cambia la vita, o almeno dovrebbe farlo, nel bene e nel male.

Cosa ho concluso in questo diciottesimo anno? Assolutamente nulla, non sono bravo a concludere, tant’è che qualcuno mi definisce Moveless, per questo motivo.

Le prospettive che mi ero figurato un anno fa, in questo periodo, sono state pienamente rispettate. In fondo, la mia, è una vita monotona, difficile immaginare qualcosa che stravolga in modo più o meno netto le mie previsioni.

Non tutto, però, è andato come previsto. Infatti se il “tema” è stato rispettato le variazioni si sono rivelate particolari.

La prima variazione riguarda gli amici: Ci sono ancora? sì. Li vedo con la stessa assiduità? Ni. Il gruppo ha subito un ulteriore frattura, sanabile, che per il momento però permane. Mentre in due continuano ad uscire con il “gruppone”, io ed un altro, da bravi scissionisti quali siamo, abbiamo iniziato ad uscire per conto nostro. Bene o male però ci si sente con regolarità e ci si vede quando si può, dunque, nulla di stravolgente.

La seconda variazione riguarda l’amore: Sono innamorato? Non ancora. Qualcuna mi interessa? Sì, e l’interesse è ricambiato. Ed il tutto è nato per caso, proprio quando ero profondamente demotivato dalla relazione con un’altra ragazza. Conosciuta su un sito ormai chiuso, lei, s’è dimostrata subito un’ottima amica e poi è diventata, non senza peripezie, qualcosa di più. Devo dare atto a chi mi diceva che l’amore arriva quando meno te lo aspetti e a chi me lo disse offrirò da bere, un giorno.

La Terza variazione riguarda il futuro: Ho già deciso cosa fare dopo la maturità? Sì, vorrei continuare gli studi. Cosa farò? E’ qui che c’è la variazione più interessante, se fino a poco tempo fa (gennaio) ero assolutamente convinto di fare giurisprudenza ora, invece, l’affascinante mondo della psicologia/psichiatria mi richiama come il canto delle sirene richiamava gli uomini di Ulisse. La scelta tra le due facoltà è dura, deciderò all’ultimo momento come al solito.

E mentre scrivevo nella mia testa, risuonava, lenta ed inesorabilmente fastidiosa la canzone “Happy Birthday to you”…

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Damnation And A Day

Dio mi odia. Ormai ne sono certo.

Da quando mi ha cacciato via dal paradiso con i miei fratelli non ho fatto altro che fuggire. Perseguitato dalla sua ira.

Sono stato scacciato perché ho osato sfidare il suo volere, ho provato a sostituirlo. E ora…Ora sono senza la mia vera casa, senza un luogo tranquillo dove poter finalmente riposare, perseguitato e scacciato dai miei stessi fratelli, per il Suo volere.

In fondo non è così misericordioso come vuole far credere, Dio, non è in grado di perdonare qualunque cosa e chiunque. In fondo anche Dio è umano. Quando si è sentito messo in pericolo dalla mia fulgente ascesa mi ha scacciato. Scacciato me, il suo prediletto, il Portatore di Luce. Lucifero.

Tra gli angeli ero il più bello, il più forte, il più vicino a Lui e quando ho provato a divenire, almeno, un suo pari ha scatenato quella sanguinosa guerra.

Una guerra in cui gli schieramenti si fronteggiarono orgogliosi e fieri. Gli Arcangeli, i Troni, i Serafini, i Cherubini e gli Archai si scontrarono a lungo. Io stesso guidai tutti gli assalti in prima linea.

I miei fedeli compagni si lanciarono in attacchi furiosi e nonostante fossero in numero nettamente inferiore cercavano di far collassare il fronte nemico ove pareva più debole.

Risuonavano ovunque, nel paradiso, gli echi della battaglia. Il clangore delle spade, le urla degli angeli che mortalmente feriti cadevano, le urla di incitazione da parte dei membri di una parte e dell’altra.

Mentre il suolo, l’acqua e il cielo si coloravano del purpureo sangue dei suoi figli, Egli era seduto sul suo trono impassibile, come se la cosa non gli importasse.

Dopo lunghissimo tempo, finalmente, io e miei migliori compagni riuscimmo ad aprirci un varco tra le linee nemiche ed avanzammo falciando quanti più avversari potevamo, chiunque si parasse davanti a noi inesorabilmente cadeva.

A fronteggiarci venne Michele, alle sue spalle tra gli altri vi erano anche Gabriele e Raffaele. Caricammo la formazione pronti a tutto pur di raggiungere il Celeste Trono, e quando arrivammo al contatto la mia Portatrice di Luce incrociò Israele, la spada di Michele.

In tutti gli assalti, Michele e Israele si erano frapposti tra me e Dio. Michele era l’unico in grado di tenermi testa tra gli angeli e finora ogni battaglia era finita senza un vincitore, ma entrambi sapevamo che quello era l’ultimo scontro. Quello decisivo.

Le due spade entrarono in contatto e le scintille provocate dal collidere delle due lame illuminarono il cielo. Michele roteò rapidamente Israele cercando di colpire il mio cranio, ma fui rapido e schivai il colpo. Tentai di contrattaccare mirando al cuore, ma con lo scudo, il capo delle schiere celesti dopo il mio tradimento, riuscì a deviare il colpo. Lo scudo fu scalfito in profondità e reso completamente inutilizzabile.

Se ne liberò lanciandomelo addosso. Per evitarlo mi distrassi e per poco ciò non mi fu fatale. Israele era diretta verso il mio cuore ma all’ultimo momento riuscii a scansarmi e la spada mi trafisse l’ala sinistra. Il dolore per un attimo mi accecò, poi mi resi conto che Israele era bloccata tra l’armatura che proteggeva le ali e l’ala stessa.

Michele non se ne avvide e questo errore gli fu fatale. Tentò di estrarre la spada ma non ci riuscì ed io, con un rapido scatto, gli andai in contro, trafiggendogli il petto con la mia Portatrice. Improvvisamente tutto il fragore provocato dalla battaglia cessò.

Gli occhi di tutti erano puntati su me e Michele. Dalla bocca dell’angelo uscì un fiotto di sangue rosso, denso. Poi estrassi la spada dal suo petto e lo guardai cadere, quasi in stato catatonico.

Fui ridestato dalle urla di trionfo dei miei compagni, gioiosi e rinvigoriti dalla caduta di uno dei più forti avversari. L’altro schieramento si era fermato, scioccato dall’avvenimento. Alcuni Serafini si precipitarono per prendere il corpo di Michele prima che toccasse il suolo.

Quell’attimo di distrazione fu per loro fatale, la mia spada si levò verso il cielo, brillando di un rosso cupo. Il sangue del nemico appena abbattuto colava lungo la lunga lama.

Chiamai a raccolta tutti i miei uomini con un grido ferino e iniziammo a massacrare chiunque fosse troppo lento nel capire cosa stesse succedendo. Ormai convinti dell’imminente vittoria ci dirigemmo verso il Celeste Trono dove Egli sedeva.

Quando arrivammo a poche centinaia di metri da Lui lo vedemmo ergersi orgogliosamente in piedi. Era immenso, possente. Emanava una forza illimitata, selvaggia e brandiva la sua spada.

Era una spada enorme, screziata da migliaia di colori, era l’arma che solo Lui poteva impugnare. Era la Giudizio Universale.

Nonostante questo il nostro volo non si interruppe. Avanzammo per pochi metri ancora. Poi vedemmo solo un suo piccolo gesto con la spada e il suo giudizio si abbatte su di noi.

Un forte vento ci spazzò via, dividendo lo schieramento. In molti non riuscirono più a rialzarsi dopo quel semplice gesto. Io invece ripresi il volo e mi avventai contro di Lui, accecato dall’ira e troppo orgoglioso per capire che la nostra sconfitta, la MIA sconfitta, fosse così vicina.

Il suo sguardo non era sereno come eravamo abituati a vederlo, ma anzi, su quel volto così perfetto ed eterno era adombrato, pareva quasi addolorato. Ciò che mi stupii profondamente è che sul suo viso non vi fosse traccia di odio.

Mi chiese solo una cosa, prima di colpirmi con la sua Giudizio Universale:

– Perché? -.

Tutto ciò che avvenne dopo quella domanda e il suo colpo è qualcosa di confuso e sfocato nella mia mente.

Tornai pienamente cosciente molto dopo e mi vidi circondato da tutti i miei valorosi compagni, sconfitti.

La loro lucente bellezza s’era offuscata, quasi scomparsa. I loro corpi erano coperti di ferite e cicatrici. Il loro sguardo era basso e nel loro animo regnavano sovrani la disperazione e lo sconforto che avevano preso il posto dell’illusoria gioia che la vittoria quasi sfiorata aveva fatto sorgere in loro.

Mi alzai, o almeno provai a farlo, ma le gambe non obbedirono. Mi sorressi sulla Portatrice di Luce e mi accorsi che le mie mani erano diverse, così come era diversa la mia spada.

Quella che in passato era stata  una stupenda spada dal colore cangiante, ora era nera con screzi rossi lungo tutta la lama. La mano che la stringeva non era più graziosa e diafana, ma si concludeva con una serie di lunghi artigli. Distolsi lo sguardo disgustato.

Mi voltai a guardare l’intero paesaggio intorno a me. L’unica cosa che si vedeva era un’infinita landa desolata, rossa e arida. Non vi erano forme di vita. In lontananza si scorgeva un corso d’acqua rosso, da cui effluvi tossici risalivano lentamente disperdendosi nell’aria.

Portai di nuovo lo sguardo sui miei compagni e mi accorsi con maggiore chiarezza che anche loro erano mutati come me nell’aspetto.

Proprio in quel momento uno di loro, Mephistotele, si accorse di me e richiamò l’attenzione di tutti. I loro occhi erano fissi su di me e mi guardavano pieni di un rinnovato timore e rispetto. Io dissi loro:

– Non siate tristi, avete a combattuto a lungo e al massimo delle vostre forze, nonostante fossero in una condizione di superiorità soverchiante per sconfiggerci è dovuto intervenire proprio Lui – mi interruppi dopo aver proferito tale parola e sputai per terra, poi ripresi: – Siate orgogliosi di ciò che avete fatto, tutti tremeranno al sentir pronunciare i nostri nomi. Noi siamo coloro che hanno portato la guerra in paradiso, coloro che hanno abbattuto Michele e gli angeli più forti. Siate fieri di ciò che avete fatto e affinate le vostre abilità, perché un giorno ci sarà un’altra guerra e l’esito sarà completamente diverso. –

Detto questo le migliaia di angeli caduti con me lanciarono grida di esultanza e approvazione. Poi ripresi la parola:

– Questo da oggi in poi sarà il nostro regno, la nostra patria, il nostro paradiso ed  io ribattezzo la mia spada e questo paradiso col nome di Inferno. Voi sarete la mia diabolica legione, da oggi in poi sarete demoni. Rinnegate le vostre origini angeliche e accogliete questa nuova e terribile natura. E ricordate tutti: è meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. –

Durante i primi anni tutti si impegnarono nella costruzione di un enorme maniero in cui avremmo dimorato. Il castello era dello stesso colore sanguigno del suolo, inespugnabile. Al centro di questo castello era stato posto un trono enorme, oscuro su cui mi sedetti quale nuovo sovrano.

Qualche tempo dopo venni a sapere che Dio aveva dato vita ad una nuova razza prediletta, l’essere umano, e il mio odio nei suoi confronti mi spinse a cercare di corrompere la sua ultima creazione.

Dopo molti tentativi alla fine vi riuscii e anche essi furono cacciati dal paradiso e da allora, seduto sul mio oscuro trono, nel mio desolato regno io tramo per provocare ai Suoi prediletti la stessa sofferenza che provai io. In attesa di tornare in paradiso. Nel mio paradiso perduto.

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“Definire è limitare”

L’uomo, sin dai primordi della specie, ha cercato di trovare un modo per definire ciò che lo circondava. Dopo migliaia e migliaia di anni tutto ha un nome. Un nome statico, che difficilmente cambierà.

Questa mania di definire, con nomi statici, cose dinamiche ha portato ad una situazione anomala, almeno dal mio punto di vista. Come può una rosa essere identica all’altra e quindi avere lo stesso nome? Come può, un cane, essere chiamato in tal modo se differisce completamente da un altro esemplare della medesima razza? Soprattutto, come può una persona con infinite sfaccettature essere limitata con un nome così statico come il proprio?

Le ragioni per cui l’uomo è ricorso a questa castrante catalogazione attraverso i nomi sono evidenti: la necessità di comunicare con qualcuno in modo da comprendersi l’un l’altro e, in misura ancora maggiore, la paura per ciò che non riesce a definire e dunque limitare. Ma è davvero così corretta tale catalogazione?

Per le cose potrebbe anche esserlo, non tenendo conto delle molteplici differenze tra un oggetto e l’altro della medesima specie, ma per gli animali e, soprattutto, le persone certamente non lo è.

Secondo la corrente filosofica del Panta Rei ogni cosa, anche se pare uguale, in realtà ha subito molteplici cambiamenti. A volte percettibili e altre volte impercettibili, ma comunque esistenti.

Tutti i giorni, in ogni momento, una persona è soggetta a cambiamenti in modo più o meno consapevole. Cambiamenti, questi, che si riflettono sul proprio essere e sul proprio io.  L’essere soggetti a questi cambiamenti ci rende dinamici, mentre, il nostro nome resterà sempre e comunque lo stesso.

In qualsiasi momento della mia vita, io, sarò Luca, anche quando con Luca non avrò nulla a che fare. La questione che oggi sto ponendo alla vostra attenzione, non è così lontana da quella pirandelliana nel libro “Uno, Nessuno e Centomila” e anzi la rispecchia, facendomi giungere alla medesima conclusione.

Anche io, come Vitangelo Moscarda, sono convinto che per vivere di vera vita e cogliere tutte le sfaccettatura di una persona non sia necessario un nome e che, anzi, quest’ultimo ci sia soltanto di intralcio. Il non avere un nome non soltanto ci permetterebbe di cogliere in modo maggiore le sfaccettature nostre e altrui, ma ci renderebbe maggiormente liberi.

Tutto questo potrebbe risultare folle, certamente è utopico e altrettanto sicuramente impossibile, ma provate a fermarvi un attimo e riflettete su tutte le volte che vi siete sentiti limitati dalla definizione che un’altra persona vi ha affibbiato. Il non avere un nome ci renderebbe liberi da un’identità, una definizione, che potremmo non sentire nostra, impostaci con la nascita. Liberi di essere ciò che realmente siamo in modo del tutto naturale, senza preoccuparsi di ciò che gli altri penseranno di noi in quanto Luca, Simone, Anna o Sara.

E non trovo modo migliore di concludere questo post se non così, con questa frase tratta sempre da “Uno, nessuno e centomila”:

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude.”

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La Gande Caccia

La neve continua a cadere, gli ululati dei suoi fratelli risuonano tra gli alberi della foresta come un lugubre coro. Lui è l’unico a non unirsi a loro. Ha fiutato l’odore di una preda. I muscoli sono tesi, pronti a scattare, le orecchie ben ritte per percepire ogni minimo suono.

Con un basso ringhio fa tacere tutto il branco. Sono molto affamati, tutti. Le femmine sono in attesa dei cuccioli e hanno bisogno di cibo. E’ da un paio di giorni che non mangiano. Anche un altro paio di giovani maschi ha fiutato l’odore della preda.  Se non si muovono in fretta rischiano di perderne le traccie.

Gli elementi più esperti, forti, robusti e veloci si staccano dalle femmine e dai giovani ancora inesperti e seguono l’odore della preda tra gli alberi. Si muovono tra la neve alta senza difficola alcuna, e più corrono più l’odore diventa forte.

Nel frattempo dall’altra parte della foresta, vicino ad un piccolo ruscello, un branco di alci ha sentito il lungo ululato portatore di morte spegnersi lentamente. L’intero branco guidato dagli esemplari più vecchi decide di muoversi e allontanarsi. L’unico ad essere rimasto indietro è un giovane esemplare nel pieno delle forze. Non sembra preoccupato dall’arrivo dei predatori. E’ convinto della propria forza e crede che i vecchi del branco siano solo dei codardi.

Nel frattempo tutti i membri della formazione hanno rallentato. La preda è ormai vicina. I meccanismi per la caccia ormai sono conosciuti e tutti prendono la loro posizione.

Il giovane maschio d’alce percepisce l’odore ferale dei lupi ma ormai è troppo tardi. Vede uscire dalla foresta un maschio con le zanne snudate e può udire nitidamente il basso ringhiare minaccioso. La paura lo invade.

Lui esce dal fitto del bosco con le zanne snudate emettendo un cupo ringhio che è una minaccia per la preda e un segnale per i suoi fratelli. Il resto del branco lasciato indietro si avvicina sempre più. L’alce è spaesata, spaventata, lui avanza ancora ringhiando e guardandolo con circospezione. Dal lato esce un suo fratello per chiudergli la via di fuga data dal ruscello.

In breve tempo l’alce è circondato e non ha più vie di fuga. A testa bassa decide di provare a sfondare il fronte nemico ma lascia scoperti i fianchi dove viene prontamente attaccato da un paio dei predatori.

Il gruppo ha ormai circondato la preda con due elementi per ogni lato e appena la vedono caricare verso il centro gli altri lupi scattano verso di lui e in breve tempo gli sono addosso.

Il giovane alce è stato attaccato e ferito, la gamba posteriore non lo regge più, cerca di incornare qualcuno dei suoi assalitori ma le energie iniziano ad essere sempre meno presenti.

Tutto il gruppo di predatori è ormai addosso alla preda, lui si avvicina e azzanna la giugulare dell’alce ormai senza forze. La preda muore in breve tempo.

Nel frattempo tutto il branco è giunto, ogni membro si fa da parte per far sfamare le femmine che attendono i cuccioli.

Subito dopo di loro il grande maschio si avvicina alla preda e affonda il muso nella carcassa.

Una volta sfamatosi alza il muso grondante di sangue. La pelliccia candida, così come la neve,  è ora macchiata di rosso. Gli occhi color ambra sono accessi dal desiderio provocato dall’odore metallico che il suo olfatto finissimo percepisce nettamente sopra ogni altro.

Si allontana dalla carcassa per far si che anche gli altri mangino e , soddisfatto dalla grande caccia portata a termine il grande lupo a capo di questo branco, si accovaccia affianco della sua compagna.

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Diario di una vacanza

Okay, partiamo dal presupposto che l’idea sia copiata dal manga “Eureka 7”. Per i sette giorni trascorsi al mare userò delle canzoni che formeranno una sorta di “colonna  sonora” delle mie vacanze. I titoli saranno legati a ciò che mi è successo durante le vacanze. Detto ciò passiamo al

I Giorno: Domenica Titolo: L’anatema dell’eretico (Heretic Anathem/Artista: Slipknot/Album Iowa). Questa canzone è stata scelta perché, al contrario di molti, non avevo alcuna intenzione di partire per il mare (un’eresia per molti vacanzieri).Ma narriamo con ordine i fatti.  Dopo una nottata non proprio tranquilla alle 6.30 vengo svegliato e prendo un caffè caldo (ottimo modo di iniziare la giornata), poi saluto mia sorella, anche lei in partenza con destinazione diversa, scendo in box con lo zainetto carico di cose sulle spalle (Mi porto  dietro Psp, cellulare, Manga, Libri, Caricabatterie per cellulare e psp, mp3, portafogli…Insomma mezza casa). Dopo aver fatto un riassunto di quello che dovevo prendere, mi accorgo che c’è tutto, manca “solo” la voglia di partire. Dopo aver fatto le ultime coccole al cane salgo in macchina. Si parte alle 6.50 circa, tento di prendere sonno con gli auricolari dell’mp3 nelle orecchie, ma la cosa risulta ardua un po’ per la posizione scomoda e un po’ per le strade non propriamente assestate. Tra le 8.00 e le 9.00 c’è una pausa in autogrill dove prendo il secondo caffè e una briosche. Dopo l’inevitabile e necessaria sosta in bagno.  Ripreso il viaggio, faccio una rapida partita alla psp, interrotta per l’arrivo in albergo alle 10.00. La camera era già pronta e libera, ed una volta saliti in stanza, decido di rimanere lì mentre i miei prenotano al lido che avrei poi frequentato per la settimana entrante. Dopo una doccia rinfrescante riprendo la partita interrotta alla psp, nel frattempo i miei tornano e si lavano, smetto di giocare quando la campanella del pranzo risuona su per la tromba delle scale. Il pranzo, funestato dai dubbi su un possibile calo della qualità della cucina in quel albergo, scorre liscio fugando ogni possibile perplessità. Dopo pranzo, tornati in albergo, tutti e tre cadiamo in un sonno letargico, una volta svegliatici, si va dritti dritti in spiaggia dove, dopo un anno, ho un incontro (o meglio scontro) con il mare. L’acqua all’inizio gelida pian piano va scaldandosi o io vado abituandomi alla temperatura (punti di vista). Ben presto vengo raggiunto da mia madre, che non sapendo nuotare, si bagna a riva ed esce immediatamente. Poco dopo, stufo di essere sballottato di qua e di la dalle onde, la seguo e mi dedico per una buona mezz’oretta agli autodefiniti, poi ceduti a mio padre per leggere “Il giorno della Civetta”. Alle 19.00 tornando in albergo, compro il quaderno su cui ho appuntato tutto questo. Una volta rientrato in albergo mi prendo più tempo di quanto mi è concesso per lavarmi e quindi si arriva tutti e tre in ritardo per la cena. Dopo di che andiamo al solito bar affacciato sul mare per prendere un caffè. Tutto ciò fa da preludio alla classica, abituale ed ormai insulsa passeggiata per le vie del paesino che, detto in tutta onestà, ormai conosco quasi quanto la mia piccola cittadina (un tempo piccola, forse). Il tutto mi porta via un’interminabile ora e tornato in camera mi sono dedicato a scrivere quanto qui letto da voi.

II Giorno: Lunedì Funerale a Borgio (In carpazia) – Funeral In Carpathia/Artista: Cradle Of Filth/Album: Dusk And Her Embrace). Dopo aver descritto aridamente i fatti di ieri, oggi (e molto probabilmente anche i giorni seguenti) mi concentrerò su singoli fatti, sensazioni od umori (Anche se, per quanto mi riguarda, mi sembra impossibile parlare di un mio umore stabile). Dopo questa “piccola premessa” possiamo trattare l’argomento odierno. Per farlo è necessario sottolineare che lo stato di svogliatezza e noia che mi accompagnava non era ancora svanito. La notte infatti non aveva migliorato in alcun modo la situazione, infatti a causa del cambio di letto, della pennichella del pomeriggio precedente e del materasso a dir poco scomodo, dormo poco e male. Dopo aver mangiato, però, le cose sembrano migliorare, tant’è che riesco persino a fare una sorta di “preventivo” per le prossime vacanze con gli amici. Invio il tutto ai miei amici con un messaggio (Ebbene sì! anche in spiaggia uso e abuso del diabolico strumento denominato cellulare). Dopo aver discusso per un po’ con loro risulta possibile che questa vacanza si abbia da fare. Un po’ per la piacevole sorpresa di cui scritto poco sopra, un po’ per il fatto stesso di aver risentito gli amici, l’umore è molto buono e apparentemente duraturo. Ma solo apparentemente. A cena infatti, una vocetta irata nella mia testa, si trova a dover gridare, suo malgrado, all’assassinio. La vittima? Il mio buon umore. Il carnefice? Mia madre. Arma del delitto? Un’osservazione alquanto inutile e fuori luogo. Ecco a voi la spiegazione del titolo, ed ecco a me le vacanze compromesse per un paio di giorni. Beh, riposa in pace buon umore/bentornato cattivo umore. Osserviamo un minuto di silenzio per il defunto […] Passato. Ora potete indignarvi. Vi state indignando? Sì? Bene! Potete continuare. Hey, tu che non ti sei indignato, sappi che ti troverò e ti farò indignare come gli altri. Ooooooookay, le ultime righe erano una banale scusa per scrivere ancora un po’. A domani.

III Giorno: Martedì E’ da quando ci lasciammo ieri, con quel saluto apparentemente (e col senno di poi falsamente) allegro, che la mia mente si è fissata in modo malsano e quasi ossessivo ad un pensiero che mi ha portato a tenere sempre occupato (sì, anche ora che scrivo) un angolino della mia mente occupato e assorbito in una “Zona D’ombra” (Title: Shadow Zone/Artist: Static X/Album: Shadow Zone). Zona d’ombra dove non posso fare a meno di chiedermi cosa ne sarà di me tra un anno a questa stessa ora. Con chi sarò? Cosa starò facendo? E domande simili, a cui (per il momento) non mi è dato di conoscere risposta. Potrei abbozzarne qualcuna ma sarebbero soltanto supponenti e presuntuose ipotesi, che comunque non mi soddisfarebbero. Vi è uno stretto e quasi invisibile legame tra ciò che potrebbe essere e ciò che è già stato e non può essere (penso e presumo che se anche si potesse, quasi nessuno vorrebbe) cambiato. Quindi mi sono trovato immerso nei miei ricordi perché “la memoria rimane” (Title: The Memory Remains/Artist: Metallica/Album: Reload). Mi sono ritrovato a valutare e rivalutare fatti e persone presenti (in modo maggiore e minore a seconda dei casi) in modo importanti durante il mio passato (come lo sono nel mio presente e, spero anche nel mio futuro). Tutto questo potrebbe essere attribuito al fatto che abbia ripreso a sentire con regolarità Tizio, piuttosto che l’aver rivalutato (in seguito a lunghe e interessanti discussioni al chiaro di luna) Caio, piuttosto che le varie litigate (Non meno importanti) con i Sempronio di turno (No, non farò nomi, mi spiace lettore). Queste riflessioni su passato e futuro, hanno portato a galla diverse aspettative e ricordi amari, dolci, ridicoli o tristi, dando un sapore agrodolce a questa giornata. Unico e vero collante tra ciò che sarà e ciò che è stato è ciò che ora sta succedendo, il mio presente. Su cui ho ancora vero e pieno potere decisionale, qualcosa in continuo mutamento o meglio evoluzione, ovvero una serata di “fine estate” (Title: Summer’s End/Artist: Lacrimas Profundere/Album: Burning a Wish). Serata che, troppo illuminata per appartenere alla mia zona d’ombra e troppo fresca e viva per essere parte delle mie aride e “morte memorie” (Title: Dead Memories/Artist: Slipknot/Album: All Hope Is Gone), è il presente. Il presente ciò che è e non è. Questa sera, solo ieri era passato e domani già sarà futuro, e chissà, diventerà, forse addirittura un ricordo. Le mie riflessioni odierne si concludono così, lasciando un senso di incompiutezza e insoddisfazione. L’amaro in bocca insomma (sono il primo a pensarla così). Il finale però si è costruito da se, con volontà propria, incontrastabile. Alla mano è toccato solo il compito di trasformare in parole gli impulsi inviati dal cervello. Parole (e quindi impulsi) che hanno portato a questa istintiva e non voluta “non conclusione”, ovvero, forse, il finale migliore per voi che leggerete e trarrete le vostre conclusioni.

IV Giorno: Mercoledì No, non sto scrivendo di sera, come mia abitudine, complice il tempo incerto e la noia eccomi qui su un tavolino, gentile concessione ai clienti del lido “Europa” , con carta e penna a buttar giù  queste quattro (?) righe accompagnato dalla voce di Dani Filth. Dopo le riflessioni di ieri mi sono reso conto delle quasi illimitate “tentazioni” (title: Temptation/Artist: Cradle Of Filth/Album: Thornography) cui sono soggetto. Gola, Lussuria…Insomma cedere a qualsivoglia vizio. Ben inteso, credo che chiunque abbia questi sentori nel corso della vita. Ma a tutti capitano periodi in cui i freni inibitori siano meno efficaci, ecco questo è uno di quei periodi per me. Il problema , essendo io di scuola Wildiana, non è nemmeno come resisterle o perché. Il vero problema (e molto probabilmente l’ultimo in definitiva) è che sia resistere alla tentazione, sia cederle comporta lo stesso rischio, la stessa fatica e probabilmente anche lo stesso risultato. Cedere o Non cedere? Mentre cerco risposte a questo interrogativo mi rendo conto che, anche se sempre presente, la zona d’ombra venuta a crearsi non sia “costruita per durare” (Title: Not Built To Last/Artist: Dark Tranquillity/ Album: Haven), infatti i problemi posti non sono così importanti (o almeno è quello che mi piace credere) e nemmeno così immediati. Nel frattempo sotto questo “Sole indifferente” (Title: Indifferent Sun/Artist:Dark Tranquillity/Album: Haven) lascio libero di vagare lo sguardo sula spiaggia e con esso la mente, chissà dove questo vagare mi porterà, su cosa indugerà il mio sguardo e cosa, invece, perderà. Già, chi lo sa? La giornata è ancora lunga, ma non per questo interessante, avessi altro da aggiungere lo farò. […] Ed eccomi qui a voi “tutto solo” (Title: All Alone/Artist: Saturnus/Album: Veronika Decides To Die) soletto, in questa calda e afosa “Notte di fine estate”. Alcune mie tentazioni sono partite, svanite o sono state soddisfatte e al loro posto è sorto un senso di vuoto arrogante, altezzoso, che mi sfida a riemprlo, a soddisfarlo.Cosa che in fondo non sarebbe così difficile da fare, non fosse per la mia masochista pigrizia che non farà altro che collare e aumentare questo senso di vuoto, finché non sarò “perso nell’apatia” (Title: Lost To Apathy/Artist: Dark Tranquillity/Album: Character). Apatia che ormai da tempo immemore mi è compagna nei momenti del genere,il duplice ruolo che Leopardi attribuiva alla natura (prima madre benigna e poi matrigna) io l’attribuisco proprio all’apatia, stato emozionale ambiguo che lentamente va inaridendo la persona. Ti tiene lontano da dolore e sofferenza così come da gioia e curiosità. Dunque che fare? L’unica  cosa che si può fare. Vivere, unico rimedio per sconfiggere questo inaridimento è proprio vivere ogni singolo istante, ogni avventura così come ogni disavventura. Qui sorge un solo piccolissimo problema, quasi un ‘dettaglio’. Ovviamente sto parlando della mia pigrizia. Il serpente che si morde la coda. Voi vi chiederete cosa c’entra la mia pigrizia. La risposta è semplice: Fare quanto scritto sopra costa molta fatica. Eh già, proprio il serpente che si morde la coda.

V Giorno: Giovedì Oggi ho avuto, nuovamente, la conferma di essere diverso da molti miei coetanei, con cui ammetto senza alcun problema di avere difficoltà relazionali, trovandomi però, a mio agio con persone adulte o più mature (cosa, quest’ultima, indipendente dall’età della persona spesso e volentieri) e ciò in modo quasi infantile mi riempie di una sorta di infantile “Orgoglio” (Title: Pride/Artist: Soil/Album: Redefine). Orgoglio più che altro dovuto al fatto mio smisurato ego(centrismo) e ad un pizzico d’amor proprio, che non guasta mai. Diverso lo sono nel modo di pensare e in quello di pormi, in ciò che faccio e dico, nel come lo faccio e come lo dico. Sì, probabilmente peccherò di superbia, ma questo è ciò che penso, quindi è inutile usare della falsa modestia. Alla fine qualcuno ridurrebbe tutto ad un “è questione di stile”, affermazione corretta soltanto in parte. Sarà che ho sempre sentito d’esser nato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma sono convinto (e ne sono sempre stato convinto) che la mia generazione e quelle immediatamente posteriori siano molto distanti, troppo, da me (A parte le ovvie, e non così poche, eccezioni) e questi elementi mi hanno portato/mi portano a cucirmi addosso un senso di inadeguatezza e da lungo tempo trascino il “suo fantasma nella nebbia” (Title: Her Ghost In The Fog/Artist: Cradle Of Filth/Album: Midian). Fantasma, quello dell’inadeguatezza, col passare del tempo esorcizzato completamente o quasi. Infatti ci sono sempre situazioni in cui si rimaterializza (come a tutti, immagino). Per quanto poco mi interessi quello che pensa la gente del sottoscritto, non riesco a fare a meno (stupidamente) di sentirmi fuori luogo o “sbagliato”. In queste occasioni ciò che vorrei sarebbe che la mia presenza fosse notata “meno di nulla” (Title: Less Than Nothing/Artist: Demon Hunter/Album: Summer Of Darkness) ma come sempre in queste occasioni, quando si vuole ardentemente qualcosa, succede il contrario. Infatti, alla fine, forse a causa del nostro atteggiamento attiriamo su di noi tutte le attenzioni indesiderate. Ma nella vita si affronta questo e altro. Cambiando argomento, il mio buon umore sta lentamente riemergendo, ma ha un retrogusto fastidiosamente amaro. Voi vi chiederete perché sia amaro il retrogusto e se io sia pazzo. Ora risponderò alle vostre domande. Innanzitutto no, non sono pazzo, non ancora o non del tutto. Questo retrogusto lo sento un po’ per il pessimismo che mi permea in profondità. Pessimismo che mi porta alla consapevolezza che questo buon umore non possa durare. L’amaro quindi è proprio la consapevolezza acquisita. Un’obiezione che potrebbe essermi mossa è che io non sia ottimista o che non abbia abbastanza speranza. A questa obiezione mi permetto di rispondere semplicemente dicendo che “tutta la speranza se n’è andata” (Title: All Hope Is Gone/Artist: Slipknot/Album: All Hope Is Gone). Anche in questo caso la precedente affermazione va imputata alla consapevolezza. Le speranze sono vane ed insicure, destinate una volta disattese, a portare il soggetto che le nutriva in uno stato di rassegnazione, che viene sostituito in seguito da una bruciante consapevolezza, a cui poi subentra di nuovo alla rassegnazione, mista ad accettazione. Quante volte avete sperato ardentemente in qualcosa (o qualcuno) e, quando, puntualmente le vostre speranze si sono rivelate vane, dopo l’iniziale sbigottimento e la rintronante rassegnazione vi siete trovati a dire: “Lo sapevo” oppure “Massì, me lo aspettavo” o ancora “Ma chi se ne frega?”, più per convincere voi stessi che per convincere gli altri e poi in fine si giunge alla rassegnata accettazione dell’ineluttabile delusione. Consapevolezza, rassegnazione e accettazione. Tre compagne inscindibili, dove vi è una prima o poi arrivano le altre due. Anche in questo caso, paradossalmente, non ci resta che essere consapevoli di ciò, rassegnarci e accettare questa verità.

VI Giorno: Venerdì Ammetto, questa sera, di non avere nulla da scrivere, o meglio, non ho nulla da raccontare, nessun pensiero o nessuna variazione del mio umore degno di nota, o almeno è così in “superficie” (Title: Surfacing/Artist: Slipknot/Album:Slipknot). In questa giornata ignava ho avuto modo di riflettere sull’evoluzione (se così possiamo definirla) di questa sorta di diario. Dopo i primi due giorni in cui i contenuti erano un po’ insulsi e scarsini, gli altri sono stati decisamente migliori, per contenuti ed esposizione oltre che per le tematiche affrontate (o almeno spero). Tematiche che ho dovuto soffocare e che avrei piacere di affrontare  con maggiore calma e attenzione in futuro, argomentando il tutto in modo più approfondito ed esponendo tutto in modo più chiaro. Comunque, le mie odierne riflessioni mi hanno portato a delineare meglio il mio futuro immediato. Quest’anno con la maturità dovrò impegnarmi e studiare con continuità, cosa che data la facilità con cui mi annoio mi pare già una cosa impossibile. Altra riflessione tocca il mio senso d’esteta o meglio la consapevolezza (Sì, è onnipresente) che ho d’essere attratto dal esteticamente bello. Ricordando com’ero da piccino mi rendo conto che qualcosa di potenzialmente bello, quale il mio corpo, si sia rovinato (non irrimediabilmente) da anni di poco moto e di eccessi a tavola (Mai boccone fu tanto amaro), per questo ho deciso di riportare in condizioni, se non perfette, almeno decenti il mio fisico, eliminando i chili di troppo. *sospiro* sarà molto dura, ma è una scommessa con me stesso ormai. Altra riflessione seppur breve è stata dedicata alla mia apatica situazione sentimentale, che dopo lunghe e travagliate situazioni infelici si è semplicemente congelata.  Insomma sono andato incontro ad una momentanea “morte dell’amore” (Title: Death Of Love/Artist: Cradle Of Filth/Album: Godspeed On The Devil’S Thunder). Tutto ciò è anche riconducibile anche alle mie elevate pretese, sia a livello fisico che intellettuale, e alla mia pessima forma fisica di cui scrivevo sopra. Mentre i miei amici, già fidanzati o in cerca si dividono in due diversi “fronti” (1: Arriverà anche per te – 2: Non cerchi, non ti curi e hai pretese troppo alte) io al momento non sono interessato. “Non io”. (Title: Not I/Artist: Demon Hunter/Album: The Triptych) Questa faccenda e la frenesia derivante non mi toccano e nemmeno la possibilità di rimanere solo. E qui entra in scena un’altra riflessione, banale forse, ma terribilmente vera. Nei momenti più importanti della nostra vita siamo soli. la solitudine, incredibile paradosso, è la più grande compagna (oltre che paura) dell’uomo. Un po’ come la morte, tanto per capirci. Il legame tra vita, solitudine e more è facilmente riassumibile in: “Si nasce soli, tra lacrime e sangue se si muore soli tra lacrime, sangue e merda”. In queste parole vi è un’innegabile verità, per quanta gente ci sia intorno a noi, veniamo al, e, lasci il mondo da solo. Cosa che spaventa un animale sociale quale l’uomo. Notiate come questa giornata ignava sia stata per me fucina e fonte di e per le mie riflessioni. Notare anche che ancora una volta il finale di quanto scritto qui è praticamente inesistente, un po’ per mia inettitudine nel tirare le fila del “racconto”, un po’ per lasciarvi liberi, sempre si vi aggraderà di riflettere su queste parole, dove è possibile farlo. Ultima annotazione: i pensieri qui scritti, in linea di massima non hanno molti legami tra di loro se non la giornata in cui sono nate, sia la stessa. Affascinante è come la mente umana passi rapidamente e naturalmente, senza alcuna fatica, da una riflessione all’altra. Domani ultimo giorno in cui scriverò su questo quaderno. ‘Notte a tutti.

VII e Ultimo Giorno: Sabato. Ed è sulle note iniziali di “A Gothic Romance (Red Roses For The Devil’s Whore)” (Artist: Cradle Of Filth/Album: Dusk And Her Embrace) che inizio a scrivere, per l’ultima sera della mia settimana di vacanza. Settimana che è stato un alternarsi di alti (molto rari) e bassi (molto, troppo comuni). Una settimana tutto sommato noiosa. E sotto queste “stelle ululanti” (Title: Beneath The Howling Stars/Artist: Cradle Of Filth/Album: Beauty And The Beast) posso dire di esser “felice” del tanto attesto rientro e del ritorno alla solita routine, l’uscire con gli amici, perder tempo col cane, litigare con mia sorella erano tutte cose di cui sentivo la mancanza. Ebbene sì, sono uno schiavo, schiavo della mia realtà quanto voi lo siete della vostra. E’ inutile tentare ogni sorta di “mia negazione” (Title: My Negation/Artist: Dark Tranquillity/Album: Character) a riguardo. La stessa routine che mi porta alla noia provoca in me una grave forma di assuefazione, di dipendenza. Me ne  rendo conto sempre di più quando vengo estratto dalla mia realtà e vengo catapultato in un’altra. Tutto ciò, come scrivevo precedentemente, mi fa sentire inadatto e fuori luogo. tutto ciò si è riflesso nel modo di pormi nei confronti degli altri e sul mio atteggiamento che, anche se non volutamente, hanno negativamente influito sulle vacanze dei miei. Nel frattempo alcuni progetti, in corso o in progettazione, sono andati incontro ad un inevitabile deterioramento, “deteriorato” (Title: Deteriorate/Artist: Demon Hunter/Album: The Triptych) è anche il legame con alcune persone. Tutto ciò è dovuto nel primo caso alla pigrizia e alla mancanza di continuità che mi appartengono. Nel secondo caso invece il tutto è causato dalla discontinuità che emerge con facilità nei miei rapporti umani. Discontinuità che da sempre mi affligge. Per rendere chiara l’idea citerò una mia amica che mi disse:  “Sbalzi assurdi. Da un’esagerazione all’altra”. Sembra quasi che non abbia mezze misure e quando decido di usarle risulto freddo e distante. Sì, so d’esser fatto male, ma non ho voglia di cambiare. Che ci posso fare? Ben poco. Ultimo cambio d’argomento, qui “abbracciato dall’oscurità” (Title: Embraced By Darkness/Artist: Saturnus/Album: Veronika Decides To Die). Cambio d’argomento che tocca l’esistenza stessa di questa sorta di “Diario”, nato per scherzo, quasi per gioco e diventato invece un’ottima valvola di sfogo per i miei pensieri e i miei malumori, spero che quanto abbiate letto, almeno un pochino vi abbia fatto pensare o riflettere o che vi sia interessato. Grazie per aver letto.

Ed ecco la track list Completa!

  1. Slipknot – Heretic Anathem
  2. Cradle Of Filth – Funeral In Carpathia
  3. Static X – Shadow Zone
  4. Metallica – The Memory Remains
  5. Lacrimas Profundere – Summer’s End
  6. Slipknot – Dead Memories
  7. Cradle Of Filth – Temptation
  8. Dark Tranquillity – Not Built To Last
  9. Dark Tranquillity – Indifferent Sun
  10. Saturnus – All Alone
  11. Dark Tranquillity – Lost To Apathy
  12. Soil – Pride
  13. Cradle OF Filth – Her Ghost In The Fog
  14. Demon Hnter – Less Than Nothing
  15. Slipknot – All Hope Is Gone
  16. Slipknot – Surfacing
  17. Cradle Of Filth – The Death Of Love
  18. Demon Hunter – Not I
  19. Cradle Of Filth – A Gothic Romance (Red Roses For The Devil’s Whore)
  20. Cradle Of Filth – Beneath The Howling Stars
  21. Dark Tranquillity – My Negation
  22. Demon Hunter – Deteriorate
  23. Saturnus – Embraced By Darkness

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