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Riflessioni a Caso#37

Chiunque abbia detto “Il lavoro nobilita l’uomo” non ha mai dovuto portare il mobile del soggiorno di sua madre in cantina, facendo due piani di scale.

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Nota Politica

E, nonostante avessi detto che di politica per un po’ non ne avrei parlato, rieccomi qui. Gli ultimi avvenimenti mi “costringono” ad occuparmi di quanto succede nel Bel Paese dopo le elezioni di febbraio.

Perché, nonostante non ci sia stato un vincitore, nonostante le scene da psicodramma a cui abbiamo assistito durante le elezioni del Presidente della Repubblica, un governo ce l’abbiamo. Il Governo Letta non è altro che la naturale continuazione del governo Monti. La strana maggioranza, infatti, si è ritrovata sotto un unico vessillo per traghettare il paese fuori dalla crisi. Dopo alcuni giorni passati in monastero (da cui però, purtroppo, poi sono usciti) i membri del governo si sono messi subito al lavoro per affrontare alcuni degli argomenti che al momento sembrano ricoprire un ruolo centrale: l’Imu. Imu che, stando al PdL, avrebbe dovuto essere ridata ai cittadini che l’avevano pagata. L’ovvia impossibilità di farlo, però, non li ha fermati. Per questo motivo, nonostante i Comuni abbiano più bisogno che mai dell’entrate derivanti dall’imposta sugli immobili, sono riusciti a far congelare il pagamento dell’imposta sulla prima casa. Oltre a questo, il Governo, sta cercando il modo di evitare l’aumento di un punto dell’IVA (dal 21% al 22%). Il problema, però, resta sempre quello della copertura. È molto probabile che si assisterà ad altri tagli oppure verranno introdotte nuove tasse per finanziare la copertura. Di tagli alle spese della politica, di riforma elettorale e di riforma costituzionale non si sente più parlare da parecchio tempo. Tutti i buoni propositi mostrati in campagna elettorale sono completamente svaniti, nonostante almeno la riforma elettorale credo sia fortemente necessaria.  L’impegno governativo è, per il momento, concentrato sul mondo del lavoro. Hanno dato vita ad una serie di meeting a livello europeo ed internazionale sul mondo del lavoro e i giovani. A tutto questo parlare, però, non sono seguiti i fatti. La situazione è in continua evoluzione e quindi non ci resta che stare a vedere. Per onore della cronaca va anche detto che grazie al lavoro del governo Monti, l’Italia non è più sotto osservazione dato che il rapporto Deficit/PIL è calato sotto il 3%.

Nel frattempo il PD, dopo l’exploit alle amministrative, ha già mosso i primi passi verso il congresso che si terrà ad ottobre. Questo congresso potrebbe segnare la svolta tanto attesa dagli elettori del Partito Democratico, nato male e cresciuto anche peggio (guardando i risultati a livello nazionale). Per il momento, l’unico candidato ufficiale è Pippo Civati. Ex consigliere di Regione Lombardia e nuovo parlamentare, Civati rappresenta una delle tante facce nuove arrivate in Parlamento. Tempo addietro diceva che nel PD c’era il terrore di utilizzare la parola “Sinistra” e che l’utilizzo e i valori legati a quella parola andassero riscoperti. Altro probabile contendente è Matteo Renzi. Il Sindaco di Firenze, uscito sconfitto dalle primarie del 2012, si è detto pronto ad assumersi la responsabilità di guidare il partito, ricoprendo la carica di segretario. Ha anche esplicitato che lui non crede che la carica di sindaco sia incompatibile con la segreteria del partito. Le strade di Civati e Renzi, tornano ad incrociarsi: i due, infatti, hanno dato vita al movimento dei rottamatori prima di prendere strade diverse. Terzo probabile candidato è Guglielmo Epifani. L’attuale segretario ad interim, infatti, sembra esser riuscito a ricompattare le fila del partito e a condurlo di nuovo in acque tranquille. Probabilmente sarebbe un outsider, ma non mi sento di escludere che alla fine il suo nome compaia davvero. Personalmente, sosterrò la candidatura di Pippo Civati, avendo avuto la fortuna di incontrarlo e parlarci più volte. Nel PD che vorrei, Civati sarebbe Segretario e Renzi candidato Presidente del Consiglio.

Il PdL, invece, è scosso dalla condanna a sette anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi, in seguito alla sentenza del processo Ruby. Nonostante questo, gli uomini di governo del partito, continuano ad assicurare che non c’è nulla da temere sulla tenuta del governo. E, questa volta, c’è da credergli. Il PdL, infatti, sta facendo la parte del leone in questo momento avendo ottenuto, almeno in parte, quanto previsto da loro in materia fiscale (leggasi sopra). Inoltre, andare alle elezioni non potendo contare sulla presenza di Berlusconi potrebbe essere un rischio per l’intero partito che, da quando il fondatore era sparito, aveva mostrato segni di sofferenza. D’altro canto, proprio la minaccia di elezioni potrebbe spingere il PD (non pronto alle elezioni) a decidere di cercar di correre in aiuto del Cavaliere. Tra l’altro, come i più attenti osservatori avranno notato, Berlusconi si divide tra uomo di “lotta”, con toni da campagna elettorale, e uomo di “governo” assicurando la stabilità dell’esecutivo targato Letta. Importante sottolineare anche come il centro-destra nelle recenti amministrative sia stato annichilito ovunque dal centro-sinistra.

E, in ultimo, mi soffermo brevemente su M5S. La mia antipatia nei confronti del Movimento è ormai cosa nota e risaputa e quanto avvenuto da quando si è formato il nuovo Parlamento non ha fatto altro che confermare le mie perplessità e i miei dubbi. Dopo le altisonanti dichiarazioni di Grillo in campagna elettorale, infatti, ci troviamo a parlare del Movimento non per quanto fatto in Aula, ma per quanto lo sta travolgendo fuori. Il caso diaria e il caso Gambaro, infatti, sono i segni di una lotta intestina che vede i fedelissimi scontrarsi con quelli che potremmo definire “eretici” o “rivoluzionari”. Una situazione già non facile è stata ulteriormente complicata dal fallimento del Movimento alle amministrative (un solo capoluogo vinto). Grillo pare aver perso la presa sul Movimento o su una parte di esso e, per quanto queste tensioni per il momento siano culminate solo con alcuni abbandoni, è indubbio che ci saranno strascichi che si trascineranno a lungo. Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente (e la cosa non mi sembra così improbabile) potremmo assistere a quanto accaduto al PD durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Ammesso e non concesso che qualche parlamentare riesca ad evitare l’espulsione. Non si può fare a meno, però, di chiedersi se la strategia del “no a tutto e a tutti” abbia portato ai risultati sperati oppure anche in Grillo si stia facendo strada l’idea di aver buttato l’occasione di avere un governo diverso che avrebbe potuto provare sul serio a cambiare le cose.

D’altronde, coi se coi ma non si fa la storia.

Questo è quanto.

Cya

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Sull’immigrazione

Il tema, come tutti potete immaginare, è ampio e molto delicato. Cercherò, nonostante questo, di essere breve e conciso. La questione legata all’immigrazione è tornata alle luci della ribalta in seguito agli incresciosi fatti avvenuti a Milano, nel quartiere Niguarda. La cronaca penso che la conosciate tutti e quindi non mi ci soffermerò, ma voglio porre alla vostra attenzione il fatto che l’atto di un folle sia stato strumentalizzato da un partito politico.

Il partito politico in questione ha, da sempre, portato avanti una crociata contro gli immigrati visti come ladri, assassini, stupratori oppure persone che rubano il lavoro agli italiani facendosi pagare di meno. Con i toni dei propri esponenti e con i loro modi, hanno fomentato spesso un odio inspiegabile verso quella che per una nazione come l’Italia dovrebbe, invece, essere una risorsa.

Tra tutte le accuse vengono mosse agli immigrati, ce n’è una che mi sta a cuore smontare: l’ultima. È vero, vengono pagati meno degli italiani. Molto spesso lavorano in nero e non pagano nemmeno le tasse. Ma è colpa loro? La risposta è, ovviamente, no. La colpa, più che degli immigrati, è da imputare a quegli imprenditori che per il loro tornaconto personale, decidono di sfruttare una situazione di disagio e difficoltà in cui si trovano queste persone. Se poi analizzassimo un attimino i lavori in cui gli immigrati sono impiegati, ci renderemmo conto che si tratta di lavori manuali (e faticosi) che molti giovani italiani, ormai, non vogliono più fare.

Insomma, imputare la mancanza di posti di lavoro alla presenza di stranieri in Italia, penso sia abbastanza ridicolo. Dirò di più: stando ai dati ufficiali di Confesercenti, mentre le aziende aperte da italiani sono in calo e quelle esistenti stanno chiudendo, le imprese di extracomunitari sono in crescita (nel secondo trimestre del 2012 si era ad un +6,6% rispetto all’anno precedente). Insomma, oltre a non portare via lavoro, ne creano dell’altro dando un impulso vitale ad un’economia che stenta a riprendersi.

Perché, vedete, l’immigrazione può essere vista in due modi: o come una minaccia o come una risorsa. Secondo me, dovrebbe prevalere la seconda visione. Come detto sopra, l’immigrazione, in Italia potrebbe dare quelle risorse che stanno venendo a mancare. Ovviamente, non si tratta di “aprire le porte a tutti, indiscriminatamente” quanto il non porre barriere (soprattutto ideologiche) che impediscono di fatto sia uno sviluppo economico, sia un’integrazione.

L’integrazione, infatti, è l’altro tema importante che riguarda l’immigrazione. Come ottenere una miglior integrazione per coloro che giungono nel nostro paese? Come fare in modo che non si ghettizzino e non vengano ghettizzati? Come renderli dei cittadini italiani a tutti gli effetti? Queste sono le domande che ci si dovrebbe porre e che, in Italia, ci si è posti poco e male. Le risposte a questi quesiti non sono mai arrivate e tutte le iniziative sono cadute nel dimenticatoio subito dopo aver visto la luce.

Per migliorare il sistema di integrazione, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’insegnamento sia della lingua, sia dell’educazione civica degli extracomunitari. In questo modo, si avrebbe una formazione che permetterebbe di bypassare il più grosso ostacolo, quello comunicativo, e ci sarebbe un primo inserimento (attraverso la conoscenza delle regole) nella realtà italiana.

Per favorire l’integrazione, poi, sarebbe meglio evitare che si creino quartieri in cui intere vie siano abitate solo da famiglie di extracomunitari: in questo modo si eviterebbe di assistere a quel fenomeno di auto-ghettizzazione a cui si sottopongono e che, inevitabilmente, va a fomentare la paura e la malafede degli italiani.

Altra idea che sarebbe applicabile in modo rapido e veloce sarebbe quello di concedere, ai figli di immigrati nati in Italia, la cittadinanza. Questo, oltre che dal punto di vista puramente demografico, darebbe un impulso a questo processo che sembra non essere mai iniziato.

Rifiutare un dato di fatto come il multiculturalismo presente in Italia e ignorare, con ostinazione e stupidità, la risorsa sfruttata in modo errato che rappresenta l’immigrazione, significherebbe commettere un errore di valutazione imperdonabile. Quelli che sono stranieri oggi, proseguendo con questa mentalità, non potranno mai diventare gli italiani di domani. E, in questo modo, a perdere saremmo tutti, italiani ed immigrati.

Questo è quanto.

Cya.

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Appunti di Produzione #1

Dovrei scrivere una presentazione che introduca tutto come al solito, ma non ne ho voglia. Vi basti sapere che questa potrebbe essere il primo numero di una nuova rubrica che accompagnerà la realizzazione (presunta) di un progetto che mi trascino dietro da quest’estate. Di che progetto si tratta? Ora lo spiegherò (in breve).

Il progetto (nome in codice: “Tantolomollitraduegiorni”) non è altro che un racconto “a puntate”.  L’idea non è nuova e non nasce in questi ultimi tempi. Prima di questo progetto, infatti, ce ne sono stati almeno altri due prontamente abbandonati in un lasso di tempo compreso tra i due giorni e le due settimane.

Cosa mi fa pensare che questa volta sia diverso? Assolutamente nulla. A differenza degli altri progetti, però, questa volta ho una base piuttosto solida da cui partire e a cui legare tutti gli avvenimenti: sto parlando proprio del finale della storia (che, tra l’altra, qualcuno potrebbe anche aver già letto). Ora si tratta “semplicemente” (semplicemente un par di palle) di andare a ritroso e scrivere di tutti gli eventi pregressi (e quelli omessi nella narrazione originale).

Al momento le uniche certezze che ho, sono:

1) L’arco temporale in cui si svolge la storia
2) Alcuni dei personaggi
3) Come avverrà la narrazione
4) Il finale (da rivedere e sistemare).

Oltre a queste certezze, ci sono tantissimi dubbi: alcuni già risolti e altri da risolvere. Un dubbio su tutti era quello di dare il là agli eventi della storia senza forzare troppo gli eventi reali. Le soluzioni che mi si prospettavano mi sembravano tutte abbastanza difficoltose. Una era riscrivere tutta la storia mondiale dagli anni 50 fino alla meta degli anni 20 (del 2000), l’altra era creare una forzatura.

Per quanto riguarda la prima soluzione, avevo già riscritto la timeline fino al 1997. Il vero problema, però, era che avrei dovuto allargare troppo il parco personaggi, rischiando di perdere di vista le finalità del racconto. Per quanto riguarda la seconda, invece, la troppa libertà avrebbe comportato l’abbandono quasi immediato del lavoro. Il problema è stato per districato dal pronto intervento della Fatina che mi ha proposto un’opzione di incontro tra le mie.

Risolto questo dubbio, rimane l’organizzazione del lavoro a grandi linee. E, strano ma vero, anche questa è una nota dolente. Lo è perché nel caso perdessi troppo tempo in questa fase, perderei qualunque voglia di scrivere. Nel caso non lo facessi, invece, mi impantanerei. Anche in questo caso, quindi, dovrò riuscire a trovare una soluzione di compromesso.

Soluzione che oltre a prevedere una generica linea del tempo, vedrà anche un breve riassunto della storia in generale e l’attribuzione dei passaggi ai protagonisti (se pensate che questa sia troppa organizzazione, avreste dovuto vedere come avevo organizzato un’altra storia, finita nel cestino qualche giorno fa).

Insomma, come detto sopra, non sono sicuro di combinare nulla di concreto ma almeno ci sto lavorando sopra. Qualora ci saranno novità, ci sarà un “Appunti di produzione due”.

Questo è quanto.

Cya.

N.B.: Vi siete beccati questo post perché non avevo voglia di sbattermi, ma dovevo mantenere l’impegno preso con me stesso di aggiornare il blog almeno una volta a settimana.

Bonus:

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I giorni che saranno

Dopo aver tratto lungamente dei “Giorni che Sono” e aver accennato qualcosa dei “Giorni che Furono”, temo sia immancabile parlare dei  “Giorni che Saranno”.

E, tra i tanti punti interrogativi e i tanti “mi piacerebbe…”, c’è una certezza. Una certezza che riguarda lo studio: compito che assorbirà gran parte del mio tempo e delle mie energie. Tra esami parziali, esami da recuperare ed esami dell’anno, avrò parecchio da fare e poco tempo da dedicare ad altro. Lo studio, infatti, in questi ultimi anni è stato scostante e poco fruttuoso e ora devo recuperare il tempo perduto senza se e senza ma. Il dispendio di tempo e di energia, però, mi porterà a concentrarmi di meno su altre cose e, soprattutto, avere meno tempo da dedicare all’adorato cazzeggio.

E la mancanza di tempo da dedicare al cazzeggio mi porta ad affrontare un argomento delicato. Nei “Giorni che Saranno” non vedo molto spazio per il Coso blogger. Cosa vuol dire questo? Ancora non lo so. Le possibilità sono molteplici e oscillano dal “mollare il blog fino a tempi più rosei” al “quando ho cinque minuti di tempo e voglia, scrivere un post”. Sicuramente, gli articoli saranno più discontinui e avranno una frequenza molto minore rispetto a quanto successo fino ad agosto/settembre di quest’anno. Quindi, per la gioia di molti, è probabile che dopo quasi un anno di pubblicazioni ininterrotte, possa arrivare il momento di staccare anche da qui.

E, probabilmente, ci saranno anche altri distacchi in futuro. Distacchi più radicali e legati a me in quanto persona. È dalla quarta superiore che paleso il desiderio di volermi trasferire all’estero per studiarci almeno un anno. Una volta che mi sarò sistemato con tutti gli esami e, dopo aver dato la laurea triennale, potrebbe essere la volta buona per realizzare questo mio desiderio. Il fattore linguistico, mi spingerebbe a trasferirmi in una nazione anglofona europea e l’obiettivo è già stato designato (no, non è l’Inghilterra). Altre alternative sono rappresentate dalla Germania o dall’Olanda. Questo, ovviamente, implicherà corsi di lingua prima della partenza ma poco male. L’unico grande ostacolo (oltre alla mia situazione universitaria) è il fatto che il Progetto Erasmus sia ormai a secco e rischi di finire i fondi entro novembre di quest’anno.

Dal punto di vista sentimentale, preferisco non esprimermi. In questo momento, dato il piattume sentimentale ed emotivo che mi porto dietro da lungo tempo, non vedo come le cose possano cambiare. Insomma, nei “Giorni che Saranno” non mi vedo fidanzato. Ma non mi vedo nemmeno singolo. È una cosa che mi interessa relativamente (nonostante sia la causa del 85% delle volte in cui Sad Coso is Sad”.

Un’altra sicurezza è che prossimamente, ci sarà un Coso più magro. Dopo aver rimandato, la dieta è rincominciata. Non che la cosa mi faccia impazzire, anzi… Epperò, sotto la ferrea guida della genitrice, un paio di compromessi e il mio straordinario impegno (straordinario peddavvero), si avanza lentamente. Prima o poi forse saprete anche com’è andata, o forse no.

Ultimo punto per questo post non può non riguardare il “Coso lavoratore”. Spero, infatti, di trovare un lavoro entro brevissimo per poter finalmente raggiungere un’indipendenza economica quanto mai agognata. Mettendo da parte i soldi, se gli Dèi saranno misericordiosi, potrei pure fare la vacanza all’estero con gli amici che da lungo tempo si progetta per poi cancellare per mancanza fondi.

Questo è quanto.

Cya.

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Menzogne e i benefici derivanti

La menzogna è diventata un’arte. Sia nella cultura occidentale, sia in quella orientale, ricopre ormai un ruolo di spicco e ne è parte integrante. Tutti dicono bugie per i più svariati motivi e, normalmente, questo viene visto come qualcosa di moralmente sbagliato ed eticamente scorretto. Ma a me, oggi, non interessa tanto questo aspetto, quanto l’utilità intrinseca nella menzogna in quanto mezzo.

E la menzogna come mezzo per raggiungere i propri obiettivi sta alla base della politica moderna. In questo caso prende il nome di “Promessa elettorale”. La promessa elettorale è il mezzo attraverso il quale il politico raccoglie consensi durante la campagna elettorale. In questo modo, infatti, è in grado di instaurare un “patto” con i cittadini, impegnandosi una volta eletto a fare determinate cose anziché altre. La finalità ultima è, ovviamente, quella di salire al potere. Le promesse elettorali sono spesso disattese o non soddisfatte completamente, ma comunque sono necessarie. Sono necessarie perché è intorno a quello che gira l’intera politica: bugie e perseguimento di alcuni obiettivi. Esempi celebri di queste bugie sono la creazione di un milione di posti di lavoro, l’abbattimento delle tasse, una riforma del sistema elettorale.

Voi vi starete chiedendo dove sia il beneficio derivante da questo tipo di bugia e, se ci pensaste bene, ci arrivereste da soli: l’obiettivo del politico è quello di salire al potere. L’unico mezzo con cui potrebbe raggiungere il suo obiettivo e avendo un ampio sostegno popolare è promettendo qualcosa che poi, probabilmente, non farà. Nel caso della bugia politica, infatti, a trarne beneficio non è la comunità ma è il singolo individuo. La massima che si tenderebbe ad usare in questi casi (in modo scorretto, tra l’altro) sarebbe: “il fine giustifica i mezzi”. In realtà, per raggiungere il fine c’è un solo mezzo e vi ho appena spiegato di quale si tratti.

Ma, ovviamente, le bugie non sono usate solo in campi così importanti ma anche nella vita di tutti i giorni. Perché mentire è tendenzialmente più comodo e semplice. Mettiamo caso che voi siate in giro per Milano (un esempio proprio casuale, eh) e qualcuno vi fermi (avete la possibilità di scegliere tra gli attivisti di Green Peace e i volontari che raccolgono fondi per i bambini orfani, i tossicodipendenti o i malati di HIV…Ma siccome le attiviste di Green Peace in media sono assai carine e cortesi, propendo per la seconda categoria). Dicevo, poniamo che il volontario di turno vi fermi e voi non abbiate assolutamente voglia di starlo a sentire perché alla fine si andrà a parare sempre al solito punto: un’offerta in denaro. Cosa fareste? Ovviamente mentireste dicendo: “Non ho soldi” oppure “Guarda, sono di fretta rischio di perdere il treno” (per quando state andando a casa) oppure “Guarda sono di fretta, mi iniziano le lezioni” (quando state facendovi un giro per i cazzi vostri con lo zaino sulle spalle).

I benefici, in questo caso, sono evidenti: non perdete tempo per nulla e, soprattutto, eviterete fastidiosi battibecchi con questi dolci e teneri individui che, dopo un rifiuto, tendono ad insultarvi nel caso in cui siate maschi e coi capelli lunghi, provocando una reazione vagamente irritata (sempre per esempio, sia chiaro).

Ma, molte volte, si mente anche per non far preoccupare chi ci sta intorno. Si mente per proteggere gli altri da nostre preoccupazioni e pensieri che ci assillano. È più facile dire di sta bene, quando in realtà c’è qualcosa che non va (che sia a livello personale o di rapporto, poco importa). Si ha la tendenza (a fin di bene, direbbe qualcuno) di mentire a chi ci sta intorno per non gravarli di responsabilità aggiuntive oppure perché si ha paura di rovinare quel rapporto a cui ancora si tiene. I vantaggi in queste menzogne, però, non sono di coloro che mentono ma di quelli che sono i destinatari della bugia. Probabilmente questo è uno dei tipi di bugia più altruistici che ci siano.

Ovviamente, per quanto si sia bravi a mentire, le bugie prima o poi vengono a galla e, quindi, tutti gli effetti benefici sul breve periodo vengono annullati dagli effetti negativi della scoperta della verità. Per questo motivo, che si parli di politica o che si parli delle cose di tutti i giorni, è necessario trovare il giusto equilibrio e il giusto compromesso tra verità e menzogne. Ma non chiedetemi quale sia, perché non ne ho la più pallida idea.

Questo è quanto.

Cya.

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Giovani e Disoccupazione

Oggi, articolo serio.

Mentre il Governo Monti si prepara a varare una nuova riforma del lavoro supportato dai tre principali partiti italiani, nel tema della maturità di quest’anno è stato trattato il tema della disoccupazione giovanile, la sua diffusione nel Mezzogiorno e si sono chieste possibili soluzioni. Proverò anch’io, in breve, a trattare questo argomento che già trattai qualche tempo fa.

Il problema della disoccupazione giovanile, in Italia, è riscontrabile molto prima della crisi e fu provocato da un sistema contrattuale inefficiente che oggi ci ha portato in questa situazione. Ad oggi esistono diverse forme contrattuali, le più diffuse sono: Apprendistato, Co.co.pro, contratto a tempo determinato e (anche se non è così diffuso) il contratto di lavoro a tempo indeterminato. I giovani, però, vengono assunti soprattutto con co.co.pro e contratto di lavoro a tempo determinato. Questi contratti hanno favorito una politica aziendale atta ad avere il maggior ricambio di personale possibile (con elevato risparmio sui costi del lavoro) nei settori dove non ci sia richiesta una specifica specializzazione. Ciò a portato ad avere giovani con un lavoro per 3/6 mesi con stipendi relativamente bassi che producono quanto produrrebbe (se non di più) una persona con contratto di lavoro a tempo indeterminato con quasi il doppio dei costi. Insomma, in questo modo si è penalizzato il lavoratore, favorendo le aziende.

In origine, questi contratti, dovevano essere fatti per “invogliare” le aziende ad assumere giovani ma avrebbero dovuto avere un utilizzo limitato e diverso da quello attuale. Questi strumenti, infatti, dovevano servire per inserire il giovane nella realtà aziendale permettendogli di avere orari “flessibili” e le aziende erano incentivate ad assumere proprio grazie ai costi minori. Ovviamente, la legge era stata tratta da una bozza di legge del Dottor Biagi (ucciso dalle BR) e quindi incompleta. È possibile notare infatti come sia nel caso del co.co.pro, sia nel caso del contratto a tempo determinato non siano stati inserite limitazioni sull’utilizzo. Limitazioni che avrebbero potuto essere le seguenti:

1) Al termine del primo contratto possibilità di rinnovare per una sola volta la formula, prima di passare ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Certo, questo probabilmente non avrebbe risolto il problema ma per lo meno, se un giovane si fosse distinto per la sua bravura/preparazione/capacità avrebbe avuto l’occasione di avere un lavoro a tempo indeterminato dopo due contratti a termine.
2) Incentivare le aziende ad assumere i giovani con sgravi fiscali, dopo averli assunti con contratti a tempo determinato. Se le aziende avessero avuto incentivi ad assumere giovani a tempo indeterminato, in questo momento la situazione sarebbe stata diversa. Lo Stato avrebbe dovuto scegliere aziende strettamente legate al territorio e permettere una compenetrazione di lavoro giovanile affianco di persone già esperte nel settore (Iniziando, ad esempio, con i contratti di apprendistato più che con i contratti a progetto).
3) Favorire, come dicevo sopra, il contratto di apprendistato. In questo modo i giovani avrebbero avuto l’opportunità di imparare il lavoro affiancati da persone di esperienza e, con un costo relativamente basso, le aziende si sarebbero trovate “in casa” giovani già pronti a sostituire il personale pronto ad andare in pensione.

Ovviamente, queste soluzioni temo non siano nemmeno mai state pensate dai governi che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni e, purtroppo, anche questo Governo sembra intenzionato a percorrere una strada diversa.  Ma quale può essere una soluzione a questi problemi? La risposta è abbastanza semplice e coincisa: andrebbero ridotte le forme contrattuali riguardanti i giovani. Si dovrebbero mantenere l’apprendistato, una forma contrattuale a tempo determinato che dopo massimo due rinnovi passerebbe a contratto di lavoro a tempo indeterminato e, per l’appunto, il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ovviamente, mi rendo conto, che il mercato del lavoro di oggi è un mercato che richiede flessibilità e che, per questo motivo, il contratto di lavoro a tempo indeterminato sia quasi (mi spiace dirlo) anacronistico. Per questo motivo si potrebbe offrire una quarta opzione, oltre a quelle sopra elencate.

Si potrebbe anche lasciare un contratto di lavoro a tempo determinato senza limitazioni o vincoli di sorta per quanto riguarda i rinnovi. Questo andrebbe incontro alle istanze di flessibilità del mercato del lavoro moderno e permetterebbe ai giovani di fare esperienze in più campi (come già accennavo in un articolo sul tema) e alle aziende di continuare con la loro politica di ricambio di personale. L’unica condizione necessaria sarebbe quella di aumentare gli stipendi in modo che, una volta terminati i contratti, i giovani disoccupati possano mantenersi finché non trovino un altro posto di lavoro.

Nel Mezzogiorno, la questione, è ancora più complicata per il semplice motivo che le fabbriche lì non investono come e quanto dovrebbero e l’economia locale è fiaccata da diversi fattori (Criminalità organizzata, aziende spesso retrograde, incapacità di adattamento al nuovo mercato del lavoro, concorrenza estera) e questo porta ad avere un tasso di disoccupazione elevatissimo a livello giovanile. Giovani che sono costretti ad emigrare al nord o all’estero per cercare di lavorare. In questo caso, per favorire il lavoro giovanile (e le attività produttive più in generale) andrebbe stanziato un fondo controllato a disposizione delle aziende più meritevoli per assumere i migliori giovani e avvicinarli al mondo del lavoro. Per permettere questo, l’industria/impresa più indicata sarebbe la piccola/media impresa che difficilmente può dislocarsi su altri territori e che quindi è una “certezza”, non avendo l’arma di ricatto della chiusura di stabilimenti con conseguente smobilitazione verso i paesi esteri. In questo modo, oltre a rilanciare il settore giovanile, si darà nuova linfa ad una parte del settore fortemente in crisi. Tra l’altro, premiando in modo consistente le piccole/medie imprese, si dà modo di competere in modo reale ed effettivo con le altre realtà e si toglie alla criminalità organizzata una possibilità di ripulire i propri soldi sporchi.

Insomma, una cosa è certa: il mercato del lavoro va rivisto completamente e l’assunzione di giovani deve essere incentivata con contratti in grado di dar loro una certa stabilità.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya.

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La monotonia del posto fisso

Ed è con ragionevole ritardo che ritorno qui a scrivere di cose “serie”, prendendo spunto da una polemica nata recentemente a causa delle ultime affermazioni del Presidente del Consiglio Monti sul posto di lavoro a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, mi trovo d’accordo con lui. I motivi? Sono abbastanza semplici e li illustrerò concisamente. Partiamo da alcuni dati di fatto: un tasso di disoccupazione giovanile preoccupantemente alto (tra i più alti in Europa), un’instabilità lavorativa che non dà alcuna garanzia, stipendi decisamente bassi. Come si è arrivati a questi dati di fatto? Per rispondere a questa domanda è necessario fare un breve excursus storico.

Nel 2003, il governo Berlusconi, tramite ddl approvò una riforma del lavoro che all’epoca parve un cambiamento epocale. Tale riforma si basava sul testo della bozza di legge del Professor Biagi (ucciso un anno prima dell’approvazione da un attentato delle BR). Tale legge inseriva una nuova tipologia di contratto che, in teoria, avrebbe dovuto aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo di lavoro: i cosiddetti contratti a progetto. Questi contratti  ben presto soppiantarono i vari contratti di formazione. Le cose, inizialmente, parvero funzionare ma, come è uso e costume in Italia, le aziende fiutata la possibilità di avere un certo margine di guadagno iniziarono ad abusare di tale forma contrattuale. Gli stipendi erano piuttosto bassi, i rinnovi (quando c’erano) venivano effettuati con la stessa forma contrattuale, il posto di lavoro a tempo indeterminato diventava sempre di più un miraggio. Questo “sfruttamento intensivo” dei così detti “co.co.pro” unito alla crisi che, in modo più o meno continuativo, affligge tutto il mondo dal 2007 ha portato, in Italia, alla situazione di cui sopra.

Alla luce di quanto scritto appena prima, è evidente sottolineare che la creazione di queste nuove tipologie di contratto non sia stata accompagnata da un’effettiva riforma dell’intero mercato del lavoro. Riforma che, invece, il Governo Monti vorrebbe effettuare prendendo spunto dal sistema danese. Sistema danese in cui i lavoratori hanno sì, contratti a tempo di lavoro determinato, ma percepiscono una retribuzione maggiore che permetterà a loro di poter “sopravvivere” decorosamente mentre cercano un altro posto di lavoro. Ovviamente, nel sistema danese, trovare un altro lavoro non è un problema. Il lavoratore, oltre a stipendi più alti, gode di una maggiore protezione da parte del sistema che gli permette di allocare la propria abilità rapidamente. Insomma, lì, La flessibilità viene fortemente incentivata e non è vista come un ostacolo, ma come una risorsa fondamentale.

In Italia il processo sarà lento e difficoltoso. Gli italiani non sono persone che accettano di buon grado cambiamenti radicali come quello rappresentato dalla “scomparsa” del posto fisso in favore di un mercato del lavoro flessibile e dinamico che fa storcere il naso ai più. L’obiezione che viene mossa sempre è “Vallo a dire alla banca che il posto di lavoro fisso è monotono/il lavoro dinamico è una risorsa”. Le loro ragioni sono innegabilmente valide, quando fanno questa osservazione eppure…Eppure anche con la situazione odierna il posto di lavoro fisso è ormai scomparso.

Personalmente, preferirei avere dei contratti a termine che permettano di trovare un lavoro senza ritrovarsi con l’acqua alla gola, preferirei avere un mercato del lavoro che mi permetta, in tempi ragionevoli, di rientrare in esso. Preferisco fare lavori diversi, ma lavorare, rispetto al non lavorare affatto. Insomma, se per poter lavorare i primi anni, dovrò rinunciare al posto di lavoro fisso, ben venga questa rinuncia.

Tra l’altro, il cambiare lavoro con una certa frequenza, ha degli innegabili vantaggi:

– Permette di avere svariate esperienze lavorative, in svariati campi.
– Si possono ricoprire più ruoli indifferentemente
– Si è in grado di capire dove le proprie capacità vengono meglio sfruttate e, questo, permette di restringere (col passare del tempo) le cerchie delle possibili scelte ai lavori che più si confanno alle nostre capacità.

Per concludere quindi, mi sento di ribadire: meglio avere un lavoro con scadenze determinate e la sicurezza di rientrare nel mercato del lavoro in tempi ragionevoli che rimanere col sistema attuale in cui, comunque, il posto fisso non esiste e (soprattutto) non vi è la certezza che un posto di lavoro venga trovato se non dopo troppo, troppo tempo.

Con questo, chiudo.

Cya.

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In Un Freddo Pomeriggio Di Gennaio

Strappato via dal mio stato d’apatia vacanziera mi son trovato, soprattutto questo pomeriggio, a riflettere, o meglio a ricordare.

Vagando tra gli svariati ricordi ho avuto modo di soffermarmi su poche particolari figure e pochi avvenimenti.

Passando in rassegna gli ultimi tre o quattro anni, ci sono quattro figure femminili di spicco nella mia vita, ragazze che in un modo o nell’altro si erano rivelate un enorme punto di domanda e per molti aspetti lo sono tuttora. Persone, loro, che nel bene e nel male mi sono state vicine. Così come, io, gli sono stato vicino per quanto mi fosse possibile.

Mi sono ritrovato spesso e volentieri a fare un paragone tra loro e nonostante alcune minime somiglianze a livello fisico-caratteriale, si rivelano tutte molto diverse.  Tutte e quattro, è innegabile, mi affascinavano e ancora oggi mi affascinano, diciamo quindi che in ognuna di loro vedevo qualcosa del mio irraggiungibile (e quasi utopistico) “modello di donna tipo”. La componente estetica, la complicatezza che le contraddistingueva, il sottile senso dell’ironia, l’intelligenza e l’arguzia erano più o meno presenti in tutte e quattro, in modo più o meno spiccato a seconda della persona. E tre di queste persone hanno in comune il fatto di appartenere al mio passato e non al presente.

Sempre riguardo a una di queste ragazze mi lascia confuso l’ancora presente vago e nostalgico  sentore che la sua personalità esercita su di me.

Un’altra  ragazza invece si è rilevata importante per la mia attività di “scrittore” (virgolettato perché non mi considero uno scrittore), infatti era sotto sue pressioni che continuai il racconto iniziato in quel periodo, e in seguito abbandonato, con continuità.

Attività che comunque non si è mai interrotta del tutto e che mi ha portato con risultati alterni a scrivere prima sul blog di windows live messenger e poi qui su WordPress.  Wordpress che è servito per vari esperimenti (alcuni riusciti e altri meno) che sfruttavano le mie (discutibili) capacità di blogger.

Tralasciando l’aspetto sentimentale e compositivo passerei agli avvenimenti e lo faccio sfruttando questa mia riflessione:  “Chi dice che anche se potesse tornare indietro non cambierebbe nulla è un ottimo bugiardo. In primis inganna se stesso e poi gli altri.”.

Io fino a poco tempo fa ero una di quelle persone, convinte di non voler cambiare nulla, eppure con occhio maggiormente critico e con un po’ più di maturità (cinismo?) ammetto di aver buttato nel cesso un sacco di occasioni e di aver tirato lo sciacquone senza nemmeno pensarci su troppo. Opportunità di lavoro buttate via, opportunità nella vita non sfruttate o ancora il non aver sfruttato a pieno le mie capacità.

Errori questi che, difficilmente, si possono rimediare. Opportunità quelle perse che avrebbero potuto rendermi una persona diversa (non è detto migliore) con conoscenze e personalità differenti. D’altronde ad ogni scelta equivale una rinuncia e in quei momenti, probabilmente, la scelta fatta mi pareva la migliore o la più conveniente. Cosa che col senno di poi o con gli attuali punti di vista si è rivelata erronea. Ma ormai è passato.

Il presente, come già detto all’inizio, è un apatico susseguirsi dei giorni finali delle vacanze natalizie interrotto dai compiti delle vacanze. Compiti delle vacanze che mi hanno fatto realizzare che anche questa (dis)avventura, che è la scuola,  sia ormai giunta alla conclusione.

Questa cosa mi ha portato, finalmente, a decidere del mio futuro. E la strada che ho deciso di intraprendere, per quanto lunga e tortuosa sarà, è Giurisprudenza. Ovviamente se verranno raggiunti i risultati sperati. Altrimenti, nel caso di mancanza di risultati e/o voglia di andare all’università, il mondo del lavoro avrà un disoccupato in più.

Se in futuro mi aspetta un bivio da cui dipenderà il resto della mia vita, il presente è apaticamente statico, non mi resta che fare come il Leopardi, perché “il naufragar m’è dolce in questo mare” di ricordi.

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