Archivi tag: Libertà

Conformismo, anticonformismo e libertà

Come da titolo, oggi si parla di “conformismo, anticonformismo e libertà”. Il tutto ha avuto origine su un forum che frequento, in cui, un utente poneva la seguente domanda: “L’anticonformismo è una forma di conformismo?”. Le risposte sono state le più svariate e sarebbero troppe, per essere riportate qui.

Ed io, parte mia, ho intenzione di rispondere al quesito, ma per farlo è necessario porre l’accento, in principio, su determinati aspetti che riguardano proprio conformismo e anticonformismo  (e di riflesso, si irradiano sulla libertà stessa). Per iniziare, è necessario porsi una domanda: rispetto a cosa si è conformisti? In genere, si può essere conformi ad un ordine sociale e culturale (con le sue proprie regole e tutto ciò che ne consegue). Il conformismo, dunque, non è altro che la piena adesioni ai principi, ai valori, agli ideali e alle regole fondanti della società e della cultura dominante. Inizialmente, essendo la presa di questi due elementi particolarmente forte, c’è una maggiore (se non assoluta) adesione all’ordine creatosi.

Col passare del tempo, però, la cultura dominante inizia a perdere presa sugli appartenenti al gruppo. Ed è in quel momento che, in alcuni, sorge un concetto nuovo di ordine (socio-culturale, culturale o sociale). Questo nuovo ordine, che non si conforma alla visione dominante, si rivela essere “alternativo” o “anticonformista”. Il nuovo ideale quindi può intraprendere, principalmente, due differenti percorsi: può rimanere a disposizione di pochi e quindi perdere la sua carica fortemente rivoluzionaria, finendo con l’estinguersi oppure può affermarsi sempre di più nella società, portando alla creazione di un “nuovo conformismo” che fa diretta concorrenza a quello dominante.

Se si dovesse verificare il secondo caso si assisterebbe prima ad uno “scontro generazionale” e poi ad un lento ma inesorabile “cambio generazionale”. L’organismo sociale si troverà ad avere al proprio interno due ordini “dominanti” in contrasto tra loro. Questo, inevitabilmente, porterà ad un’evoluzione dell’organismo sociale stesso che, per evitare di estinguersi, ingloberà le istanze principali del movimento anticonformista trasformando così l’ordine dominante. Rinnovandolo. Rinnovo che, inizialmente, affiancherà ai capisaldi vecchi quelli nuovi e maggiormente riconoscibili ad una società nel bel mezzo del cambiamento, una società che, però, non ha ancora recepito appieno le nuove istanze.

Quando la società sarà ormai evoluta e le nuove istanze saranno in fase di stabilizzazione, i primi (vecchi capisaldi) saranno soppiantati dai secondi.  Tutto ciò, non farà altro che alimentare un ciclo continuo in cui, dopo essersi affermato come “nuovo modello conformistico”, il vecchio modello anticonformista avrà perso tutta la sua carica rivoluzionaria; andando in contro ad un’inevitabile stabilizzazione. Stabilizzazione che condurrà alla creazione, in tempi più o meno brevi, di un nuovo modello anticonformista che seguirà il percorso del proprio “predecessore”.

Ovviamente, non sempre questo è stato possibile. Quando gli ideali nuovi sono in netto contrasto con quelli più antichi è inevitabile che l’ordine vincente (indistintamente dal fatto che sia vecchio o sia nuovo) spazzerà via l’ordine sconfitto. Questi casi, però, sono andati scemando sempre più nel tempo a favore di una “risoluzione pacifica”. Gli ultimi esempi, a livello temporale, di questo genere di casistica sono stati quelli legati all’instaurazione dei diversi “ismi” (soprattutto fascismo e nazismo) con la loro conseguente caduta e l’instaurazione di un ordine democratico.

In definitiva, la risposta alla domanda che ha originato questo post è questa: L’anticonformismo, al giorno d’oggi, è nella stragrande maggioranza dei casi una moda. Di persone con idee “rivoluzionarie” o “diverse” (e sensate) ce ne sono sempre meno, mentre le persone che si dichiarano anticonformiste perché “fa figo” sono sempre di più.

Il pensare “fuori dagli schemi”, non ha fatto altro che creare altri schemi a cui, col tempo, piano piano ci si è uniformati. Da un “vecchio” conformismo, si è passati ad uno “nuovo” (l’anticonformismo diffusosi). C’è stato, quindi, un passaggio di testimone da un modello di ragionamento/pensiero/azione ad un altro.

L’anticonformismo, alla fine, non è altro che un’istanza del cambiamento generazionale (basti pensare alla cultura Hippie e alla rivoluzione culturale che avrà il proprio culmine nel 1968) che porterà ad una nuova visione e dunque ad un nuovo sistema di valori. Una volta finita ed assorbita la propria carica “rivoluzionaria/anticonformista”, il nuovo modello dà il là a qualcosa che si unisce e/o modifica a quanto era esistente in precedenza.

Per fare un esempio pratico i V-Day di Grillo erano anticonformisti, ma poi con la creazione del M5S si è passati ad una conformazione col sistema già esistente e ad una modificazione dello stesso. È normale, quindi, che si crei un “alternativa” e che questa venga inglobata (parzialmente o totalmente) nella società. Meno normale è il fatto che la continua ricerca di alternative si sia svuotata di qualsivoglia significato.

Il motivo per cui dico che questa ricerca si sia svuotata di significato è da ricercarsi nel fatto che la “carica positiva” del cambiamento è andata sempre più scemando, col passare del tempo. Negli ultimi venti o trent’anni abbiamo assistito ad un declino e ad un tramonto dei grandi ideali (e dei grandi idealismi) e con essi è tramontata anche la “carica anticonformista” dell’alternativa. Questo declino, soprattutto in Italia (ma anche nel resto del mondo) è andato di pari passo con la diffusione di un benessere economico, ma non solo, che ci ha “stordito”, svuotando di qualunque significato i modelli non conformisti che si sono susseguiti nel tempo. Modelli che si sono trasformati in mode passeggere e nulla di più, destinate a scomparire nell’oblio appena vengono soppiantate.

E, tutto questo, come influisce sulla libertà? La risposta alla domanda è piuttosto semplice. L’uomo di per sé non è libero (per propria scelta). La libertà lo spaventa, lo spaesa. Ed è per affrontare la paura e lo spaesamento che egli crea artifici (istituzioni, miti, confini, e quant’altro) che gli permettano di sopravvivere in un mondo a lui ostile senza essere vittima dello spaesamento e del caos assolutamente naturale. Ed è per sfuggire a questo caos che gli artifici diventano fondanti di ordine. Ordine che, di volta in volta,  l’anticonformista crede di rifuggire per poter (ri)guadagnare una libertà che, di fatto, non ha mai avuto. E, a tutti gli effetti, guadagna quella libertà.

Libertà necessaria ad affrontare e sostenere l’incontro col caos senza perire. Incontro che non fa altro che ricordare all’uomo quanto per lui sia necessario l’ordine (suo massimo artificio). L’ordine necessario però, non può più essere quello vecchio, ma è bensì un nuovo ordine in grado di offrire nuovi approdi sicuri a cui legarsi per affrontare la sensazione di spaesamento e di ostilità che lo circondano, appena fuori dai confini che si è creato. Ordine nuovo che, inevitabilmente, renderà l’uomo di nuovo prigioniero di sé stesso in un ciclo che ricalcherà sempre quello di conformismo rispetto all’ordine dominante e anticonformismo che porterà alla creazione di un nuovo ordine dominante.

Questo è quanto.

Cya.

2 commenti

Archiviato in Politica & Società, Riflessioni

It’s Friday, I’m in love

Nonostante il titolo, mi spiace informare le gentil donzelle che ancora nessuna folle mi abbia accalappiato, quindi sono ancora sul mercato (Fuggite, sciocche!). La scelta del titolo, oltre ad essere una citazione coltissima (?), è dovuta al fatto che non sapessi come avrei potuto intitolare questo post e quindi…Quindi da bravo cazzone, ho scelto un titolo quasi a caso.

Il venerdì è un giorno strano. È il crocevia, il punto di svolta, della settimana. Si passa dal periodo scolastico-lavorativo al periodo dedicato al divertimento e al relax. Ma per me non è così. Per me il venerdì vuol dire fondamentalmente tre cose:

1) Non aver lezione il giorno dopo
2) Fare le pulizie
3) Noia. Tantissima noia.

Lo so, molti dei lettori dell’ultima ora potrebbero (e anzi, sono abbastanza convinto che lo faranno) storcere il naso di fronte al rapporto “venerdì = noia”. I lettori che mi conoscono meglio invece (i così detti “lettori abituali”) sanno assai bene quanto io sia facilmente soggetto a scazzo e sbalzi d’umore. Il problema del venerdì, in fondo, è quello di essere sia l’ultimo giorno della settimana lavorativa, sia l’inizio del week-end. Non ha un’identità ben definita. Non è carne, non è pesce. E questo, alla lunga, pesa.

Pesa perché, non sapendo bene cosa fare, arriva la noia. Una noia persistente accentuata anche dal tempo che c’è oggi. Sia chiaro, non sarei uscito comunque perché non ho una vita sociale che mi permetta di uscire il venerdì sera (e se l’avessi, culopeso come sono, a meno che non ci sia qualcosa di interessante, non uscirei comunque). Noia che poi mi porta a pensare al più e al meno. E con “al più e al meno” mi riferisco, soprattutto, ai tempi che furono.

I tempi che furono vedevano il venerdì come un punto di arrivo, una liberazione psicologica dagli “ingombranti” doveri di studente, almeno per un po’. Vivevo la settimana con l’ansia di arrivare a venerdì giusto per poter dire “Ah, che bello…Finalmente sono libero”. Libertà che poi veniva sprecata gozzovigliando con gli “amici dei tempi che furono”, con cui ho ormai perso quasi del tutto i contatti. Perché, in fondo, per un ragazzo il venerdì è il primo giorno con cui uscire e divertirsi con gli amici. Per i maniaci dell’organizzazione, come il sottoscritto, era anche un ottimo punto di partenza per organizzare in modo approssimativo quello che si sarebbe fatto tutti insieme. Ma poi, tutto è andato perduto. È andato perduto il significato “salvifico” che attribuivo al venerdì. Sono andati perduti i rapporti con le persone con cui li passavo.

Cos’è cambiato da allora? Fondamentalmente, penso sia cambiato il modo in cui io vedo il venerdì. Ora che non è più il punto di partenza per passare del tempo con i miei vecchi amici, è un giorno come tutti gli altri. E questo ci riporta ai tempi che sono. Tempi che hanno portato ad altri cambiamenti. Ci sono stati il cambiamento di amicizie e il cambiamento di abitudini. Infatti se prima il punto nodale della settimana, per trascorrere tempo con gli amici, era il venerdì, ora invece è il giovedì. Giovedì in cui, la sera, mi trovo con gli “amici dei tempi che sono” in videoconferenza su G+ per passare il tempo a parlare, a discutere e a cazzeggiare con immensa soddisfazione. Ed è il giovedì il giorno in cui si pianifica l’eventuale programma del week end con uno del gruppo (gli altri due sono esclusi per motivi geografici).

Ed è quando mi accorgo che in fondo si è trattato solo di cambiamenti marginali, che mi ricordo che i “tempi che furono” non ci saranno più e che quindi non devo indugiare troppo su quanto perso, ma piuttosto devo godermi quanto di guadagnato nei “tempi che sono”. E, per quanto ovvia possa sembrare una cosa del genere, per quanto scontata possa suonare, spesso tendo a dimenticarmelo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: ringrazio Ammitta perché l’idea su “Tempi che furono/tempi che sono” l’ho rubata da alcuni album di fotografie che aveva su Feisbug.

 

4 commenti

Archiviato in Diario, Riflessioni