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Alcuni buoni motivi per non uscire dall’Euro

Chiunque guardi la televisione e senta parlare di economia, sicuramente almeno una volta avrà sentito questo o quel politico dire che per rilanciare l’economia in Italia, bisognerebbe uscire dall’Euro. I più coraggiosi (i leghisti*) diranno che l’Euro è una truffa e che bisognerebbe ad avere la propria sovranità monetaria per poter riprendersi. E, poi, aggiungeranno che lo dicono anche i premi Nobel per l’economia**.

E, contrariamente a quanto affermato dai suddetti tizi, io penso che uscire dall’Euro sia un errore madornale. Non solo non si rilancerebbe l’economia, ma si peggiorerebbe la situazione finanziaria (che già oggi non è che sia rosea, anzi….). Prima di elencare i buoni motivi, però, voglio fare un passo indietro e ricordare agli amici (e agli elettori) leghisti che quando l’Euro entrò in vigore, al Governo c’erano loro, AN*** e Forza Italia. E sarebbe meglio ricordare anche che non aver applicato politiche di congelamento del costo della vita e dei prezzi fu una precisa scelta di quel Governo.

E, per l’amor del cielo, qualcuno spieghi ai parlamentari pentastellati che la Costituzione prevede che non si possano fare referendum in materia di Trattati Internazionali e quindi di smetterla di bagnarsi al pensiero di uscire dall’Euro con un referendum del bobolo. Che cazzo hanno studiato a fare la Costituzione?

Detto ciò, passiamo al perché non si dovrebbe uscire dall’Euro.

A) L’Italia, sul mercato internazionale, con l’Euro ha visto una crescita continua, seppur lieve, delle esportazioni. Tornare alla Lira****, quindi, non avrebbe un grossissimo effetto. Tra le altre cose non è credibile che il Bel Paese riesca a competere con Cina, India che in campo di esportazioni, grazie anche al bassissimo costo del lavoro, sono tra i leader di settore. E hanno industrie che possono contare su molta più manodopera. E sono molto più produttivi.

B) Per quanto riguarda le importazioni, si tratterebbe di un vero e proprio suicidio. Ricordo che sia l’energia, sia le materie prime vengano tutte importate e, abbandonando una moneta forte come l’Euro, significherebbe salassarsi. Anche se ci fosse un aumento dei ricavi prodotti dalle esportazioni elevatissimo, il tutto verrebbe bruciato ampiamente nell’acquisto di praticamente tutti i beni necessari a produrre e vivere.

C) Non si rilancerebbe l’economia interna*****. Prendendo per buono il fatto che si potrebbe svalutare la moneta e pompare le esportazioni, i cittadini si troverebbero ad avere carta straccia nel portafoglio. Svalutare equivale ad una diminuzione del potere di acquisto dei cittadini. Avete presente quando in Tunisia c’era la gente che era in fila davanti ai panettieri con un sacco di banconote? A furia di svalutare, la situazione diventerebbe più o meno quella (in un periodo meno lungo di quanto si creda, secondo me).

D) I debiti contratti dovrebbero essere pagati comunque in Euro e, quindi, se non ci uccidessero le importazioni lo farebbe la quantità di debito che lo Stato si è accollato negli anni. Tenendo conto che, senza ombra di dubbio, la nuova moneta non sarebbe una moneta forte (altrimenti col cazzo che si esporterebbe), il cambio sarebbe inclemente e ci si avvicinerebbe allo strozzinaggio vero e proprio. Certo, si può fare come l’Islanda****** e dire “col cazzo che vi pago” e praticamente l’Italia sarebbe uno Stato fallito. Il primo del G8*******, non un primato di cui andare fieri…. Ma pur sempre un primato.

E) Se già adesso siamo ad un passo dai titoli spazzatura per le agenzie di rating, dopo diventeremmo direttamente composto organico. La situazione sarebbe come quella greca… Senza Euro. E con pochissimi margini di ripresa. E, ça va sans dire, la speculazione tornerebbe a colpirci. E stavolta non ci saranno governi tecnici che tengano o ci salvino.

Detto ciò, non voglio dire che nell’Euro sia tutto bello o tutto perfetto********, è ovvio che non si possa vivere di solo rigore e che sarebbe arrivato il momento di portare l’Unione Europea uno scalino oltre alla mera integrazione economica (per altro non riuscita, dato che l’Europa è spaccata in due). Ma dire che tutto si risolverà tornando indietro è al quanto sciocco e populista. Un po’ come i leghisti.

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* Vedasi Salvini e le sue bellissime uscite pubbliche
** Anche sull’attribuzione dei premi nobel più “politici” si potrebbe parlare per ore. Ma anche no.
*** VIVARDUCE e Fini (che si starà godendo la meritata pensione nella villa di Montecarlo. Beato lui, che sa cos’è la pensione)
**** Nome di comodo.
***** Che per rilanciare l’economia interna bisognerebbe tagliare sul cuneo fiscale, ma hanno già tolto IMU e congelato l’aumento dell’IVA e non si sa dove andranno a prendere i soldi per coprire le mancate entrate.
****** Che è sparita dai radar dell’economia internazionale, senza contare che la situazione è completamente diversa. In Islanda c’erano due banche. In Italia ci ritroveremmo con titoli tossici e carta straccia sui conti correnti.
******* L’Ammmmmmmeriga non conta, che tanto alla fine la salvano.
******** Che però, giustamente, se uno ha sempre avuto i conti a posto fa più fatica a voler pagare per chi i conti non li ha saputi tenere in ordine e ha fatto un lavoro di merda, mandando un paese sull’orlo del fallimento.

Ma, tanto, alla fine… È TUTTO UN GOMBLODDOH.

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Crisi Politica

Ebbene sì, rieccomi di nuovo qui a parlare di politica dopo non so bene quanto tempo (troppo poco, probabilmente). D’altronde è difficile fare li gnorri quando vedi cosa è successo in quest’ultimo periodo (per inciso, ieri) in Parlamento.

La politica nostrana, ormai, si trascina come un malato terminale sin dagli anni ’80. La fine della “Prima Repubblica”, travolta dallo scandalo di Mani Pulite, e l’ascesa della “Seconda Repubblica”, costellata da scandali riguardanti la persona di Silvio Berlusconi, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione che col passare del tempo si è fatta sempre più critica.

Dovessimo guardare ai risultati, ci renderemmo conto che negli ultimi anni l’unico vero successo sia stato l’ingresso nell’Euro. E possiamo fermarci lì, dato che da quando è stata adottata sono stati commessi errori evidenti che non starò qui ad approfondire perché non mi basterebbero due giorni, per approfondire. Comunque sia, escluso l’ingresso nell’Eurozona, di risultati positivi non ce ne sono.

In compenso, nonostante fino al 2010 ne venisse negata l’esistenza, l’Italia attraversa una crisi recessiva che ha riportato le lancette indietro al 1997 (con una lira debolissima, un’inflazione alta e i consumi dimezzati) e la situazione non sembra migliorare. La ripresa è prevista per la fine dell’anno ma, come in tutte le previsioni, ci sono troppi se e troppi ma. Tenendo conto che la ripresa si sarebbe già dovuta vedere all’inizio di quest’anno, la fiducia è bassa. La fiducia è così bassa che il Bel Paese ha subito un altro downgrade ed è diventato una tripla B, con un outlock negativo. Per chi non ne capisse di economia (o guardasse solo Studio Aperto) questo vuol dire che il debito dello Stato italiano (venutosi a creare tramite l’emissione di titoli di Stato per autofinanziarsi) è sceso di un gradino, avvicinandosi ancora di più ad un livello di pericolo: in caso di un ulteriore declassamento (da BBB a BB), i titoli sarebbero acquistati per scopi speculativi e basta.

Sul fronte interno, inoltre, va registrata l’immobilità del mercato del lavoro a causa della congiuntura economica negativa, il carico fiscale troppo elevato per le imprese, forme contrattuali inadeguate e mancanza di incentivi. Le riforme fatte finora si sono rilevate inefficaci e sono state (o dovrebbero essere) immediatamente cambiate dall’attuale governo.

Governo che vede, per la prima volta (ufficialmente, si intende), un’insolita alleanza: quella tra PD e PdL/Forza Italia. I risultati di questo governo, per il momento sono nulli. Nonostante sia in carica da marzo, nonostante siano arrivate rassicurazioni di ogni sorta, l’immobilismo regna sovrano.

A scuotere la vita politica e pubblica del paese, infatti, non sono le iniziative messe in atto contro la crisi ma, bensì, i guai finanziari di uno dei protagonisti della vita politica negli ultimi vent’anni. Ieri, infatti, il Parlamento si è concesso di non lavorare per una giornata (c’era il rischio che le giornate fossero tre) perché i membri del PdL, raccolti intorno al capezzale del padre/padrone, erano impegnati a fare piani “di guerra” contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dalla Cassazione. La sospensione è arrivata anche grazie all’aiuto del PD che ha votato a favore dell’interruzione dei lavori, salvo poi oggi scrivere una lettera in cui si dice che una cosa del genere non sarà più tollerata. Che, a voler ben vedere, è l’ennesima dichiarazione a cui non faranno seguito i fatti.

Comunque sia, in questo quadro è possibile vedere come la politica italiana e gli uomini che la rappresentano siano inadeguati ed incapaci. Così come è evidente che le alternative non siano molto meglio.

Il PdL/Forza Italia, tolto Berlusconi, non ha un leader in grado di guidarlo. Nonostante la presenza del grande leader, però, in sedici anni di governo non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi che il Cavaliere si era prefissato, con la sua discesa in politica nel 1994. Della tanto attesa rivoluzione liberale non c’è traccia. Le uniche cose che i governi di centro-destra si sono lasciati dietro sono state una sfilza di leggi ad personam (alcune bocciate dalla Corte Costituzionale), un debito pubblico enorme e una crisi economica fermamente ignorata sino all’entrata in carica del governo Monti. Altra cosa che ha caratterizzato queste forze politiche è stata la velocità nella mobilitazione ogni volta che il Divin Silvio veniva accusato di qualcosa dalle Toghe Rosse o dai Comunisti. La più grande maggioranza di sempre in Parlamento è servita per votare il fatto che Ruby (marocchina) fosse la nipote di Mubarak (egiziano). Tornando a parlare di eventuali successori, i nomi che spiccano sono quelli di Angelino Alfano, Renato Brunetta o Daniela Santanché. Il primo si è dimostrato un segretario di partito mediocre e incapace di reggere da solo un partito che stava crollando a pezzi, dubito che sarebbe in grado di governare in Italia. Il secondo vanta la laurea in economia e insiste con la possibilità di un’uscita dall’Euro per rilanciare l’economia, ignorando il fatto che se anche potessimo svalutare la moneta, dovremmo comunque far fronte alla concorrenza di colossi quali Cina e India che ci massacrerebbero. La terza, invece, non si capisce come abbia fatto ad arrivare così in alto. Il fatto che non sappia esprimere concetti che non siano stati prima detti da Berlusconi, però, dovrebbe farci capire lo spessore politico di questa donna.

Il PD, come già detto più e più volte, è nato come un aborto. Lo spettro della presenza di Berlusconi e l’anti-berlusconismo usato come argomento politico, non ha mai dato i suoi frutti. Eppure, è stato un cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali. L’incapacità di rinnovarsi e di comunicare, inoltre, ha trasformato un partito giovane (anagraficamente) in un partito vecchio, fatto da persone vecchie. Persone vecchie che si portano dietro alcuni peccati originali come la caduta dei governi Prodi e l’inciucio fatto con Berlusconi, grazie alla bicamerale. Andassimo a vedere i quadri dirigenziali, avremmo a che fare con i vari Veltroni, D’Alema, Rosy Bindi, Bersani che, quando hanno avuto l’occasione, non sono riusciti a rimanere coesi nonostante i risultati dei governi che sostenevano, fossero stati buoni (abbassamento del debito pubblico e della spesa pubblica, liberalizzazioni e l’entrata nell’euro sono tutti risultati dovuti al lavoro di governi tecnici o di centro-sinistra). Mancanza di coesione che, tra l’altro, per il PD è rispuntata recentemente, durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Elezioni che sono costati una figura barbina ai parlamentari di questa forza politica e hanno creato sdegno nell’elettorato. Non solo non hanno votato Rodotà, uomo vicino al Partito messo in campo provocatoriamente da M5S, per spaccare il partito (riuscendoci). Non solo non sono riusciti a rinsaldarsi per votare Prodi, nonostante in assemblea tutti avessero dato il nulla osta a quella nomina, spaccandosi ancora di più e facendo una figura di merda di proporzioni colossali, ma addirittura sono andati al governo con la persona che più a lungo hanno “combattuto”, esprimendo come presidente del consiglio Gianni Letta. Gianni Letta che prima di allora era famoso per… Beh, per niente. Lo stesso Gianni Letta che ha il carisma di un procione. Morto. Da trent’anni.
Tutto da buttare? Quasi. Nonostante a livello nazionale, l’elettorato di centro-sinistra sia disgustato, stanco e incredulo per le scelte fatte dal partito, dei barlumi di speranza sono arrivati dalle elezioni amministrative appena passate in cui il PD ha vinto quasi ovunque. La vittoria è dovuta al simbolo? Manco per le palle.
Altro barlume è quello del congresso in cui le cose potrebbero cambiare a seconda di chi sarà eletto segretario (e personalmente, io un’idea su chi vorrei ce l’ho e l’ho già espressa).
Nonostante questi due elementi, però, tutto l’ottimismo è soffocato da una classe dirigente vecchia e ben salda sulla propria poltroncina, senza alcuna intenzione di farsi da parte per dar spazio a gente più giovane.

E, alla fine, c’è il Movimento 5 Stelle. Entrati in parlamento per ribaltarlo come una scatoletta di tonno, delle loro attività non ci giunge notizia alcuna. Alla cronaca sono sempre passati per ciò che con il loro lavoro, aveva poco o nulla a che fare. Prima è stata l’occupazione delle Camere per leggere la Costituzione. Subito dopo ci sono stati i problemi riguardanti la diaria e la troppo ingombrante figura di Grillo. Poi ci sono state le espulsioni. Unica notizia positiva è quella del Restituition Day, col quale M5S ha restituito allo Stato un milione e mezzo di euro. Proprio quando le acque sembravano essersi calmate, però, si è creata una bufera mediatica (immotivata) intorno a Grillo. Il comico (ex comico?), dopo aver chiesto e ottenuto un incontro col Presidente della Repubblica, lo ha fatto rinviare per poter andare in vacanza con la sua famiglia. L’incontro, tenutosi ieri, sembra essere stato utile per ribadire le cose che va ripetendo ossessivamente dall’inizio della legislatura: Il paese è sull’orlo del fallimento, Napolitano lo dica ai cittadini e poi sciolga le camere, rimandandoci ad elezioni. Sicuramente, tutto questo, è davvero poco. Poco per un Movimento che si era proposto come salvatore dei cittadini, poco per chi aveva fatto tante promesse e dichiarazioni altisonanti, salvo poi trovarsi all’opposizione, incapace di concludere alcunché di davvero importante. Doveroso è anche da sottolineare come i risultati, a livello amministrativo, siano stati ben al di sotto delle aspettative con solo due città importanti vinte in Sicilia, mentre nel resto di Italia si è assistita ad una debacle, proprio nelle elezioni in cui M5S avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua forza.
Restano, tra l’altro, le molte perplessità sia sull’eccessivo peso di Grillo e sulla scarsa partecipazione degli attivisti alla vita interna del Movimento (basti pensare che per l’espulsione di un’attivista aveva partecipato solo il 41% degli aventi diritto), così come restano i dubbi su chi possa farsi carico di M5S e raccogliere l’eredità di Grillo, dando visibilità e risonanza al simbolo e alle idee del Movimento.

Insomma, è evidente che al momento, le tre principali forze politiche siano incapaci e inadatte di affrontare questa situazione e che il futuro non sembra possa riservare grandi speranze. Quali potrebbero essere le soluzioni? Alcune idee potrebbero essere: una nuova cultura politica, volta ad una migliore amministrazione e ad un miglior governo della cosa pubblica. Un numero limitato di mandati sia all’interno di un partito, sia per quanto riguarda le cariche istituzionali, stipendi in base ai risultati ottenuti: chi si dimostra capace guadagnerà di più di chi non fa nulla. Una diversa visione della politica: non più un modo di arricchirsi, ma un lavoro di importanza e responsabilità.

Negli altri paesi, questi elementi sono già presenti. Si tratta solo di adeguarsi ai migliori modelli europei.

Questo è quanto.

Cya.

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Nota Politica

E, nonostante avessi detto che di politica per un po’ non ne avrei parlato, rieccomi qui. Gli ultimi avvenimenti mi “costringono” ad occuparmi di quanto succede nel Bel Paese dopo le elezioni di febbraio.

Perché, nonostante non ci sia stato un vincitore, nonostante le scene da psicodramma a cui abbiamo assistito durante le elezioni del Presidente della Repubblica, un governo ce l’abbiamo. Il Governo Letta non è altro che la naturale continuazione del governo Monti. La strana maggioranza, infatti, si è ritrovata sotto un unico vessillo per traghettare il paese fuori dalla crisi. Dopo alcuni giorni passati in monastero (da cui però, purtroppo, poi sono usciti) i membri del governo si sono messi subito al lavoro per affrontare alcuni degli argomenti che al momento sembrano ricoprire un ruolo centrale: l’Imu. Imu che, stando al PdL, avrebbe dovuto essere ridata ai cittadini che l’avevano pagata. L’ovvia impossibilità di farlo, però, non li ha fermati. Per questo motivo, nonostante i Comuni abbiano più bisogno che mai dell’entrate derivanti dall’imposta sugli immobili, sono riusciti a far congelare il pagamento dell’imposta sulla prima casa. Oltre a questo, il Governo, sta cercando il modo di evitare l’aumento di un punto dell’IVA (dal 21% al 22%). Il problema, però, resta sempre quello della copertura. È molto probabile che si assisterà ad altri tagli oppure verranno introdotte nuove tasse per finanziare la copertura. Di tagli alle spese della politica, di riforma elettorale e di riforma costituzionale non si sente più parlare da parecchio tempo. Tutti i buoni propositi mostrati in campagna elettorale sono completamente svaniti, nonostante almeno la riforma elettorale credo sia fortemente necessaria.  L’impegno governativo è, per il momento, concentrato sul mondo del lavoro. Hanno dato vita ad una serie di meeting a livello europeo ed internazionale sul mondo del lavoro e i giovani. A tutto questo parlare, però, non sono seguiti i fatti. La situazione è in continua evoluzione e quindi non ci resta che stare a vedere. Per onore della cronaca va anche detto che grazie al lavoro del governo Monti, l’Italia non è più sotto osservazione dato che il rapporto Deficit/PIL è calato sotto il 3%.

Nel frattempo il PD, dopo l’exploit alle amministrative, ha già mosso i primi passi verso il congresso che si terrà ad ottobre. Questo congresso potrebbe segnare la svolta tanto attesa dagli elettori del Partito Democratico, nato male e cresciuto anche peggio (guardando i risultati a livello nazionale). Per il momento, l’unico candidato ufficiale è Pippo Civati. Ex consigliere di Regione Lombardia e nuovo parlamentare, Civati rappresenta una delle tante facce nuove arrivate in Parlamento. Tempo addietro diceva che nel PD c’era il terrore di utilizzare la parola “Sinistra” e che l’utilizzo e i valori legati a quella parola andassero riscoperti. Altro probabile contendente è Matteo Renzi. Il Sindaco di Firenze, uscito sconfitto dalle primarie del 2012, si è detto pronto ad assumersi la responsabilità di guidare il partito, ricoprendo la carica di segretario. Ha anche esplicitato che lui non crede che la carica di sindaco sia incompatibile con la segreteria del partito. Le strade di Civati e Renzi, tornano ad incrociarsi: i due, infatti, hanno dato vita al movimento dei rottamatori prima di prendere strade diverse. Terzo probabile candidato è Guglielmo Epifani. L’attuale segretario ad interim, infatti, sembra esser riuscito a ricompattare le fila del partito e a condurlo di nuovo in acque tranquille. Probabilmente sarebbe un outsider, ma non mi sento di escludere che alla fine il suo nome compaia davvero. Personalmente, sosterrò la candidatura di Pippo Civati, avendo avuto la fortuna di incontrarlo e parlarci più volte. Nel PD che vorrei, Civati sarebbe Segretario e Renzi candidato Presidente del Consiglio.

Il PdL, invece, è scosso dalla condanna a sette anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi, in seguito alla sentenza del processo Ruby. Nonostante questo, gli uomini di governo del partito, continuano ad assicurare che non c’è nulla da temere sulla tenuta del governo. E, questa volta, c’è da credergli. Il PdL, infatti, sta facendo la parte del leone in questo momento avendo ottenuto, almeno in parte, quanto previsto da loro in materia fiscale (leggasi sopra). Inoltre, andare alle elezioni non potendo contare sulla presenza di Berlusconi potrebbe essere un rischio per l’intero partito che, da quando il fondatore era sparito, aveva mostrato segni di sofferenza. D’altro canto, proprio la minaccia di elezioni potrebbe spingere il PD (non pronto alle elezioni) a decidere di cercar di correre in aiuto del Cavaliere. Tra l’altro, come i più attenti osservatori avranno notato, Berlusconi si divide tra uomo di “lotta”, con toni da campagna elettorale, e uomo di “governo” assicurando la stabilità dell’esecutivo targato Letta. Importante sottolineare anche come il centro-destra nelle recenti amministrative sia stato annichilito ovunque dal centro-sinistra.

E, in ultimo, mi soffermo brevemente su M5S. La mia antipatia nei confronti del Movimento è ormai cosa nota e risaputa e quanto avvenuto da quando si è formato il nuovo Parlamento non ha fatto altro che confermare le mie perplessità e i miei dubbi. Dopo le altisonanti dichiarazioni di Grillo in campagna elettorale, infatti, ci troviamo a parlare del Movimento non per quanto fatto in Aula, ma per quanto lo sta travolgendo fuori. Il caso diaria e il caso Gambaro, infatti, sono i segni di una lotta intestina che vede i fedelissimi scontrarsi con quelli che potremmo definire “eretici” o “rivoluzionari”. Una situazione già non facile è stata ulteriormente complicata dal fallimento del Movimento alle amministrative (un solo capoluogo vinto). Grillo pare aver perso la presa sul Movimento o su una parte di esso e, per quanto queste tensioni per il momento siano culminate solo con alcuni abbandoni, è indubbio che ci saranno strascichi che si trascineranno a lungo. Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente (e la cosa non mi sembra così improbabile) potremmo assistere a quanto accaduto al PD durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Ammesso e non concesso che qualche parlamentare riesca ad evitare l’espulsione. Non si può fare a meno, però, di chiedersi se la strategia del “no a tutto e a tutti” abbia portato ai risultati sperati oppure anche in Grillo si stia facendo strada l’idea di aver buttato l’occasione di avere un governo diverso che avrebbe potuto provare sul serio a cambiare le cose.

D’altronde, coi se coi ma non si fa la storia.

Questo è quanto.

Cya

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Un partito in frantumi

Non posso dire che non ci sia amarezza per come siano andate le cose in questi due giorni, ma cercherò di analizzare con freddezza e obiettività il difficile momento che sta passando il Partito Democratico.

Già in tempi non sospetti, subito dopo le elezioni, avevo ventilato la possibilità che il partito potesse spaccarsi a causa delle correnti al suo interno. Un mese e mezzo dopo, questa funesta previsione (che allora ritenevo comunque improbabile) si è rivelata anticipatrice degli eventi.

D’altronde, alla vigilia del voto in Parlamento, i presupposti non erano dei migliori. Il partito arrivava lacerato dallo scontro aperto tra Bersani e Renzi. Scontro condotto sui giornali e in televisione e che si è acuito quando il Sindaco di Firenze è stato escluso dalla rosa dei grandi elettori. Anche i nomi circolati non facevano presagire nulla di buono: l’ipotesi dell’inciucio diveniva sempre più consistente fino all’ufficialità del nome di Marini.

Ecco, forse è proprio col nome di Marini che inizia l’implosione del partito. Il nome non piace agli elettori per quello che potrebbe rappresentare e non piace nemmeno a molti dei politici chiamati ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Nonostante questo, per il primo turno, viene presentato comunque il nome di Marini. Alcuni attivisti del partito vengono inquadrati mentre bruciano le tessere in segno di dissenso.

A complicare ulteriormente le cose, c’è la presenza di Rodotà come candidato di M5S. Ed è proprio questo nome che provoca la più grande sfaldatura all’interno del partito. Molti dei Grandi Elettori, infatti, convogliano le loro preferenze su di lui. La stessa cosa fanno gli alleati di coalizione di SEL. M5S esce rinsaldato da quanto successo. Il PdL, dal canto suo, grida allo scandalo perché il PD non ha mantenuto i patti presi in precedenza e non è stata in grado di eleggere un Presidente di larghe intese a causa di alcuni “franchi tiratori”.

In serata tutto lo stato maggiore si riunisce e tutte le correnti paiono convergere sul nome di Romano Prodi. I giochi sembrano fatti, lo schieramento che componeva la coalizione “Italia: Bene Comune” pare di nuovo salda. L’illusione, però, dura mezza giornata. Al termine della quarta elezione (la prima a maggioranza assoluta) a Prodi mancano ben cento voti della coalizione. Subito dopo, il caos.

Prodi rinuncia alla candidatura lanciando una frecciatina avvelenata a Bersani. La Bindi decide di dimettersi dalla presidenza e, a distanza di circa un’ora, Bersani annuncia che una volta trovato un Presidente della Repubblica si dimetterà dalla segreteria del Partito. Per la quinta tornata, il PD dovrebbe votare scheda bianca.

Nell’aria c’è confusione mista a consapevolezza che il Partito Democratico in questo momento è sull’orlo di un burrone, in frantumi. Come ci sia arrivato lì, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte l’insensata insistenza di Bersani nel formare a tutti i costi un governo, dall’altra le tante correnti che tiravano tutte in direzioni diverse, hanno spezzato un partito uscito già molto indebolito dalle elezioni nazionali.

In questo momento regna l’anarchia. Provare ad immaginare cosa potrebbe succedere da qui a domani è complicato. Fare pronostici a lungo termine pare quasi impossibile. Eppure, la sensazione è quella che una fase del PD sia conclusa. Il futuro, per quanto incerto, potrebbe presentarsi come uno dei tre scenari che mi appresto a descrivere.

Il primo, quello maggiormente inutile, sarebbe quello di estromettere solo poche persone senza dar vita ad un vero rinnovamento quanto mai necessario. Dare tutta la colpa a Bersani e al suo “Tortello magico” sarebbe fin troppo facile e semplicistico: in questi ultimi mesi, sin da dopo le primarie, errori sono stati commessi da tutta la dirigenza del PD. Molti dirigenti, essendo capo-correnti, hanno badato più a ciò che per loro era meglio, piuttosto che al bene del partito. La dimostrazione la si è avuta, in particolar modo, oggi. Continuando in questo modo, nonostante la probabile discesa in campo di Renzi, le cose saranno destinate a non variare. In un momento del genere con un Movimento 5 Stelle che sta logorando con successo un centro-sinistra non esente da colpe, con una base che chiede a gran voce il rinnovamento dei vertici (la dimostrazione la si ha con i molti favori che incontra Rodotà), non agire sarebbe un ulteriore vilipendio al cadavere, già troppo deturpato, della Sinistra italiana.

Il secondo, invece, è la dissoluzione del PD è la nascita di due/tre partiti che vadano a coprire l’area del centro-sinistra. Perché, come ho illustrato qui, la Sinistra ha sempre avuto in sé il germe della deflagrazione, soprattutto quando le cose vanno male. D’altro canto, in questo momento, sembra che le varie correnti remino tutte in direzioni diverse per perseguire i propri obiettivi, qualunque essi siano. Ovviamente, sul piano elettorale, significherebbe consegnare il paese al centro-destra e a Movimento Cinque Stelle, con una dispersione di voti di dimensioni enormi. Se davvero il Partito Democratico dovesse sciogliersi, si assisterebbe alla fine peggiore per un progetto ambizioso volto ad unire tutte le anime di un centro-sinistra forse troppo diviso.

Il terzo scenario è, forse, quello più auspicabile: un rinnovamento del PD fattuale e non solo teorico. Accanto ad un Renzi, futuro probabile candidato alla Presidenza del Consiglio, potremmo avere nelle, vesti di segretario del partito, Barca. I due non si escludono e, anzi, sotto molti punti di vista sono complementari. Mentre il Sindaco di Firenze è in grado di rivolgersi ad un pubblico trasversale, Barca potrebbe cementare il radicamento con la base colmando le antipatie che Renzi si è attirato e si attirerà. Altro nome papabile per la segreteria è quello di Pippo Civati, un volto nuovo e una persona capace, perfetta per un rinnovamento tanto invocato e sempre disatteso. La cosa fondamentale, però, è che la vecchia dirigenza, fallimentare sotto tutti i punti di vista, venga rimpiazzata da una nuova generazione capace (forse) di abbandonare i vecchi ragionamenti correntisti in favare di una visione maggiormente unitaria.

Il progetto PD è (era?) molto ambizioso, forse troppo per gli uomini visti finora. Non ci resta che attendere e, come sempre fanno gli elettori di Sinistra, aspettare che quel qualcosa in più, quegli uomini validi che da troppo tempo mancano, si facciano avanti e non ci facciano vergognare di dire “Sì, sono un elettore di centro-sinistra e ne sono fiero”. Aspettare quegli uomini validi che non si lascino e non ci lascino un partito a pezzi, come il PD di oggi.

Questo è quanto.

Cya.

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Un paese a due velocità

L’articolo in questione lo stavo pensando già da un po’ di tempo ma vogliate per noia, vogliate perché me ne dimenticavo, non l’ho mai scritto. Ça va sans dire che il paese in questione è l’Italia. Italia che, come tutti ben saprete, ha da un lato una situazione economica stagnante e dall’altra una situazione politica frenetica ma inconcludente.

Mentre le tre principali forze del Parlamento non riescono a trovare un accordo per formare un governo a causa dei ripetuti veti incrociati, è possibile notare come ogni forza politica stia affrontando il dopo-elezioni in modo diverso. Il PdL se da una parte tende la mano al PD per un governo di unità nazionale, dall’altro lancia il guanto di sfida e si prepara ad una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Nel frattempo continuano, a porte chiuse, le trattative per l’elezione di un Presidente della Repubblica in comune. La strategia della carota e del bastone, oltre all’impegno in prima persona di Silvio Berlusconi, hanno un evidente effetto anche sui sondaggi che, ad oggi, è la prima forza in Italia circa due punti di vantaggio sui diretti competitors del Centro-Sinistra.

il MoVimento 5 Stelle, dopo la falsa partenza delle quirinarie, ha oggi presentato il proprio candidato Presidente della Repubblica. Si tratta di Milena Jole Gabanelli. Nel caso questa dovesse desistere, toccherebbe a Rodotà. Tra le altre cose è notizia recente che i deputati di M5S abbiano presentato due DdL per l’abolizione delle sovvenzioni statali ai giornali e l’abolizione  dell’ordine dei giornalisti. Nel frattempo, Grillo, continua a portare avanti la propria campagna contro la “casta”, ricordando come mentre loro continuino con le loro trattative la casa stia bruciando. Sbadatamente, forse, proprio Grillo si dimentica che la situazione di impasse è tanto colpa sua, quanto degli altri. Nei sondaggi, comunque, M5S è dato in calo di due punti percentuali.

Il PD, invece, ha la situazione più magmatica. Le molte correnti interne sono in aperto contrasto tra loro e una delle leadership più forte degli ultimi anni nel centro-sinistra è ormai incapace di controllare quanto sta accadendo. I bersaniani, infatti, continuano a dare il loro appoggio al segretario per un governo di minoranza e cercando di ricoinvolgere i giovani turchi, defilatisi progressivamente. I (demo)cristiani, dopo la bocciatura da parte di Renzi di Marini, minacciano la scissione e lo scontento trapela sempre di più. Franceschini, dopo non aver ottenuto la presidenza delle camere, è tornato a capo della corrente che a lui faceva riferimento. I renziani, invece, hanno avuto dei toni in crescendo che hanno portato proprio il Sindaco di Firenze a battibeccare via giornale con Bersani, dopo l’esclusione del primo dalla carica di Grande Elettore. A complicare ulteriormente tutto si aggiunge la discesa in campo di Barca che, con un documento di cinquantacinque pagine, afferma che il PD sia da riformare. Nel frattempo, la partita per il Colle è sempre aperta e il Partito Democratico si sta impegnando a trovare una rosa di nomi che possa permettere di eleggere un Presidente della Repubblica con la più ampia maggioranza possibile (l’ultimo nome trapelato è quello di Amato). Nonostante una situazione non proprio facile e comprensibile, il PD si trova a guadagnare un punto percentuale nei sondaggi, diventando così la seconda forza del paese.

Nel frattempo, nonostante siano stati sbloccati quaranta miliardi per pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende, più volte Confindustria ha lanciato un grido d’allarme riguardante le tematiche del lavoro. Negli ultimi mesi, infatti, mille aziende al giorno sono state chiuse e sempre di più hanno deciso di ricorrere alla cassa integrazione. Cassa integrazione che però, stando a quanto detto dalla Fornero, potrebbe non riuscire a coprire con i propri fondi la richiesta (si parla di un miliardo di euro).

La situazione d’emergenza è così grave che sia Confindustria sia i tre principali sindacati hanno detto di aver intenzione di dare vita ad un tavolo comune dove parlare del modo per affrontare la crisi dilagante e che anche per questo 2013 porterà ad una crescita negativa.

Nonostante l’incertezza politica, lo spread è calato e si mantiene su livelli più che accettabili e l’Europa ha riconosciuto l’ottimo lavoro dell’Italia che non è più un’osservata speciale. Accanto a queste buone notizie, però, c’è stato un monito riguardante il rischio contagio rappresentato dalla debolezza strutturale degli istituti finanziari.

È evidente che i tanti problemi (strutturali e non solo) che affliggono l’economia italiana possano essere risolti solo dalla politica. È evidente anche che il punto di rottura sta per essere raggiunto e che una delle priorità dovrebbe essere alleggerire il carico fiscale che grava su imprese e lavoratori ma, come potete notare tutti, in questo momento i partiti (e movimenti) si stanno occupando di tutt’altro.

Questi sono i dati di fatto. Di mio voglio solo aggiungere alcune cose a cui tenevo particolarmente.

È quanto meno curioso che il Movimento 5 Stelle abbia scelto una donna iscritta all’ordine dei giornalisti (che M5S vuole abolire) e dipendete della Rai (che deve essere abolita, stando al programma). Così come è curioso che i primi due DdL presentati, in questo momento, siano l’ultima delle priorità che il Parlamento dovrebbe avere.

Per quanto riguarda la dialettica interna al PD, mio malgrado, devo dar ragione a Renzi almeno su una cosa: Bersani sta mettendo davanti la propria “carriera” al bene del paese. È evidente che non abbia i numeri per governare, così come è evidente che l’unico modo per avere un governo sia quello di fare questo stramaledetto inciucio. È fuori dal mondo, poi, che Bersani dica che non si può mettere fretta per formare un esecutivo quando la realtà delle cose dimostra che, invece, ci dovrebbe essere tutta la fretta di questo mondo. D’altro canto, Renzi, non perde occasione per scatenare polemiche non rendendosi conto che in questa maniera non fa altro che danneggiare il partito e farsi terra bruciata intorno, cosa che non gli converrebbe dato che molto probabilmente alle prossime primarie sarà lui, il favorito.

L’ultima cosa che scriverò in questo post, è una riflessione nata negli ultimi tempi: piuttosto che governicchi deboli, saggi o quant’altro sarebbe meglio che le tre forze politiche principali in questo momento, si sedessero ad un tavolo e dessero vita ad una seconda Costituente. La seconda parte della Costituzione è completamente da rivedere, c’è la necessità che le forze politiche facciano una nuova legge elettorale (preferirei un maggioritario a doppio turno) e soprattutto prendano iniziative per il rilancio dell’occupazione e dell’economia. È questo il momento buono per farlo, mettendo da parte gli interessi personalistici per quello che si potrebbe definire “un bene superiore”. Potrebbe essere questa, la svolta politica tanto attesa e l’inizio della vera Terza Repubblica.

Questo è quanto

Cya.

Bonus (unreleated):

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Giochi politici

A praticamente un mese dalle elezioni, ci ritroviamo senza un nuovo Governo. Le consultazioni col Presidente della Repubblica si sono concluse in settimana e hanno dato il seguente esito: Pier Luigi Bersani ha avuto il mandato per formare un Governo, purché riesca a trovare i numeri in Parlamento entro martedì (o al più tardi mercoledì).

La strada intrapresa da Bersani non sembra convincere il proprio partito. Molti vedono questa impresa come una missione disperata e si stanno preparando a rimettere in moto la macchina organizzativa sia per le primarie, sia per la campagna elettorale. Il pessimismo che si respira è ben supportato dall’evidenza empirica: mettere insieme i voti necessari in Senato per ottenere la fiducia è cosa quasi impossibile. Il corteggiamento dei parlamentari grillini non ha dato i risultati sperati e questo ha condotto ad un recente cambiamento nelle strategie di partito. Sono spariti sia gli accenni alla legge sul conflitto di interesse, sia quelli su una legge anti-corruzione. Questo potrebbe essere il segnale di un’apertura al PdL che è l’unica forza in grado di garantire un governo guidato da Bersani. L’ipotesi di un “inciucio”, nonostante i dinieghi ripetuti da parte del segretario del PD, sembra diventare un pochino meno remota come possibilità. Nel frattempo si sono intensificati i contatti col gruppo misto e la Lega Nord. Nonostante la Lega abbia più volte smentito qualsivoglia possibilità di un’alleanza senza PdL, i contatti sono stati intavolati e in questi giorni, si capirà quali altri margini di azione ci siano. Indipendentemente dalla riuscita o meno di queste trattative, qualora si riuscisse a trovare un accordo con i montiani, Lega Nord e gruppi misti, Bersani non avrebbe ancora i numeri al Senato.

Il M5S, dopo una spaccatura sul voto di Grasso per la presidenza di Palazzo Madama, si è immediatamente ricompattato per negare la Fiducia ad un Governo che non sia loro. Grillo spera di capitalizzare al massimo la situazione di instabilità garantita anche dal “niet” deciso nei confronti del PD per spingere questi ad allearsi con Berlusconi. In questo modo, il Movimento (ancora in crescita nei sondaggi, nonostante non stia facendo nulla) sarà in grado di aumentare il proprio bacino elettorale.

Il PdL, invece, potendo contare sull’appoggio insperato di Napolitano rientra prepotentemente in gioco. L’unico modo per far contare la propria posizione è, infatti, quello di sostenere un governo di Centro-Sinistra con un programma concordato anticipatamente. In questo modo potrebbe anche cercare di far valere il volere di Berlusconi per un Presidente della Repubblica a lui gradito. Sia il Cavaliere, sia i suoi fedelissimi si rendono conto, infatti, di essere in una delicata situazione ma l’insistenza di Bersani per guidare un Esecutivo e la volontà del Presidente della Repubblica di dar vita ad un governo di larghe intese sono un ottimo modo per uscire dall’angolo, facendo pesare i propri senatori. Al momento, come detto sopra, gli spiragli per un’intesa col principale competitor degli ultimi anni sono davvero minime ma, qualora Bersani dovesse fallire, tutte le carte verrebbero sparigliate. Nonostante il PdL abbia abbassato i toni negli ultimi tempi, la loro macchina elettorale lavora sotto traccia cercando di capire quanto converrebbe tornare a votare il prima possibile.

Napolitano si trova quindi a gestire una situazione non facile con l’impossibilità di sciogliere le Camere. Sia da diversi politici, sia d diversi giornali è arrivata l’idea di un secondo settennato dell’attuale Presidente della Repubblica o una deroga al suo mandato per garantire che un “Governo del Presidente” si occupasse della legge elettorale e di rassicurare l’Europa sulla situazione italiana. Più volte, però, l’interessato a negato questa possibilità. Ciò non toglie che fino a quando sarà in carica, farà di tutto per dare vita ad un esecutivo. Nei colloqui avuti con i capi partito, ha avuto modo di tastare il polso della situazione e ha richiamato più volte tutti gli attori al buon senso e alla necessità di un Governo in grado di affrontare un momento turbolento come questo. Napolitano è ben conscio che se anche avesse potuto sciogliere le Camere, con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe nemmeno se si andasse a nuove elezioni.

Questi sono i fatti. Ora, brevemente, esporrò la mia opinione e i miei dubbi su alcuni elementi che, a mio modestissimo parere, non sono di poco conto.

La prima cosa su cui vorrei soffermarmi è l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Introno a questo evento il PdL si gioca tutto: un Presidente ostile, infatti, potrebbe segnare la fine della carriera politica di Berlusconi che, come tutti sappiamo, è sotto processo per svariati reati attribuitigli. La cosa che mi stupisce/perplime è che nonostante i tanti proclami fatti da M5S, l’unica occasione effettiva (e assolutamente politica) per mettere fuori gioco Berlusconi non voglia essere sfruttata perché si parla di candidati non indicati da loro.

La seconda cosa che mi ha fatto storcere il naso e non poco è stato il teatrino volgare e mortificante dei Deputati del PdL sulle scale del tribunale di Milano. Credo che in nessuna democrazia occidentale si sia mai visto uno spettacolo tanto triste quanto avvilente e fuori luogo. È evidente che i problemi degli italiani che li hanno eletti non siano quelli che affliggono il loro Leader, ma quelli creati da governi scellerati che hanno gestito male la Cosa Pubblica.

La terza, e ultima cosa, è il fatto che, a parte gli otto punti del programma che Bersani vorrebbe portare avanti, non si stia più sentendo parlare nessuno dei problemi che affliggono il Bel Paese. Berlusconi e i suoi parlano di riforme istituzionali e riforme per rilanciare l’economia, scordandosi però che nella precedente legislatura avrebbe potuto dar vita a questo programma di rinnovamento, dato che i numeri li avevano. M5S pretende questa o quella carica, chiede di formare un Governo (senza nemmeno sapere chi lo guiderà), dice che ribalterà il parlamento eppure non avanza proposte se non una commissione di inchiesta sulle grandi opere. Nel frattempo mandano alle consultazioni una persona non candidatasi e non eletta per incontrare il Presidente della Repubblica. Si vantano della tanto decantata trasparenza e poi gran parte delle sedute più importanti vengono fatte a porte chiuse. In tutto questo tram-tram, però, non è stata avanzata una proposta concreta.

I temi davvero importanti che riguardano il rilancio dell’economia interna, una nuova regolamentazione del mercato del lavoro, una legge anti-corruzione decente, una nuova legge elettorale e una riforma istituzionale per il momento sono state messe da parte, non si sa per quanto tempo ancora.

Questo è quanto.

Cya.

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L’incubo inciucio e il rischio rottura

Ad una settimana e mezza dal voto, la situazione politica italiana è ancora incerta e confusa. La prospettiva di avere un Governo che abbia i numeri in Parlamento è, allo stato attuale, qualcosa di utopico. La matassa passerà tra le mani del Presidente della Repubblica Napolitano che si dovrà impegnare a trovare il bandolo per districarla.

Il Colle, infatti, da una parte vuole evitare che si ritorni alle urne, dall’altra però si oppone fortemente al progetto di Bersani di un Governo di minoranza che cerchi la maggioranza in Parlamento di riforma in riforma. Il Presidente ha più volte richiamato i partiti al proprio senso di responsabilità e il viaggio in Germania gli ha sicuramente dato il polso di come la situazione di instabilità sia vissuta all’estero. Inoltre è conscio che con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe andando nuovamente al voto. Per questo motivo, sotto traccia, sta cercando una soluzione tecnica (gli ultimi nomi fatti sono Anna Maria Cancellieri e Corrado Passera) per abrogare il Porcellum e per riformare la legge elettorale.

L’ennesimo Governo tecnico però incontra l’aperta ostilità di tutti i principali partiti. Il PDL, dopo aver fatto cadere Monti, è disponibile ad un’alleanza col PD per dare vita ad una serie di riforme istituzionali e per rilanciare l’economia del paese. La principale preoccupazione di Berlusconi e del suo partito è, però, quella di non riuscire ad influire sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, portando così alla nomina di una persona sgradita a lui e, di conseguenza, ai suoi. I continui richiami fatti da Alfano e Berlusconi a Bersani e i continui inviti a “fare la cosa” giusta, rientrano quindi in un quadro generale molto più complesso e che va ben oltre alle semplici scaramucce politiche: il PDL, infatti, avrebbe l’occasione di tornare alla guida del paese (seppur con gli odiati nemici) e potrebbero influenzare la scelta del prossimo inquilino del Quirinale a cui, probabilmente, passerà la patata bollente di un (possibile) Governo a tempo e l’indizione di nuove elezioni.

M5S, invece, ha una condotta confusionaria. Grillo e Casaleggio vogliono ovviamente trarre il massimo vantaggio da questa situazione di incertezza e quindi sembrano intenzionati a non concedere la fiducia né ad un governo di Centro-Sinistra (seppure il corteggiamento sia in corso, per quanto il PD neghi) né ad un tecnico. Durante questa settimana e mezza è stato però possibile assistere a più giravolte da parte del Guru del Movimento: prima ha lasciato intravedere uno spiraglio di speranza per un’apertura all’appoggio del PD (“l’esperienza siciliana è meravigliosa”) poi, dopo il contrordine, stando a quanto riportato da un giornale tedesco avrebbe dato il suo beneplacito ad un governo tecnico, salvo poi smentire il tutto affermando che la giornalista avesse capito male quanto da lui detto. Chiarito ciò che non faranno, resta da capire invece come agiranno. L’idea di valutare manovra per manovra è indubbiamente la loro idea prediletta, ma la base su internet è spaccata. Molti chiedono di dare la fiducia al PD per dare vita ad un governo che si occupi delle principali urgenze del paese ma, per il momento, la linea confermata anche dai capigruppo è quella oltranzista del non dare appoggio.

Il PD, dal canto suo, riflette anche negli atteggiamenti con gli altri partiti le fratture venutesi a creare al proprio interno. Veltroni e D’Alema hanno aperto più volte al Centro-Destra, andando poi a correggere il tiro (“Berlusconi, con la sua presenza, impedisce il dialogo”). Bersani ha sempre chiuso a questa possibilità, dicendo che non si alleerà per alcun motivo con chi ha comprato Deputati pur di far cadere il Governo Prodi (il caso De Gregori) e ha portato l’Italia sull’orlo del baratro. A seguito di questa chiusura, l’unico interlocutore rimasto è il Movimento 5 Stelle. Più volte il leader del PD ha fatto pressioni sulla mancanza di responsabilità dimostrata finora dal Movimento e su una linea di condotta poco chiara. Ha anche ricordato come, nel caso si tornasse ad elezioni, anche loro tornerebbero a casa, lasciando il paese in balia dell’incertezza. Finora questi appelli, però, sembrano non aver avuto effetto. A rendere la situazione più tesa e difficoltosa ci sono le frizioni con Napolitano a cui accennavo ad inizio articolo.

E, come scritto poco sopra, il PD in questo momento vede tre correnti principali impegnati in una lotta intestina che si evince dalle prese di posizione pubbliche. Da una parte ci sono i “bersaniani”, da un’altra i “veltroniani” e dall’altra ancora i “renziani”. I primi sono decisi a seguire la linea dell’attuale Segretario ed appoggiarlo sia si dovesse decidere di confrontarsi coi grillini, sia si dovesse decidere di provare a formare un Governo anche in assenza dei numeri.

I secondi, invece, si trovano in disaccordo con Bersani. Secondo loro sarebbe inutile tentare la creazione di un Governo di minoranza e, anzi, sarebbe persino rischioso. Per questi motivi opterebbero per un governo più ampio possibile per tentare di fare le riforme necessarie. Per questi, l’apertura al Centro-Destra non sarebbe poi così problematica una volta esclusa l’ingombrante figura di Berlusconi. Il contrasto tra i primi e loro nasce proprio su questa apertura che potrebbe fare più male che bene.

I terzi sono stati in disparte a lungo e sono rientrati prepotentemente in gioco grazie al risultato delle elezioni. Renzi ha ribadito più volte l’appoggio a Bersani ma l’impressione che sia una facciata di cortesia è sempre più forte. Ai suoi fidatissimi ha confidato che sarebbe disposto a guidare un governo di larghe intese purché si tornasse a votare e vincesse le primarie. A rafforzare l’idea che la discesa in campo del Sindaco di Firenze sia prossima c’è stato anche il colloquio con Monti di questa settimana di cui non si sa praticamente nulla.

È evidente che per quanto le tre correnti siano coese al loro interno, l’immagine del partito ne esca nettamente indebolita. Una situazione del genere, prolungata nel tempo, potrebbe portare ad una frattura insanabile ad una scissione del Partito. Per evitare questo scenario sarebbe necessario ritrovare una linea comune per il partito dettata da una guida, una leadership, forte scelta dagli elettori. Per questo motivo sarebbe necessario che Bersani facesse un passo indietro e affidasse ai cittadini la scelta della nuova segreteria in anticipo rispetto ai programmi.

Oltre a questo, inoltre, sarebbe necessario un rinnovamento tanto sbandierato e messo in atto lentamente e con ritardo. Solo in questo mondo si potrebbe assistere ad un PD rinsaldato e pronto a ributtarsi nell’arena politica come una vera forza progressista.

Questo è quanto.

Cya.

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