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Sul PD al governo

Dopo attente riflessioni (durate circa cinque minuti), ho deciso che all’esperimento di “Coso in Cosolandia” tornerà ad affiancarsi la “regolare” attività del blog. Per alcuni temi legati all’attualità mi sarebbe impossibile restare “in personaggio” e posticipare eccessivamente la pubblicazione di questi argomenti non avrebbe senso giacché le cose, nel frattempo sarebbero cambiate. E, dato che la politica a livello nazionale mi offre un assist, voglio concentrarmi su ciò che è successo nelle ultime settimane.

In tutto questo tempo, un po’ per il progetto a cui accennavo nella prima riga, un po’ perché non mi andava, mi sono esentato dall’esprimere un parere su Letta e il suo esecutivo. Purtroppo, però, i dieci mesi di governo sono stati qualcosa di deleterio, non solo per il Partito Democratico che, essendo il partner più importante nella “Strana Coalizione”, ha perso più consensi ma anche per il Paese la cui situazione è rimasta pressoché immutata.

I più grandi difetti di questo governo, fondamentalmente, sono stati i seguenti: il primo è quello di essere stato fondato su una maggioranza troppo instabile e debole. I partiti che ne hanno fatto parte avevano tra loro posizioni opposte sui principali temi. Nei momenti in cui si sarebbe dovuti intervenire con rapidità e incisività non è mai stato possibile farlo perché, prima di prendere ogni decisione, era necessario mediare continuamente con gli altri partner. Il secondo errore è stato quello di votare decreti senza senso come quello dell’abolizione dell’IMU, ignorando le riforme più importanti come quella del lavoro e quella elettorale (di cui parlerò dopo). Letta e il PD non sono mai stati in grado di imporre la loro posizione e, anzi, l’hanno sempre data vinta ad altri, in nome della responsabilità e della stabilità di governo. Ma, probabilmente, l’errore più grosso è stato quello di non stabilire da subito un “patto di coalizione” con obiettivi chiari e precisi. Ci fosse stato, probabilmente, i due problemi antecedenti non si sarebbero presentati o sarebbero stati molto meno importanti di quanto siano stati. Resta il fatto che, comunque, in dieci mesi di Letta non si ricordi una sola riforma che abbia cambiato in alcun modo la situazione.

La caduta di Letta, che fino a gennaio è riuscito a tergiversare non combinando granché, è stata indubbiamente accelerata dall’ascesa di Renzi alla segreteria del partito. Ora, io penso che tutti voi abbiate letto la lettera che ho scritto (e inviato a Civati, senza purtroppo ottenere risposta) e quindi abbiate ben chiaro cosa pensi dell’attuale segretario PD. Comunque sia, nei suoi primi due mesi di segreteria è innegabile che abbia portato a casa un risultato (sulla carta) non indifferente: una riforma costituzionale ed elettorale con l’aiuto di Forza Italia.

Questa cosa ha fatto storcere il naso a molti ma, mi spiace dover ammettere che era l’unica soluzione possibile. La più recente uscita ufficiale di Beppe Grillo ha confermato, se ce ne fosse il bisogno, che una delle principali forze politiche piuttosto che intervenire direttamente nel processo di cambiamento, abbia deciso (come al solito) di rifugiarsi dietro a monologhi inconcludenti e privi di controproposte. Qualcuno potrà anche dire che si poteva trattare con qualcuno diverso da Berlusconi ma, anche in questo caso, sono costretto a sottolineare che si sarebbe perso tempo e basta. A comandare, in FI, è ancora l’ex Cavaliere e, piuttosto che parlare coi gioppini, tanto vale rivolgersi direttamente al padrone.

Detto questo, si potrebbe entrare nel merito della legge elettorale che non condivido né come principi, né come sviluppo. Per creare il vero bipolarismo sarebbe stato necessario che ci fossero collegi uninominali con doppio turno e non quanto fatto da Renzi. Comunque sia, prendendo per buono anche l’impianto generico, mi rimangono grosse perplessità sulle soglie indicate sulla legge elettorale. La prima perplessità riguarda lo sbarramento al 4,5%. Una soglia di sbarramento davvero efficace dovrebbe aggirarsi tra il 5 e il 6%. Con quella dell’Italicum non si riduce abbastanza la frammentazione. La seconda, invece, riguarda l’attribuzione del premio di maggioranza. Tralasciando il fatto che un premio di maggioranza del 15% sia eccessivo, a mio modesto parere, sarebbe stato meglio farlo scattare intorno al 40%. È anche vero che Berlusconi non è concorde col doppio turno, dato che vorrebbe dire una probabile sconfitta, d’altro canto la soglia del 37% è davvero eccessivamente bassa e non proporzionale. Insomma, questa legge a metà tra il maggioritario e il proporzionale non convince.

Prima di occuparmi del capitolo riguardante il Governo Renzi (e concludere il posto), voglio solamente analizzare brevemente gli assetti interni al Partito Democratico post-congresso. Fondamentalmente, nonostante dovrebbero esserci due opposizioni all’interno della segreteria, le uniche posizioni divergenti sono state quelle di Civati e i parlamentari che lo sostengono. Negli ultimi giorni c’è stato il rischio di una scissione di questa “corrente” ma, fortunatamente, alla fine la spaccatura è stata riassorbita (ma non sanata) e, per una volta, non si è seguita la tradizione tipica della Sinistra italiana (per maggiori informazioni, vi rimando qui). Dico fortunatamente perché sono fermamente convinto (oserei dire sicuro) che la fuoriuscita di Civati e i suoi non avrebbe cambiato di una virgola la situazione e, anzi, sarebbero finiti col correre il rischio di sparire dai radar dato che, di spazio a Sinistra, non ce n’è. Aggiungendoci il fatto che, alla prossima corsa congressuale, l’unico candidato credibile sia rimasto lui, penso che il cambiamento che tanto ostinatamente insegue, potrebbe avvenire dall’interno e non da fuori.

Di Cuperlo, invece, voglio sottolineare l’astuzia: ha avvallato la sfiducia di Letta per far fuori un personaggio molto più scomodo e pericoloso: Renzi. Il ragionamento del pupillo di D’Alema, infatti, è semplice: qualora l’ex Sindaco di Firenze dovesse fallire, si brucerebbe e perderebbe tutta la credibilità politica che ha, togliendosi da solo dai giochi a causa di un passo più lungo della gamba. Il ragionamento di Cuperlo, però, non tiene conto di alcuni importanti elementi: qualora Renzi dovesse fallire, ad essere travolto non sarebbe solo quest’ultimo ma anche tutto il Partito Democratico e, soprattutto, attualmente non c’è un leader in grado di sostituire il fiorentino alla guida del Partito. O, per lo meno, quell’individuo non è lui.

E, finalmente, parliamo del Governo Renzi I. Dopo aver sbollito il Disagio e aver razionalizzato quanto è accaduto, ho deciso di dare tre mesi di tempo a Renzi prima di esprimere un giudizio. Con questo non voglio dire che sia soddisfatto del fatto che sia stato nominato l’ennesimo Presidente del Consiglio senza aver vinto le elezioni o lo accetti, semplicemente capisco cosa ha portato a questa scelta sia Renzi, sia Napolitano. Il primo, infatti, può contare su una larga maggioranza in Segreteria Nazionale e la sua leadership non è ancora stata incrinata da niente (a conti fatti, ripeto, ha in tasca una riforma elettorale e costituzionale e, oltre a questo, ha vinto lo scontro con il suo predecessore) e tecnicamente aveva già preso le redini del governo da quando era diventato segretario. Il secondo, invece, si è trovato di nuovo a dover evitare le elezioni con una legge elettorale (il Porcellum corretto dalla Corte Costituzionale) che non avrebbe garantito in alcun modo la governabilità e, messo di fronte al fatto che Letta non avesse più il sostegno del proprio partito, è stato “costretto” (pur esercitando liberamente i poteri riconosciutigli dalla Costituzione) a dare il benestare a questa operazione.

Nonostante abbia deciso di congelare il mio giudizio, però, non posso fare a meno di sottolineare alcuni elementi problematici che sono, poi, simili a quelli avuti dal Governo Letta. Per quale motivo, con la stessa maggioranza, Renzi dovrebbe riuscire dove Letta ha fallito? A conti fatti, la maggioranza di Renzi al Senato e alla Camera ha numeri molto più risicati di quelli del suo predecessore. Indubbiamente, anche la strada della così detta “doppia maggioranza” è costellata di insidie: una su tutte è quella riguardante l’affidabilità (storicamente inesistente) di Forza Italia. Non ci sono certezze, infatti, che Berlusconi, una volta ottenuta la legge elettorale, non decida di far cadere il Governo sulle riforme costituzionali.
Un secondo elemento è la caratura dei ministri. È evidente che, in questa squadra, non ci siano punte di diamante al di fuori del Presidente del Consiglio. La sensazione è quella che, alla fine, l’ultima parola sarà quella di Renzi e che gli altri siano lì solo per fare da supporto all’ex sindaco. Sempre riguardo ai ministri, tra l’altro, sono state fatte scelte quanto meno discutibili (Alfano confermato agli Interni e la Bonino rimpiazzata agli Esteri da una persona di fiducia di Renzi su tutte).
Il terzo e ultimo elemento è la mancanza di un Patto di Governo tra le forze che dovranno portare la legislatura a termine. Il pericolo è quello che, dietro all’enorme abilità comunicativa di Renzi e ai suoi proclami, non ci sia ancora nulla di chiaro o stabilito. Per evitare che ci si impantani e che la frase “farò una riforma al mese” diventi realtà, quindi, è meglio sedersi intorno ad un tavolo e stabilire una linea univoca che riesca ad incontrare il favore più ampio all’interno della maggioranza.

Per concludere, voglio lasciarmi andare ad una piccola polemica: è evidente che la deriva verso il centro del PD con Letta prima e Renzi poi abbia avuto una brusca accelerata. Guardando l’attuale squadra di governo è possibile notare come la maggioranza dei ministri si rifaccia ad un ambito culturale tipico della vecchia Democrazia Cristiana. Posso affermare, quindi, senza troppa paura d’esser smentito che, nonostante l’area civatiana del partito, la posizione occupata dai democratici è sempre più quella che fu della vecchia DC.
E, ancora una volta, avevo ragione quando, in tempi non sospetti, prospettavo questo sgradito ritorno (e, a volte, mi faccio paura da solo). La Grande Balena Bianca è tornata a nuotare nei mari della politica italiana. E ho la sensazione che sia tornata per restare.

Questo è quanto.

Un abbraccione (Cit. Erotismo democratico)

Coso

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Sui sistemi elettorali

Esistono, principalmente, due grandi famiglie di sistema elettorale, diffusi per il mondo: il sistema elettorale proporzionale e quello maggioritario. In questo post proverò, a grandi linee, ad indicare i punti di forza e i punti deboli di ciascuno dei due. L’analisi cercherà di essere il più imparziale possibile, nonostante il sottoscritto sia un sostenitore del sistema elettorale maggioritario.

Fatta questa premessa, non mi resta altro da fare che iniziare l’analisi.

Si parte con il sistema proporzionale, caratterizzato dal fatto che ogni partito ottenga un numero di seggi pari all’equivalente percentuale di voti ottenuta. Ciò garantisce che ci sia un’ampia rappresentazione partitica e, a sua volta, comporta una dispersione di voti enorme. Tale dispersione obbliga i partiti a dar vita a coalizioni per poter governare in quanto, difficilmente, un solo partito riuscirà ad ottenere una maggioranza tale per governare. La dimensione dei partiti è caratterizzata dal fatto che accanto a pochi partiti con alte percentuali, vi siano partiti più piccoli utili per dar vita alle coalizioni. Tipico di questi sistemi è una soglia di sbarramento che varia a seconda che si tratti di singoli partiti o di coalizioni.

Questo sistema ha due grandi vantaggi: il primo è la rappresentatività. Un gran numero di partiti riesce ad entrare in Parlamento e questo permette alla maggior parte dei cittadini di trovare rappresentanti del proprio partito di riferimento nelle stanze dei bottoni. Inoltre c’è una maggiore opportunità di formare coalizioni di grandi dimensioni che, qualora ci fossero defezioni, permetterebbe comunque alla maggioranza di sopravvivere, dando ai partiti più piccoli un minor potere di ricatto. Il secondo, invece, è un parlamento forte rispetto ad un governo debole. Il parlamento, nel sistema proporzionale, svolge un ruolo fondamentale che permette di mediare tra le varie anime che compongono la maggioranza e, spesso, questo può portare ad avere leggi le cui lacune sono state colmate proprio dal lavoro parlamentare.

Gli svantaggi, d’altro canto, sono evidenti. Il primo, lampante, è che ci sia una grande instabilità. Non è necessario controllare la durata media dei governi in paesi che hanno adottato un sistema proporzionale, per rendersi conto che la loro vita sia più breve rispetto ai governi eletti con sistema maggioritario. Il motivo di questo è da ricercarsi nel fatto che, pur scegliendo partiti ideologicamente vicini, le coalizioni possono portare a contrasti che inficiano sulla durata governativa.
Altro secondo svantaggio è riguardante l’enorme potere di ricatto che i partiti più piccoli hanno in confronto di quelli più grandi. Più una coalizione è larga, più difficile diventa tenerla coesa. D’altro canto, più una coalizione è piccola più il rischio di defezioni potrebbe rivelarsi catastrofico per la caduta del Governo. Per questo motivo, il partito più grande è costretto a fare diverse concessioni a quelli più piccoli e, questo, ci conduce al terzo grande svantaggio: il programma.
Il programma, infatti, deve essere concordato prima delle elezioni. Ciò nonostante, durante tutta la vita governativa, ci sarà una continua trattativa sui singoli provvedimenti da intraprendere e, questo, inevitabilmente rallenta di molto l’attività di Governo.
Attività di Governo ulteriormente rallentata dalla presenza di un Parlamento forte che, oltre ad essere un punto di forza, è anche un punto debole. I DL e i DdL, infatti, hanno tempi molto lunghi a causa delle consuetudini parlamentari, soprattutto nel caso si parli di un sistema bicamerale perfetto in cui entrambe le camere hanno gli stessi poteri.

Dimostrazione di ciò lo abbiamo avuta, soprattutto, in Italia (nella Prima Repubblica) e in Belgio.

Il sistema maggioritario è maggiormente diffuso nei paesi anglosassoni. Al contrario del sistema proporzionale, in presenza di un sistema maggioritario, lo spettro partitico si riduce in modo notevole. I partiti che possono aspirare a governare, tipicamente, sono due. La presenza del sistema maggioritario, abituando l’elettorato a votare per i grandi partiti, porta quindi ad una dispersione di voti molto ridotta. Le coalizioni non sono necessarie per governare. Le forme più diffuse sono il sistema maggioritario uninominale secco a turno unico e il sistema maggioritario uninominale a doppio turno. Nel caso del maggioritario uninominale secco, chi ha la maggioranza dei voti nella circoscrizione, vince il seggio. Nel sistema a doppio turno, invece, qualora non venisse raggiunto il 51% dei voti da almeno un candidato si andrebbe al ballottaggio. Al ballottaggio possono accedere o i due più votati, o coloro che hanno superato una determinata soglia percentuale.

Il grande vantaggio del sistema maggioritario è quello di garantire la governabilità. Il metodo con cui vengono eletti i parlamentari, infatti, non necessita della creazione di coalizione e di tutte le conseguenze che queste comportano: i governi non cadono perché un alleato si è staccato ed è passato all’opposizione. Mediamente, i governi e i parlamenti eletti con un sistema maggioritario hanno una vita di molto superiore rispetto alle controparti elette col proporzionale. Questo si riflette anche sui programmi: viene eliminato il passaggio della mediazione. Chi vince, lo fa col proprio programma che potrà attuare senza dover accontentare alcun alleato. In questo modo, anche l’impostazione delle politiche cambia: non saranno più solo politiche di breve respiro, ma anche politiche a medio/lungo termine.

A fronte della governabilità, però, viene fortemente penalizzata la rappresentanza in Parlamento. Chiunque non voti i due partiti principali, difficilmente avrebbe un rappresentate in una Camera. I partiti più piccoli sarebbero condannati a restare fuori dalle “stanze dei bottoni” e la loro attività non sarebbe così performante come lo è nel sistema proporzionale. Inoltre, qualora un’amministrazione svolgesse un lavoro non all’altezza, sarebbe molto difficile sfiduciarlo e farlo cadere. Le dimostrazioni le abbiamo avute sia coi governi di Sarkozy, sia coi governi Bush. Altro svantaggio è quello di avere un Parlamento con un ruolo meno centrale rispetto a quello del sistema proporzionale. Gran parte dell’attività legislativa, infatti, verrà svolta dal Governo mentre le camere si limiteranno ad approvare le leggi o ad apportare modifiche marginali al testo.

Entrambi i sistemi, come visto, hanno i loro vantaggi e i loro svantaggi. Va anche detto che, soprattutto in Inghilterra, accanto ai due partiti principali si sia affiancato un terzo concorrente e che, nonostante il sistema maggioritario, abbiano iniziato a nascere governi di coalizione già da qualche tempo.

Andrebbe posto l’accento anche sulla presenza di una terza famiglia, i sistemi elettorali misti, che hanno elementi sia del proporzionale, sia del maggioritario. Alcuni esempi sono il Mattarellum in Italia oppure la legge elettorale tedesca. Questi sistemi cercano di coniugare la necessità di un governo forte con la rappresentatività richiesta dal parlamento per quanto, nonostante tutto, la parte maggioritaria sia quella predominante.

E con questi due brevi incisi, ho concluso.

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