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Di occhiate scambiate sul treno

No, in realtà non so di cosa parlerò. Non ho voglia di scrivere di politica e non ho nulla di particolarmente interessante di cui raccontarvi, perciò, penso che parlerò di tutto e niente.

La prima cosa che mi viene in mente è quindi il viaggio in treno di oggi. No, prima che sorgano dubbi, non ci sono stati ammiccamenti con belle fanciulline. Tutt’altro. Ma facciamo un passo indietro. Sto pomeriggio ho deciso di prendere il treno che si ferma in tutte. Salito al livello superiore (no, non ho skillato) mi son seduto e, dopo essermi tolto le cuffiette, mi sono messo a leggere. Ben presto, però, sono stato circondato da ragazzini urlanti.

Ecco, la prima cosa che non posso fare a meno di chiedermi è: ma anche io, sui treni, ero una scimmia urlante alla loro età? Dopo un breve, ma intenso esame di coscienza la risposta è no. Sarà che i viaggi in treno mi tediano, sarà che non ho bisogno di urlare per parlare con qualcuno (anche perché, tendenzialmente, a meno che non sia necessario vengo evitato anche sul treno), comunque sia non starnazzo come una gallina.

Tornando a noi, comunque, sono stato circondato da questi ragazzini urlanti. La fermata dopo, anziché scendere, ne sono saliti altri. Imperturbabile, comunque, ho di proseguire nella lettura. Per un momento, mi sono chiesto se dovessi rimettere le cuffie ma poi ho lasciato perdere. Fatto sta che, dopo la terza fermata sale un ragazzino e con tutti i posti a disposizione, dove si va a sedere? Indovinate un po’!

Avete detto di fianco a me? La risposta è sbagliata. Di fianco a me c’è il mio zaino contenente…Beh, il nulla. Comunque, si siede di fronte al mio zaino. Come faccio sempre, durante la lettura sul treno, mi sono preso una piccola pausa e mi sono guardato intorno. Ecco, ero il più vecchio (e meno rumoroso) sulla carrozza. Dopo aver preso atto di questo ed essermi nuovamente isolato, improvvisamente, ho colto lo spostamento del tizio che si è piazzato di fronte a me. Qualche secondo dopo, gli sento dire “Ciao”.

Ora, diciamocelo, non so se stesse parlando con me o con qualche suo compagno di scuola. E non voglio nemmeno sapere cosa gli sia passato per la testa, qualora avesse salutato me che, obiettivamente, sono una persona molto poco socievole quando non ho voglia di dar retta a qualcuno. Quello che conta è ciò che accaduto dopo quelle fatidiche quattro lettere.

Come dicevo, dopo il suo saluto, incerto se parlasse con me o meno, ho staccato per un solo momento gli occhi dallo schermo per fulminarlo con un’occhiataccia prima di riprendere ad ignorarlo. Dopo aver fatto questo, il ragazzino, ha preso la sua roba e si è spostato. Per onore della cronaca è stato sostituito da un uomo più vecchio di me che ha dormito tutto il tempo (e sono i compagni di posti che preferisco).

Morale della favola? Mai disturbare un Coso che legge. Spero che abbia imparato la lezione e che tutto questo non si ripeta più.

A questo punto, l’obiezione che potrebbe essere mossa è: “Ma se lo avesse fatto una bella figliuola?”. E sarebbe anche valida, non fosse che le belle figliuole mi evitano come i vampiri evitano la luce del sole.

Il terzo trimestre è incominciato da poco ma, dato che le materie sono interessanti come un calcio nelle palle, oggi ero distratto mentre il prof blaterava qualcosa (che probabilmente si rivelerà fondamentale) ho guardato fuori dalla finestra e ho visto una tizia coi capelli rossi, entrare nell’edificio in cui mi trovavo io.

Ovviamente, avendola vista di sfuggita, mi sono autoconvinto che fosse una tizia che conoscevo. Le mando un messaggio e lei mi chiama. Scuotendo il capo, mentre un mio conoscente faceva una battuta, riattacco. Le mando un altro messaggio dicendole che sono a lezione. Dopo esser riusciti ad identificarci a vicenda, scopro che non era lei la tipa in questione.

Ora, dato che a SPO di rosse così ne ho viste due in tre anni e non si trattava di nessuna delle due (l’altra ha i capelli ricci), le cose sono due: a) Ho le traveggole; b) Stiamo venendo invasi da fanciulle coi capelli rossi. In qualunque caso, la faccenda potrebbe essere estremamente positiva.

Ulteriore cambio d’argomento: vi ricordate quello che dicevo in “appunti di produzione”? No? Beh, non vi siete persi un cazzo. Cooooomunque, il progetto è parcheggiato lì e non credo lo svilupperò mai (o almeno nel prossimo futuro, dove per prossimo futuro si intendono questi mesi fino a luglio).

Perché ho lasciato perdere? Fondamentalmente perché mi è venuta un’altra idea da buttare giù per poi abbandonarla lì. Eh sì, lo so, è un peccato. So anche che voi speravate di leggere tutto quanto (nevvero, ma lasciatemelo credere) ma dovrete aspettare. Purtroppo, infatti, sono un cazzaro che fa fatica a scrivere un post alla settimana qui (e questo articolo lo dimostra), figuriamoci se son abbastanza skillato da poter portare avanti qualcosa con una trama organica.

A proposito di trame organiche e di letture, non posso non accennare velocemente al fatto che finalmente abbia messo le mani su tutta la serie di Wild Cards. Nel terzo libro, debbo dire, c’è la giusta tensione narrativa nonostante la brevità del volume (361 pagine). Tra l’altro, il mio bravissimo e bellissimo Kindle mi riesce a trovare anche le sigle senza troppi problemi (i libri sono in inglese, ovviamente).

Per concludere, una rapida carrellata di varie ed eventuali. Preso atto del fallimento della mail per contattarmi, ho eliminato la scheda e quella mail la userò per le registrazioni. V., hai avuto una pessima idea.

Sì, sto continuando ad uscire il sabato sera e questa cosa stupisce anche me, ma alla fine mi diverto. Emblematico è il fatto che esca con persone che hanno, in media, cinque anni più di me. A parte qualche eccezione, d’altronde, mi sono sempre trovato meglio con persone più grandi.

Siamo ad Aprile e tra una ventina di giorni (circa) andrò in fumetteria, dove mi aspettano i miei adorati tomi da divorare per poi riporli con cura sugli scaffali della libreria.

Bene, direi di aver finito.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Una giornata in nove battute

Coso: ho appena visto una fanciulla semplicemente divina
L: I know that feeling
C: Mi sono innamorato
L: Chiedile il numero
C: Ha l’anello
L: Mozzicale il dito
C: Sono a casa ormai
L: Gli Déi si burlano di noi.
C: Esatto.

Perché, in fondo, è questo scambio di messaggi, il nucleo centrale di quest’oggi. Non il fatto che abbia fatto due ore di interessantissima lezione, non il fatto che abbia comprato due libri e abbia preso un muretto con la macchina graffiando la portiera ma bensì il fatto che mi sia innamorato di una perfetta sconosciuta.

Una sconosciuta che non rivedrò mai più e che non si è nemmeno accorta di me, non fosse per il fatto che abbiamo fatto le scale fianco a fianco mentre canticchiavo “Lift me up, lift me up Higher now I’m upper Lift me up, lift me up Higher now I’m upper” (sì, lo so è una canzone di merda ma sulla mia mente ha lo stesso effetto virale di questa). E, allora, mentre riflettevo sul fatto che se non avesse avuto l’anello, comunque, non avrei fatto un cazzo se non apprezzare in silenzio e tirar dritto per la mia strada mi sono ritrovato a pensare (di nuovo) alla viltà che da sempre mi contraddistingue in questo campo.

Viltà che mi porta a non provare nemmeno ad abbordare una per la semplice (quanto atavica) paura del rifiuto che mi ha contraddistinto da…Sempre. Per quanto, ogni volta, mi dica di provarci che tanto non ho nulla da perdere, alla fine, c’è sempre questa paura che mi fa abbandonare le “buone” intenzioni per rifugiarmi nel tranquillo territorio dell’ignavia, del non tentare. Perché, in fondo, mi è comodo non provarci pensando “tanto sono un botolo brutto, ringhiante e non faccio una bella impressione…Quindi non ne vale la pena”. Mi sento giustificato da un atteggiamento che si riproduce in continuazione, in campo affettivo.

Atteggiamento che poi diventa una giustificazione, un alibi per il mio culopesismo cavalcante e mai domo. Un alibi per non riconoscere che più che il rifiuto in sé, è il fallimento a spaventarmi. Ed è a questo punto che subentra l’invidia (anche se, forse, è più corretto chiamarla “ammirazione”) per L (che dopo sto articolo, indubbiamente, o già nei commenti qui sotto o in privato mi tirerà il culo a morte) che, piuttosto di restare col dubbio, piuttosto che lasciare intentata qualsiasi mossa, ha il coraggio di gettarsi. Di fare un passo nel vuoto, brancolando nel buio.

Ha, insomma, il coraggio di fare quello che io non riesco (ma com’è evidente da quanto scritto finora è più un “non voglio”) fare. Essere conscio di queste cose, però, non mi è di alcun aiuto. Il culopesismo di cui parlavo sopra, si fa sentire anche in queste cose e crea un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire che è più o meno riassumibile così: Mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti , mi giustifico, cerco di auto-convincermi che la prossima volta farò qualcosa, mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti, mi giustifico e così via, in un continuo girotondo.

E per quanto possa dire “oh, non lo farò più” oppure “la prossima volta andrà diversamente”, lo so io come lo sapete voi che, alla fine, non cambierà assolutamente nulla e, quando incrocerò la prossima stupenda fanciulla sconosciuta, saremo punto e a capo.

Questo è quanto.

Cya.

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