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Coso Lettore

No, lo so, non è l’articolo serio a cui avevo accennato settimana scorsa ma in questo periodo, un po’ per il fatto che dovrei studiare per gli esami, un po’ per il fatto che abbia da fare per i più svariati motivi, un po’ perché sono sfigato e ogni tre per due mi capita un imprevisto, non ho né la testa, né la voglia di scrivere qualcosa che si avvicini anche lontanamente ad un post intelligente o utile, quindi beccatevi l’articolo abbastanza cazzaro.

Articolo cazzaro che non si riferisce alle mie ultime letture in ambito cartaceo (per quanto un’idea del genere non sarebbe malvagia e giustificherebbe l’esistenza della categoria “Rubriche”) ma, bensì, ai blog. Se l’ultima volta mi ero scagliato contro i blogger da “blogger”, questa volta lo farò da lettore. Prima di iniziare la filippica contro di loro è, però, necessario sottolineare una cosa molto importante: il Coso lettore odia intensamente il Coso blogger. E, presto, capirete anche il perché.

Nell’ultimo anno ho avuto modo di accorgermi di come ci sia stata, sull’interlink, l’esplosione di una nuova pandemia: l’apertura del blog. Chiunque, per i più svariati motivi, ha almeno valutato di aprirne uno e molti, moltissimi, dopo aver fatto valutazioni più o meno approfondite, sono passati dall’idea alla pratica. Voi vi starete chiedendo cosa c’è di male (N.B.: non importa che ve lo stiate chiedendo davvero o meno) legittimamente e io, altrettanto legittimamente, vi spiegherò perché lo Straniero avrebbe dovuto portarne molti con sé.

Il vero problema, come dicevo sopra, non è tanto il proliferare dei blog quanto il fatto che, come lettore, io abbia un palato piuttosto raffinato. Palato che, puntualmente, viene maltrattato da dubbi blogger con dubbie capacità. Dubbie capacità che si esprimono con post che vanno dal “Mamma mia, quanto ho riso” al “Perché lo Straniero non ha portato via me?”.

Chiunque sapesse chi è lo Straniero, si chiederebbe perché io possa avere una reazione del genere ed il motivo è presto detto: gli articoli che ho avuto il dispiacere di leggere nel corso del tempo erano qualitativamente infimi e, in alcuni casi, non avevano nemmeno un senso logico. Erano un mucchio di parole prese e scritte a caso. E, a meno che non siate dei futuristi (e, cazzo, fidatevi: non lo siete), fate solo la figura dei pirla (e, indubbiamente, fate presa su tutti coloro che cercano lo scrittore maledetto o vanno filosofeggiando su pezzi che non vogliono dire un cazzo).

Ma, tralasciando il puro discorso stilistico (a cui si potrebbe aggiungere l’uso dell’italiano in modo osceno e una punteggiatura o troppo presente o, peggio ancora, inesistente), passiamo agli argomenti che vengono trattati. Gli argomenti sono sempre un punto dolente. Ogni volta che si inizia a scrivere di qualcosa, si sa già che altri lo hanno trattato (probabilmente in modo migliore), ma ciò non autorizza chiunque voglia scrivere al dare il via alla sagra delle banalità o dire cose che non stanno né in cielo, né in terra.

La regola del buon scrittore/scribacchino/blogger/Salcazzoché è quella di informarsi, prima di scrivere. E informarsi vuol dire avere almeno un’idea generale della tesi che si vuole portare avanti e degli argomenti che la sostengono. Un lettore, in mancanza di questi elementi, non solo troverà difficoltosa la lettura, ma non ci capirà una beneamata minchia.

Un’altra cosa che mi irrita è da imputare a coloro che si limitano a fare il copia/incolla da un altro sito internet (spesso Kiwipedia) senza poi aggiungere nulla di proprio. Se volessi leggere una cosa del genere, perché dovrei venire sul tuo blog quando posso consultare il sito citato tra parentesi? Misteri della fede.

C’è un’altra cosa che fatico a capire (ma, probabilmente, è un limite mio): chi si ostina a pubblicare post con la stessa frequenza con cui una persona caga. Già è difficile scrivere roba interessante una volta ogni morte di Sommo Septon, figurarsi cosa potrebbe risultare, ad un lettore, vedere una persona che pubblica tanti brani senza senso a distanza di qualche ora l’uno dall’altro. Non è una questione di quantità, ma è una questione di qualità (o una formalità, non ricordo più bene)

Il vero grosso, grossissimo problema però non sono tanto gli scrittori, quanto i lettori stessi. Non possiamo pretendere che un lettore che legga “50 sfumature di marrone” e lo apprezzi, poi vada su internet a cercare blog in cui si trattano argomenti di un certo spessore. Non possiamo pretendere che la ragazzina che legge i libri di Fabio Volo, poi apprezzi di più un post con dei contenuti piuttosto che le solite quattro cazzate trite e ritrite (anche se i parallelismi donne/arcipelago e donne/dinosauri penso li abbia fatti solo lui). Non possiamo pretendere che chi abbia amato Twilight, possa apprezzare poi un blog in cui Twilight viene smontato punto su punto a causa delle evidenti lacune logiche (come cazzo faceva il tizio sbarluccicante a non azzannare la tizia quando aveva le sue cose, ad esempio? Me lo sono sempre chiesto, ma oltre al tipico “esigenze narrative” non è che mi venisse in mente altro). E potrei andare avanti all’infinito, con questi esempi. Ma mi sono rotto il cazzo di scrivere, quindi mi avvio verso la conclusione.

Conclusione che non può essere altro che il prendere atto di come lo spirito critico del lettore medio (e anche di molti critici per lavoro) sia stato livellato verso il basso negli ultimi anni. E, questo trend, si è spostato dal cartaceo al digitale.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: stigrancazzi quanto ho scritto, solo per lamentarmi.
P.P.S.: Spero abbiate colto almeno una delle tante citazioni colte inserite in sto post, senza l’aiuto di wikipedia.

Bonus:

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Prime impressioni e conseguente ipocrisia

Qualcuno (senza fare nomi) ha detto che si denotava la mancanza dei miei post pieni d’odio. Questo non sarà un post pieno d’odio (almeno non intenzionalmente) ma si limiterà a descrivere una consuetudine con cui tutti, chi più e chi meno, ha avuto a che fare. Prima di passare all’articolo vero e proprio è necessario specificare alcuni piccoli dettagli.

I dettagli in questione sono i seguenti:

– Per prime impressioni, oltre al primissimo acchito, si intendono anche i primi due/tre giorni di frequentazione, per quanto riguarda la RL
– Per gli amanti delle amicizie virtuali, invece, si intendono le prime settimane di “chiacchiericcio” fino al mese. Il motivo di questa dilatazione temporale è presto detto: parlare con una persona tramite internet non tiene conto delle differenti variabili che ci sono in un incontro “faccia a faccia”. L’esperienza è comunque diversa e probabilmente rientra meno nella casistica che mi appresterò a descrivere qui sotto.
– Quanto qui scritto è frutto di esperienze personali dirette ed indirette, ma rispecchia un buon 90% della casistica. Detto ciò, possiamo passare al sodo.

Le prime impressioni sono la base fondamentale di qualsiasi rapporto. Sono quelle che ti fanno capire se ci sia o meno feeling con la persona che ti trovi davanti. Eppure, non sempre sono affidabili. Molte volte capita che una persona che di primissimo acchito vi sia stata sulle palle, si riveli essere una personcina a modo con cui vi divertite un sacco. Per questo, di solito, si dice che nei rapporti è meglio dubitare delle prime impressioni perché non dicono tutto di una persona…Giusto?

Manco per il cazzo. Le prime impressioni sono fondamentali. Novanta volte su cento ci prendono. E le dieci volte che sbagliano, lo fanno perché eravamo distratti da altro. Mi si potrebbe dire che dopo due o tre volte che si vede una persone, la conoscenza è solo all’inizio ed è parzialmente vero. In quelle prime due o tre volte, in realtà, si comunica di più di quanto si pensi. E la comunicazione non è solo verbale, ma bensì anche fisico-gestuale. La prima cosa che colpisce una persona (nel bene o nel male) quando sta conoscendo qualcuno, oltre all’aspetto puramente fisico, è l’atteggiamento. L’atteggiamento che è, probabilmente, una delle discriminanti più importanti all’inizio del rapporto. E dico questo perché l’atteggiamento che si ha, inevitabilmente, si riflette sia sul linguaggio del corpo, sia sul modo di affrontare una discussione. Se una persona fosse davvero interessata tenderebbe ad essere più partecipe al discorso e anche fisicamente si porrebbe in maniera più aperta. Una persona interessata cercherebbe lo sguardo dell’altra per cogliere le sfaccettature di ciò che questa vuole trasmettere, mentre una persona poco interessata (oltre ad essere poco partecipe) tenderà a cercare elementi di interesse maggiore, con sguardo sfuggente o comunque evitando di incrociare quello della persona con cui sta parlando.

E, per quanto ci si sforzi, una volta che il rapporto ha inizio, difficilmente (se non addirittura quasi impossibile) sarà in contrasto con le sensazioni trasmesse dalle prime impressioni. Una persona che “a pelle” ci starà sul cazzo, per quanto si impegni a starci simpatica, finirà solo col farsi odiare di più. Quando invece una persona “a pelle” ci sta simpatica, viene più facile creare rapporti duraturi e più onesti.

Ma è in questi momenti che entra in gioco la “conseguente ipocrisia”. Ipocrisia mascherata da gentilezza che ci fa dire “Ma lo conosco da poco, Tizio, diamogli modo di farsi conoscere meglio”. Quell’ipocrisia tipica dei contesti sociali in cui ci deve (dovrebbe) essere una cortesia formale di fondo che ti è inculcata automaticamente sin dalle scuole dell’infanzia in cui devi (e sottolineo il devi) andare d’accordo per forza con tutti. Ipocrisia che si trascina nel tempo e ti accompagna lungo il percorso vitale. Ipocrisia che prende il nome di “quieto vivere”. E ne abbiamo esempi lampanti tutti i giorni, nel nostro piccolo: Caio ci sta sulle palle, ma per il quieto vivere, ci esco lo stesso perché sta simpatico ad altri della mia compagnia. Un collega di lavoro mi sta sul cazzo? Per il quieto vivere devo sorridere e far buon viso a cattivo gioco. Ho un cugino ammorba coglioni? Per il quieto vivere, quando lo vedo mi comporto educatamente per quanto, con profondo e forte desiderio vorrei prenderlo a testate sui denti.

E, a questo punto, dovrei consigliarvi di fottervene del quieto vivere e seguire le prime impressioni ma non lo farò. Non lo farò perché sarebbe altrettanto ipocrita. Sono io il primo, purtroppo, che non si fida(va) delle prime impressioni e si lascia(va) condizionare dai necessari meccanismi alla base della vita sociale stessa. Infatti, se ognuno di noi dovesse basarsi sulle prime impressioni, si troverebbe nella difficile situazione di essere circondato da un numero relativamente esiguo di persone e, questo, danneggerebbe il tessuto sociale che è composto, per l’appunto, di relazioni. Relazioni che molte volte vanno avanti per la necessità di mantenere l’apparente stato di calma che è, ovviamente, il suddetto quieto vivere.

Tanto, alla fine, quando una persona vi sta sul cazzo, quieto vivere o meno, prima o poi la manderete a cagare. È inevitabile.

Questo è quanto.

Cya.

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Odio

Il titolo, già di per sé, dice tutto quello che c’è da dire sul tema dell’articolo. Eppure, vorrei non foste tratti in inganno e quindi generalizzaste su cosa io possa odiare, perché oggi il mio odio è focalizzato su un evento.

E, questo evento, è ovviamente Ferragosto. È un’antipatia antica, con radici profonde e ben radicate. A cosa è dovuto tutto questo? È semplice. Ferragosto è una festa assolutamente inutile. Inutile perché, fondamentalmente, non interrompe il lavoro. Si è già in vacanza il quindi di agosto, che utilità può avere un festa del genere? E, a questo punto, di solito le risposte sono (in ordine sparso): incontrare gli amici e passare del tempo insieme, divertirsi, abbuffarsi, spezzare la monotonia d’agosto. E, dato che sono uno zitellone acido che non scopa, vorrei analizzare un attimo le sopraccitate risposte per smontarle una ad una.

E si parte con “Incontrare gli amici” e “Divertirsi”. Santoddio, siccome normalmente non li vedreste è sicuramente questa festività a permettervi di farlo. D’altronde in estate (soprattutto ad agosto) si è talmente oberati di cose da fare che una sera sì e l’altra pure siete in un locale di tendenza a consumare litri e litri di alcool con quelle stesse persone. E lo stesso discorso, quindi, vale per il divertimento. Srlsy, si ha bisogno di incontrare i propri amici a ferragosto per divertirti? Non lo si fa già normalmente? Davvero, si ha bisogno di ferragosto per divertirsi con gli amici? I don’t think so.

Poi c’è l’abbuffarsi. Perché, inutile negarlo, chiunque a ferragosto ci dà dentro col cibo e lo può fare senza sentirsi in colpa perché, alla fin fine, è festa. E, come ogni festa che si rispetti, è necessario che si mangi come maiali all’ingrasso. E questo, soprattutto nella popolazione femminile, dovrebbe portare a galla il senso di colpa…Non fosse che, dato che è festa se ne strafottono del senso di colpa (a meno che non siano casi patologici e allora sticazzi) e s’abbuffano lo stesso. E questo è uno dei motivi minimamente condivisibili (non fosse che il sottoscritto s’abbuffa come un maiale lo stesso, anche quando non è festa). Eppure, mi sembra una motivazione flebile, che non spieghi il motivo per cui questa festa debba essere utile.

E, alla fine, c’è lo spezzare la monotonia di agosto. Ma, il ragionamento, non regge. Non regge perché se davvero si stesse festeggiando con gli amici più cari il ferragosto, significherebbe che non sono ancora partiti e quindi li hai potuti vedere per tutto il tempo che vuoi. Non regge perché, alla fin fine, già la sera stessa sei tornato a casa e ti stai rompendo di nuovo i coglioni. Non regge perché la monotonia d’agosto non la si può spezzare, finché si resta in città (la stessa città in cui vivi 365 giorni all’anno).

Ma, soprattutto, odio Ferragosto perché non ho dei vicini ma delle scimmie travestite da uomo che si ubriacano, gridano e ridono in modo sguaiato mentre io sto cercando di ritrovare l’equilibrio interiore perso per svariati motivi (l’anno scorso perché avevo dormito quattro ore, quest’anno perché il PC non voleva più funzionare e ho dovuto evocare tutti gli Dèi e i Grandi Antichi per farlo ripartire). Odio Ferragosto perché, ancora più che a capodanno, la gente che mi circonda si dimentica di essere circondata da casa e va avanti fino ad orari impossibili mantenendo musica e tono di voce oltre il limite del sopportabile. E, infine, odio Ferragosto perché fa caldo. Troppo caldo.

Insomma, spero si sia capito che odio Ferragosto.

Questo è quanto.

Cya.

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Questione di…

Dato che tra ieri e oggi ho avuto parecchio tempo per pensare mentre imbiancavo casa, mi sono soffermato a pensare ad alcune cose che mi riguardano. Le conclusioni, alla fine, sono sempre stata le stesse. Ma testé, riporterò qui tutto, come ulteriore monito a me, sulla mia culopesaggine (e non solo).

Il primo spunto di riflessione è stata la mia scarsa voglia di fare le cose. Tutto noioso. Tutto già visto. Tutto già fatto. Eppure, dietro a questo atteggiamento, non ci può solo essere del culopesismo (che, per l’amor degli Dèi, è un’ottima scusa) ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Di più forte. E questo qualcosa è la paura di mettersi in gioco. Una paura che non riguarda solo il fare/non fare le cose (tant’è che raramente mi sia mai buttato di mia iniziativa), ma anche la vita di tutti i giorni. Si può passare dall’esempio banale: il fatto di non azzardare un balletto difficile tanto quanto lo stare in piedi, sino al non provare a portare a termine un progetto per la paura di “non farcela”, per la paura che il risultato finale non sia degno delle aspettative costituitesi mentre ci lavoravo sopra. E da questo spunto marginale a spunti ben più “centrali” (in questo momento), il salto è stato breve.

Infatti, il mio non volersi mettere in gioco, si rispecchia anche nelle relazioni con gli altri. Relazioni, che escluse pochissime persone, solitamente non vanno al di là di un rapporto di cortesia, non approfondito. E, anche in questo caso, c’è una scusa (che di fatto, tanto scusa non è): A me non piacciono le persone. Mi irritano. Vedo qualcuno sulla metro e ascoltandolo parlare, nel 97% dei casi, mi sale un odio viscerale. Ma, chiaramente, questo è un altro problema. Dicevo che, il mio non volersi mettere in gioco anche nelle relazioni è sintomatico della mia paura nel fallire. Fallire con un amico, fallire nell’abbordaggio con dolci e bellerrime fanciulle, fallire con la mia famiglia.

E, in fondo, la paura del fallimento credo sia normale. Tutti hanno paura di fallire eppure non si fanno bloccare. Io, invece, non riesco a fare il famoso “passo in più”. Tra l’altro, il non riuscire, è sintomatico di un non volere. Non voler rischiare, perché in fondo così me la cavo, non voler provare perché tanto “so già che andrà male”, non voler fare una cosa perché “tanto non serve a niente”. E per quanto le (poche) persone di cui mi fido mi spronino a buttarmi e tentino di convincermi, il desiderio di cambiamento dovrebbe partire da me. Cosa lo farà scattare? Sinceramente, non lo so. Non ho un’idea che sia una al riguardo.

Perché, fondamentalmente, lo so: è solo questione di mettersi in gioco, questione di affrontare la paura del fallimento. Eppure, nonostante la consapevolezza sia un primo passo, oltre a questo non riesco andare.

Anche per oggi, ho chiuso.

Questo è quanto.

Cya.

 

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Primo pomeriggio di primavera

“Che fretta c’era maledetta primavera?”

Oggi, primo giorno di primavera,  ho in mente questo motivetto che ritmicamente mi rimbalza da un angolo all’altro della testa, in questo momento completamente svuotata.

Il cielo grigio e la pioggerellina che cade continuamente non rappresentano certo il tipico clima primaverile. Anzi, sembra che la stagione della risveglio se la stia prendendo con molta calma.

Ciò che non posso fare a meno di chiedermi è se questa primavera sarà stagione di risveglio e di sviluppo anche per me.

Risveglio e sviluppo necessari a modificare e, possibilmente, migliorare la mia personalità e quindi ogni possibile elemento della stessa, umore compreso.

Umore che sempre più spesso mi da problemi di instabilità. Instabilità che comporta picchi di ottimo umore seguiti da picchi di pessimo umore che si susseguono lungo l’arco dell’intera giornata, rendendo difficoltoso il mio rapporto con gli altri e anche l’equilibrio che tanto faticosamente e vanamente cerco di costruirmi.

Equilibrio che potrebbe esistere solo se non avessi rapporti con gli altri e vivessi in uno stato di completo ascetismo. Ascetismo che mi però mi è impossibile praticare, semplicemente perché vivo.

La mia vita, volente o nolente, mi costringe ad incrociare la strada di altre persone. La mia famiglia, i miei compagni di classe e i miei amici. Spesso ho desiderato prendere e scappare via, ma sono ben conscio che anche la solitudine e la fuga che la precede non sono una soluzione valida.

Fondamentalmente credo che il problema sia io. E’ come se avessi paura di aprirmi ad un mondo che spesso, forse troppo, mi ha ferito nei modi più disparati.  Penso anche di essere spaventato dalla possibilità di essere felice, nonostante la felicità sia una delle cose che brami di più non posso fare altro che ritenerla qualcosa di utopico e irraggiungibile.

Qualcuno ha detto su di me (e cito): “Sei tragico, un fottuto tragico.”. Non nego che possa essere così e a volte possa risultare anche esasperante nel mio pessimistico modo di vedere le cose.

C’era un periodo in cui spensieratamente guardavo al mondo e a tutto ciò che mi circondava con immotivata e innocente fiducia, ma quel periodo ormai è rilegato in un passato che sembra quasi non mi appartenga nemmeno.

E ora, invece? Ora vedo tutto con cinismo e con un sottile velo di malinconica e nostalgica ironia. La fiducia che prima avevo ora è del tutto svanita, con le illusioni che mi accompagnarono in “giovane età”.

E con le illusioni anche le speranze sono state spezzate e spazzate via. Ogni qualvolta mi permetto di sperare in qualcosa, puntualmente vengo deluso. Per questo motivo, sempre più spesso, indosso i panni del boia e affogo le mie speranze, siano esse fondate o meno.

Nel frattempo sento germogliare una sorta di misantropia malsana che ben si accorda con la maniacale e ossessiva necessità di solitudine di cui scrivevo sopra. Misantropia che nasce dalla mia indifferenza e insofferenza nei confronti del resto del mondo, un resto del mondo che ogni giorno di più mi fa schifo. Così come mi fanno schifo gli uomini, incapaci di preservare ciò che li circonda e sempre troppo occupati dei propri problemi per rendersi conto che anche gli altri ne hanno.

L’indifferenza nasce anche dalla mancanza di interessi che realmente mi permettano di distrarmi o che mi interessino.

Vivo una vita monotona, che non è in grado di stupirmi. In realtà, ora, mi accorgo che probabilmente non è mai stata in grado di farlo.

Definirei la mia vita solamente in questo modo: inconcludente.

Tutto ciò che ho iniziato non è stato portato a termine. E’ stato così per lo sport, per la chitarra, per i rapporti con le altre persone, per i miei progetti di scrittura. Per ogni cosa che non ero obbligato a fare.

E per ogni progetto interrotto ce ne sono stati almeno il triplo lasciati intentati.

E mentre io mi rendo conto della pressoché totale inutilità della mia vita, mentre i miei rapporti interpersonali già scarsi iniziano a deteriorarsi, mentre le mie certezze vengono distrutte, mentre il conflitto interiore che è in atto in me mi spossa e distrugge lentamente il tempo passa.

Ed infine, nel silenzio e nel grigiore, è arrivata un’altra maledetta primavera.

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Damnation And A Day

Dio mi odia. Ormai ne sono certo.

Da quando mi ha cacciato via dal paradiso con i miei fratelli non ho fatto altro che fuggire. Perseguitato dalla sua ira.

Sono stato scacciato perché ho osato sfidare il suo volere, ho provato a sostituirlo. E ora…Ora sono senza la mia vera casa, senza un luogo tranquillo dove poter finalmente riposare, perseguitato e scacciato dai miei stessi fratelli, per il Suo volere.

In fondo non è così misericordioso come vuole far credere, Dio, non è in grado di perdonare qualunque cosa e chiunque. In fondo anche Dio è umano. Quando si è sentito messo in pericolo dalla mia fulgente ascesa mi ha scacciato. Scacciato me, il suo prediletto, il Portatore di Luce. Lucifero.

Tra gli angeli ero il più bello, il più forte, il più vicino a Lui e quando ho provato a divenire, almeno, un suo pari ha scatenato quella sanguinosa guerra.

Una guerra in cui gli schieramenti si fronteggiarono orgogliosi e fieri. Gli Arcangeli, i Troni, i Serafini, i Cherubini e gli Archai si scontrarono a lungo. Io stesso guidai tutti gli assalti in prima linea.

I miei fedeli compagni si lanciarono in attacchi furiosi e nonostante fossero in numero nettamente inferiore cercavano di far collassare il fronte nemico ove pareva più debole.

Risuonavano ovunque, nel paradiso, gli echi della battaglia. Il clangore delle spade, le urla degli angeli che mortalmente feriti cadevano, le urla di incitazione da parte dei membri di una parte e dell’altra.

Mentre il suolo, l’acqua e il cielo si coloravano del purpureo sangue dei suoi figli, Egli era seduto sul suo trono impassibile, come se la cosa non gli importasse.

Dopo lunghissimo tempo, finalmente, io e miei migliori compagni riuscimmo ad aprirci un varco tra le linee nemiche ed avanzammo falciando quanti più avversari potevamo, chiunque si parasse davanti a noi inesorabilmente cadeva.

A fronteggiarci venne Michele, alle sue spalle tra gli altri vi erano anche Gabriele e Raffaele. Caricammo la formazione pronti a tutto pur di raggiungere il Celeste Trono, e quando arrivammo al contatto la mia Portatrice di Luce incrociò Israele, la spada di Michele.

In tutti gli assalti, Michele e Israele si erano frapposti tra me e Dio. Michele era l’unico in grado di tenermi testa tra gli angeli e finora ogni battaglia era finita senza un vincitore, ma entrambi sapevamo che quello era l’ultimo scontro. Quello decisivo.

Le due spade entrarono in contatto e le scintille provocate dal collidere delle due lame illuminarono il cielo. Michele roteò rapidamente Israele cercando di colpire il mio cranio, ma fui rapido e schivai il colpo. Tentai di contrattaccare mirando al cuore, ma con lo scudo, il capo delle schiere celesti dopo il mio tradimento, riuscì a deviare il colpo. Lo scudo fu scalfito in profondità e reso completamente inutilizzabile.

Se ne liberò lanciandomelo addosso. Per evitarlo mi distrassi e per poco ciò non mi fu fatale. Israele era diretta verso il mio cuore ma all’ultimo momento riuscii a scansarmi e la spada mi trafisse l’ala sinistra. Il dolore per un attimo mi accecò, poi mi resi conto che Israele era bloccata tra l’armatura che proteggeva le ali e l’ala stessa.

Michele non se ne avvide e questo errore gli fu fatale. Tentò di estrarre la spada ma non ci riuscì ed io, con un rapido scatto, gli andai in contro, trafiggendogli il petto con la mia Portatrice. Improvvisamente tutto il fragore provocato dalla battaglia cessò.

Gli occhi di tutti erano puntati su me e Michele. Dalla bocca dell’angelo uscì un fiotto di sangue rosso, denso. Poi estrassi la spada dal suo petto e lo guardai cadere, quasi in stato catatonico.

Fui ridestato dalle urla di trionfo dei miei compagni, gioiosi e rinvigoriti dalla caduta di uno dei più forti avversari. L’altro schieramento si era fermato, scioccato dall’avvenimento. Alcuni Serafini si precipitarono per prendere il corpo di Michele prima che toccasse il suolo.

Quell’attimo di distrazione fu per loro fatale, la mia spada si levò verso il cielo, brillando di un rosso cupo. Il sangue del nemico appena abbattuto colava lungo la lunga lama.

Chiamai a raccolta tutti i miei uomini con un grido ferino e iniziammo a massacrare chiunque fosse troppo lento nel capire cosa stesse succedendo. Ormai convinti dell’imminente vittoria ci dirigemmo verso il Celeste Trono dove Egli sedeva.

Quando arrivammo a poche centinaia di metri da Lui lo vedemmo ergersi orgogliosamente in piedi. Era immenso, possente. Emanava una forza illimitata, selvaggia e brandiva la sua spada.

Era una spada enorme, screziata da migliaia di colori, era l’arma che solo Lui poteva impugnare. Era la Giudizio Universale.

Nonostante questo il nostro volo non si interruppe. Avanzammo per pochi metri ancora. Poi vedemmo solo un suo piccolo gesto con la spada e il suo giudizio si abbatte su di noi.

Un forte vento ci spazzò via, dividendo lo schieramento. In molti non riuscirono più a rialzarsi dopo quel semplice gesto. Io invece ripresi il volo e mi avventai contro di Lui, accecato dall’ira e troppo orgoglioso per capire che la nostra sconfitta, la MIA sconfitta, fosse così vicina.

Il suo sguardo non era sereno come eravamo abituati a vederlo, ma anzi, su quel volto così perfetto ed eterno era adombrato, pareva quasi addolorato. Ciò che mi stupii profondamente è che sul suo viso non vi fosse traccia di odio.

Mi chiese solo una cosa, prima di colpirmi con la sua Giudizio Universale:

– Perché? -.

Tutto ciò che avvenne dopo quella domanda e il suo colpo è qualcosa di confuso e sfocato nella mia mente.

Tornai pienamente cosciente molto dopo e mi vidi circondato da tutti i miei valorosi compagni, sconfitti.

La loro lucente bellezza s’era offuscata, quasi scomparsa. I loro corpi erano coperti di ferite e cicatrici. Il loro sguardo era basso e nel loro animo regnavano sovrani la disperazione e lo sconforto che avevano preso il posto dell’illusoria gioia che la vittoria quasi sfiorata aveva fatto sorgere in loro.

Mi alzai, o almeno provai a farlo, ma le gambe non obbedirono. Mi sorressi sulla Portatrice di Luce e mi accorsi che le mie mani erano diverse, così come era diversa la mia spada.

Quella che in passato era stata  una stupenda spada dal colore cangiante, ora era nera con screzi rossi lungo tutta la lama. La mano che la stringeva non era più graziosa e diafana, ma si concludeva con una serie di lunghi artigli. Distolsi lo sguardo disgustato.

Mi voltai a guardare l’intero paesaggio intorno a me. L’unica cosa che si vedeva era un’infinita landa desolata, rossa e arida. Non vi erano forme di vita. In lontananza si scorgeva un corso d’acqua rosso, da cui effluvi tossici risalivano lentamente disperdendosi nell’aria.

Portai di nuovo lo sguardo sui miei compagni e mi accorsi con maggiore chiarezza che anche loro erano mutati come me nell’aspetto.

Proprio in quel momento uno di loro, Mephistotele, si accorse di me e richiamò l’attenzione di tutti. I loro occhi erano fissi su di me e mi guardavano pieni di un rinnovato timore e rispetto. Io dissi loro:

– Non siate tristi, avete a combattuto a lungo e al massimo delle vostre forze, nonostante fossero in una condizione di superiorità soverchiante per sconfiggerci è dovuto intervenire proprio Lui – mi interruppi dopo aver proferito tale parola e sputai per terra, poi ripresi: – Siate orgogliosi di ciò che avete fatto, tutti tremeranno al sentir pronunciare i nostri nomi. Noi siamo coloro che hanno portato la guerra in paradiso, coloro che hanno abbattuto Michele e gli angeli più forti. Siate fieri di ciò che avete fatto e affinate le vostre abilità, perché un giorno ci sarà un’altra guerra e l’esito sarà completamente diverso. –

Detto questo le migliaia di angeli caduti con me lanciarono grida di esultanza e approvazione. Poi ripresi la parola:

– Questo da oggi in poi sarà il nostro regno, la nostra patria, il nostro paradiso ed  io ribattezzo la mia spada e questo paradiso col nome di Inferno. Voi sarete la mia diabolica legione, da oggi in poi sarete demoni. Rinnegate le vostre origini angeliche e accogliete questa nuova e terribile natura. E ricordate tutti: è meglio regnare all’inferno che servire in paradiso. –

Durante i primi anni tutti si impegnarono nella costruzione di un enorme maniero in cui avremmo dimorato. Il castello era dello stesso colore sanguigno del suolo, inespugnabile. Al centro di questo castello era stato posto un trono enorme, oscuro su cui mi sedetti quale nuovo sovrano.

Qualche tempo dopo venni a sapere che Dio aveva dato vita ad una nuova razza prediletta, l’essere umano, e il mio odio nei suoi confronti mi spinse a cercare di corrompere la sua ultima creazione.

Dopo molti tentativi alla fine vi riuscii e anche essi furono cacciati dal paradiso e da allora, seduto sul mio oscuro trono, nel mio desolato regno io tramo per provocare ai Suoi prediletti la stessa sofferenza che provai io. In attesa di tornare in paradiso. Nel mio paradiso perduto.

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