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Ho capito che – Lezioni di vita spicciola

Arrivato alla veneranda età di ventuno anni (tre mesi e tre giorni) posso dire con un buon margine di sicurezza di aver capito qualcosina (ma proprio poco, eh) della vita. Che cosa uno può capire dalla vita a ventuno anni, per molti è un mistero e posso capirlo. A quest’età ancora si è giovani e di esperienze da fare ce ne sono a migliaia, eppure…Eppure io sono sicuro di me e di quello che sto per scrivere, tanto vi basti.

In primis ho capito che qualunque cosa tu faccia, qualcuno l’avrà già fatta meglio, o la farà meglio. Allora bisogna non tentare? Eh…Per il mio culopesismo innato, vi direi che sì, fareste meglio a non tentare. Ma poi sono io il primo a lamentarmi, quando non tento perciò…Perciò voi provateci. Non avete praticamente nulla da perdere. Se vi dovesse andar bene, avrete guadagnato qualcosa. Se vi andrà male, avrete comunque fatto un’esperienza nuova (oppure la medesima esperienza, ancora una volta) e avrete modo di capire cosa ci fosse di positivo e cosa fosse negativo. So che può sembrare un’ovvietà (lo è), ma la prima cosa che ho capito è stata questa.

Poi, ho capito che quando si ha a che fare con le donne, in qualsiasi caso farai qualcosa di sbagliato. Ma non è solo colpa tua, uomo medio. È colpa anche di linguaggi diametralmente opposti. Per l’uomo è tutto diretto e c’è poco di sottinteso. Quando invece si tratta di decifrare il linguaggio femminile ci si addentra in un terreno viscido e insidioso. Quando una donna dice qualcosa è assai probabile che voglia dirne un’altra. Le poche volte che, invece, dice una cosa pensando a quella cosa, pieni di dubbi sull’oscuro significato delle sue parole (perché, dopo tot. tempo, arriverai a cercare di decifrare tutto quello che dice facendo più danni che altro), alla fine la farai incazzare perché non le hai dato retta. Unico consiglio: non tentate di giocare di anticipo, potreste solo peggiorare la vostra situazione.

Ho capito che quando una persona dice no è no. L’affermazione appare talmente lapalissiana che quasi è assurdo che ci sia, ma non tutti hanno avuto la fortuna di capire questa fondamentale verità. Non lo capiscono quelli che insistono per rifilarti il mega-abbonamento di staminchia, non lo capiscono quelli che provano a fermarti per dare un contributo ai bambini malati di AIDS e, tante volte, non lo capiscono nemmeno le persone che ci stanno attorno più tempo degli altri. Dato che mandare a fare in culo tutti non si può (si potrebbe, ma convenzioni socio-culturali dicono che sia poco carino), armatevi di pazienza e sopportate.

Ho capito che la pazienza è la virtù dei forti, ma ad essere troppo pazienti si corre il rischio di esser trattati come dei coglioni. Perché, sì, va bene essere pazienti (con poche e selezionatissime persone), ma più in generale a fare “il buono” o “il comprensivo”, alla fine ci si rimette novantasette volte su cento. Sta a voi capire quando pensate valga la pena essere pazienti e quando valga cacciar fuori la lingua dai denti (in modo figurato) e cantarne quattro al rompicoglioni di turno. Lo so, qualche riga sopra ho detto che dovreste armarvi di pazienza e sopportare e questo sembra contraddire quanto detto ma, in realtà, questo potrebbe essere un corollario del “Ho capito che” di cui sopra.

Ho capito che il detto “Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare” è una verità a metà. Alla fine, dipende tutto da noi. Sta a noi cercare il metodo più efficiente ed efficace per raggiungere la meta. Sta a noi trovare la voglia di passare il mare che divide il dire e il fare. Lo so, non è facile. Lo so, tante volte il mare è un mare di merda. E, sì, so anche che dovrei essere l’ultimo a dire questo dato che solo qualche post fa mi lamentavo della mia incapacità di agire. Epperò, io sono un caso patologico, voi invece non lo siete (o almeno, lo spero). Insomma, un po’ più di fiducia in noi stessi, un po’ più di voglia di mettersi in gioco e tutto sembrerà un po’ meno complicato.

Ho capito che le cose raramente vadano come vorremmo. E, in fondo, non c’è nulla di sorprendente. Quante volte le nostre speranze sono state frustrate? Quante volte un rapporto si è evoluto in maniera diversa da come avremmo voluto si evolvesse? Quante volte vostra madre vi ha illuso dicendovi che vi avrebbe regalato il Gameboy color con pokemon oro e alla fine si è presentata con non-mi-ricordo-cosa? Un sacco di volte (tranne quella del Gameboy, quella è stata una delusione one-shot). Eppure, temo sia inevitabile. Ogni volta si creano aspettative perché, quasi fosse prerogativa standard dell’uomo, non si può fare a meno di pensare come potrebbero andare le cose e, a meno che non si tratti di visite mediche (lì si passa da “Ho il raffreddore” a “Ho un cancro incurabile”), di solito si tende a prendere in considerazione lo scenario migliore. Lo scenario che rappresenta come le cose vorremmo che andassero. Poi, ovviamente, la guastafeste chiamata “Ragione” interviene a mediare e a far prendere in considerazioni altre ipotesi più “realistiche” (Al ché, sorge spontanea la domanda “Ma tu (Ragione), non potevi farti i cazzi tuoi?”).

Ho capito (già da tempo) che se vorrò avere un futuro e le cose non dovessero cambiare, sarò costretto ad emigrare verso altri lidi (e tre possibili mete sono già state decise da lunghissimo tempo). Questa, probabilmente, è la cosa più triste che una persona possa capire. Purtroppo, però, non ci sono sbocchi per i giovani in questa Vecchia Italia. Chi ha i numeri è senza agganci. Chi ha gli agganci è senza numeri. Il lavoro per molti giovani (e non solo) è un’utopia e penso di meritarmi di meglio di quello che qui ci è offerto (sarò presuntuoso, ma tant’è.).

Ho capito che uno sguardo, un gesto, un’espressione possono dire molto più di ogni singola parola. Ormai si è persa l’abitudine di guardare gli altri in faccia o di osservarne i movimenti per capire se questi sia turbato o meno e, questo, è un vero peccato. Temo che si sia persa l’abitudine perché (come il prof di filosofia politica insegna) guardando negli occhi un’altra persona, è inevitabile che si venga visti. E questo ci intimorisce, ci fa sentire nudi ed inermi, esposti ad una minaccia. E, questo, per me è un vero peccato. Così come è un vero peccato che la comunicazione perda la sua parte mimico-espressiva in favore di quella incolore e incompleta rappresentata dalle parole.

Ecco, queste sono le cose principali che ho capito. Sicuramente, mi sarò dimenticato qualcosina ma vabbè, penso vivreste anche senza saperlo.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya

(N.B.: Post originariamente iniziato in data 22/05/2012. Sono talmente culopeso d’averlo lasciato come bozza per quasi un mese, prima di finirlo).

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Autostima portami via

L’argomento dell’articolo c’entrerà qualcosa col titolo? Mentre sto scrivendo questa prima riga, ancora non lo so. In realtà, sto scrivendo non perché abbia qualcosa da dire (dopo l’articolo serio di ieri, toccherebbe ad una stronzata di dimensioni colossali o ad un racconto al quale nessuno presterà attenzione) ma giusto per non perdere l’abitudine di scrivere qui qualcosa. Che cosa? Lo sapessi, non ci avrei girato intorno fino a questo punto.

Qualcuno potrà chiedersi se oltre al mio solito “CoseACaseggiare”, quel titolo possa voler dire qualcosa. La risposta a questa domanda sarebbe sì, qualcosa quel titolo vuol dire. Che cosa? Abbastanza ovvio. Non ho una grande stima di me. Per lo meno non ce l’ho a livello fisico. Mentre dal punto di vista intellettuale ho fin troppa stima di me (da imputarsi anche ad un ego molto forte) tutte le mie “insicurezze” vengono fuori quando si parla di aspetto fisico. Sia chiaro sin da subito, se son un botolo di pelo ringhiante e lardoso, per due terzi è colpa mia. Mi curo molto poco, a livello estetico. Non bado alla moda ed ho un “look” (se così vogliam definirlo) abbastanza trasandato. La pigrizia influisce molto su questo mio “non curarmi” e per quanto mi riprometta di impegnarmi nel fare una cosa (e questo, purtroppo, più in generale accade spesso) arrivato al momento di farla mi dico: “Massì, puoi farlo domani”. Mi rendo ben conto che sia un circolo vizioso in cui sono entrato e da cui, difficilmente, riuscirò ad uscire da solo.

Comunque, tornando all’argomento principale, dicevo che le mie insicurezze escono quando si parla del mio aspetto fisico. Non tanto per il fatto che non piaccia agli altri (cosa che nel 90% dei casi non mi tange per nulla), quanto per il fatto che non mi piaccia io stesso. Se vi state chiedendo perché non cambio, tornate su di qualche riga e troverete una risposta quanto meno sensata (anche se non convincente o valida, dal punto di vista di chi legge). Fino a poco tempo fa avevo problemi a mostrare mie foto sia su MSN, dove ho contatti solo di amici che già mi conoscono da moltissimo tempo e mi hanno visto crescere oppure di amici a cui sono particolarmente legato in generale, sia su G+ dove la selezione è stata ancora più ristretta. Cosa m’ha spinto a mettere delle foto mie? Ancora non lo so. Potremmo dire un raptus di follia oppure etichettarlo comodamente come una “Cosa A Caso”.

Rileggendo il post, or ora, mi rendo conto che un nesso logico (ammesso e non concesso che ci sia) è molto sottile e si perde con le mie consuete divagazioni (anche questa, lo è) comunque, per i pochi che lo hanno afferrato e seguito, risulterà chiaro che il mio è un caso quasi patologico. Più che la mia autostima è la mia stessa persona ad essere divisa in due metà: l’una sicura e spavalda, l’altra insicura ed insoddisfatta. Soluzioni per fondere le due parti scisse ce ne sono? Sì, probabilmente. A mancare, però, era, è e sarà sempre lo stesso: La volontà di cambiare c’è? Il gioco vale la candela? La risposta dovrebbe essere un sì, senza se e senza ma. Se così non fosse non avrei motivo di lamentarmi e il tutto, mi rendo conto, risulterebbe grottesco e stucchevole. Dato che non posso usare né i se, né i ma, spero che mi concediate un “però”. Qual è questo però? eccovelo: però quanto elencato finora non è ancora abbastanza per far scattare la molla del cambiamento. Domani a quest’ora, probabilmente, sarò in uno stato d’animo completamente diverso e rileggendolo mi dirò “Massì, ieri eri solo giù di morale, in fondo va bene così”. Ecco, è questo a fregarmi ed è per questo che passando per malato di mente sto per fare un appello al me stesso del futuro (che prima o poi tornerà a leggere anche questo articolo):

Tu, stupido idiota, non devi cullarti in un senso di falsa soddisfazione. NON sei soddisfatto, ma sei troppo pigro per muovere il culo e cambiare le cose. Non farti cullare da un senso di falsa sicurezza, attribuendo questi momenti a dei momenti no. Devi cambiare che ti piaccia o meno.

Ecco, questo è quello che leggerà. E con un sorriso beffardo mi risponderà:

Sono parole, soltanto parole, parole gettate al vento.

Poi aprirà un’altra scheda e tutto rincomincerà da capo. Fino al prossimo “sfogo”.

Cya gente.

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