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Sui sistemi elettorali

Esistono, principalmente, due grandi famiglie di sistema elettorale, diffusi per il mondo: il sistema elettorale proporzionale e quello maggioritario. In questo post proverò, a grandi linee, ad indicare i punti di forza e i punti deboli di ciascuno dei due. L’analisi cercherà di essere il più imparziale possibile, nonostante il sottoscritto sia un sostenitore del sistema elettorale maggioritario.

Fatta questa premessa, non mi resta altro da fare che iniziare l’analisi.

Si parte con il sistema proporzionale, caratterizzato dal fatto che ogni partito ottenga un numero di seggi pari all’equivalente percentuale di voti ottenuta. Ciò garantisce che ci sia un’ampia rappresentazione partitica e, a sua volta, comporta una dispersione di voti enorme. Tale dispersione obbliga i partiti a dar vita a coalizioni per poter governare in quanto, difficilmente, un solo partito riuscirà ad ottenere una maggioranza tale per governare. La dimensione dei partiti è caratterizzata dal fatto che accanto a pochi partiti con alte percentuali, vi siano partiti più piccoli utili per dar vita alle coalizioni. Tipico di questi sistemi è una soglia di sbarramento che varia a seconda che si tratti di singoli partiti o di coalizioni.

Questo sistema ha due grandi vantaggi: il primo è la rappresentatività. Un gran numero di partiti riesce ad entrare in Parlamento e questo permette alla maggior parte dei cittadini di trovare rappresentanti del proprio partito di riferimento nelle stanze dei bottoni. Inoltre c’è una maggiore opportunità di formare coalizioni di grandi dimensioni che, qualora ci fossero defezioni, permetterebbe comunque alla maggioranza di sopravvivere, dando ai partiti più piccoli un minor potere di ricatto. Il secondo, invece, è un parlamento forte rispetto ad un governo debole. Il parlamento, nel sistema proporzionale, svolge un ruolo fondamentale che permette di mediare tra le varie anime che compongono la maggioranza e, spesso, questo può portare ad avere leggi le cui lacune sono state colmate proprio dal lavoro parlamentare.

Gli svantaggi, d’altro canto, sono evidenti. Il primo, lampante, è che ci sia una grande instabilità. Non è necessario controllare la durata media dei governi in paesi che hanno adottato un sistema proporzionale, per rendersi conto che la loro vita sia più breve rispetto ai governi eletti con sistema maggioritario. Il motivo di questo è da ricercarsi nel fatto che, pur scegliendo partiti ideologicamente vicini, le coalizioni possono portare a contrasti che inficiano sulla durata governativa.
Altro secondo svantaggio è riguardante l’enorme potere di ricatto che i partiti più piccoli hanno in confronto di quelli più grandi. Più una coalizione è larga, più difficile diventa tenerla coesa. D’altro canto, più una coalizione è piccola più il rischio di defezioni potrebbe rivelarsi catastrofico per la caduta del Governo. Per questo motivo, il partito più grande è costretto a fare diverse concessioni a quelli più piccoli e, questo, ci conduce al terzo grande svantaggio: il programma.
Il programma, infatti, deve essere concordato prima delle elezioni. Ciò nonostante, durante tutta la vita governativa, ci sarà una continua trattativa sui singoli provvedimenti da intraprendere e, questo, inevitabilmente rallenta di molto l’attività di Governo.
Attività di Governo ulteriormente rallentata dalla presenza di un Parlamento forte che, oltre ad essere un punto di forza, è anche un punto debole. I DL e i DdL, infatti, hanno tempi molto lunghi a causa delle consuetudini parlamentari, soprattutto nel caso si parli di un sistema bicamerale perfetto in cui entrambe le camere hanno gli stessi poteri.

Dimostrazione di ciò lo abbiamo avuta, soprattutto, in Italia (nella Prima Repubblica) e in Belgio.

Il sistema maggioritario è maggiormente diffuso nei paesi anglosassoni. Al contrario del sistema proporzionale, in presenza di un sistema maggioritario, lo spettro partitico si riduce in modo notevole. I partiti che possono aspirare a governare, tipicamente, sono due. La presenza del sistema maggioritario, abituando l’elettorato a votare per i grandi partiti, porta quindi ad una dispersione di voti molto ridotta. Le coalizioni non sono necessarie per governare. Le forme più diffuse sono il sistema maggioritario uninominale secco a turno unico e il sistema maggioritario uninominale a doppio turno. Nel caso del maggioritario uninominale secco, chi ha la maggioranza dei voti nella circoscrizione, vince il seggio. Nel sistema a doppio turno, invece, qualora non venisse raggiunto il 51% dei voti da almeno un candidato si andrebbe al ballottaggio. Al ballottaggio possono accedere o i due più votati, o coloro che hanno superato una determinata soglia percentuale.

Il grande vantaggio del sistema maggioritario è quello di garantire la governabilità. Il metodo con cui vengono eletti i parlamentari, infatti, non necessita della creazione di coalizione e di tutte le conseguenze che queste comportano: i governi non cadono perché un alleato si è staccato ed è passato all’opposizione. Mediamente, i governi e i parlamenti eletti con un sistema maggioritario hanno una vita di molto superiore rispetto alle controparti elette col proporzionale. Questo si riflette anche sui programmi: viene eliminato il passaggio della mediazione. Chi vince, lo fa col proprio programma che potrà attuare senza dover accontentare alcun alleato. In questo modo, anche l’impostazione delle politiche cambia: non saranno più solo politiche di breve respiro, ma anche politiche a medio/lungo termine.

A fronte della governabilità, però, viene fortemente penalizzata la rappresentanza in Parlamento. Chiunque non voti i due partiti principali, difficilmente avrebbe un rappresentate in una Camera. I partiti più piccoli sarebbero condannati a restare fuori dalle “stanze dei bottoni” e la loro attività non sarebbe così performante come lo è nel sistema proporzionale. Inoltre, qualora un’amministrazione svolgesse un lavoro non all’altezza, sarebbe molto difficile sfiduciarlo e farlo cadere. Le dimostrazioni le abbiamo avute sia coi governi di Sarkozy, sia coi governi Bush. Altro svantaggio è quello di avere un Parlamento con un ruolo meno centrale rispetto a quello del sistema proporzionale. Gran parte dell’attività legislativa, infatti, verrà svolta dal Governo mentre le camere si limiteranno ad approvare le leggi o ad apportare modifiche marginali al testo.

Entrambi i sistemi, come visto, hanno i loro vantaggi e i loro svantaggi. Va anche detto che, soprattutto in Inghilterra, accanto ai due partiti principali si sia affiancato un terzo concorrente e che, nonostante il sistema maggioritario, abbiano iniziato a nascere governi di coalizione già da qualche tempo.

Andrebbe posto l’accento anche sulla presenza di una terza famiglia, i sistemi elettorali misti, che hanno elementi sia del proporzionale, sia del maggioritario. Alcuni esempi sono il Mattarellum in Italia oppure la legge elettorale tedesca. Questi sistemi cercano di coniugare la necessità di un governo forte con la rappresentatività richiesta dal parlamento per quanto, nonostante tutto, la parte maggioritaria sia quella predominante.

E con questi due brevi incisi, ho concluso.

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Crisi Politica

Ebbene sì, rieccomi di nuovo qui a parlare di politica dopo non so bene quanto tempo (troppo poco, probabilmente). D’altronde è difficile fare li gnorri quando vedi cosa è successo in quest’ultimo periodo (per inciso, ieri) in Parlamento.

La politica nostrana, ormai, si trascina come un malato terminale sin dagli anni ’80. La fine della “Prima Repubblica”, travolta dallo scandalo di Mani Pulite, e l’ascesa della “Seconda Repubblica”, costellata da scandali riguardanti la persona di Silvio Berlusconi, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione che col passare del tempo si è fatta sempre più critica.

Dovessimo guardare ai risultati, ci renderemmo conto che negli ultimi anni l’unico vero successo sia stato l’ingresso nell’Euro. E possiamo fermarci lì, dato che da quando è stata adottata sono stati commessi errori evidenti che non starò qui ad approfondire perché non mi basterebbero due giorni, per approfondire. Comunque sia, escluso l’ingresso nell’Eurozona, di risultati positivi non ce ne sono.

In compenso, nonostante fino al 2010 ne venisse negata l’esistenza, l’Italia attraversa una crisi recessiva che ha riportato le lancette indietro al 1997 (con una lira debolissima, un’inflazione alta e i consumi dimezzati) e la situazione non sembra migliorare. La ripresa è prevista per la fine dell’anno ma, come in tutte le previsioni, ci sono troppi se e troppi ma. Tenendo conto che la ripresa si sarebbe già dovuta vedere all’inizio di quest’anno, la fiducia è bassa. La fiducia è così bassa che il Bel Paese ha subito un altro downgrade ed è diventato una tripla B, con un outlock negativo. Per chi non ne capisse di economia (o guardasse solo Studio Aperto) questo vuol dire che il debito dello Stato italiano (venutosi a creare tramite l’emissione di titoli di Stato per autofinanziarsi) è sceso di un gradino, avvicinandosi ancora di più ad un livello di pericolo: in caso di un ulteriore declassamento (da BBB a BB), i titoli sarebbero acquistati per scopi speculativi e basta.

Sul fronte interno, inoltre, va registrata l’immobilità del mercato del lavoro a causa della congiuntura economica negativa, il carico fiscale troppo elevato per le imprese, forme contrattuali inadeguate e mancanza di incentivi. Le riforme fatte finora si sono rilevate inefficaci e sono state (o dovrebbero essere) immediatamente cambiate dall’attuale governo.

Governo che vede, per la prima volta (ufficialmente, si intende), un’insolita alleanza: quella tra PD e PdL/Forza Italia. I risultati di questo governo, per il momento sono nulli. Nonostante sia in carica da marzo, nonostante siano arrivate rassicurazioni di ogni sorta, l’immobilismo regna sovrano.

A scuotere la vita politica e pubblica del paese, infatti, non sono le iniziative messe in atto contro la crisi ma, bensì, i guai finanziari di uno dei protagonisti della vita politica negli ultimi vent’anni. Ieri, infatti, il Parlamento si è concesso di non lavorare per una giornata (c’era il rischio che le giornate fossero tre) perché i membri del PdL, raccolti intorno al capezzale del padre/padrone, erano impegnati a fare piani “di guerra” contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dalla Cassazione. La sospensione è arrivata anche grazie all’aiuto del PD che ha votato a favore dell’interruzione dei lavori, salvo poi oggi scrivere una lettera in cui si dice che una cosa del genere non sarà più tollerata. Che, a voler ben vedere, è l’ennesima dichiarazione a cui non faranno seguito i fatti.

Comunque sia, in questo quadro è possibile vedere come la politica italiana e gli uomini che la rappresentano siano inadeguati ed incapaci. Così come è evidente che le alternative non siano molto meglio.

Il PdL/Forza Italia, tolto Berlusconi, non ha un leader in grado di guidarlo. Nonostante la presenza del grande leader, però, in sedici anni di governo non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi che il Cavaliere si era prefissato, con la sua discesa in politica nel 1994. Della tanto attesa rivoluzione liberale non c’è traccia. Le uniche cose che i governi di centro-destra si sono lasciati dietro sono state una sfilza di leggi ad personam (alcune bocciate dalla Corte Costituzionale), un debito pubblico enorme e una crisi economica fermamente ignorata sino all’entrata in carica del governo Monti. Altra cosa che ha caratterizzato queste forze politiche è stata la velocità nella mobilitazione ogni volta che il Divin Silvio veniva accusato di qualcosa dalle Toghe Rosse o dai Comunisti. La più grande maggioranza di sempre in Parlamento è servita per votare il fatto che Ruby (marocchina) fosse la nipote di Mubarak (egiziano). Tornando a parlare di eventuali successori, i nomi che spiccano sono quelli di Angelino Alfano, Renato Brunetta o Daniela Santanché. Il primo si è dimostrato un segretario di partito mediocre e incapace di reggere da solo un partito che stava crollando a pezzi, dubito che sarebbe in grado di governare in Italia. Il secondo vanta la laurea in economia e insiste con la possibilità di un’uscita dall’Euro per rilanciare l’economia, ignorando il fatto che se anche potessimo svalutare la moneta, dovremmo comunque far fronte alla concorrenza di colossi quali Cina e India che ci massacrerebbero. La terza, invece, non si capisce come abbia fatto ad arrivare così in alto. Il fatto che non sappia esprimere concetti che non siano stati prima detti da Berlusconi, però, dovrebbe farci capire lo spessore politico di questa donna.

Il PD, come già detto più e più volte, è nato come un aborto. Lo spettro della presenza di Berlusconi e l’anti-berlusconismo usato come argomento politico, non ha mai dato i suoi frutti. Eppure, è stato un cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali. L’incapacità di rinnovarsi e di comunicare, inoltre, ha trasformato un partito giovane (anagraficamente) in un partito vecchio, fatto da persone vecchie. Persone vecchie che si portano dietro alcuni peccati originali come la caduta dei governi Prodi e l’inciucio fatto con Berlusconi, grazie alla bicamerale. Andassimo a vedere i quadri dirigenziali, avremmo a che fare con i vari Veltroni, D’Alema, Rosy Bindi, Bersani che, quando hanno avuto l’occasione, non sono riusciti a rimanere coesi nonostante i risultati dei governi che sostenevano, fossero stati buoni (abbassamento del debito pubblico e della spesa pubblica, liberalizzazioni e l’entrata nell’euro sono tutti risultati dovuti al lavoro di governi tecnici o di centro-sinistra). Mancanza di coesione che, tra l’altro, per il PD è rispuntata recentemente, durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Elezioni che sono costati una figura barbina ai parlamentari di questa forza politica e hanno creato sdegno nell’elettorato. Non solo non hanno votato Rodotà, uomo vicino al Partito messo in campo provocatoriamente da M5S, per spaccare il partito (riuscendoci). Non solo non sono riusciti a rinsaldarsi per votare Prodi, nonostante in assemblea tutti avessero dato il nulla osta a quella nomina, spaccandosi ancora di più e facendo una figura di merda di proporzioni colossali, ma addirittura sono andati al governo con la persona che più a lungo hanno “combattuto”, esprimendo come presidente del consiglio Gianni Letta. Gianni Letta che prima di allora era famoso per… Beh, per niente. Lo stesso Gianni Letta che ha il carisma di un procione. Morto. Da trent’anni.
Tutto da buttare? Quasi. Nonostante a livello nazionale, l’elettorato di centro-sinistra sia disgustato, stanco e incredulo per le scelte fatte dal partito, dei barlumi di speranza sono arrivati dalle elezioni amministrative appena passate in cui il PD ha vinto quasi ovunque. La vittoria è dovuta al simbolo? Manco per le palle.
Altro barlume è quello del congresso in cui le cose potrebbero cambiare a seconda di chi sarà eletto segretario (e personalmente, io un’idea su chi vorrei ce l’ho e l’ho già espressa).
Nonostante questi due elementi, però, tutto l’ottimismo è soffocato da una classe dirigente vecchia e ben salda sulla propria poltroncina, senza alcuna intenzione di farsi da parte per dar spazio a gente più giovane.

E, alla fine, c’è il Movimento 5 Stelle. Entrati in parlamento per ribaltarlo come una scatoletta di tonno, delle loro attività non ci giunge notizia alcuna. Alla cronaca sono sempre passati per ciò che con il loro lavoro, aveva poco o nulla a che fare. Prima è stata l’occupazione delle Camere per leggere la Costituzione. Subito dopo ci sono stati i problemi riguardanti la diaria e la troppo ingombrante figura di Grillo. Poi ci sono state le espulsioni. Unica notizia positiva è quella del Restituition Day, col quale M5S ha restituito allo Stato un milione e mezzo di euro. Proprio quando le acque sembravano essersi calmate, però, si è creata una bufera mediatica (immotivata) intorno a Grillo. Il comico (ex comico?), dopo aver chiesto e ottenuto un incontro col Presidente della Repubblica, lo ha fatto rinviare per poter andare in vacanza con la sua famiglia. L’incontro, tenutosi ieri, sembra essere stato utile per ribadire le cose che va ripetendo ossessivamente dall’inizio della legislatura: Il paese è sull’orlo del fallimento, Napolitano lo dica ai cittadini e poi sciolga le camere, rimandandoci ad elezioni. Sicuramente, tutto questo, è davvero poco. Poco per un Movimento che si era proposto come salvatore dei cittadini, poco per chi aveva fatto tante promesse e dichiarazioni altisonanti, salvo poi trovarsi all’opposizione, incapace di concludere alcunché di davvero importante. Doveroso è anche da sottolineare come i risultati, a livello amministrativo, siano stati ben al di sotto delle aspettative con solo due città importanti vinte in Sicilia, mentre nel resto di Italia si è assistita ad una debacle, proprio nelle elezioni in cui M5S avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua forza.
Restano, tra l’altro, le molte perplessità sia sull’eccessivo peso di Grillo e sulla scarsa partecipazione degli attivisti alla vita interna del Movimento (basti pensare che per l’espulsione di un’attivista aveva partecipato solo il 41% degli aventi diritto), così come restano i dubbi su chi possa farsi carico di M5S e raccogliere l’eredità di Grillo, dando visibilità e risonanza al simbolo e alle idee del Movimento.

Insomma, è evidente che al momento, le tre principali forze politiche siano incapaci e inadatte di affrontare questa situazione e che il futuro non sembra possa riservare grandi speranze. Quali potrebbero essere le soluzioni? Alcune idee potrebbero essere: una nuova cultura politica, volta ad una migliore amministrazione e ad un miglior governo della cosa pubblica. Un numero limitato di mandati sia all’interno di un partito, sia per quanto riguarda le cariche istituzionali, stipendi in base ai risultati ottenuti: chi si dimostra capace guadagnerà di più di chi non fa nulla. Una diversa visione della politica: non più un modo di arricchirsi, ma un lavoro di importanza e responsabilità.

Negli altri paesi, questi elementi sono già presenti. Si tratta solo di adeguarsi ai migliori modelli europei.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Un paese a due velocità

L’articolo in questione lo stavo pensando già da un po’ di tempo ma vogliate per noia, vogliate perché me ne dimenticavo, non l’ho mai scritto. Ça va sans dire che il paese in questione è l’Italia. Italia che, come tutti ben saprete, ha da un lato una situazione economica stagnante e dall’altra una situazione politica frenetica ma inconcludente.

Mentre le tre principali forze del Parlamento non riescono a trovare un accordo per formare un governo a causa dei ripetuti veti incrociati, è possibile notare come ogni forza politica stia affrontando il dopo-elezioni in modo diverso. Il PdL se da una parte tende la mano al PD per un governo di unità nazionale, dall’altro lancia il guanto di sfida e si prepara ad una campagna elettorale che si preannuncia infuocata. Nel frattempo continuano, a porte chiuse, le trattative per l’elezione di un Presidente della Repubblica in comune. La strategia della carota e del bastone, oltre all’impegno in prima persona di Silvio Berlusconi, hanno un evidente effetto anche sui sondaggi che, ad oggi, è la prima forza in Italia circa due punti di vantaggio sui diretti competitors del Centro-Sinistra.

il MoVimento 5 Stelle, dopo la falsa partenza delle quirinarie, ha oggi presentato il proprio candidato Presidente della Repubblica. Si tratta di Milena Jole Gabanelli. Nel caso questa dovesse desistere, toccherebbe a Rodotà. Tra le altre cose è notizia recente che i deputati di M5S abbiano presentato due DdL per l’abolizione delle sovvenzioni statali ai giornali e l’abolizione  dell’ordine dei giornalisti. Nel frattempo, Grillo, continua a portare avanti la propria campagna contro la “casta”, ricordando come mentre loro continuino con le loro trattative la casa stia bruciando. Sbadatamente, forse, proprio Grillo si dimentica che la situazione di impasse è tanto colpa sua, quanto degli altri. Nei sondaggi, comunque, M5S è dato in calo di due punti percentuali.

Il PD, invece, ha la situazione più magmatica. Le molte correnti interne sono in aperto contrasto tra loro e una delle leadership più forte degli ultimi anni nel centro-sinistra è ormai incapace di controllare quanto sta accadendo. I bersaniani, infatti, continuano a dare il loro appoggio al segretario per un governo di minoranza e cercando di ricoinvolgere i giovani turchi, defilatisi progressivamente. I (demo)cristiani, dopo la bocciatura da parte di Renzi di Marini, minacciano la scissione e lo scontento trapela sempre di più. Franceschini, dopo non aver ottenuto la presidenza delle camere, è tornato a capo della corrente che a lui faceva riferimento. I renziani, invece, hanno avuto dei toni in crescendo che hanno portato proprio il Sindaco di Firenze a battibeccare via giornale con Bersani, dopo l’esclusione del primo dalla carica di Grande Elettore. A complicare ulteriormente tutto si aggiunge la discesa in campo di Barca che, con un documento di cinquantacinque pagine, afferma che il PD sia da riformare. Nel frattempo, la partita per il Colle è sempre aperta e il Partito Democratico si sta impegnando a trovare una rosa di nomi che possa permettere di eleggere un Presidente della Repubblica con la più ampia maggioranza possibile (l’ultimo nome trapelato è quello di Amato). Nonostante una situazione non proprio facile e comprensibile, il PD si trova a guadagnare un punto percentuale nei sondaggi, diventando così la seconda forza del paese.

Nel frattempo, nonostante siano stati sbloccati quaranta miliardi per pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle aziende, più volte Confindustria ha lanciato un grido d’allarme riguardante le tematiche del lavoro. Negli ultimi mesi, infatti, mille aziende al giorno sono state chiuse e sempre di più hanno deciso di ricorrere alla cassa integrazione. Cassa integrazione che però, stando a quanto detto dalla Fornero, potrebbe non riuscire a coprire con i propri fondi la richiesta (si parla di un miliardo di euro).

La situazione d’emergenza è così grave che sia Confindustria sia i tre principali sindacati hanno detto di aver intenzione di dare vita ad un tavolo comune dove parlare del modo per affrontare la crisi dilagante e che anche per questo 2013 porterà ad una crescita negativa.

Nonostante l’incertezza politica, lo spread è calato e si mantiene su livelli più che accettabili e l’Europa ha riconosciuto l’ottimo lavoro dell’Italia che non è più un’osservata speciale. Accanto a queste buone notizie, però, c’è stato un monito riguardante il rischio contagio rappresentato dalla debolezza strutturale degli istituti finanziari.

È evidente che i tanti problemi (strutturali e non solo) che affliggono l’economia italiana possano essere risolti solo dalla politica. È evidente anche che il punto di rottura sta per essere raggiunto e che una delle priorità dovrebbe essere alleggerire il carico fiscale che grava su imprese e lavoratori ma, come potete notare tutti, in questo momento i partiti (e movimenti) si stanno occupando di tutt’altro.

Questi sono i dati di fatto. Di mio voglio solo aggiungere alcune cose a cui tenevo particolarmente.

È quanto meno curioso che il Movimento 5 Stelle abbia scelto una donna iscritta all’ordine dei giornalisti (che M5S vuole abolire) e dipendete della Rai (che deve essere abolita, stando al programma). Così come è curioso che i primi due DdL presentati, in questo momento, siano l’ultima delle priorità che il Parlamento dovrebbe avere.

Per quanto riguarda la dialettica interna al PD, mio malgrado, devo dar ragione a Renzi almeno su una cosa: Bersani sta mettendo davanti la propria “carriera” al bene del paese. È evidente che non abbia i numeri per governare, così come è evidente che l’unico modo per avere un governo sia quello di fare questo stramaledetto inciucio. È fuori dal mondo, poi, che Bersani dica che non si può mettere fretta per formare un esecutivo quando la realtà delle cose dimostra che, invece, ci dovrebbe essere tutta la fretta di questo mondo. D’altro canto, Renzi, non perde occasione per scatenare polemiche non rendendosi conto che in questa maniera non fa altro che danneggiare il partito e farsi terra bruciata intorno, cosa che non gli converrebbe dato che molto probabilmente alle prossime primarie sarà lui, il favorito.

L’ultima cosa che scriverò in questo post, è una riflessione nata negli ultimi tempi: piuttosto che governicchi deboli, saggi o quant’altro sarebbe meglio che le tre forze politiche principali in questo momento, si sedessero ad un tavolo e dessero vita ad una seconda Costituente. La seconda parte della Costituzione è completamente da rivedere, c’è la necessità che le forze politiche facciano una nuova legge elettorale (preferirei un maggioritario a doppio turno) e soprattutto prendano iniziative per il rilancio dell’occupazione e dell’economia. È questo il momento buono per farlo, mettendo da parte gli interessi personalistici per quello che si potrebbe definire “un bene superiore”. Potrebbe essere questa, la svolta politica tanto attesa e l’inizio della vera Terza Repubblica.

Questo è quanto

Cya.

Bonus (unreleated):

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Il Futuro

Per quanto nebuloso e incerto possa essere il futuro, oggi vorrei concentrarmi (il più concisamente possibile) su questo argomento, traendo giusto appunto un paio di spunti dalla realtà che ci circonda (Sì, questo è uno dei post seri…Vi chiedo scusa).

Il Governo Tecnico, lo sappiamo tutti, non potrà rimanere per sempre in carica e, anzi, il suo tempo stringe sempre di più. Le misure prese fino ad ora sono state necessarie, dolorose e pesanti per molti italiani che si sono visti aumentare le tasse senza un degno adeguamento dello stipendio. Lo scontento monta sempre di più e, almeno nel breve periodo, non farà altro che aumentare. Se questo è già un quadro preoccupante, lo diventerà ancor di più con le prossime elezioni. Il Partito Democratico ancora non sa con chi allearsi e i tempi delle foto di Vasto sono distanti anni luce. In molti strizzano l’occhio a Casini e all’UDC per una coalizione. Il PdL, orfano dell’alleanza con la Lega Nord, invece potrebbe provare a riallacciare i rapporti proprio con quest’ultima (per quanto il cambio di vertice all’interno della Lega renda la situazione più nebulosa e apra prospettive quasi infinite) oppure puntare ad un’alleanza con l’UDC per tornare al governo dopo questa parentesi. Come sarà chiaro, a mio avviso, l’UDC sta diventando l’ago di una bilancia non equilibrata. Per quanto riguarda gli altri due partiti di “Sinsitra”, l’IDV e SEL, l’unica speranza di salire al governo è proprio un’alleanza col PD. Tra l’altro, l’immagine di Vendola viene intaccata dall’ennesima inchiesta a suo carico mentre Di Pietro, da quando c’è in carica il Governo Monti, si è eclissato sempre di più ricomparendo con uscite occasionali e, a volte, estemporanee. La Lega, invece, si trova in una fase di rinnovamento (un rinnovamento di facciata) che ha già fatto cadere le prime teste illustri (la Mauro e il Trota). La credibilità di questo partito comunque ne ha risentito parecchio scontentando ancora di più la base popolare su cui si reggeva. Come detto sopra, l’impronta di Maroni (avrebbe potuto benissimo evitare la scenetta con la scopa, dato che tutto il marcio è ancora dentro la Lega) potrebbe portare a cambiamenti radicali oppure a riallacciare rapporti che apparivano persi (cosa che, probabilmente, avverrà).

Chiunque salirà al governo si troverà ad affrontare una situazione generale non semplice. Il mal contento popolare avrà raggiunto (con tutta probabilità) nuovi picchi, la situazione economica non migliorerà (tant’è che ormai l’Italia è ufficialmente in recessione), il mercato del lavoro annaspa e la speculazione colpisce l’Italia che si ritrova ad essere una delle peggiori nazioni in Europa, preceduta solo da Spagna (che da poco ha raggiunto i 500 punti di spread rispetto ai titoli tedeschi) e Grecia che, a tutti gli effetti, si trova già in regime di commissariamento. L’Italia, se le cose dovessero continuare così, si troverebbe soffocata da una situazione che si è trascinata dietro per troppo tempo. Le misure prese attualmente sono solo un palliativo per un cancro troppo esteso. Il nuovo governo dovrà continuare la politica economica del precedente, mantenere credibilità a livello internazionale e affrontare i nuovi problemi che di volta in volta vengono sottolineati nel paese. Un paese composto da anime contrastanti e interessi totalmente opposti. Se il governo che sarà, si rivelerà incapace di affrontare una situazione critica come quella che si troverà ad affrontare, probabilmente l’Italia rischierà di affondare ancora di più. Ad oggi, che piaccia o meno, Monti & Co. ci stanno tenendo in equilibrio precario sul ciglio di un burrone, domani chiunque sarà al governo dovrà o allontanarci da quel ciglio o almeno provare a mantenerci in questa situazione, ma una sola mossa sbagliata significherebbe il crollo.

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