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Citazioni #27

– Oh, come on, Bec, that’s so unfair. Look, your mom and I, we didn’t work… But I tried so hard to make things right beetwen us. But you… You just shut me out
– Yeah, well, I shut everybody out. Don’t take it personally. It’s just easier
– It’s also really lonely

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Cose belle – Volume #1

Il titolo è già abbastanza esplicativo di per sé.  In questa nuova rubrica raccoglierò un po’ tutti i fatti o le cose che valgano la pena di essere trasmesse ai posteri e ai lettori. Ovviamente è un’idea nata male e continuerà pure peggio. Spesso e volentieri le cose belle in questione non fregheranno a nessuno, ma ceste.

E, per aprire, ci metto la campagna elettorale. Indipendentemente dal risultato finale e dal fatto che io abbia fatto abbastanza schifo, la campagna elettorale, che si avvia verso la sua conclusione, è stato un modo per entrare in contatto con il Comune in cui vivo e conoscerne le persone. L’idea del comune-dormitorio è stata spazzata via di fronte all’enormità di possibilità che il territorio ci offre e che non sono mai state pienamente sfruttate. Il gruppo coeso e unito, inoltre, mi ha permesso di maturare un’esperienza indubbiamente stancante, ma ancor più soddisfacente. E, al di là di tutto, ho avuto a che fare con persone disponibili, con cui ho gioito e sofferto. Persone con cui mi sono incazzato e che mi hanno fatto aprire un po’ di più gli occhi su Seveso. Adesso non resta che stringere i denti e andare avanti per gli ultimi (ormai) tre giorni di campagna elettorale.

Sempre facendo campagna elettorale, in un quartiere della mia città, ho avuto modo di assistere ad una cosa più unica che rara: una famiglia con cui avevo parlato prima che andassero via, al rientro, vedendomi lì seduto con un compagno di partito ci ha offerto da bere e da mangiare. Ovviamente, sia io, sia il compagno abbiamo rifiutato. Nonostante il rifiuto, comunque, è stato piacevole vedere che quelle persone abbiano capito l’impegno, lo sforzo e la passione che ci abbiamo messo e abbiano deciso di dare il loro contributo, in maniera molto semplice e diretta.

Un mio amico, settimana scorsa, mi ha accennato un progetto in cui avrebbe voluto coinvolgermi. Dopo esserci visti domenica, ed aver trovato l’accordo su come sviluppare il lavoro, posso finalmente dirlo: Coso diventerà uno sceneggiatore di fumetti. A me spetta il compito di scrivere la storia e, dopo sceneggiarla. Il mio amico, studente alla scuola del fumetto di Milano, si occuperà della parte grafica (disegno e colori). Le opzioni propostegli da me sono due: una sui supereroi (non molto originale, ma di sicuro effetto) e una è quella del racconto pubblicato qui sul blog. Per il momento non c’è ancora nulla di concreto, anche perché dovrei riassumere in breve le due trame, in modo tale che lui possa sottoporle al prof di sceneggiatura. Probabilmente, alla fine, non se ne farà niente. Però è un modo interessante per occupare il tempo libero.

E alla fine, ma non per ultimo, la vera cosa bella: questo sabato incontrerò V. (e moroso). Il fatto che lei sia a Milano, oltre a quello che sabato possa staccare per un giorno intero prima del ballottaggio, permetteranno questo evento da tanto tempo atteso (almeno, stando a fonti ufficiali). Il programma prevederà sicuramente una libreria (devo ritirare dei libri) e Sempione perché, da bravo culopeso, io voglio mettermi sotto le fresche frasche a cazzeggiare. L’unica nota negativa sarà la delusione di V. dopo l’incontro. Come guest star, dall’ora di pranzo, ci sarà anche la Fatina. Per ulteriori aggiornamenti, dovrete aspettare settimana prossima, probabilmente.

Questo è quanto.

Cya

Bonus:

 

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Questione di…

Dato che tra ieri e oggi ho avuto parecchio tempo per pensare mentre imbiancavo casa, mi sono soffermato a pensare ad alcune cose che mi riguardano. Le conclusioni, alla fine, sono sempre stata le stesse. Ma testé, riporterò qui tutto, come ulteriore monito a me, sulla mia culopesaggine (e non solo).

Il primo spunto di riflessione è stata la mia scarsa voglia di fare le cose. Tutto noioso. Tutto già visto. Tutto già fatto. Eppure, dietro a questo atteggiamento, non ci può solo essere del culopesismo (che, per l’amor degli Dèi, è un’ottima scusa) ma ci deve essere qualcosa di più profondo. Di più forte. E questo qualcosa è la paura di mettersi in gioco. Una paura che non riguarda solo il fare/non fare le cose (tant’è che raramente mi sia mai buttato di mia iniziativa), ma anche la vita di tutti i giorni. Si può passare dall’esempio banale: il fatto di non azzardare un balletto difficile tanto quanto lo stare in piedi, sino al non provare a portare a termine un progetto per la paura di “non farcela”, per la paura che il risultato finale non sia degno delle aspettative costituitesi mentre ci lavoravo sopra. E da questo spunto marginale a spunti ben più “centrali” (in questo momento), il salto è stato breve.

Infatti, il mio non volersi mettere in gioco, si rispecchia anche nelle relazioni con gli altri. Relazioni, che escluse pochissime persone, solitamente non vanno al di là di un rapporto di cortesia, non approfondito. E, anche in questo caso, c’è una scusa (che di fatto, tanto scusa non è): A me non piacciono le persone. Mi irritano. Vedo qualcuno sulla metro e ascoltandolo parlare, nel 97% dei casi, mi sale un odio viscerale. Ma, chiaramente, questo è un altro problema. Dicevo che, il mio non volersi mettere in gioco anche nelle relazioni è sintomatico della mia paura nel fallire. Fallire con un amico, fallire nell’abbordaggio con dolci e bellerrime fanciulle, fallire con la mia famiglia.

E, in fondo, la paura del fallimento credo sia normale. Tutti hanno paura di fallire eppure non si fanno bloccare. Io, invece, non riesco a fare il famoso “passo in più”. Tra l’altro, il non riuscire, è sintomatico di un non volere. Non voler rischiare, perché in fondo così me la cavo, non voler provare perché tanto “so già che andrà male”, non voler fare una cosa perché “tanto non serve a niente”. E per quanto le (poche) persone di cui mi fido mi spronino a buttarmi e tentino di convincermi, il desiderio di cambiamento dovrebbe partire da me. Cosa lo farà scattare? Sinceramente, non lo so. Non ho un’idea che sia una al riguardo.

Perché, fondamentalmente, lo so: è solo questione di mettersi in gioco, questione di affrontare la paura del fallimento. Eppure, nonostante la consapevolezza sia un primo passo, oltre a questo non riesco andare.

Anche per oggi, ho chiuso.

Questo è quanto.

Cya.

 

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Decisioni Sbagliate

La premessa di rito è quella che faccio sempre (o quella che dovrei fare sempre): Non sono sicuro di restare in tema col titolo dell’articolo e non so nemmeno quanto mi dilungherò. Ovviamente non so se quanto scritto sarà qualcosa di serio o meno. Ma bando alle ciance e cominciamo.

Nella vita di ognuno di noi ci sono scelte da fare e decisioni da prendere. E a meno che non siate infallibili (e no, non lo siete. Non lo sono nemmeno io, pensate un po’), sicuramente vi sarà capitato di fare degli errori. A volte sono stati errori piccoli ed ininfluenti, altre volte invece sono stati errori della serie “Oh, god…What have I done?”. Penso che sia normale fare gli errori e, sì, contrariamente a quanto detto dai famosi proverbi “Sbagliando si impara” e “Sbagliare è umano e perseverare è diabolico”, non solo sono convinto che sbagliando non si impari quasi un cazzo, ma che sia addirittura normale commettere più e più volte gli stessi errori.

Per esempio, quante volte vi è capitato di non riuscire a rinunciare al maledetto manicaretto che poi andrà tutto sulla pancia e sul culo (l’incubo di ogni donna) o vi farà star male tutta la notte (la mia triste realtà)? Vedete, questo è un esempio lampante: Sapete che non dovreste prenderlo ma, alla fine, vi scambierete un lungo scambio di sguardi. Il manicaretto con voce invitante vi dirà “Mangiami…Non ti succederà nulla. Lo so che mi vuoi” e voi, con aria sprezzante, risponderete “No, caro. Mi hai già fregato una volta, non mi freghi più” ma, dopo queste parole, inspiegabilmente vi trovate un passo più vicino al delizioso bocconcino che vi tenterà di nuovo dicendo “Stavolta sarà diverso, fidati di me” e voi ancora vi negherete e farete un altro passo verso la diabolica pietanza fino a che…Fino a che, con le mani ancora sporche e appiccicaticce e un sorriso soddisfatto dipinto sul volto, non vi allontanerete dal piatto vuoto. Passato un po’ di tempo (nel mio caso mentre sto dormendo beatamente), vi sentirete in colpa (ed io male). Cercherete di giustificarvi (io correrò in bagno imprecando contro di me e gli dèi) e troverete delle attenuanti (beh, per lo meno io troverò il sollievo) e vi direte, colmi di una nuova sicurezza: “La prossima volta andrà diversamente. Non succederà più. Mai più”. Vi autoconvincerete di ciò e cercherete, in questo modo, voltare pagina…Fino alla volta successiva.

Questa qui sopra può sembrare una sciocchezza e può non comprendere tutti, ma in un campo ci si trova tutti sulla stessa barca: le relazioni affettivo-amorose. Ovviamente, in questo campo, non posso parlare di me ma stando vicino a persone che dal punto di vista sessuale-affettivo paiono normali, ho notato come i comportamenti e le decisioni sbagliate siano sempre le stesse con pochissime, e nemmeno troppo nette, sfumature.

C’è chi non sa star da solo. Non so se la sua scelta sia conscia o meno, ma pare proprio incapace di non avere un partner. Appena viene lasciato si dispera, sembra non poter più vivere e, dopo due/tre settimane, sta già infilando la lingua in bocca ad un’altra persona. Siamo sicuri che questo non saper star da soli, questa continua ricerca di compagnia sia la cosa migliore da fare? La decisione (conscia o inconscia che sia) di non stare da soli, senza analizzare davvero i motivi per cui le precedenti storie sono andate male, è quella giusta? Non credo.

C’è chi cerca sempre lo stesso tipo di partner. Inutile nascondersi dietro ad un dito, molte persone cercano sempre lo stesso tipo di persona. Che sia il prototipo “stronzo”, che sia il prototipo “gentiluomo”, che sia il prototipo “belloccio”, che sia il prototipo “intellettualoide” non conta. Ciò che conta è il fatto che, alla fin della fiera, si rimetteranno con la stesso tipo di persona con cui era andata male la volta precedente. L’apice dell’assurdo però lo si raggiunge quando, prima dicono: “Basta, da adesso in poi ho chiuso con gli stronzi” (per esempio) e, la persona con cui si mettono dopo, cos’è? Ovviamente uno stronzo. Non lo stesso, ma pur sempre stronzo. E, se incautamente, doveste fargli notare che si sono rimessi con uno stronzo, prima vi guarderebbero con aria sbalordita, poi con candore diranno “Mannò, non è come dici tu…Questa volta sarà diverso, me lo sento!”. Certo, e io sono babbo natale. Ma dico, ci sarà un motivo per cui la volta prima (e tutte le precedenti) con un tipo del genere è andata male, no? Cazzo, svegliati e cambia target. Ma non sia mai, eh.

Ed infine, l’ultima categoria che analizzerò (ultima perché mi son rotto il cazzo di scrivere) è quella del “Vorrei ma non posso” o del “Potrei ma non voglio” a seconda delle interpretazioni. Questa è una categoria che conosco fin troppo bene, ma cercherò di essere sintetico. Le persone appartenenti a questa categoria sono dei culopesi di prima categoria. Non tentano nemmeno, rinunciano ancor prima per paura del rifiuto. È una condizione quasi patologica da cui, nonostante l’ammorbamento di coglioni fatto da amici, amiche e anche dall’animale domestico, non riescono ad uscire. Or bene, la decisione sbagliata qui sta proprio nel non tentare. Tentare non costa nulla, al massimo faranno una figura di merda da raccontare ai posteri quando saranno vecchi e colti dalla demenza senile. Solo che, essendo uno di loro, so che a parole è facile dire “Massì, chissenefrega, tentar non costa nulla” ma coi fatti…Beh, se facessero fatti non sarebbero in questa categoria, suppongo. Ed è per questa categoria che mi sento di fare un appello agli amici, alle amiche e anche alle bestiole: dato che quelli di questa categoria decidono di non fare nulla, rompetegli i coglioni fino a portarli allo sfinimento. Giusto per farvi stare zitti ci proveranno. Non demordete!

Con questo è tutto, ci si ribecca. Restate sintonizzati (Nevvero, non fatelo, non so quando tornerò a scrivere)

Cya

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