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Una giornata in nove battute

Coso: ho appena visto una fanciulla semplicemente divina
L: I know that feeling
C: Mi sono innamorato
L: Chiedile il numero
C: Ha l’anello
L: Mozzicale il dito
C: Sono a casa ormai
L: Gli Déi si burlano di noi.
C: Esatto.

Perché, in fondo, è questo scambio di messaggi, il nucleo centrale di quest’oggi. Non il fatto che abbia fatto due ore di interessantissima lezione, non il fatto che abbia comprato due libri e abbia preso un muretto con la macchina graffiando la portiera ma bensì il fatto che mi sia innamorato di una perfetta sconosciuta.

Una sconosciuta che non rivedrò mai più e che non si è nemmeno accorta di me, non fosse per il fatto che abbiamo fatto le scale fianco a fianco mentre canticchiavo “Lift me up, lift me up Higher now I’m upper Lift me up, lift me up Higher now I’m upper” (sì, lo so è una canzone di merda ma sulla mia mente ha lo stesso effetto virale di questa). E, allora, mentre riflettevo sul fatto che se non avesse avuto l’anello, comunque, non avrei fatto un cazzo se non apprezzare in silenzio e tirar dritto per la mia strada mi sono ritrovato a pensare (di nuovo) alla viltà che da sempre mi contraddistingue in questo campo.

Viltà che mi porta a non provare nemmeno ad abbordare una per la semplice (quanto atavica) paura del rifiuto che mi ha contraddistinto da…Sempre. Per quanto, ogni volta, mi dica di provarci che tanto non ho nulla da perdere, alla fine, c’è sempre questa paura che mi fa abbandonare le “buone” intenzioni per rifugiarmi nel tranquillo territorio dell’ignavia, del non tentare. Perché, in fondo, mi è comodo non provarci pensando “tanto sono un botolo brutto, ringhiante e non faccio una bella impressione…Quindi non ne vale la pena”. Mi sento giustificato da un atteggiamento che si riproduce in continuazione, in campo affettivo.

Atteggiamento che poi diventa una giustificazione, un alibi per il mio culopesismo cavalcante e mai domo. Un alibi per non riconoscere che più che il rifiuto in sé, è il fallimento a spaventarmi. Ed è a questo punto che subentra l’invidia (anche se, forse, è più corretto chiamarla “ammirazione”) per L (che dopo sto articolo, indubbiamente, o già nei commenti qui sotto o in privato mi tirerà il culo a morte) che, piuttosto di restare col dubbio, piuttosto che lasciare intentata qualsiasi mossa, ha il coraggio di gettarsi. Di fare un passo nel vuoto, brancolando nel buio.

Ha, insomma, il coraggio di fare quello che io non riesco (ma com’è evidente da quanto scritto finora è più un “non voglio”) fare. Essere conscio di queste cose, però, non mi è di alcun aiuto. Il culopesismo di cui parlavo sopra, si fa sentire anche in queste cose e crea un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire che è più o meno riassumibile così: Mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti , mi giustifico, cerco di auto-convincermi che la prossima volta farò qualcosa, mi piace una, non ci provo per i motivi sopra esposti, mi giustifico e così via, in un continuo girotondo.

E per quanto possa dire “oh, non lo farò più” oppure “la prossima volta andrà diversamente”, lo so io come lo sapete voi che, alla fine, non cambierà assolutamente nulla e, quando incrocerò la prossima stupenda fanciulla sconosciuta, saremo punto e a capo.

Questo è quanto.

Cya.

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