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Di pinguini e dei loro sogni

Premetto che, come ogni volta, non so dove andrò a parare con questo post e bla bla bla bla.

Bene, fate finta che abbia scritto la solita introduzione in cui vi accenno brevemente a cosa scriverò e fingete anche che vi interessi. Poi cliccate sulla “x” in alto a destra e andate a dormire.

Sbrigati anche i convenevoli, non mi resta che dire di cosa non parlerò. Tendenzialmente avrei voluto evitare un altro post da inserire sotto la voce “Diario” o sotto la voce “Varie ed eventuali” e avevo anche pensato ad un modo piuttosto figo per iniziare l’articolo sul serio. Poi, però, ho deciso di lasciar perdere. Ché lasciar perdere è la cosa che mi viene meglio, a voler ben vedere. In qualsiasi campo. In qualsiasi momento. Qualcuno potrebbe anche dire che le cose mi scivolano addosso, masticazzi.

E gnente, sicuramente non parlerò di politica. Come i lettori più accaniti avranno notato, dopo le elezioni di febbraio, l’argomento è andato in calando. D’altro canto, sono passato dal parlare di politica al farla sul campo. E, se volete il consiglio di un pirla, è meglio che non ne facciate, e che non ne parliate. Bene che vi vada, potreste trovarvi ingabolati in mille incontri di cui quelli utili sono due. E tu li hai persi entrambi. Se dovesse andarvi male, invece, sareste del PD. Vi chiedereste perché a livello comunale siate di centro-sinistra, mentre a livello nazionale siete al centro. E prendete schiaffi. Da destra e da sinistra. Perché, in fondo, scriver di politica è come scrivere d’amore: chiunque lo faccia, non l’ha mai vissuta (o una cazzata del genere. Ho provato a cercare la citazione corretta su gugol, ma dopo dieci minuti ho droppato le palle.)

Nonostante sembra che l’estate abbia risvegliato la parte filosofeggiante di molti compagni blogger e, nonostante il fatto che sia da un sacco che non scrivo un post in cui filosofeggio sui mali del mondo (ovvero sul motivo per cui arrivato a ventidue anni, le donnine riesca a vederle solo qui, o qui, o sulla Novedratese, della serie fatti du domande e datti du risposte, figlio mio) non ho nemmeno intenzione di perdermi in riflessioni, costrutti mentali o fare viaggi che non porteranno assolutamente a nulla, se non riuscire a mantenere il ritmo di un articolo a settimana e farmi perdere tempo. Ma, anche facendo così, direi che non c’è male. Che poi, a voler ben vedere, non ho nemmeno intenzione di soffermarmi sul fatto che stia scrivendo un post a settimana da ormai venti mesi e che gli argomenti di cui trattare potrei pure averli finiti, dato che ho una vita abbastanza monotona e piatta.

E, a proposito di vita monotona e piatta, vi prometto che non vi parlerò nemmeno dei miei stupendi amichetti o della folle idea di fare un Meet Coso che, forse ci sarò o forse no. Perché, vedete, con l’estate, le mie capacità di socializzazione si azzerano quasi quanto la mia voglia di vivere. Ché poi, credo sia anche una questione di tempismo: io mi faccio vivo una volta ogni quanto mi ricordo e gli altri sembrano sempre aver di meglio da fare. Oppure studiano. Oppure lavorano. Oppure non hanno la rete. E, in fondo, non è nemmanco colpa loro. D’altro canto, sono fermamente convinto che portare avanti più amicizie in contemporanea sia una cosa quasi impossibile sul lungo periodo, per i motivi che ho brevemente elencato sopra. Aggiungendoci il fatto che dopo un po’, mi rompo i coglioni di cercar la gente, direi che non è nulla di sorprendente. Solo la Secsdonna sfugge a questa logica. Ma a lei rompo il cazzo in tre stagioni e mezza su quattro, quindi è perdonata a prescindere.

Non vi parlerò nemmeno dei tanti, troppi progetti morti sul nascere o lasciati lì, nel dimenticatoio, in attesa di essere colto da illuminazione. Che poi, se avessi dovuto averla davvero, probabilmente mi sarebbe già venuta. E quindi non mi resta che trascinarmi stancamente tra idee poco originali che non so nemmeno come applicare. E, certo, il caldo non è di aiuto. Ma è una flebile scusante, dato che anche quando pioveva e le temperature erano sotto la media, non combinavo un cazzo uguale. A voler ben vedere, in effetti, non è nemmeno un problema di idee in sé… È più l’applicazioni delle stesse. È più il fatto che anziché scrivere, mi piacerebbe leggere. E forse è anche il fatto che sia leggermente culopeso a zavorrarmi. Le vacanze di quest’estate potrebbero anche darmi una mano ad iniziare la scrittura, ma dubito avrebbero un seguito. Poi mi metterei a ricontrollare, scuoterei la testa pensando “che cosa cazzo ho appena letto” e cestinerei tutto. Per l’ennesima volta. Senza contare che ho pure messo da parte il progetto del fumetto, per mancanza di ispirazione.

Non mi dilungherò nemmeno nello spiegare perché avrò delle sessioni di esami infernali, mentre molti studenti universitari si stanno occupando delle ultime formalità per laurearsi. Il fatto che in tre anni abbia fatto relativamente un cazzo, infatti, implica che debba correre ai ripari e recuperare quanto lasciato indietro. Per questo motivo sto pianificando di stravolgere i miei ritmi per poter studiare evitando il caldo. L’ultima idea è quella di studiare fino all’ora di pranzo, interrompermi nel pomeriggio e poi andare avanti finché riesco in nottata. Il fatto di dover lavorare di certo non aiuta molto, ma i soldi fanno comodo e, tra le altre cose, non durerà ancora molto. Per fortuna o purtroppo. Ancora non lo so.

E sì, forse potrei dirvi, invece di come mi sia reso conto di essere circondato. Circondato dalla gente. E, come ben saprete, io non ho un’alta opinione della gente. Vogliate per un non ben motivato e motivabile complesso di superiorità, vogliate perché tendenzialmente mi sta sul cazzo l’umanità, il fatto di essere circondato mi ha inquietato. Me ne sono reso conto sia a Milano, mentre cercavo V. (e devo aver dato voce al fatto che fossimo circondati, io e la Fatina) sia in Sempione, dove ovunque mi girassi c’era qualcuno: rossi, bianchi, neri, gialli e verdi… Sono come insetti brulicanti e infestanti, nessuno è al sicuro. Potrebbero essere anche intorno a voi, in questo momento.

Forse è per questo che vorrei essere un pinguino. Vivrei al freddo, non mi preoccuperei di essere circondato dai miei simili. E sognerei sogni di pinguino.

Perché i pinguini sognano, no?

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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E poi…È arrivato Ettore.

No, fanciulli, tranquilli le vostre virtù anali sono ancora al sicuro dalla mia mefitica presenza, non sono diventato gay(o) tutto d’un colpo. (Porch)Ettore è il mio (cote)cane. Quindi logica vorrebbe che io vi parlassi di quella bestiola dallo sguardo inquietante e dai dentini aguzzi pronti a stringersi intorno alle caviglie dell’incauta persona che non si degnasse di cagarlo (e anche di tutti gli altri). Ma, come ben avrete capito, su questo blog la logica vale quanto un due di bastoni quando di briscola c’è denari, quindi vi parlerò di tutt’altro.

Bene, fatta questa bellissima introduzione, non so cosa scrivere. Quindi farò un po’ di considerazioni sparse e, ovviamente, del tutto a caso.

0) Piove, Governo Ladro. Questa mattina, svegliatomi alle otto e mezza, ho aperto la finestra e ho visto il cielo grigio. Il vento soffiava, agitando le fronde degli alberi. E cos’è stata la prima cosa che ho pensato? Vi do un aiutino, sicuramente non è stata “Uau…Che spettacolo”. No, assolutamente no. È stato più qualcosa del genere “Ma porco odino, non poteva piovere settimana scorsa?” La domanda è ovviamente retorica. Perché proprio settimana scorsa? Semplice: non avevo una beata minchia da fare. Questa settimana invece devo andare a Milano ad incontrare gli amici, devo uscire a cena con altri amici. Insomma, il tempo interferisce in modo più o meno consistente con la mia vita sociale. In definitiva, tutte ste righe servono a dire: Stupida pioggia.

1) Domani, per l’appunto, dovrei andare in quel di Milano (tempo permettendo) ad incontrare un amico emigrato in Norvegia e rientrato in Italia per le vacanze di Pasqua e la sua scandinava ragazza. Dovrò parlare in inglese, anche se la possibilità di esprimermi a gesti, grugniti e bestemmie non mi pare una prospettiva così brutta o non fattibile. Non che non sappia l’inglese (anche se sto facendo di tutto per rimuoverlo), semplicemente non c’ho sbatta di parlarlo. D’altro canto non sarebbe carino emarginare la fanciullina con un artifizio linguistico (in questo caso sarebbe “parlare in italiano”) da discussioni noiose e senza senso su argomenti che potrebbero interessare:

a) I vecchi
b) I nerd
c) I fumettari
d) Altri malati/rifiuti della società/persone con un piede nella fossa

Tra l’altro devo pure comprare un libro a mia sorella e capirete che è una cosa pallosa assai.

1) I blogger. Non mi sono mai reso conto che avere un blog fosse “alla moda”, fino a ieri. Ma a quanto pare tutti ne hanno uno e hanno un sacco di cose da dire. E sono cose semi-serie, mica le mie cose a caso. Essere un blogger è diventato quasi un lavoro (oltre che uno status). Questa scoperta scioccante è stata fatta, per l’appunto, ieri sera mentre cazzeggiando tra i vari blog di wordpress, casualmente ho notato questo “boom”. Che poi, onestamente, non capisco cosa ci sia di così pheego nell’avere un blog. Prima era una cosa da “We are the 1%”, adesso è una cosa da “We are the 99%”. Non che sia per forza un male, eh…Semplicemente boh, non capisco l’utilità del’avere un blog.
Alla legittima domanda “E tu che cazzo ce l’hai a fare un blog se li ritieni inutili?” La risposta sarebbe “Semplice, mio caro amico, sono attratto dalle cose tremendamente inutili.” Insomma, io sto coso (non io Coso, coso il blog) ce l’ho da tempo immemore…Prima che fosse di moda e già allora faticavo a capirne l’utilità. Certo posso scriverci quello che voglio (e lo sto facendo), posso sentirmi uno scrittore cazzosissimo (ma non è il mio caso), posso pensare d’esser brillante (come una lampadina fulminata), o addirittura credere d’esser simpatico (come due dita negli occhi quando mi sveglio dopo una sbronza, con un mal di testa da record) ma in definitiva, non serve ad un cazzo, avere un blog.

2) Cazzabubbolo: penso che questa parola sia bellissima. Dovevo inserirla in questo elenco per forza. Tra l’altro questa sarebbe di diritto una citazione colta e ricercata proveniente da una puntata dei Griffin (non mi ricordo quale) in cui Stewie scrive questa bellissima parola sul muro. Cosa potete voler di più dalla vita? (Non rispondete, non è necessario…Sul serio)

3) Dragon Ball: occhei, sicuramente ha fatto crescere milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo…Ma adesso basta! Mediaset, per favore, non trasmetterlo più per un po’. Manda cartoni più fighi e moar underground…Rimanda i Cavalieri dello Zodiaco piuttosto, ma basta Dragon Ball. Non se ne può più…E lo dico io che sono un fan di quelli che hanno comprato pure due giochi per la playstation (che poi è morta, non so se per i giochi in sé oppure perché ha fatto un paio di voli e la rotellina del giradischi è un po’ stinfia…Ma mi piace credere che ora sia nel paradiso delle consolle) : non se ne può più. Facci vedere qualcos’altro. Ti prego!

5) Uh, vabbè, parliamo anche di Porchettore, va là. Cos’è Porchettore? Porchettore è l’unico esemplare al mondo di cotecane. È talmente cicciotto che non corre, ma saltella in giro per il giardino. A parte la sua cicciosità, la caratteristica peculiare di questa bestiaccia è lo sguardo da psicopatico che ti regala ogni volta che può. Questo sguardo è qualcosa del genere: o.O.
Voi direte “embè?” embè un cazzo, lo sta facendo un cane. Sorry, un cotecane. Tra l’altro ha il bruttissimo vizio di bloccarti la caviglia morsicandotela e tenendola ferma con le zampe. È chiaro che a prima vista possa sembrare una cosa dolce e carina, ma non lo è assolutamente. Siete di fretta? A lui non frega un cazzo, vi blocca e vi obbliga ad accarezzarlo. Una volta che l’avete accarezzato vi lascerà andare? Manco per le palle. Se, invece, doveste decidere (saviamente) di ignorarlo vi ritrovereste a camminare con lui che…Striscia per terra alle vostre spalle mentre vi tiene la caviglia bloccata o, almeno, ci prova. Insomma…Come dire…Non c’è nessuno che lo voglia? Ve lo spedisco per posta…È un cane bravissimo, a parte il fatto che non faccia la guardia ed elemosini carezze da chiunque, tralasciando gli sguardi da psicopatico e la sua mordacità, è una cane che tutti vorrebbero avere…E potrebbe essere vostro. Non lasciatevelo scappare!

8) Il PD stacca il PdL. Ora, io penso che sia una cosa fighissima avere un governo tecnico che, per quanto in modo poco equo, le cose le fa in modo preciso e coinciso. Se permettete, però, mi viene la depressione a pensare che Bersani, un giorno non troppo lontano, potrebbe essere il Presidente del Consiglio. Per carità, è pur sempre meglio del Nano, ma stiamo parlando della Sinistra (o meglio del Centro-Sinistra) in Italia. La stessa sinistra che aveva il partito comunista più forte in Europa e non è riuscita a salire al governo, la stessa sinistra che quando è salita al governo è caduta per colpa di Mastella…Di Mastella, ma ci rendiamo conto? E noi dovremmo far governare un partito del genere? Quanto durerà? Cinque giorni? Una settimana? Si accettano scommesse.
N.B.: Il governo di D’Alema è stato volutamente lasciato fuori. Quello non conta…D’Alema non è un uomo di Sinistra, suvvia.
P.S.: Pierlu, sei tutti noi. Ed è proprio vero che quando piove, piove per tutti. Ed è anche vero che non siamo qui a smacchiare i giaguari.

13) Perché usare una numerazione del genere? (gli osservatori più attenti avranno già fatto il giusto collegamento e avranno capito che numerazione sto usando)
Risposta: Perché sono un inguaribile cazzone.

Pace & bene a tutti.

Cya.

E ricordatevi, c’è un Porchettore che vi aspetta.

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Pioggia

Prese l’accendino e si accese una Marlboro. L’unico rumore era il ticchettio regolare e ritmato della pioggia contro il parabrezza. Fumo grigio si diffondeva nell’abitacolo. L’unico segno che qualcuno fosse in macchina era un puntino rosso che indicava il lento ed inesorabile consumarsi della sigaretta. Nonostante fosse sabato sera, in quella zona residenziale, circolavano poche macchine. Al loro passaggio la strada bagnata veniva illuminata dai fanali. Guardò di nuovo l’orologio sul cruscotto. Due e un quarto. La sua mente divagò in ricordi che parevano appartenere ad un’altra vita. Ad un’altra persona. Si era ripromesso di non farlo ma non poté fare a meno di pensare all’ultima volta che aveva visto quella persona. Si erano detti addio. Poteva ancora ricordare il locale affollato, l’odore di sigarette e di alcol e i suoi occhi gelidi. Ricordava anche la canzone che stavano suonando mentre parlavano. Ricordava la sua rabbia, la sua diffidenza e, alla fine, ricordava anche la sua sofferenza. E adesso, lui era lì, ad aspettarla. Ironia della sorte, anche in quel momento pioveva. La pioggia era stata una fedele compagna per ogni momento importante della loro vita. Tutto era iniziato in un pomeriggio autunnale, grigio e piovoso. Tutto sembrava esser finito in una fredda serata invernale. Gli sembrava ancora di poter sentire le fredde gocce di pioggia sferzargli il viso con cattiveria. Fu strappato dai suoi pensieri dal rumore di una macchina. Non era quella che stava aspettando e così tornò ad immergersi nei ricordi. Ricordi di un tiepido sole primaverile e di un giardino in fiore. Lui era seduto su una panchina e stava leggendo un giornale con aria annoiata, l’altra persona invece era seduta sull’erba. I capelli ebano, ben curati, assorbivano tutti i raggi del sole. Gli occhi celesti erano socchiusi. Sul viso era dipinta un’espressione deliziata. Gli uccellini trillavano allegramente, intrecciandosi in aria. Disegnando arabeschi complicati, quasi impossibili da seguire. Gli sembrava quasi di poter sentire il profumo dell’erba e dei fiori, il ronzare delle api e le risate argentine ed innocenti dei bambini che giocavano poco distanti. Probabilmente, quello, era uno dei momenti più belli che avevano passato insieme. Momenti relegati ad un passato lontano, che mai più sarebbe stato. Quell’ultima considerazione gli fece storcere la bocca in un sorriso amaro. Guardò l’orologio. Erano le due e trentasette. Da lì a dieci minuti, sarebbe arrivata la persona che aspettava. Aveva studiato a lungo gli orari dei suoi spostamenti e le sue abitudini. Sapeva chi frequentava e dove andava. Sapeva tutto di lei. Faceva parte del suo lavoro. Anzi, era la parte minima del suo lavoro. Solitamente, sarebbe stato scosso da una forte frenesia, dall’adrenalina. Non quella volta però. Per quanto si fosse imposto di separare il lavoro dalla vita privata, quella volta gli era impossibile. Si sgranchì i muscoli anchilosati dallo star troppo seduto e poi tornò a guardare la strada, in attesa. Passò una macchina e il suo cuore perse un battito. Il momento d’agire, però, non era ancora giunto. Altre tre volte ci fu un falso allarme. Un desiderio inconscio che la persona non arrivasse, si impadronì di lui. Sapeva che era irrazionale voler una cosa del genere, eppure, dentro di lui non poteva fare a meno che sperarci almeno un po’. Fu allo scoccare delle tre che la macchina si fermò davanti ad un vialetto ben alberato. Dalla vettura scesero due persone. Una era il bersaglio, l’altra era il suo accompagnatore. I due si salutarono in modo amichevole sulla soglia di casa dell’obiettivo. Una volta allontanatasi la macchina, decise di entrare in azione. Abbandonò il confortevole calore dell’abitacolo per essere colpito da una fine e gelida pioggerellina. Attraversò la strada di corsa stando ben attento a non farsi notare, più che per abitudine che per una vera e propria precauzione. Arrivato di fronte alla porta di casa, perfettamente colorata di bianco, estrasse un paio di chiavi. Era riuscito a prenderne lo stampo durante una delle sue tante sessioni di raccolta informazioni. Fece scattare la serratura e la porta si aprì, girando su cardini ben oleati. I ricordi minacciarono di assalirlo, ma non era quel il momento adatto. Si richiuse la porta alle spalle e tese l’orecchio. Per fortuna, quella persona, viveva da sola. Udì lo scorrere dell’acqua, ma prima di salire le scale si assicurò che l’obiettivo non fosse in camera. Una volta sicuro di ciò, si mosse velocemente e cercando di evitare il minimo rumore. Aveva lasciato il giubbotto e le scarpe bagnate di fronte alla porta, in corridoio, al piano di sotto. Indossò un paio di guanti di pelle nera e aprì la porta della stanza. Nell’angolo più lontano dalla porta, in prossimità della finestra, c’era una sedia su cui erano appoggiati dei vestiti. Li spostò sul letto e si sedette, rimanendo circondato dall’oscurità. Venti minuti dopo, l’acqua si spense ed un aroma floreale si sparse per la casa. Sentì la voce dell’obiettivo avvicinarsi, canticchiava un motivetto triste, quasi sovrappensiero. La luce nella stanza si accese. Gli occhi dell’uomo, abituati al buio, ci impiegarono un paio di secondi per abituarsi alla nuova illuminazione. La persona che stava aspettando si accorse di lui e rimase immobile per qualche secondo, sorpresa. Poi, con voce sorpresa chiese “Tu?”. L’uomo sorrise appena e disse “Io”. I due si guardarono a lungo, studiandosi a vicenda. Il primo a distogliere lo sguardo, fu l’obiettivo. “Come diavolo sei entrato?”. Silenzio. “E cosa ci fai qui?”. Di nuovo silenzio. “Allora, vuoi rispondermi?”. La voce del bersaglio si stava alzando. L’uomo guardò nella sua direzione ancora qualche istante e alla fine disse “Sasha, dovresti sapere benissimo che per me non è un problema entrare qui”. Sasha rimase in silenzio. I lunghi capelli corvini, bagnati, le ricadevano disordinatamente sulla schiena, sul viso. Le labbra sensuali erano tese. I suoi occhi erano di un gelido grigio. Parevano quasi spilli di ghiaccio. Sembravano leggergli dentro. “Non mi hai risposto” disse lei, con la voce sensuale resa distaccata dal tono freddo con cui parlava. L’uomo sospirò “Sai benissimo anche perché sono qui”. Lei fece un passo indietro, verso la porta “Non ti servirà a nulla scappare” disse lui. Lei si fermò e scosse il capo “Speravo davvero che tu fossi uscito dalla mia vita”. Quelle parole lo ferirono, nonostante tutto il distacco che si era imposto “Lo speravo anche io” mormorò, con voce appena udibile. Si alzò ed estrasse una pistola “Però, purtroppo, sai troppe cose e sei diventata pericolosa per me e per l’organizzazione” Lei sorrise. Un sorriso carico di sfida. Persino in quei momenti, non c’era paura in lei “E quindi hanno mandato te. Dovrei essere onorata dal fatto che sia stato mandato il loro miglior boia, dunque”. Fu l’uomo a sorridere, stavolta. Era un sorriso triste. “Se potessi, lo eviterei”. Lei emise una sorta di ringhio e disse “Sbrigati a fare quello che devi, bastardo. Mi hai già spezzato il cuore una volta, non credo tu abbia problemi a farlo di nuovo”. Premette il grilletto una sola volta. Un colpo diretto al cuore.
Uscì dalla casa dopo aver cancellato ogni traccia del suo passaggio. La scomparsa di Sasha avrebbe fatto molto rumore.

Due settimane dopo quella notte, l’uomo ricevette una lettera. Fu stupito dal fatto che qualcuno fosse riuscito a recapitargliela. Per qualche istante soppesò la busta con sguardo indagatore. Poteva esserci dentro dell’antrace, oppure poteva essere avvelenata. Per il lavoro che faceva, si era fatto fin troppi nemici e ne era conscio. Dopo qualche altro secondo di indecisione aprì la busta ed estrasse un foglio. La lettera era vergata in una calligrafia a lui famigliare. Era semplice e breve.

“Sanno cos’hai fatto. Sanno chi sei. Sanno come lavori. Sanno dove ti nascondi. Ti cercheranno, ti troveranno e si vendicheranno per il tuo tradimento. Sei un idiota.

 ❤ S.”

 L’uomo sorrise e prese la pistola. Anche lui sapeva chi erano, come lavoravano e cosa avevano fatto. Ma non c’era alcun bisogno che fossero loro a cercare lui. Sarebbe stato lui a trovare loro per chiudere i conti, una volta per tutte.

Il suo ultimo pensiero fu per lei. Si chiese se in quel momento lei era al sicuro e stava bene.

Uscì dalla casa e si allontanò. Aveva iniziato a piovere.

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Giornata di merda

Ci sono giornate che non si dimenticano. Ci sono giornate destinate a cambiare la nostra vita. Ci sono giornate ignave in cui non cambia nulla. Ci sono brutte giornate che possono passare senza lasciare il segno e poi…E poi ci sono loro, le giornate di merda. Giornate in cui pensi “avrei fatto meglio a restare a letto” oppure “voglio morire”. Ecco, oggi è stata una di quelle giornate per il sottoscritto.

Oggi non ho nemmeno la consolazione di dire “almeno era partita bene” perché, come ogni giornata di merda che si rispetti, l’inizio deve essere qualcosa di disastroso. Qualcosa che ti farà capire da subito che se a fine giornata arriverai intero a casa, allora sarai stato fortunato.

Sveglia: 6.40. Il cellulare mi sveglia con una suoneria irritante e da infarto, dopo poco meno di cinque ore di sonno. Intontito mi rigiro, godendomi altri cinque minuti concessi dalla sveglia sul comodino. Per Elisa, alla fine suona. In quel preciso momento, mentre cerco di infilarmi la canottiera insieme alla maglia a maniche corte, ho il primo sentore che in questa giornata c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Perché? Semplice: una cosa del genere, normalmente, mi porta via cinque nanosecondi senza complicazioni. Stamane, invece, no. La canottiera non vuole saperne di entrare e, quindi, mi trovo a dover ripetere il processo per ben tre volte. Dopo le abluzioni mattutine arrivo in cucina.

Colazione: 7.06. Mia madre, mentre mi prepara il pranzo (piselli e hamburger), mi pianta lì con del succo e il nulla più assoluto. Cincischio ascoltando le notizie al telegiornale (o almeno provandoci) e mi bevo il mio succo d’arancia.  La genitrice mi guarda con aria abbastanza assonnata e mi chiede “Luca, faccio in tempo a dare da mangiare al cane?”. Guardo l’orologio, guardo il cellulare e le dico “Ma’, basta che ti muovi perché devo prendere quello (il treno) di e 26 (7.26)”. LE ULTIME PAROLE FAMOSE.

Uscita di casa: 7.18. Mia madre, tranquillamente, mi dice che possiamo andare. Ora, già il fatto che abbia dovuto lasciarle la sua macchina, non mi garba per nulla. Per lo più, le dico di muoversi e lei, noncurante di tutto, tira le 7.18? Ma mi prende per il culo? Facendole presente che ormai il treno di e 26 l’ho perso, la donna si mette al volante e inizia a guidare tranquillamente, come se non avessi un treno da prendere.

Arrivo in stazione: 7.24: “Embè? Fai ancora in tempo a prenderlo il treno” potrete dire voi. E avreste anche ragione, non fosse che questa è una giornata di merda. Struscio il portafoglio sull’obliteratrice. Abbonamento riconosciuto. Mi dirigo verso il fondo della banchina, per poter salire sulle carrozze che, in teoria, hanno la maggiore disponibilità di posti. Arriva il treno. Ora, non so quanti di voi prendano un treno regionale per Milano con un numero insufficiente di carrozze e una spropositata quantità di persone che lo prendono, ma immaginatevi qualcosa di molto simile ad una vera e propria baraonda. Gente che pur di prendere il diretto si mette in equilibrio sugli scalini delle carrozze ed ogni volta che si aprono le porte, vengono investiti da:

a) Insulti perché non si spostano
b) Gente giustamente di fretta
c) Continui colpi d’aria.

Bene, la situazione di oggi era pure peggiore. Percorro il treno per tutta la sua lunghezza da fuori, ma non c’è posto manco per un mio capello (e li ho tagliati, specifichiamolo). A questo punto, vedo le porte chiudersi e scoraggiato biascico un porchid…Vabbè, biascico una bestemmia. Prendo il treno (ovviamente questo fa tutte le fermate) delle 7.31

Arrivo in Cadorna & Metro:  8.06. L’arrivo in Cadorna, come sempre è traumatico. Non tanto perché vuol dire essere a dieci minuti da un rompimento di coglioni della durata di ore quattro, quanto per la gente che appena scesa dal treno. Li vedi lì, belli beati, con i loro volti paciosi mentre camminano lenni lenni verso la stazione.  Ma oggi è stato tutto peggiore. Gente che camminava a due all’ora. DUE all’ora e non ti faceva passare nemmeno a sparargli. Mi faccio largo tra la folla a spallate (per forza di cose) e giungo in metro. E lì? Lì l’apocalisse. Una serrata improvvisa? Un incidente? Gente rincoglionita che non sa obliterare i biglietti? Niente di tutto questo. Peggio ancora: lavori in corso sulla linea M1. Un tizio scavalca i tornelli e manda a cagare quelli dell’ATM che non fanno nulla per fermarlo. I più civili, attendono confusi. Finalmente, ci lasciano passare riattivando i tornelli. Oblitero, scendo per prendere la metro che porta a Sesto primo maggio. E mi ricordo che oggi è una giornata di merda. Un muro di persone si accalca, in attesa che arrivi un treno. Arrivato, si uccidono (non solo figuratamente, temo) per salirci. Aspetto la corsa dopo. Riesco a salire. Trenta secondi dopo, me ne pento. Il convoglio è pieno da scoppiare e il treno si ferma tra Cadorna e Cairoli per tre minuti buoni. Non ci si riesce a muovere. Se uno avesse sofferto di meteorismo, ci saremmo trovati in una camera a gas. Una di quelle che non si vedono dai tempi del nazismo, anche se in scala. Giungiamo a Cairoli. Qualcuno scende, ne salgono il doppio. Metà strada tra Cairoli e Cordusio: altra sosta di tre minuti. Altra tortura. In Duomo, di solito, la situazione migliora. E, anche oggi, le cose sono andate così…Più o meno. Tra Duomo e San Babila c’è una sosta di cinque minuti buoni. Guadagno l’uscita e, per fare più in fretta, prendo le scale mobili che danno su Via Borgogna. Solitamente, chi vuole chiurlare e farsi trasportare deve stare sulla destra. Stamattina, invece, non si marciava né a destra, né a sinistra. Nessuno che aveva letto i cazzo di cartelli con su scritto “Non intralciare il passaggio” – “Tenere la destra” –  “Sostare solo a destra”. Alle 8.29, un minuto prima del prof, entro in classe.

Il grande nulla: 8.30 – 12.00. Diritto privato: due interventi, parzialmente corretti. Statistica: mi metto di fianco ad una tizia interessante, ma arriva un ragazzo a reclamare il posto rubato. Li mortacci sua.

Mancanza d’argomenti/paura del rifiuto: 12.03 – 12.08: La tizia di cui sopra, fa la stessa strada che faccio io per andare in metro. Normalmente, avrei per lo meno fatto finta di salutarla (non di parlarci, quello mai), ma stavolta nulla. Tentato dal dirle qualcosa o meno, mi blocco per viltà. Alla fine, sono obbligato ad accelerare il passo e sperare che abbiano sistemato la metro. Tutto normale, al ritorno fino a…

Sogno o son desto?: Ore 13.06. Dopo un soporifero viaggio in treno, mi metto in cammino verso casa senza eccessiva fretta. Il tempo sembra reggere. Mi trovo dietro ad una ragazza niente male (Tradotto in Dat Ass). Alla fine, giusto per non sembrare uno stalker e, soprattutto, perché io dovevo andare da un’altra parte. Mi trovo su un’altra strada e…Sorpresa delle sorprese, becco un’altra tizia (identica) che mi sta seguendo. Dato che la cosa mi inquietava (e che il portafoglio mi dava fastidio) mi sono fermato per sistemare il borsellino in cartella. La tizia mi supera ma, poco dopo, camminando più in fretta di lei c’è un altro sorpasso. Dieci secondi dopo, mi volto e non c’è nulla. Palesemente perplesso, avanzo. Ad un incrocio, però, vedo ricomparire una delle due tizie (Sì, sono sicuro fossero due) e mi lascio sfuggire, ad alta voce un “OCCRISTO!” La tizia mi guarda malissimo. Vado avanti. Sul ponte, all’improvviso, mi coglie il diluvio. Apro l’ombrello e mi rassegno a lavarmi. (Solo il giorno prima, ero riuscito a tornare a casa asciutto e felice).

Quasi morto: 13.29. Arrivato quasi a casa, allo stop della mia via, una gentile signora non guardando alla propria destra uscendo dallo stop, per poco non mi tira sotto. Dovendo scegliere tra vivere e finire in una pozzanghera (innaturalmente profonda), ovviamente scelgo di vivere. Faccio mezzo passo fuori dalla pozzanghera quando un altro genio, con un macchinone rombante, mi pone di fronte ad una nuova scelta: tornare nella pozzanghera di prima o venire investito? Dato che sono una persona coerente, ovviamente, mi sono fatto un altro tuffo nella pozzanghera. Risultato? La mia tosse, alle 18.03, è tornata.

Shitty day is shitty (questo è anche il Tl;Dr)

Cya.

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