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I libri di Coso

Dato che sto sabato mattina non avevo (quasi) un cazzo da fare, mi sono messo a sistemare libreria ed armadio. Per quale motivo un culopeso come me che per la stragrande maggioranza del tempo ha la camera trasformata in una caotica baraonda di libri, fumetti, vestiti piegati e puliti che non trovano sistemazione nei loro loculi naturali, si è messo a fare una cosa del genere?

La domanda è lecita ed ha una duplice risposta: come ho già detto prima, stamane non avevo un cazzo da fare e, secondo, ho bisogno di spazio (per avere spazio devo prima sistemare) per inserire i fumetti nuovi nuovi che a giugno andrò a prendere in fumetteria. Il “repulisti” si è concentrato soprattutto sull’armadio che versava in condizioni disastrose, letteralmente. Tra custodie di CD vuote, DVD che non guardo più da venti secoli e libri non si riusciva a trovare nemmeno un buco microscopico per sistemare tutti i libri in modo decente e quindi…

Quindi facendo di necessità virtù, ho iniziato ad ammonticchiare i libri sul mio letto e a dividerli in “libri che si salvano” e “libri che vanno su” (dove su, sta per la mansarda). Alla fine di un lungo lavoro che ha coinvolto un po’ di tutto (accapatoi, costumi da bagno, cuscini, coperte, pigiami e chi più ne ha, più ne metta) si sono salvati pochissimi titoli quasi tutti altamente selezionati (e qui ci si addentra nel fantastico mondo delle “Letture di Coso”).

Per quanto riguarda lo scaffale in basso, ovviamente, ho salvato:

– I libri di Martin riguardanti “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, saga fantasy coi controcazzi (INB4 Martin è stra-sopravvalutato – leggi altro – hai rotto i coglioni) di cui oggi acquisterò gli ultimi due volumi mancanti all’appello.
– Subito dopo troviamo “I capolavori di H.P. Lovecraft”, maestro del genere horror paranormale (Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn).
– Poi ci sono i due libri finora usciti di Wild Cards (scritto da autori vari e curato dal suddetto Martin), che tratta il genere supereroistico in maniera “diversa” rispetto a quanto si potrebbe vedere nei fumetti. Una lettura consigliata.

Sullo scaffale in alto, invece, più o meno ordinatamente impilati troviamo:

– Il sacro Dizionario della lingua italiana (immancabile),
– Un mega tomo di Terry Brooks contente al suo interno i tre libri che compongono il “Ciclo di Shannara” (regalatomi non mi ricordo quando né da chi),
– I quattro libri di Paolini: Eragon, Eldest, Brisingr ed Inherittance (che non ho “mansardato” perché in parte mi sono stati regalati e in parte li ho pagati col mio danaro sonante e quindi col cazzo che finiscono su),
– Il pendolo di Foucault di Umberto Eco che è ancora sulla lista dei libri da leggere
– Governare con la Crisi di Andreotti (che va affiancato alla lettura dei “Diari di Mussolini” e di “Piombo Rosso”)
– Il Diavolo nella Cattedrale di Schätzing che, contrariamente a quanto possa far pensare il titolo, d’Horror non ha assolutamente nulla (un buonissimo “Thriller storico”)
– I Libri di Luca di Mikkel che mi è stato regalato e, davvero, non ho cuore di mansardare, per quanto sia banalotto e superficiale.
– Fantasmi da Asporto di Ibbotson Eva. Libro molto carino legato alla mia infanzia. Una lettura davvero, davvero, davvero easy per chi non ha voglia di libri troppo impegnati.
– Lo Squalo di Benchley, il meno famoso libro da cui è tratto il più famoso film
– Il Nome della Rosa di Umberto Eco, anche lui sulla lista dei libri da leggere da tempo immemore
– Il colore della Magia di Pratchet che ancora non ho letto (shame on me) ma che leggerò sicuramente a breve (I Lied)
– Gola di Lanchester libro che ho iniziato a leggere ma poi ho abbandonato. La trama è interessante, ma è necessario non farsi scoraggiare dall’inizio lento (cosa che è successa a me).
– Il Codice Da Vinci di Dan Brown, che conoscete un po’ tutti ed è inutile starne a parlare (ma quello probabilmente finirà tra i libri del salotto)
– La Fabbrica di Cioccolato di Dahl che tutti conoscerete per il (pessimo) film di Burton e che quindi per quanto infantile possa essere vi consiglio di leggere, ma per davvero.
– Diamanti al cioccolato di Horowitz, un simpatico thriller che ha più suspence dei libri di grandi scrittori affermati…
– Storia di Gordon Pym di Poe: una sola parola: allucinante.
– L’Odissea di Omero: Non so perché sia lì, ma probabilmente è perché l’ho rubata a mio zio e se lo venisse a sapere mi ucciderebbe (sto scherzando…più o meno)
–  Il Piacere di D’Annunzio. Tutti lo conoscete (volenti o dolenti) ma a me sto libro piace assai e non lo limiterei a “mera esperienza scolastica”
– La coscienza di Zeno di Svevo, idem come sopra. Particolarmente pregevole il finale.
– Il Fu Mattia Pascal di Pirandello che ho trovato una storia bellissima che, idealmente, a livello di tema dell’identità si lega perfettamente a “Uno, Nessuno e Centomila”.
– E, ultimo, ma non per ultimo: Negri, Froci, Giudei & Co. L’eterna guerra contro l’altro di Gian Antonio Stella (L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi è un altro suo libro) libro che consiglio a tutti sia per i temi trattati, sia per come è svolta la sua ricerca. Un must read a livello saggistico, sull’argomento.

Non sarà una libreria molto nutrita, ma è di discreta qualità. E il fatto di aver fatto pulizia in una sola mattinata, mi soddisfa assai.

Questo è quanto.

Cya

 

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“Definire è limitare”

L’uomo, sin dai primordi della specie, ha cercato di trovare un modo per definire ciò che lo circondava. Dopo migliaia e migliaia di anni tutto ha un nome. Un nome statico, che difficilmente cambierà.

Questa mania di definire, con nomi statici, cose dinamiche ha portato ad una situazione anomala, almeno dal mio punto di vista. Come può una rosa essere identica all’altra e quindi avere lo stesso nome? Come può, un cane, essere chiamato in tal modo se differisce completamente da un altro esemplare della medesima razza? Soprattutto, come può una persona con infinite sfaccettature essere limitata con un nome così statico come il proprio?

Le ragioni per cui l’uomo è ricorso a questa castrante catalogazione attraverso i nomi sono evidenti: la necessità di comunicare con qualcuno in modo da comprendersi l’un l’altro e, in misura ancora maggiore, la paura per ciò che non riesce a definire e dunque limitare. Ma è davvero così corretta tale catalogazione?

Per le cose potrebbe anche esserlo, non tenendo conto delle molteplici differenze tra un oggetto e l’altro della medesima specie, ma per gli animali e, soprattutto, le persone certamente non lo è.

Secondo la corrente filosofica del Panta Rei ogni cosa, anche se pare uguale, in realtà ha subito molteplici cambiamenti. A volte percettibili e altre volte impercettibili, ma comunque esistenti.

Tutti i giorni, in ogni momento, una persona è soggetta a cambiamenti in modo più o meno consapevole. Cambiamenti, questi, che si riflettono sul proprio essere e sul proprio io.  L’essere soggetti a questi cambiamenti ci rende dinamici, mentre, il nostro nome resterà sempre e comunque lo stesso.

In qualsiasi momento della mia vita, io, sarò Luca, anche quando con Luca non avrò nulla a che fare. La questione che oggi sto ponendo alla vostra attenzione, non è così lontana da quella pirandelliana nel libro “Uno, Nessuno e Centomila” e anzi la rispecchia, facendomi giungere alla medesima conclusione.

Anche io, come Vitangelo Moscarda, sono convinto che per vivere di vera vita e cogliere tutte le sfaccettatura di una persona non sia necessario un nome e che, anzi, quest’ultimo ci sia soltanto di intralcio. Il non avere un nome non soltanto ci permetterebbe di cogliere in modo maggiore le sfaccettature nostre e altrui, ma ci renderebbe maggiormente liberi.

Tutto questo potrebbe risultare folle, certamente è utopico e altrettanto sicuramente impossibile, ma provate a fermarvi un attimo e riflettete su tutte le volte che vi siete sentiti limitati dalla definizione che un’altra persona vi ha affibbiato. Il non avere un nome ci renderebbe liberi da un’identità, una definizione, che potremmo non sentire nostra, impostaci con la nascita. Liberi di essere ciò che realmente siamo in modo del tutto naturale, senza preoccuparsi di ciò che gli altri penseranno di noi in quanto Luca, Simone, Anna o Sara.

E non trovo modo migliore di concludere questo post se non così, con questa frase tratta sempre da “Uno, nessuno e centomila”:

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude.”

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