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Citazioni #56

– Siamo tutti illustri davanti a Dio
– Montanelli diceva: De Gasperi e Andreotti andavano insieme a messa e tutti credevano che facessero la stessa cosa, ma non era così: In chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete.
– I preti votano, Dio no.

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Sul PD al governo

Dopo attente riflessioni (durate circa cinque minuti), ho deciso che all’esperimento di “Coso in Cosolandia” tornerà ad affiancarsi la “regolare” attività del blog. Per alcuni temi legati all’attualità mi sarebbe impossibile restare “in personaggio” e posticipare eccessivamente la pubblicazione di questi argomenti non avrebbe senso giacché le cose, nel frattempo sarebbero cambiate. E, dato che la politica a livello nazionale mi offre un assist, voglio concentrarmi su ciò che è successo nelle ultime settimane.

In tutto questo tempo, un po’ per il progetto a cui accennavo nella prima riga, un po’ perché non mi andava, mi sono esentato dall’esprimere un parere su Letta e il suo esecutivo. Purtroppo, però, i dieci mesi di governo sono stati qualcosa di deleterio, non solo per il Partito Democratico che, essendo il partner più importante nella “Strana Coalizione”, ha perso più consensi ma anche per il Paese la cui situazione è rimasta pressoché immutata.

I più grandi difetti di questo governo, fondamentalmente, sono stati i seguenti: il primo è quello di essere stato fondato su una maggioranza troppo instabile e debole. I partiti che ne hanno fatto parte avevano tra loro posizioni opposte sui principali temi. Nei momenti in cui si sarebbe dovuti intervenire con rapidità e incisività non è mai stato possibile farlo perché, prima di prendere ogni decisione, era necessario mediare continuamente con gli altri partner. Il secondo errore è stato quello di votare decreti senza senso come quello dell’abolizione dell’IMU, ignorando le riforme più importanti come quella del lavoro e quella elettorale (di cui parlerò dopo). Letta e il PD non sono mai stati in grado di imporre la loro posizione e, anzi, l’hanno sempre data vinta ad altri, in nome della responsabilità e della stabilità di governo. Ma, probabilmente, l’errore più grosso è stato quello di non stabilire da subito un “patto di coalizione” con obiettivi chiari e precisi. Ci fosse stato, probabilmente, i due problemi antecedenti non si sarebbero presentati o sarebbero stati molto meno importanti di quanto siano stati. Resta il fatto che, comunque, in dieci mesi di Letta non si ricordi una sola riforma che abbia cambiato in alcun modo la situazione.

La caduta di Letta, che fino a gennaio è riuscito a tergiversare non combinando granché, è stata indubbiamente accelerata dall’ascesa di Renzi alla segreteria del partito. Ora, io penso che tutti voi abbiate letto la lettera che ho scritto (e inviato a Civati, senza purtroppo ottenere risposta) e quindi abbiate ben chiaro cosa pensi dell’attuale segretario PD. Comunque sia, nei suoi primi due mesi di segreteria è innegabile che abbia portato a casa un risultato (sulla carta) non indifferente: una riforma costituzionale ed elettorale con l’aiuto di Forza Italia.

Questa cosa ha fatto storcere il naso a molti ma, mi spiace dover ammettere che era l’unica soluzione possibile. La più recente uscita ufficiale di Beppe Grillo ha confermato, se ce ne fosse il bisogno, che una delle principali forze politiche piuttosto che intervenire direttamente nel processo di cambiamento, abbia deciso (come al solito) di rifugiarsi dietro a monologhi inconcludenti e privi di controproposte. Qualcuno potrà anche dire che si poteva trattare con qualcuno diverso da Berlusconi ma, anche in questo caso, sono costretto a sottolineare che si sarebbe perso tempo e basta. A comandare, in FI, è ancora l’ex Cavaliere e, piuttosto che parlare coi gioppini, tanto vale rivolgersi direttamente al padrone.

Detto questo, si potrebbe entrare nel merito della legge elettorale che non condivido né come principi, né come sviluppo. Per creare il vero bipolarismo sarebbe stato necessario che ci fossero collegi uninominali con doppio turno e non quanto fatto da Renzi. Comunque sia, prendendo per buono anche l’impianto generico, mi rimangono grosse perplessità sulle soglie indicate sulla legge elettorale. La prima perplessità riguarda lo sbarramento al 4,5%. Una soglia di sbarramento davvero efficace dovrebbe aggirarsi tra il 5 e il 6%. Con quella dell’Italicum non si riduce abbastanza la frammentazione. La seconda, invece, riguarda l’attribuzione del premio di maggioranza. Tralasciando il fatto che un premio di maggioranza del 15% sia eccessivo, a mio modesto parere, sarebbe stato meglio farlo scattare intorno al 40%. È anche vero che Berlusconi non è concorde col doppio turno, dato che vorrebbe dire una probabile sconfitta, d’altro canto la soglia del 37% è davvero eccessivamente bassa e non proporzionale. Insomma, questa legge a metà tra il maggioritario e il proporzionale non convince.

Prima di occuparmi del capitolo riguardante il Governo Renzi (e concludere il posto), voglio solamente analizzare brevemente gli assetti interni al Partito Democratico post-congresso. Fondamentalmente, nonostante dovrebbero esserci due opposizioni all’interno della segreteria, le uniche posizioni divergenti sono state quelle di Civati e i parlamentari che lo sostengono. Negli ultimi giorni c’è stato il rischio di una scissione di questa “corrente” ma, fortunatamente, alla fine la spaccatura è stata riassorbita (ma non sanata) e, per una volta, non si è seguita la tradizione tipica della Sinistra italiana (per maggiori informazioni, vi rimando qui). Dico fortunatamente perché sono fermamente convinto (oserei dire sicuro) che la fuoriuscita di Civati e i suoi non avrebbe cambiato di una virgola la situazione e, anzi, sarebbero finiti col correre il rischio di sparire dai radar dato che, di spazio a Sinistra, non ce n’è. Aggiungendoci il fatto che, alla prossima corsa congressuale, l’unico candidato credibile sia rimasto lui, penso che il cambiamento che tanto ostinatamente insegue, potrebbe avvenire dall’interno e non da fuori.

Di Cuperlo, invece, voglio sottolineare l’astuzia: ha avvallato la sfiducia di Letta per far fuori un personaggio molto più scomodo e pericoloso: Renzi. Il ragionamento del pupillo di D’Alema, infatti, è semplice: qualora l’ex Sindaco di Firenze dovesse fallire, si brucerebbe e perderebbe tutta la credibilità politica che ha, togliendosi da solo dai giochi a causa di un passo più lungo della gamba. Il ragionamento di Cuperlo, però, non tiene conto di alcuni importanti elementi: qualora Renzi dovesse fallire, ad essere travolto non sarebbe solo quest’ultimo ma anche tutto il Partito Democratico e, soprattutto, attualmente non c’è un leader in grado di sostituire il fiorentino alla guida del Partito. O, per lo meno, quell’individuo non è lui.

E, finalmente, parliamo del Governo Renzi I. Dopo aver sbollito il Disagio e aver razionalizzato quanto è accaduto, ho deciso di dare tre mesi di tempo a Renzi prima di esprimere un giudizio. Con questo non voglio dire che sia soddisfatto del fatto che sia stato nominato l’ennesimo Presidente del Consiglio senza aver vinto le elezioni o lo accetti, semplicemente capisco cosa ha portato a questa scelta sia Renzi, sia Napolitano. Il primo, infatti, può contare su una larga maggioranza in Segreteria Nazionale e la sua leadership non è ancora stata incrinata da niente (a conti fatti, ripeto, ha in tasca una riforma elettorale e costituzionale e, oltre a questo, ha vinto lo scontro con il suo predecessore) e tecnicamente aveva già preso le redini del governo da quando era diventato segretario. Il secondo, invece, si è trovato di nuovo a dover evitare le elezioni con una legge elettorale (il Porcellum corretto dalla Corte Costituzionale) che non avrebbe garantito in alcun modo la governabilità e, messo di fronte al fatto che Letta non avesse più il sostegno del proprio partito, è stato “costretto” (pur esercitando liberamente i poteri riconosciutigli dalla Costituzione) a dare il benestare a questa operazione.

Nonostante abbia deciso di congelare il mio giudizio, però, non posso fare a meno di sottolineare alcuni elementi problematici che sono, poi, simili a quelli avuti dal Governo Letta. Per quale motivo, con la stessa maggioranza, Renzi dovrebbe riuscire dove Letta ha fallito? A conti fatti, la maggioranza di Renzi al Senato e alla Camera ha numeri molto più risicati di quelli del suo predecessore. Indubbiamente, anche la strada della così detta “doppia maggioranza” è costellata di insidie: una su tutte è quella riguardante l’affidabilità (storicamente inesistente) di Forza Italia. Non ci sono certezze, infatti, che Berlusconi, una volta ottenuta la legge elettorale, non decida di far cadere il Governo sulle riforme costituzionali.
Un secondo elemento è la caratura dei ministri. È evidente che, in questa squadra, non ci siano punte di diamante al di fuori del Presidente del Consiglio. La sensazione è quella che, alla fine, l’ultima parola sarà quella di Renzi e che gli altri siano lì solo per fare da supporto all’ex sindaco. Sempre riguardo ai ministri, tra l’altro, sono state fatte scelte quanto meno discutibili (Alfano confermato agli Interni e la Bonino rimpiazzata agli Esteri da una persona di fiducia di Renzi su tutte).
Il terzo e ultimo elemento è la mancanza di un Patto di Governo tra le forze che dovranno portare la legislatura a termine. Il pericolo è quello che, dietro all’enorme abilità comunicativa di Renzi e ai suoi proclami, non ci sia ancora nulla di chiaro o stabilito. Per evitare che ci si impantani e che la frase “farò una riforma al mese” diventi realtà, quindi, è meglio sedersi intorno ad un tavolo e stabilire una linea univoca che riesca ad incontrare il favore più ampio all’interno della maggioranza.

Per concludere, voglio lasciarmi andare ad una piccola polemica: è evidente che la deriva verso il centro del PD con Letta prima e Renzi poi abbia avuto una brusca accelerata. Guardando l’attuale squadra di governo è possibile notare come la maggioranza dei ministri si rifaccia ad un ambito culturale tipico della vecchia Democrazia Cristiana. Posso affermare, quindi, senza troppa paura d’esser smentito che, nonostante l’area civatiana del partito, la posizione occupata dai democratici è sempre più quella che fu della vecchia DC.
E, ancora una volta, avevo ragione quando, in tempi non sospetti, prospettavo questo sgradito ritorno (e, a volte, mi faccio paura da solo). La Grande Balena Bianca è tornata a nuotare nei mari della politica italiana. E ho la sensazione che sia tornata per restare.

Questo è quanto.

Un abbraccione (Cit. Erotismo democratico)

Coso

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Lettera (veramente scritta ma non ancora spedita) ad un partito (mai nato)

Seveso, 14 febbraio 2014

Spettabile Segretario del Partito Democratico,

Le scrivo questa lettera conscio del fatto che probabilmente non la leggerà mai. E, qualora dovesse farlo, francamente dubito le importerebbe qualcosa. Eppure sento la necessità di esprimere il mio disappunto e scoramento nei confronti di un partito che da quando ho iniziato a votare quasi cinque anni fa, mi ha sempre rappresentato tra alti e bassi, ma ora non più.

Per la prima volta in quattro anni di militanza, non riesco più a giustificarvi né a difendervi. E non voglio nemmeno farlo. Non più. Non mi riconosco in questo partito per cui ho fatto campagna elettorale, per cui ho speso tempo, energie e anche denaro. Ho difeso le vostre posizioni nei momenti più critici e difficili, anche quando non ero completamente d’accordo con le vostre scelte ma, ieri, ho raggiunto il mio limite di sopportazione.

Nel suo discorso ha citato Frost, dicendo che ha trovato due strade nel bosco e ha scelto quella meno battuta. Ha anche aggiunto che la sua decisione è ricaduta sul percorso più difficile e con maggiori insidie. Per quanto poco possa valere, mi permetto di dissentire. Dissenso, il mio, fondamentalmente basato su due elementi. Il primo motivo è legato a sue dichiarazioni riportate da tutti gli organi di stampa in cui affermava che non sarebbe giunto a Palazzo Chigi, se non attraverso elezioni… Salvo poi, in queste ore, agire in modo completamente opposto; tant’è che mentre scrivo queste righe, lei è l’unico papabile candidato alla sostituzione del Presidente del Consiglio uscente, Enrico Letta. Il secondo fattore, strettamente inerente al primo, è legato alla convinzione che lei non abbia scelto la strada più difficile, tutt’altro. Secondo me, la strada più difficile e insidiosa sarebbe stata quella delle elezioni, in seguito all’approvazione della legge elettorale a cui anche lei ha contribuito. È amareggiante vedere come un partito che porti la parola “democratico” nel nome, un partito con uno strumento unico a disposizione come quello delle primarie, rifugga le urne (massima espressione della democrazia esistente) imponendo agli altri elettori il terzo governo consecutivo in cui a decidere chi dovrà guidare il paese non saranno loro ma, una volta ancora, la classe politica. Una soluzione del genere dovrebbe essere in antitesi con tutto ciò che la democrazia rappresenta.

Quella che per lei sarà indubbiamente una vittoria, per me, invece, sarà una sconfitta. È una sconfitta perché mi sono arreso e ho smesso di credere nelle possibilità che questo partito cambi e possa cambiare le cose non solo a parole. È una sconfitta perché non ho più la forza per poter portare avanti una battaglia per i miei ideali che, ormai, non reputo più degna di continuata. Ma questa è una sconfitta anche vostra perché quegli ideali che questo partito rappresentava ai miei occhi, ormai non ci sono più. Perché il vostro potenziale, enorme, di rinnovamento è andato perdendosi col passare del tempo. Perché, per un partito, soprattutto per un partito di centro-sinistra, non riuscire a rappresentare il proprio elettorato e i suoi ideali dovrebbe essere la peggiore delle sconfitte.

E, alla fine, dopo tutte le fatiche passate e le delusioni patite non resta altro che disincanto e un senso di smarrimento per coloro che prima avevano un punto di riferimento e ora l’hanno perduto, probabilmente in modo definitivo.

Distinti saluti,

L.M.

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Riflessioni a Caso #34

I promessi sposi ai tempi del  Congresso del PD: Renzi e Leopolda. Altro segretario non s’ha da fare.

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Sui sistemi elettorali

Esistono, principalmente, due grandi famiglie di sistema elettorale, diffusi per il mondo: il sistema elettorale proporzionale e quello maggioritario. In questo post proverò, a grandi linee, ad indicare i punti di forza e i punti deboli di ciascuno dei due. L’analisi cercherà di essere il più imparziale possibile, nonostante il sottoscritto sia un sostenitore del sistema elettorale maggioritario.

Fatta questa premessa, non mi resta altro da fare che iniziare l’analisi.

Si parte con il sistema proporzionale, caratterizzato dal fatto che ogni partito ottenga un numero di seggi pari all’equivalente percentuale di voti ottenuta. Ciò garantisce che ci sia un’ampia rappresentazione partitica e, a sua volta, comporta una dispersione di voti enorme. Tale dispersione obbliga i partiti a dar vita a coalizioni per poter governare in quanto, difficilmente, un solo partito riuscirà ad ottenere una maggioranza tale per governare. La dimensione dei partiti è caratterizzata dal fatto che accanto a pochi partiti con alte percentuali, vi siano partiti più piccoli utili per dar vita alle coalizioni. Tipico di questi sistemi è una soglia di sbarramento che varia a seconda che si tratti di singoli partiti o di coalizioni.

Questo sistema ha due grandi vantaggi: il primo è la rappresentatività. Un gran numero di partiti riesce ad entrare in Parlamento e questo permette alla maggior parte dei cittadini di trovare rappresentanti del proprio partito di riferimento nelle stanze dei bottoni. Inoltre c’è una maggiore opportunità di formare coalizioni di grandi dimensioni che, qualora ci fossero defezioni, permetterebbe comunque alla maggioranza di sopravvivere, dando ai partiti più piccoli un minor potere di ricatto. Il secondo, invece, è un parlamento forte rispetto ad un governo debole. Il parlamento, nel sistema proporzionale, svolge un ruolo fondamentale che permette di mediare tra le varie anime che compongono la maggioranza e, spesso, questo può portare ad avere leggi le cui lacune sono state colmate proprio dal lavoro parlamentare.

Gli svantaggi, d’altro canto, sono evidenti. Il primo, lampante, è che ci sia una grande instabilità. Non è necessario controllare la durata media dei governi in paesi che hanno adottato un sistema proporzionale, per rendersi conto che la loro vita sia più breve rispetto ai governi eletti con sistema maggioritario. Il motivo di questo è da ricercarsi nel fatto che, pur scegliendo partiti ideologicamente vicini, le coalizioni possono portare a contrasti che inficiano sulla durata governativa.
Altro secondo svantaggio è riguardante l’enorme potere di ricatto che i partiti più piccoli hanno in confronto di quelli più grandi. Più una coalizione è larga, più difficile diventa tenerla coesa. D’altro canto, più una coalizione è piccola più il rischio di defezioni potrebbe rivelarsi catastrofico per la caduta del Governo. Per questo motivo, il partito più grande è costretto a fare diverse concessioni a quelli più piccoli e, questo, ci conduce al terzo grande svantaggio: il programma.
Il programma, infatti, deve essere concordato prima delle elezioni. Ciò nonostante, durante tutta la vita governativa, ci sarà una continua trattativa sui singoli provvedimenti da intraprendere e, questo, inevitabilmente rallenta di molto l’attività di Governo.
Attività di Governo ulteriormente rallentata dalla presenza di un Parlamento forte che, oltre ad essere un punto di forza, è anche un punto debole. I DL e i DdL, infatti, hanno tempi molto lunghi a causa delle consuetudini parlamentari, soprattutto nel caso si parli di un sistema bicamerale perfetto in cui entrambe le camere hanno gli stessi poteri.

Dimostrazione di ciò lo abbiamo avuta, soprattutto, in Italia (nella Prima Repubblica) e in Belgio.

Il sistema maggioritario è maggiormente diffuso nei paesi anglosassoni. Al contrario del sistema proporzionale, in presenza di un sistema maggioritario, lo spettro partitico si riduce in modo notevole. I partiti che possono aspirare a governare, tipicamente, sono due. La presenza del sistema maggioritario, abituando l’elettorato a votare per i grandi partiti, porta quindi ad una dispersione di voti molto ridotta. Le coalizioni non sono necessarie per governare. Le forme più diffuse sono il sistema maggioritario uninominale secco a turno unico e il sistema maggioritario uninominale a doppio turno. Nel caso del maggioritario uninominale secco, chi ha la maggioranza dei voti nella circoscrizione, vince il seggio. Nel sistema a doppio turno, invece, qualora non venisse raggiunto il 51% dei voti da almeno un candidato si andrebbe al ballottaggio. Al ballottaggio possono accedere o i due più votati, o coloro che hanno superato una determinata soglia percentuale.

Il grande vantaggio del sistema maggioritario è quello di garantire la governabilità. Il metodo con cui vengono eletti i parlamentari, infatti, non necessita della creazione di coalizione e di tutte le conseguenze che queste comportano: i governi non cadono perché un alleato si è staccato ed è passato all’opposizione. Mediamente, i governi e i parlamenti eletti con un sistema maggioritario hanno una vita di molto superiore rispetto alle controparti elette col proporzionale. Questo si riflette anche sui programmi: viene eliminato il passaggio della mediazione. Chi vince, lo fa col proprio programma che potrà attuare senza dover accontentare alcun alleato. In questo modo, anche l’impostazione delle politiche cambia: non saranno più solo politiche di breve respiro, ma anche politiche a medio/lungo termine.

A fronte della governabilità, però, viene fortemente penalizzata la rappresentanza in Parlamento. Chiunque non voti i due partiti principali, difficilmente avrebbe un rappresentate in una Camera. I partiti più piccoli sarebbero condannati a restare fuori dalle “stanze dei bottoni” e la loro attività non sarebbe così performante come lo è nel sistema proporzionale. Inoltre, qualora un’amministrazione svolgesse un lavoro non all’altezza, sarebbe molto difficile sfiduciarlo e farlo cadere. Le dimostrazioni le abbiamo avute sia coi governi di Sarkozy, sia coi governi Bush. Altro svantaggio è quello di avere un Parlamento con un ruolo meno centrale rispetto a quello del sistema proporzionale. Gran parte dell’attività legislativa, infatti, verrà svolta dal Governo mentre le camere si limiteranno ad approvare le leggi o ad apportare modifiche marginali al testo.

Entrambi i sistemi, come visto, hanno i loro vantaggi e i loro svantaggi. Va anche detto che, soprattutto in Inghilterra, accanto ai due partiti principali si sia affiancato un terzo concorrente e che, nonostante il sistema maggioritario, abbiano iniziato a nascere governi di coalizione già da qualche tempo.

Andrebbe posto l’accento anche sulla presenza di una terza famiglia, i sistemi elettorali misti, che hanno elementi sia del proporzionale, sia del maggioritario. Alcuni esempi sono il Mattarellum in Italia oppure la legge elettorale tedesca. Questi sistemi cercano di coniugare la necessità di un governo forte con la rappresentatività richiesta dal parlamento per quanto, nonostante tutto, la parte maggioritaria sia quella predominante.

E con questi due brevi incisi, ho concluso.

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Riflessioni a Caso #22

Ogni volta che vedo Gasparri non posso fare a meno di chiedermi se dietro a quello sguardo vuoto ci sia all’opera una qualche forma di intelligenza a noi ignota.
Poi però, apre bocca per parlare e fuga ogni mio dubbio.

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Il ritorno della DC

Sì, lo so è da tanto che non parlavo di politica. E sì, lo so non ne sentivate la mancanza ma chissenefrega.

L’articolo in questione vuole provare ad analizzare la possibilità di un ritorno in vita della Democrazia Cristiana* dopo circa venti’anni dal suo collasso in seguito all’inchiesta di Mani Pulite che portò alla fine della Prima Repubblica e all’inizio della Seconda. Per farlo, inizierò illustrando i dati di fatto per poi muovere una serie di considerazioni e ipotesi.

Osservando come si è sviluppata la situazione politica e le mosse dei principali attori politici negli ultimi giorni è possibile notare quanto segue:

– Le distanze ideologiche tra moderati PdL e area centrista del PD sono tutt’altro che incolmabili e ne abbiamo avuto la dimostrazione.
– L’esperienza di coalizione che stiamo vivendo col Governo Letta si pone in perfetta continuità con quella del Governo Monti ma, al contrario di quest’ultimo, l’attuale governo è riuscito a superare brillantemente lo scoglio che fece affondare l’esecutivo del Professore.
– Il progetto di un nuovo centro forte è stato più volte intrapreso nel corso degli anni ma è sempre fallito a causa della presenza di attori che ne hanno impedito l’ascesa. Ora, però, la situazione è cambiata, infatti:

a) Berlusconi ha dimostrato come la sua leadership politica all’interno del suo partito sia debole e questo riporta al problema originario del PdL: all’infuori di Silvio Berlusconi, non c’è una figura politica in grado di raccogliere la sua eredità.
b) Letta ha dimostrato che una convivenza tra Scelta Civica, i moderati PdL ed il PD sia possibile e, nonostante tutto, funzioni.
c) La direzione del PD, supportando pienamente l’Esecutivo in carica, ha più volte ignorato le rimostranze espresse da coloro che appartengono all’ala sinistra del partito.

Partendo da questi dati di fatto, è possibile muovere le seguenti ipotesi.

1) La lotta intestina tra i “berlusconiani” e gli ex democristiani guidati da Alfano non sta facendo altro che rendere più profonda una frattura già difficilmente sanabile. Qualora si arrivasse al punto di rottura, l’ala moderata potrebbe sostenere il governo Letta creando dei gruppi parlamentari alternativi. Alla nascita di questi gruppi corrisponderebbe la nascita anche di una nuova formazione politica.
2) Scelta Civica rivestirebbe un ruolo pivotale: si porrebbe come tramite tra gli esuli del PdL e l’ala centrista del PD. In questo modo, inoltre, si arriverebbe al compimento dell’obiettivo che ha portato alla sua nascita: la rifondazione di un grande centro sul modello europeo. Non mi sento di escludere che moderati PdL e Scelta Civica diano vita ad un nuovo partito.
3) Molto dipenderà anche dal congresso PD dell’8 dicembre. La scelta del segretario sarà fondamentale per il futuro del partito. Qualora vincesse Renzi, infatti, ci sarebbe un ulteriore spostamento verso il centro dello status quo. Nonostante la vena riformatrice, Renzi (così come Letta) è pur sempre un moderato e, la sua scelta come segretario, potrebbe portare ad un maggior avvicinamento tra PD, SC e gli “alfaniani” (processo comunque già in corso).

Ma come verrebbe a crearsi la nuova DC?

Per rispondere a questa domanda è necessario tener presente diversi fattori. In primis, con l’attuale situazione socio- economica e le difficoltà che il paese sta e dovrà affrontare, è necessario che i governi siano forti e coesi, capaci di affrontare le sfide che gli vengono poste dal contesto nazionale ed internazionale**. È evidente che queste risposte non siano state date né dal PdL, troppo legato alle sorti di Berlusconi, né dal PD incapace di abbandonare il guado creato dalle anime (e correnti) contrastanti al suo interno.

È necessario tener presente che, ci piaccia o meno, con il declino di Silvio Berlusconi si aprirà una fase politica e partitica completamente nuova. I partiti, così come gli elettori, si muoveranno in un contesto sconosciuto in cui le vecchie offerte elettorali e il linguaggio che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni perderanno gran parte del loro significato e, per questom sarà necessario distaccarsene profondamente.

Va anche sottolineato che l’elettorato italian è in gran parte moderato, conservatore e di matrice cattolica. E sarebbero proprio queste caratteristiche che potrebbero rendere più facile la fondazione di un grande centro capace di rispecchiare il proprio elettorato ed andare in contro alle sue necessità. Sarebbe un partito capace di parlare sia ai moderati che prima votavano centro-destra, sia a quelli che votavano centro-sinistra.

Qualora le cose andassero in questo modo, la situazione politica e partitica diventerebbe (più o meno) la seguente:

Alla nascita di questo grande centro seguirebbe, inevitabilmente, una fuoriuscita (totale o parziale) dell’ala di sinistra del PD che andrebbe ad occupare lo spazio politico occupato da SEL***. Forza Italia diventerebbe il principale partito di destra grazie al supporto della Lega a cui, probabilmente, legherà le sue sorti****. Fratelli d’Italia e AN, invece, dovrebbero mantenere il loro modesto seguito. Movimento 5 Stelle, probabilmente, sarebbe il primo partito d’opposizione dato che si rivelerà il ricettacolo degli scontenti dell’elettorato di sinistra, in cerca di un nuovo riferimento politico.

Chiunque abbia avuto modo di studiare o approfondire il sistema politico e partitico italiano della Prima Repubblica si renderà immediatamente conto del fatto che qualora queste ipotesi si verificassero, si tornerebbe ad avere una situazione molto simile ad allora. Si osserverebbero, infatti:

– Un centro forte, con molte probabilità di riuscire a governare.
– Una serie di piccoli partiti che orbitano intorno al centro e potrebbero essere utili per formare coalizioni, in caso di necessità*****
– Due partiti (uno a destra e uno a sinistra******) che rappresenteranno l’opposizione e che, qualora riuscissero a governare, non resterebbero molto in carica.

Altro parallelo interessante è quello PCI/M5S. Entrambi sono stati e sono considerati partiti “anti-sistema”. Entrambi hanno una visione politica (e del mondo) diversa******* da quanto proposto dagli altri partiti e, probabilmente, entrambi non riusciranno a governare.

Ci tengo a ribadire, se fosse necessario, che queste sono solo ipotesi e che variazioni nel sistema elettorale o negli elementi presi in considerazione, potrebbero inficiare quanto qui scritto.

Concludo riportando un detto che si usa molto negli ambienti politici: “Chi nasce democristiano, muore democristiano”. L’Italia repubblicana, per fortuna o per sfortuna, è nata democristiana.

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Note:

* Mi riferisco alla DC per rendere l’idea di come potrebbe diventare questo grande centro

** Va comunque specificato che non è detto che riescano nel loro intento o ne siano all’altezza. D’altro canto bisogna anche dire che, ad oggi, le capacità di un governo sono misurate sulla capacità di rispondere non solo agli stimoli interni ma anche a quelli provenienti dall’estero. Oltre al mercato economico, anche quello politico deve essere in grado di confrontarsi con altre realtà e, per determinare il grado di successo, attualmente i risultati in politica internazionale contano quanto quelli in politica interna.

*** Qualora ci fosse un distaccamento dell’ala sinistra del PD, questi potrebbero entrare in SEL oppure dar vita ad un partito che sarebbe suo diretto concorrente, dato che si riferirebbero allo stesso elettorato.

**** Molto dipenderebbe anche dalla legge elettorale. Qualora fosse un maggioritario potrebbe addirittura esserci una fusione, almeno nominale, tra Forza Italia e Lega Nord. In caso di proporzionale, si assisterebbe alla classica coalizione cui abbiamo assistito in questi anni. Tra le altre cose, salvo alcune differenze, i programmi di questi due partiti finirebbero con l’avvicinarsi sempre di più.

***** Anche in questo caso, la legge elettorale giocherebbe un ruolo fondamentale. In caso di maggioritario, infatti, non sarebbe necessario alcun tipo di coalizione. Sarebbe vero l’inverso, in caso di legge proporzionale.

****** Sempre che si possa considerare propriamente di sinistra M5S o lo si possa inserire nell’asse “Destra-Sinistra”.

******* Con quanto qui scritto non si stanno dando giudizi, ma semplicemente si riportano dati di fatto facilmente riscontrabili quotidianamente.

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