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Dialogo Surreale #12

– Mhn, lo terrò a mente. Tanto non ho cani e non corro.
– Beh, dovresti procurarti un cane. Prima lezione.
– Un cane vero non potrei tenerlo da me
– (Posso prestarti Porchettore)
– Un cane vero
– (Che però non rientra nella categoria “cani veri”)
– Beh, non è male e poi fa tenerezza, compassione
– Pietà
– Pietà. Ecco.

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Alibi e Sentimenti

Complice il fatto che debba aspettare che torni mia sorella, dovrei iniziare a buttare giù le idee o, meglio ancora, la prima bozza del mio primo articolo che verrà pubblicato su un giornale. Ebbene sì, Coso passa dal 2.0 alla carta stampata. La notizia buona è che finalmente potrò godere di una mia rubrica che porterà il nome di “L’Angolo di Coso”, quella cattiva è che a meno che non siate residenti a Seveso, non lo leggerete mai.

Il fatto di dover scrivere un articolo per un giornale mi pone, per la prima volta, nella scomoda situazione di dover scrivere entro una scadenza fissata. E purtroppo, quando si tratta del processo creativo, difficilmente riesco a rispettare i tempi previsti. Lo potrebbero confermare le mie prof di educazione artistica alle medie che su quindici tavole, di mie ne vedevano solo tre o quattro. E facevano pure schifo (sono un pessimo disegnatore e colorista).

Il problema, nel campo creativo, è il fatto che spesso mi manchi l’ispirazione. Per poter scrivere devo avere il tempo di concentrarmi, raccogliere mentalmente tutte le idee e formulare una tesi con degli argomenti a favore. Il tutto, normalmente, può richiedere dalle due ore ad un tempo non ben definito. E, infatti, molti dei progetti iniziati sono stati abbandonati proprio perché arrivato ad un certo punto, non riuscivo più ad andare avanti o, peggio ancora, quanto scritto in precedenza non mi convinceva per nulla.

Ad oggi, l’unico modo funzionante per ovviare a questo problema è stato quello di rifugiarmi in montagna per quattro giorni. I risultati dopo il rientro a casa, però, sono stati quelli descritti nelle righe sopra. Questo mi ha spinto ad iniziare una revisione di quanto iniziato quest’estate abbandonata quasi subitaneamente, in attesa di tempi migliori (che, come ben potete immaginare, non verranno). Tutto questo è spiegabile sia col continuo sovrapporsi di impegni che mi tolgono tempo e voglia, sia con il mio leggendario e faraonico culopesismo.

Come è normale che sia, tra processo creativo e vita di tutti i giorni ci sono più parallelismi di quanto si possa credere. Ed una cosa che mi accomuna sia quando si tratta di scrivere, sia quando si tratta di dover prendere una decisione è il fatto che, tendenzialmente, nonostante le decisioni in questione siano già state prese molto prima, continui a procrastinare e rimandare il tempo dell’azione.

E questo procrastinare, questo continuo rimandare a data da destinarsi non è ascrivibile sempre alla pigrizia che, come noto, mi caratterizza da tempi immemori. Spesso, in realtà, ci sono dietro motivi più difficilmente spiegabili che potremmo inserire nella categoria “seghe mentali” o, altre volte ancora, vi sono eventi che costringono a rimandare tutto quanto.

Una cosa che accomuna le “seghe mentali” e gli eventi inaspettati è la creazione di alibi. Ogni volta che non faccio qualcosa, inevitabilmente, una vocina interiore (infida e bastarda) si fa sentire offrendomi un fottiliardo di motivi (poco validi, ma comunque molto appaganti e rassicuranti) per mettere a tacere il mio senso di colpa e gli eventuali rimorsi. E, proprio la vocina, crea una sorta di dipendenza da cui difficilmente si esce.

Altra cosa che hanno in comune “seghe mentali” e eventi imprevisti, anche se totalmente di carattere opposto rispetto a prima è, invece, il fatto che ogni qualvolta qualcosa vada male, non posso fare a meno di giudicarmi in modo eccessivamente critico e pesante. Il non aver calcolato una cosa che avrei dovuto calcolare è un errore quasi imperdonabile, l’aver dato una risposta che ho trovato poco convincente è stata la causa per cui non mi hanno chiamato a quel colloquio.

Poco importa se, passato un po’ di tempo, mi dovessi rendere conto che quell’evento non potevo prevederlo perché altrimenti sarei stato onnisciente oppure, poco conta il fatto che più che al colloquio poco convincente, ci fossero state altre persone con esigenze che meglio si sposavano con quanto ricercato da chi doveva assumermi. La sensazione di non aver fatto tutto ciò che potevo, rimarrà e alimenterà i sensi di colpa (che, inevitabilmente, porteranno alla ricerca di giustificazioni ed alibi).

A questa logica non sfugge nemmeno l’ambito sentimentale. Per ambito sentimentale, tendenzialmente, mi riferisco ad “ammmore e derivati”. Infatti, quando qualcosa mi turba sul serio, difficilmente lo lascio trapelare. Nemmeno le persone che mi sono vicino (famiglia e amici più intimi) lo vengono a sapere. Mi è difficile esternare del malessere o lasciarmi andare ad un pianto liberatorio (cosa, quest’ultima, di cui comunque non sento il bisogno da ormai un sacco di tempo). Per quanto una cosa possa farmi soffrire (e negli ultimi tre anni c’è stato un uno-due-tre micidiale), per fortuna ho imparato ad ammortizzare in fretta (pur risentendone a livello fisico) ed andare avanti.

Nonostante questo, negli ultimi tempi, ho iniziato ad avvertire quella ciclica mancanza di qualcosa. E quel qualcosa è una figura femminile importante nella mia vita (per quanto, razionalmente, sia consapevole che andrei a complicarmi le cose). Il capitolo ragazze, però, è delicato e relativamente difficile da affrontare.

Difficoltà derivanti da una non proprio elevata autostima di me stesso medesimo a livello fisico e dalla non proprio rosea considerazione delle persone che mi circondano (amici esclusi) presso cui ho una reputazione che va dal magnanimo “sfigato” all’offensivo “Caso umano”.

A questi dati di natura soggettiva (degli altri) che hanno un valore relativo (ma che comunque mi vede d’accordo), si affianca un’ormai prolungata “asentimentalità” (neologismo coniato per sottolineare la mancanza di interesse a livello sentimentale nei confronti delle ragazze). Asentimentalità legata, probabilmente, anche ai troppo elevati standard che mi sono posto.

Le poche volte che qualcuna potrebbe interessarmi, cado nella così detta “Paranoia della sindrome del rifiuto”. La paranoia della sindrome del rifiuto è riassumibile in questo modo:  “Non vale la pena provarci perché tanto mi dirà di no.” oppure “Lei è troppo carina mentre io sono un botolo brutto, peloso, ringhiante e con un carattere di merda” (come Porchettore) o, ancora: “Tanto è già fidanzata”. E, con queste motivazioni più o meno valide, riesco a giustificarmi, a crearmi alibi che mi permettano di non mettermi in gioco, per non restare ferito/deluso o, più semplicemente, per paura di fallire.

In più, dai miei fallimenti e quelli della Fatina, ho avuto modo di estrapolare una legge in campo sentimentale, chiamata la Legge di Mazza. Legge di Mazza che, per il momento non è ancora stata confutata, afferma “è quasi impossibile trovare ragazze carine e interessanti nel nostro intorno di età che non siano troie o già fidanzate”.

Le soluzioni a questi problemi, esclusa quella alla Legge di Mazza, (giunte a più riprese dalla Fatina dei Boschi e, in ultima battuta, anche da V.) sono sempre le stesse (e sono molto valide): “Non ti piace il tuo fisico, impegnati per dimagrire”, “Buttati, tanto non hai un cazzo da perdere. Male che vada ti dicono di no”. Nonostante la validità dei loro argomenti, però, ci si torna a scontrare con due elementi ricorrenti e che ho più volte citato nel testo: La pigrizia e il procrastinare l’azione fino a quando potrò farlo.

Mi rendo conto, ovviamente, di come tutto dipenda da me e, ogni volta, mi pongo buoni propositi. Ogni volta mi dico che se mai mi dovesse ricapitare una situazione del genere, agirei diversamente. E per un po’ ci credo anche. Ma, appena ritrovatomi in queste situazione, sono di nuovo punto e a capo. Manca il coraggio di agire, c’è fin troppa paura di fallire. E il serpente si morde la coda, un’altra volta.

L’essere conscio di questo, sicuramente non mi è utile dato che non riesco a risolvere questa situazione. D’altro canto però, mi fa dire che per lo meno ho ben chiaro il problema. Una magra consolazione. Ma pur sempre una consolazione.

Questo è quanto.

Cya.

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Pausa Caffè

Dopo aver scritto una serie impressionanti di articoli seri (o, per meglio dire, noiosi) come da titolo mi prenderò una “pausa caffè” per scrivere un post del tutto inutile, in cui parlerò del più e del meno senza alcun filo logico o connessione. Pensavo a piccole pillole slegate, ma non so nemmeno io cosa verrà fuori.

E, tra le tante cose che potrei dire, la prima è che ho trovato un lavoretto da fare comodamente a casa. Non è stancante ma alienante e, alla lunga, noioso. Non guadagnerò chissà cosa perché devo smezzare con mia sorella i proventi, ma comunque una buona fetta della seconda tassa la si può considerare pagata.

Dopo aver letto World War Z (libro che consiglio a tutti, indipendentemente dai gusti. N.B.: TWD gli fa una pippa) in inglese, ho deciso di prendere A Dance With Dragons in madrelingua. La scelta è dovuta al prezzo dell’ultimo libro uscito in Italia, edito Mondadori (19 € per un libro tradotto col culo? Tanto vale che li facciano tradurre ad un branco di scimmie nella pausa tra una battaglia a palle di merda e l’altra). Devo dire che si capisce tutto molto bene (nel caso ve la cavaste con l’inglese, non dovreste avere alcun tipo di problema) e che pian piano, recupererò anche gli altri tre libri (A Games of Thrones l’ho già comprato). Questo, probabilmente, segnerà il mio passaggio definitivo alla lettura di libri di narrativa in inglese.

Nel mio corso c’è una ragazza carinissima. Bassetta, capelli biondi e lunghi, occhi celesti. E, dopo lunga e attenta raccolta di informazioni (AKA stalking nemmeno troppo pesante), ho scoperto anche il suo nome. Che è e resterà una *Informazione Riservata. Note positive: Cheffiga.
Note negative: Probabilmente fidanzata, troppo figa per Coso, Incapacità nell’iniziare una conversazione, terribile tedio.

Ultimamente sono molto scazzato. Soprattutto il sabato e la domenica. I restanti giorni della settimana coi mille mila impegni, per lo meno, ho pochi spazi morti (gazzetta, direttivi, incontri vari di tempo ne occupano). Però, durante i piovosi sabato sera, ho avuto modo di rompere i coglioni sia a V. (col cazzo che faccio quel robo dove mi hai citato), sia ad altre persone che non ricordo più chi siano (chiedo venia).

Sono, ovviamente, ancora singolo e puro. Ormai non è più una notizia, ma un’abitudine. Non sono nemmeno in cerca. Anche perché non saprei da dove iniziare (e, anche se lo sapessi, non saprei il come). Sono un’ameba, insomma.

Voglio assolutamente leggere The Sandman di Neil Gaiman. L’avevo visto in fiera: serie completa. Numeri a partire da 20 € per raggiungere i 35 €. Lo sto cercando in inglese, sperando di poter risparmiare qualcosina.

Continuo a ripetermi che dovrei riprendere a scrivere il racconto. Puntualmente trovo qualcosa di meglio da fare. Tipo leggere il Corriere on line o Repubblica. Ma prima o poi tornerò a scrivere… In montagna.

Voglio (e in questo caso il voglio è un esigo) un Direwolf. Lo chiamerei Ombra. E vorrei anche una spada forgiata in Acciaio di Valyria. Ma non ho la più pallida idea di come la chiamerei (sì, le spade più fighe hanno un nome.) per cui si accettano suggerimenti.

Inizialmente questo articolo avrebbe dovuto intitolarsi “Porchettore con gli stivali”. Ma, odiando Porchettore, ho deciso che non si meritava cotanto onore. Altra opzione scartata (ma che potrei ripescare in futuro) è “Benvenuti a Cosolandia”. Cos’è Cosolandia? In pochi eletti lo sanno e approvano la sua ventura venuta.

Il mio orario universitario oscilla da “Molto di merda” a “Figata” in meno di un giorno. Il lunedì ho due ore – ore buche – due ore. Martedì, mercoledì e giovedì ho solo due ore. E posso dormire fino alle 8.25. Tutti i giorni scolastici.

Mi sono intrippato guardando “Questo nostro amore” su Rai Uno. Adoro Neri Marcorè. E il mio sogno da piccino era quello di gestire una libreria/fumetteria. Piango calde lacrime di gioia al pensiero che, probabilmente, finirò a fare il cassiere a McDonald. E a me McDonald fa cagare.

Ho iniziato a vedere in università un documentario interessantissimo sulle guerre in Jugoslavia tra il 1987 e il 1995. L’ho ritrovato in inglese e a breve lo vedrò finire. È una fonte di informazioni molto interessante targata BBC (per chi volesse farsi del male: “Yugoslavia: Death Of A Nation”).

Ho ventinove seguenti. Folli. Andate via. Leave Coso Alone.

Come avevo detto all’inizio, non ho seguito alcun filo logico ma ceste, non era questo lo scopo del post. Il prossimo articolo dovrebbe essere di nuovo “serio”. Sono indeciso tra un post su “Cittadinanza e Diritto di Voto” oppure “Sistema elettorale”. Vi farà piacere sapere che non avete voce in capitolo.

Questo è quanto.

Cya.

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Canicola estiva e notti insonni

Vorrei scrivere il solito post pieno d’odio contro l’estate e il calore, ma per questa volta vi salvate. Vi salvate perché, tra i tanti svantaggi che si possono avere, c’è un grosso vantaggio per me: ho più tempo da impiegare per farmi i fatti miei. Più tempo derivante dalla mancanza di sonno causata dalla canicola estiva che in questi ultimi giorni ha avuto un nuovo impulso vitale grazie a “Caligola” (In culo a mamm’t).

Ma, per farvi capire perché ritenga un vantaggio il dormir meno, è meglio che voi abbiate presente una mia giornata tipo durante l’anno. Quando non ho i corsi, la sveglia non suona. E, quando suona, non la sento. La sveglia, in media, è alle dieci e mezza/undici. Una volta svegliato c’è il cazzeggio al piccì, lettura di qualcosa e forse lo studio. Poi cucino e quindi finisco di mangiare alle quattordici e trenta/quindici (orari standard). C’è dell’altro cazzeggio e poi, dieci minuti prima che rientri mia sorella, c’è il lavaggio delle pentole.

In estate, invece, c’è un cambio di costumi (più o meno relativo): dormendo meno ho la possibilità di usare le ore notturne per guardarmi un film piuttosto che il Dottore. Le ore diurne, invece, vengono usate per scrivere (sì, sto scrivendo un sacco e davvero poco finirà su questo blog a breve), per riflettere sulla mia condizione esistenziale (con conseguente depressione), per annoiarmi a morte e per dare fastidio a Porchettore.

E se l’annoiarmi a morte e il dar fastidio a Porchettore non fossero poi quei grandi vantaggi, compenso tutto con la fase riflessivo-creativa che sto attraversando. Fase che è nata più o meno in concomitanza con la famosissima vacanza di quattro giorni di cui troverete le foto nel post qui sotto. Fase creativa che tendenzialmente è ciclica e di breve durata (come gli stint avuti sul blog fino a quest’ultimo) ma che spero di poter portare avanti anche quando gli impegni aumenteranno, lasciandomi poco tempo per altro. Poco tempo che, per inciso, verrà usato per dormire e cazzeggiare (cosa che ora faccio nelle ore notturne).

E quindi, dopo aver elencato tutti  (beh, più o meno tutti) i motivi per cui l’estate è una stagione che disprezzo, devo spezzare una lancia in suo favore: in estate, vogliate perché ho meno da fare, vogliate perché riesco a sfruttare meglio il mio tempo ho modo di poter scrivere con una certa continuità. E, questo, mi permette di sviluppare progetti che teoricamente non avrebbero nemmeno dovuto essere trasposti su foglio (non ci credevano i miei amici e non ci credevo nemmeno io), eppure qualcosa si è mosso e quel qualcosa mi porta ad iniziare qualcosa che durante l’anno sarà “bistrattato” e messo da parte fino alle prossime vacanze.

In fondo, non credo sia un caso che questo blog sia nato un agosto di tre anni fa (dovrei scriverci un post al riguardo, più o meno verso la corretta data del compleanno del blog, ma qui vi butto quest’anticipazione). Un agosto che, al meglio, rappresenta l’incarnazione dell’estate creativa per il sottoscritto. Complice il fatto che abbia poco da fare, complice il fatto che non si possa fare poi molto perché sennò si diventa fastidiosamente (e disgustosamente) sudaticci, non mi resta altro da fare se non dar sfogo alla mia vena creativa, con la speranza che non si prosciughi del tutto.

Colgo anche l’occasione per avvertirvi che da questo articolo in poi, dato che sono assorbito dai famosi altri progetti, le uscite di post saranno un po’ incostanti (cercherò di mantenermi a uno o due articoli alla settimana, ma non prometto nulla). Ma, forse, prima o poi vedrete (e giudicherete, per quel che conta) il frutto del mio lavoro.

Questo è quanto.

Cya.

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Cani depressi e ulivi crescenti

Da otto barra nove anni, le estati cosiane (proprie di Coso) hanno due costanti immancabili: Il cane perpetuamente depresso e l’ulivo che, lentamente, cresce. Anche quest’anno, questi due elementi non possono mancare. Vi chiederete se abbia intenzione di fare un post sul mio cane depresso (e psicopatico) e l’ulivo che mi sta crescendo in giardino. La risposta a questa domanda è “Ovviamente no”. O forse sì, vedremo.

Il cane è depresso perché mio zio è partito. Sì, è mio zio quello a cui i cani vogliono più bene. Tutti i cani che abbiamo avuto, si deprimevano in sua assenza. Il motivo è facilmente spiegabile: lui li portava in giro, lui gli dava da mangiare la sera, lui li curava e lui si ferma sempre (anche quando è oberato di borse della spesa) per far loro una carezza. (N.B.: attualmente abbiamo un solo cotecane che risponde al nome di Porchettore e, sì, è depresso anche lui).

L’ulivo invece, ha una storia più travagliata rispetto alla bestia immonda di cui sopra. Dell’ulivo ci si ricorda solo in estate e per un semplice motivo: deve essere bagnato, altrimenti muore. Dato che è già morto una volta e lo abbiamo fatto respawnare, vorremmo evitare di doverlo fare ancora. Ovviamente, lo stronzo che è incaricato puntualmente di farlo è il sottoscritto (e puntualmente lo fa solo quando se lo ricorda. Questo, naturalmente, significa quasi mai). Fatto sta che in agosto (perché il mese incriminato è sempre agosto), mio padre sia a casa in ferie e quindi mi tenga d’occhio e mi rompa il cazzo con l’annaffiamento dell’ulivo a cui non posso scappare.

Ebbene, negli ultimi giorni, mi sono reso conto di come a tutti gli effetti io abbia (metaforicamente) sia alcune caratteristiche del cane depresso, sia caratteristiche dell’ulivo che cresce. Cosa voglio dire? È piuttosto semplice. Arrivati nella seconda metà d’agosto, il tedio estivo (complice il fatto che abbia pochi amici e i pochi amici partano) raggiunge i suoi massimi picchi annui (un po’ come le temperature), ed inizio a deprimermi. Mi deprimo perché, in primis, sono un pirla. E poi perché ci sono tante cose non mi soddisfano e che vorrei cambiare, ma non posso. Perché, in fondo, se ci fosse un vero mese di transizione sarebbe agosto. È una transazione fra il vecchio anno (lavorativo/scolastico) e quello nuovo. E, come ogni transizione che si rispetti, porta a galla tutto ciò che non va bene. Porta a galla tutto ciò che vorremmo diverso e che non è ancora cambiato. Perché non è il primo gennaio che si traccia il bilancio dell’anno appena concluso, ma è verso la fine di agosto.

Agosto, infatti, si caratterizza per quella commistione di illusioni disattese, speranze per ciò che avverrà con la ripresa delle attività, malinconia per il ricordo delle estati passate (che, tendenzialmente, tendono a restare in mente molto di più rispetto ad altri avvenimenti) e felicità/noia/scazzo per quelle presenti. Ed è in questo humus psicologico e sentimentale che si gettano i semi per un cambiamento. Cambiamento che può anche non essere radicale e scioccante ma che comunque è presente. È dopo le vacanze in cui ci si distanzia da tutto (o quasi) quello che ci circonda che riusciamo a capire cosa si voglia davvero fare e cosa no. È in questo periodo che si sente la mancanza di determinate persone e non di altre e, se si è abbastanza svegli da cogliere i messaggi che il rientro ci dà, sapremmo cosa cambiare. E forse miglioreremo.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus: Le foto delle vacanze fatte in montagna (Fotografo: La Fatina dei Boschi)

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Tempesta e…Caldaie

Ieri sera, come tutti quelli della mia zona sapranno bene, si è scatenata una tempesta coi controfiocchi. I motivi di tale gargantuesca precipitazione? C’è chi dice sia stata l’Afa, c’è chi dice sia stato un banco di nubi carico di precipitazioni, c’è chi dice faccia tutto parte della profezia Maya. Tutte questi tre gruppi hanno una cosa in comune: si sbagliano. Si sbagliano proprio alla grande. Perché dico questo? Semplice!

Ieri, mia madre, ha speso centoventi euro per un paio di scarpe. Dato che voi non conoscete mia madre come la conosciamo noi, non vi sembrerà nulla di straordinario…Eppure, per noi (e con noi intendo: Me, mia sorella e il genitore)  è stata una sorpresa. Una sorpresa perché, vedete, mia madre è come la formica della storia “La cicala e la formica”. Solitamente non spenderebbe mai così tanto per qual si voglia capo di abbigliamento (grandi occasioni escluse) e, ad essere sinceri, condivido questa sua linea di pensiero (almeno in ambito di vestiario). Comunque, come vi dicevo ad inizio paragrafo, ieri è successo l’inenarrabile. Appena saputo quanto speso dalla madre, in casa si è creato un clima di attonito stupore…Per circa dieci secondi. Sapevamo tutti e tre che quel gesto poteva significare solo una cosa: l’arrivo dell’Apocalisse.

Apocalisse che, di fatto, non si è fatta attendere ed è giunta sotto forma di scroscianti getti d’acqua, fulmini e lampi. Ne buttava giù talmente tanta che siamo stati costretti a far riparare Porchettore in cantina (con conseguente lotta di mia sorella per asciugarlo…Scene spassosissime). Il povero cane, appena sentito un tuono, ha uggiolato spaventato e si è nascosto in un angolo restandosene buono buono fin quando, passata la tempesta, qualcuno lo ha sfrattato (no, non sono stato io, anche se avrei voluto).

Il primo fulmine con tanto di tuono, mio padre l’ha visto in diretta perché, in quel momento, mentre beveva il caffè e controllava il cancello richiudersi. La scena a cui ho assistito io è stata più o meno questa: Fulmine, botto come l’esplosione di una bomba e mio padre che prende un colpo (come del resto tutti i presenti in casa, dato che era una cosa del tutto inaspettata). Tutti i programmi di mia sorella per la serata sono stati annullati mentre io mi sono ritrovato con la stanza mezza allagata in prossimità della finestra (di solito, essendo la mia finestra in posizione protetta, non dovrebbe piovere dentro…Anche questo fa capire quanto forte venisse giù).

A questo punto voi vi starete chiedendo due cose: possibile che Coso stia facendo un post su un temporale estivo? E le caldaie cosa c’entrano?

Ebbene, la risposta alle vostre domande è una ed unica. Sto scrivendo questo post perché, purtroppo, se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo. Il fulmine di cui sopra in un colpo solo ha guastato sia la mia caldaia, sia quella di mio zio. La situazione è davvero incresciosa. L’intera casa è rimasta senza acqua calda è tutto questo si riflette sulle possibilità di farmi la doccia. Il piano originale, infatti, prevedeva che ci fosse una transumanza della famiglia Coso al piano di sotto per docciarsi (a seconda delle necessità, avremmo prestabilito dei turni). Stamane, però, mio zio abbastanza incazzato, ha citofonato su e mi ha dato la terribile notizia che l’acqua calda, in questi lidi, non si vedrà finché non uscirà il tecnico.

Della serie “Bad news are bad”

Questo è quanto.

Cya.

 

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E poi…È arrivato Ettore.

No, fanciulli, tranquilli le vostre virtù anali sono ancora al sicuro dalla mia mefitica presenza, non sono diventato gay(o) tutto d’un colpo. (Porch)Ettore è il mio (cote)cane. Quindi logica vorrebbe che io vi parlassi di quella bestiola dallo sguardo inquietante e dai dentini aguzzi pronti a stringersi intorno alle caviglie dell’incauta persona che non si degnasse di cagarlo (e anche di tutti gli altri). Ma, come ben avrete capito, su questo blog la logica vale quanto un due di bastoni quando di briscola c’è denari, quindi vi parlerò di tutt’altro.

Bene, fatta questa bellissima introduzione, non so cosa scrivere. Quindi farò un po’ di considerazioni sparse e, ovviamente, del tutto a caso.

0) Piove, Governo Ladro. Questa mattina, svegliatomi alle otto e mezza, ho aperto la finestra e ho visto il cielo grigio. Il vento soffiava, agitando le fronde degli alberi. E cos’è stata la prima cosa che ho pensato? Vi do un aiutino, sicuramente non è stata “Uau…Che spettacolo”. No, assolutamente no. È stato più qualcosa del genere “Ma porco odino, non poteva piovere settimana scorsa?” La domanda è ovviamente retorica. Perché proprio settimana scorsa? Semplice: non avevo una beata minchia da fare. Questa settimana invece devo andare a Milano ad incontrare gli amici, devo uscire a cena con altri amici. Insomma, il tempo interferisce in modo più o meno consistente con la mia vita sociale. In definitiva, tutte ste righe servono a dire: Stupida pioggia.

1) Domani, per l’appunto, dovrei andare in quel di Milano (tempo permettendo) ad incontrare un amico emigrato in Norvegia e rientrato in Italia per le vacanze di Pasqua e la sua scandinava ragazza. Dovrò parlare in inglese, anche se la possibilità di esprimermi a gesti, grugniti e bestemmie non mi pare una prospettiva così brutta o non fattibile. Non che non sappia l’inglese (anche se sto facendo di tutto per rimuoverlo), semplicemente non c’ho sbatta di parlarlo. D’altro canto non sarebbe carino emarginare la fanciullina con un artifizio linguistico (in questo caso sarebbe “parlare in italiano”) da discussioni noiose e senza senso su argomenti che potrebbero interessare:

a) I vecchi
b) I nerd
c) I fumettari
d) Altri malati/rifiuti della società/persone con un piede nella fossa

Tra l’altro devo pure comprare un libro a mia sorella e capirete che è una cosa pallosa assai.

1) I blogger. Non mi sono mai reso conto che avere un blog fosse “alla moda”, fino a ieri. Ma a quanto pare tutti ne hanno uno e hanno un sacco di cose da dire. E sono cose semi-serie, mica le mie cose a caso. Essere un blogger è diventato quasi un lavoro (oltre che uno status). Questa scoperta scioccante è stata fatta, per l’appunto, ieri sera mentre cazzeggiando tra i vari blog di wordpress, casualmente ho notato questo “boom”. Che poi, onestamente, non capisco cosa ci sia di così pheego nell’avere un blog. Prima era una cosa da “We are the 1%”, adesso è una cosa da “We are the 99%”. Non che sia per forza un male, eh…Semplicemente boh, non capisco l’utilità del’avere un blog.
Alla legittima domanda “E tu che cazzo ce l’hai a fare un blog se li ritieni inutili?” La risposta sarebbe “Semplice, mio caro amico, sono attratto dalle cose tremendamente inutili.” Insomma, io sto coso (non io Coso, coso il blog) ce l’ho da tempo immemore…Prima che fosse di moda e già allora faticavo a capirne l’utilità. Certo posso scriverci quello che voglio (e lo sto facendo), posso sentirmi uno scrittore cazzosissimo (ma non è il mio caso), posso pensare d’esser brillante (come una lampadina fulminata), o addirittura credere d’esser simpatico (come due dita negli occhi quando mi sveglio dopo una sbronza, con un mal di testa da record) ma in definitiva, non serve ad un cazzo, avere un blog.

2) Cazzabubbolo: penso che questa parola sia bellissima. Dovevo inserirla in questo elenco per forza. Tra l’altro questa sarebbe di diritto una citazione colta e ricercata proveniente da una puntata dei Griffin (non mi ricordo quale) in cui Stewie scrive questa bellissima parola sul muro. Cosa potete voler di più dalla vita? (Non rispondete, non è necessario…Sul serio)

3) Dragon Ball: occhei, sicuramente ha fatto crescere milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo…Ma adesso basta! Mediaset, per favore, non trasmetterlo più per un po’. Manda cartoni più fighi e moar underground…Rimanda i Cavalieri dello Zodiaco piuttosto, ma basta Dragon Ball. Non se ne può più…E lo dico io che sono un fan di quelli che hanno comprato pure due giochi per la playstation (che poi è morta, non so se per i giochi in sé oppure perché ha fatto un paio di voli e la rotellina del giradischi è un po’ stinfia…Ma mi piace credere che ora sia nel paradiso delle consolle) : non se ne può più. Facci vedere qualcos’altro. Ti prego!

5) Uh, vabbè, parliamo anche di Porchettore, va là. Cos’è Porchettore? Porchettore è l’unico esemplare al mondo di cotecane. È talmente cicciotto che non corre, ma saltella in giro per il giardino. A parte la sua cicciosità, la caratteristica peculiare di questa bestiaccia è lo sguardo da psicopatico che ti regala ogni volta che può. Questo sguardo è qualcosa del genere: o.O.
Voi direte “embè?” embè un cazzo, lo sta facendo un cane. Sorry, un cotecane. Tra l’altro ha il bruttissimo vizio di bloccarti la caviglia morsicandotela e tenendola ferma con le zampe. È chiaro che a prima vista possa sembrare una cosa dolce e carina, ma non lo è assolutamente. Siete di fretta? A lui non frega un cazzo, vi blocca e vi obbliga ad accarezzarlo. Una volta che l’avete accarezzato vi lascerà andare? Manco per le palle. Se, invece, doveste decidere (saviamente) di ignorarlo vi ritrovereste a camminare con lui che…Striscia per terra alle vostre spalle mentre vi tiene la caviglia bloccata o, almeno, ci prova. Insomma…Come dire…Non c’è nessuno che lo voglia? Ve lo spedisco per posta…È un cane bravissimo, a parte il fatto che non faccia la guardia ed elemosini carezze da chiunque, tralasciando gli sguardi da psicopatico e la sua mordacità, è una cane che tutti vorrebbero avere…E potrebbe essere vostro. Non lasciatevelo scappare!

8) Il PD stacca il PdL. Ora, io penso che sia una cosa fighissima avere un governo tecnico che, per quanto in modo poco equo, le cose le fa in modo preciso e coinciso. Se permettete, però, mi viene la depressione a pensare che Bersani, un giorno non troppo lontano, potrebbe essere il Presidente del Consiglio. Per carità, è pur sempre meglio del Nano, ma stiamo parlando della Sinistra (o meglio del Centro-Sinistra) in Italia. La stessa sinistra che aveva il partito comunista più forte in Europa e non è riuscita a salire al governo, la stessa sinistra che quando è salita al governo è caduta per colpa di Mastella…Di Mastella, ma ci rendiamo conto? E noi dovremmo far governare un partito del genere? Quanto durerà? Cinque giorni? Una settimana? Si accettano scommesse.
N.B.: Il governo di D’Alema è stato volutamente lasciato fuori. Quello non conta…D’Alema non è un uomo di Sinistra, suvvia.
P.S.: Pierlu, sei tutti noi. Ed è proprio vero che quando piove, piove per tutti. Ed è anche vero che non siamo qui a smacchiare i giaguari.

13) Perché usare una numerazione del genere? (gli osservatori più attenti avranno già fatto il giusto collegamento e avranno capito che numerazione sto usando)
Risposta: Perché sono un inguaribile cazzone.

Pace & bene a tutti.

Cya.

E ricordatevi, c’è un Porchettore che vi aspetta.

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